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Ucraina: la guerra sta per finire?

 

 

In diplomazia, per ottenere risultati, bisogna fare ogni volta dei passi avanti. Magari lenti, però sempre nella stessa direzione. L’oggetto del contendere, nella guerra fra Russia e Ucraina, è noto: l’Ucraina, lo Stato nato dalla dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, non era una “Nazione”, per dirla con Giorgia Meloni. Una parte consistente del territorio e della popolazione era e si sentiva russa e a questa nascita di uno Stato indipendente, slegato dalla lingua, dalle tradizioni e dai valori della Russia, guardava con sospetto, se non proprio con ostilità. Inutile rivangare il passato, la politica non è stata all’altezza della sfida. Anche in Italia abbiamo tenuto insieme Siciliani e Friulani, non si capisce perché questa operazione di amalgama civile, storico e sociale non fosse possibile in Ucraina. Esistono interpretazioni diverse, di segno diametralmente opposto, ed è perfettamente inutile ricordarle. Sta di fatto che, oggi, la frattura è insanabile: gli “Ucraini dell’est” non possono più stare insieme con quelli dell’ovest, dopo trent’anni di contenziosi e quasi dodici di guerra aperta. Questa dovrebbe essere la base per qualunque trattativa. Chi pensa che sia possibile restituire a Kiev – in qualunque modo – i quattro oblast (regioni) di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, non capisce né di storia né di diplomazia.
Quando i Russi sostengono che, per arrivare alla cessazione delle ostilità, bisogna risalire alle “cause profonde” del conflitto, dicono proprio questo. Nessuna reale pace sarà mai possibile se non sarà accolta la visione di una Ucraina amputata di quei territori che nella realtà sociale, politica, economica, non sono mai stati suoi. E chi blatera di diritto internazionale violato – e da questa impostazione fa discendere la continuazione ad oltranza di una guerra terribile e sanguinosa – sa benissimo che questa espressione è la foglia di fico dietro la quale si cela tutt’altro, l’incapacità di quanti da trent’anni soffiano sul fuoco perché non intendono accettare la realtà di una Russia che, dopo la terribile crisi della fine dell’Urss e del comunismo, è rinata. E oggi è uno dei Paesi che, al mondo, hanno più territorio, più risorse naturali e anche maggiori prospettive di sviluppo.
Ora l’Occidente ha avviato una fase di riarmo, improvvisamente avvertendo la propria fragilità militare. Effettivamente la guerra era stata bandita dall’Europa per decenni. Vuoi perché un lungo sviluppo economico aveva sostituito quello militare come strumento di potere, vuoi perché le imprese belliche dell’Europa e dell’Occidente, che pure ci sono state in questo periodo (Libia, Serbia, Africa, Medio Oriente, Asia), avevano sempre esportato la guerra, lasciando ai cittadini occidentali la falsa idea di un mondo finalmente pacificato. La caduta del muro di Berlino, con la presunta “fine della storia”, aveva assestato un impulso decisivo a questa narrazione. In parallelo, l‘evoluzione della società civile e l’integrazione europea avevano invitato molti a desistere da quelle che apparivano “spese improduttive” in campo militare (servizio di leva obbligatorio, produzione di armamenti, gestione di arsenali).
Adesso, invece, esiste finalmente il nemico, e diventa opportuno – se non indispensabile – armarsi, naturalmente “per difendersi” dalle preannunciate “invasioni”. Ma, ohibò, non sappiamo dove e come il perfido Putin attaccherà. Alcuni dicono nelle Repubbliche baltiche, altri in Finlandia. Secondo qualcuno la prossima vittima sarà la Polonia, ma qualcun altro opta per le fragili repubbliche di Romania e Moldova, per non dire di chi pensa che il prossimo avversario potrebbe essere addirittura la Germania. L’unica cosa che appare graniticamente certa è che la Russia, comunque, “attaccherà”. Né si sa quando;  secondo alcuni “analisti”, la Russia potrebbe “attaccare” entro 3-5 anni, altri si spingono a considerare periodi anche più lunghi, magari dieci anni.  I media occidentali, oltrepassando il ridicolo, vedono “nemici russi” in qualunque cosa che accade. Dopo l’isteria dei droni che hanno spadroneggiato nel nord Europa per un paio di settimane (ma non ne è stato abbattuto nemmeno uno, quindi nessuno può sapere da dove provenissero e perché) oggi (26 ottobre), il Corriere riporta: “L’aeroporto di Vilnius è stato chiuso a causa di palloni meteorologici entrati nello spazio aereo provenienti dalla vicina Bielorussia; la Lituania ha dichiarato che i palloni sarebbero inviati da contrabbandieri di sigarette, ma accusa anche il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, stretto alleato di Vladimir Putin, di non fare nulla per fermare la pratica”. E così anche i contrabbandieri di sigarette sarebbero una perfida arma a disposizione dell’Armata Rossa.
Dopo lo sfogo di Donald Trump (“Vedrò Putin solo dopo che ci sarà un accordo di pace”) scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere: “Ora il fattore tempo gioca contro la Russia”. Ma è completamente falso: mentre l’Occidente si prepara a dotarsi di un armamentario che – se tutto andrà bene – sarà disponibile fra tre anni, Mosca ha appena varato Burevesnik, il missile a trazione nucleare che nei test ha volato per 14mila chilometri in 15 ore, tre volte la velocità del suono, un vettore di bombe atomiche in grado di cambiare imprevedibilmente direzione, velocità e altitudine così da non poter essere intercettato dai più moderni sistemi di difesa aerea di cui oggi possa disporre qualunque Paese occidentale, Usa compresi.
Parallelamente nelle ultime due settimane, dopo martellanti bombardamenti che hanno distrutto gran parte dei sistemi di comando Nato sul territorio dell’Ucraina, gran parte delle infrastrutture energetiche e delle reti di distribuzione dell’energia del Paese, e dopo che tutti i media occidentali si erano affannati a spiegare, con fior di calcoli e di sofisticatissime considerazioni, che l’avanzata russa nel Donbass stava rallentando, da una settimana (ottobre 2025) l’avanzata russa è ripresa con un vigore e una velocità inimmaginabili dall’inizio dell’”operazione militare speciale”. Da sud (Kerson) al centro (Dnipro) al nord (Charkiv) del Donbass le truppe di Mosca hanno accerchiato migliaia di soldati di Kiev proprio nelle roccaforti che questi consideravano inespugnabili, dopo aver tagliato loro i collegamenti e i rifornimenti. A questi soldati non resterà che arrendersi o morire ma ormai le “zone grigie” create dai militari di Mosca (aree a ridosso della prima linea dove il controllo aereo dei Russi è totale, che non possono essere attraversate senza essere intercettati) sono dappertutto, i militari che cercano di scappare non hanno scampo.
Molti osservatori pensano che sarà un inverno molto difficile per gli ucraini; senza luce, senza riscaldamento, senza acqua (i sistemi di sollevamento dell’acqua in Ucraina, fermi al tempo dell’Urss, non funzionano in assenza di energia); ma nessuno vuol vedere ciò che sta accadendo nella realtà, che la guerra finirà prima dell’inverno, perché le capacità di resistenza ucraine sono ormai di poche settimane.
Ecco qualche dato che non leggerete sui media occidentali, incominciando dal numero dei morti. Come noto, in questo campo tutti la sparano grossa. È propaganda per intimorire il nemico. Gli Ucraini sono arrivati a “valutare” in circa due milioni, fra morti e feriti, le perdite russe dall’inizio della guerra. Dal canto suo James Carden, ex consigliere del Dipartimento di Stato statunitense, uno che ben difficilmente si potrebbe immaginare succube della propaganda del Cremlino, in un’intervista a Sky news Australia, giusto pochi giorni fa ha rovesciato la narrazione dei media e politici occidentali, parlando di oltre 797 mila caduti ucraini e più di 14.500 prigionieri.
Ma esistono anche dati obiettivi, che vanno al di là della propaganda. Per esempio la Croce Rossa, incaricata di gestire i numerosi scambi di cadaveri che ci sono stati in questi anni fra le parti opposte, segnala che dall’inizio del conflitto sono stati restituiti dai Russi 12.389 caduti ucraini mentre ai Russi sono stati restituiti i corpi di 317 militari caduti. Abbiamo un rapporto di un russo caduto contro 39 ucraini. Anche ammettendo che esista una disparità di comportamento fra chi attacca (i Russi) e chi difende (gli Ucraini), con questi ultimi che tendono a lasciare sul campo di battaglia i loro morti mentre i Russi attaccanti recuperano i loro mano a mano che avanzano, è evidente che la disparità rimane enorme.
Ragionamenti simili è possibile fare per le diserzioni. La procura generale di Kiev da gennaio ad agosto 2025 ha registrato 142.711 procedimenti penali per abbandono non autorizzato della propria unità (articolo 407 del c.p.) e diserzione (art. 408), oltre il doppio rispetto ai due anni di guerra trascorsi. Dall’invasione del 24 febbraio 2022 a oggi siamo a un totale di 265.843 procedimenti per i due capi d’accusa. E questo comportamento dei soldati ucraini spiega bene ciò che sta avvenendo sul campo di battaglia e perché mai il governo di Kiev debba per forza ricorrere alla mobilitazione forzata, con l’arresto per strada degli uomini in età di andare al fronte (e con le donne che si oppongono a questo tipo di “reclutamento” aggredendo i poliziotti che eseguono gli arresti).
Una situazione che definire drammatica è ancora poca cosa. Il rifiuto degli Ucraini di combattere non è “paura” bensì conoscenza della realtà. Come scrive Milena Gabanelli sulla Dataroom del Corriere il 22 ottobre, “Secondo l’ong ucraina ProtezHub, citata dal Wall Street Journal, a inizio 2023 si stimavano tra 20.000 e 50.000 amputati. Il medico militare Denys Surkov parlava di 50.000, mentre l’ex calciatore Andriy Shevchenko (storico campione del Milan), oggi consigliere di Zelensky e presidente dell’associazione che promuove l’integrazione sociale dei mutilati attraverso il calcio, parlando ad un evento pubblico, ha indicato in oltre 100.000 le persone che hanno perso un arto, in gran parte soldati”.
Chiunque, come me, abbia amici in Ucraina e interloquisca con loro, sa bene che il “panorama sociale”, oggi nel Paese, è ampiamente segnato dalla realtà – visibile – di queste decine di migliaia di persone che camminano per le strade cittadine con le stampelle, o che indossano protesi. Di conseguenza, oggi l’Ucraina è diventata il più grande mercato di protesi al mondo. Un trend che proseguirà per molti anni anche dopo la guerra, visto che migliaia e migliaia di mine sono tuttora disseminate nei campi e lungo le strade. Nessun sistema sanitario al mondo era preparato a prestare la propria opera nei confronti di un così enorme numero di amputati, non esiste un numero sufficiente di medici e chirurghi specializzati in grado di intervenire quotidianamente su numeri così alti. Per non dire dei costi: una protesi di qualità costa fra i 20 e i 25mila euro e lo Stato ucraino ha, sì, disposto finanziamenti fino a 25mila euro per ogni soldato colpito ma nella realtà questi soldi non esistono, il Paese è alla bancarotta e i rimborsi per le protesi sono problematici.
Nel frattempo l’Ucraina si spopola. Secondo il sito internet del ministero italiano del Lavoro e delle Politiche sociali, a tutt’oggi i cittadini andati via dall’Ucraina per sfuggire alla guerra sono oltre 4,2 milioni, che vivono nell’Ue con lo status di protezione temporanea (dato Eurostat, l’ufficio europeo di statistica). Quasi il 27% di queste persone si trova in Germania, il 23,3% in Polonia. In Italia gli Ucraini rifugiati sono circa 170 mila. E non si tratta solo di donne e bambini, visto che gli uomini sono il 22,7% del totale. E questi sono numeri minimi, giacché molti degli Ucraini scappati restano in clandestinità, per non essere rintracciati e spediti al fronte. Nella realtà, secondo il sito Trading Economics, l’Ucraina aveva 41,2 milioni di abitanti nel 2022, e ne avrà 34,50 entro la fine del 2025, con una perdita secca di oltre 6 milioni di abitanti. D’altro canto è noto che le guardie di frontiera ucraine arrestano ogni giorno decine di persone che, lungo i confini con la Romania, la Polonia e la Slovacchia, cercano di scappare verso ovest, in parte per ricongiungersi alle famiglie e comunque sempre per sfuggire alla leva ed evitare di essere mandati al fronte a morire. Un fenomeno talmente diffuso che in parecchi Paesi europei – soprattutto i Baltici ma anche in Italia – molti ucraini non possono rinnovare il passaporto perché, se si recano negli uffici consolari del loro paese, se lo vedono sequestrare in quanto “renitenti alla leva, se non proprio disertori (e comunque “traditori del loro Paese”)”.
I dati nudi e crudi, quindi, dicono che la guerra è persa da tempo, che l’Ucraina è allo stremo, un Paese per ricostruire il quale dopo la guerra occorreranno non meno di quindici anni, con una intera generazione distrutta, così che la “ripresa” – quando e come si paleserà – avrà le sue belle gatte da pelare.
In questo quadro complessivo risulta del tutto incomprensibile (e comunque moralmente ingiustificabile) – dal mio punto di vista – l’appoggio economico e militare che tanti Paesi stanno continuando a fornire al signor Zelensky, anziché indurlo a più miti consigli. La possibilità di vincere la guerra non esiste, quella di “riconquistare” il Donbass nemmeno. Così che questa continua richiesta di “cessate il fuoco” suona quantomeno patetica. A quale scopo la Russia dovrebbe “cessare il fuoco”? Per dare al governo di Kiev modo di riarmarsi e di riprendere i combattimenti con maggior vigore? Assurdo solo pensarlo; a ogni momento utile Zelensky dichiara: “Non cederemo mai un metro del nostro Paese”. Nonostante che il 20% di quella che fu l’Ucraina sia ormai perduto. E allora? Quale trattativa si può fare in queste condizioni? Già papa Francesco, a suo tempo, aveva segnalato l’utilità di una resa dignitosa, aprendo il campo alla ricostruzione del tessuto umano, civile ed economico del Paese. Per fortuna, questo è il mio parere, siamo assai vicini alla fine di questa così vasta e dolorosa distruzione. E non ho alcun dubbio che “la pace” non potrà essere siglata e gestita dagli stessi Paesi (o dalle medesime autorità di questi Paesi) che per quasi quattro anni hanno pervicacemente puntato sulla soluzione militare.
Quindi, la fine della crisi ucraina non potrà che transitare attraverso due delicati passaggi: o una rivoluzione interna che defenestri Zelenzky, la vera anima nera di questo conflitto, e lo sostituisca con persone più inclini alla cessazione delle ostilità e ad accogliere lo stato di fatto; oppure un cambio di orientamento politico in Europa, che metta da parte i “belligeranti” (Starmer, Macron, Mertz, Von der Leyen) e offra spazio a forze nuove, che ambiscano non solo alla fine delle ostilità ma a una più generale pacificazione euro-asiatica, Russia compresa. Se non si seguirà uno di questi due percorsi sarà impossibile risolvere “la questione ucraina” senza che divenga la scintilla per una guerra globale. I cui esiti, purtroppo per noi, sarebbero già scritti.

 

1 pensiero su “Ucraina: la guerra sta per finire?

  1. Temo che il ragionamento dell’articolo non faccia una grinza. Purtroppo è Zelensky che deve arrendersi e avrebbe dovuto farlo due anni fa.

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