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Dietro la crisi della Germania

Che la Germania stia cercando di mettere in piedi una potente macchina bellica per far fronte alla tremenda crisi industriale che sta attraversando è un dato di fatto. Al momento, i governanti di Berlino non hanno trovato di meglio. Il fatto è che la situazione precipita; a dicembre 2025, per esempio, le richieste di fallimento sono aumentate in maniera impressionante (+15,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). L’agenzia di credito Creditreform riferisce che in Germania il numero totale di insolvenze aziendali ha raggiunto nel 2025 la quota di 23.900, il livello più alto dal 2014. Altri istituti, come l’Iwh di Halle, parlano addirittura del dato più alto dal 2005. I settori più colpiti, come noto, sono quello dei trasporti e della logistica. Elementi costitutivi di questa vera e propria “tempesta perfetta” (che solo 4 o 5 anni fa mai avremmo potuto immaginare per la “locomotiva d’Europa) sono gli alti costi energetici, una burocrazia asfissiante (anche questo: chi l’avrebbe detto?), tassi di interesse elevati e soprattutto la fine dei sussidi post-pandemia, che avevano portato un po’ di ossigeno nelle casse di molte aziende già in difficoltà sul mercato ma che, al tempo stesso, le avevano “drogate”. I fallimenti di questi mesi hanno messo a rischio circa 285.000 posti di lavoro nel solo 2025. La Camera di Commercio Tedesca (Dihk) ha lanciato l’allarme, sottolineando come si registrino nuovi record di chiusure mese dopo mese.
Effettivamente in Germania è proprio per il mercato del lavoro che si nutrono grandi preoccupazioni Secondo gli ultimi dati dell’agenzia Federale del Lavoro (Ba) a dicembre 2025 il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,3%, con un aumento dello 0,3% e un sondaggio dell’Istituto dell’Economia Tedesca (Iw) rivela che un’azienda su tre prevede ulteriori tagli al personale nel corso del 2026 a causa dell’aumento dei costi e della debolezza delle esportazioni.
Piuttosto problematico è quello che viene chiamato il paradosso della carenza di manodopera: nonostante l’aumento dei disoccupati, la Germania continua a soffrire di un cronico deficit di lavoratori qualificati; chi viene licenziato da settori in crisi (come l’automotive), per esempio, spesso non possiede le competenze richieste dai settori in crescita. Di conseguenza la disoccupazione non sta esplodendo come i fallimenti, ma il mercato del lavoro ha perso la sua tradizionale dinamicità e si prevede un 2026 difficile con nuovi tagli in vista.
Il presidente dell’Associazione Federale dell’Industria tedesca (Bdi), Peter Leibinger, ha appena sostenuto che “la Germania sta vivendo la sua peggiore crisi dalla fine della Seconda guerra mondiale e la sua concorrenzialità è in caduta libera. Non si tratta solo di calo economico, ma di un declino strutturale”. Dal canto sui Volker Treier, responsabile del commercio estero della Dihk, ha appena stigmatizzato “il forte calo delle esportazioni tedesche, per decenni il vero motore del Paese”.
Ma non si può parlare di crisi solo in termini “aritmetici”, guardando ai numeri come se non avessero anima. Ce l’hanno. Il discorso ha un senso solo se si analizzano le cause profonde di ciò che accade. E la prima causa – questa è cosa di dominio comune – è il sabotaggio del gasdotto russo (NordStream) che ha bloccato rifornimenti di gas fondamentali per l’industria tedesca e per l’Europa in generale. Semplicemente, le aziende tedesche non sono in grado di lavorare con i prezzi attuali dell’energia.
E qui solo degli sprovveduti possono voltare la testa dall’altra parte. Se non si comprendono i motivi profondi, geopolitici, di ciò che accade nel mondo si finisce sempre e comunque a galleggiare sulle proprie passioni e sui propri pregiudizi. Dopo i primi giorni dal sabotaggio del NordStream – per cui l’intelligence britannica aveva provato a convincere i media europei della responsabilità di Mosca, che si sarebbe “autosabotata” per mettere in cattiva luce l’Ucraina – oggi in molti hanno la quasi-certezza che l’operazione sia stata effettuata da un commando di guastatori ucraini.
Si tratta di una visione suggestiva però assai probabilmente, almeno in parte, sbagliata. Per compiere una operazione di sabotaggio come quella effettuata il 26 settembre 2022 non basta un commando di sub decisi e bene addestrati; occorrono droni, rilevazioni satellitari, dati di intelligence assai sofisticati. Che l’Ucraina, da sola, a settembre 2022 disponesse di simili competenze, è lecito dubitare. Assai più probabile un intervento di “veri specialisti”, facenti parte di una struttura almeno para-governativa, che avesse tempo, modo, risorse e coperture per effettuare un simile lavoro. Si parla, naturalmente, della Cia, probabilmente con l’appoggio dell’intelligence britannica.
Lo scopo? Lo vediamo oggi, ce l’abbiamo davanti agli occhi. Il lavoro è perfettamente riuscito. Lo scopo era quello di convertire il cuore pulsante dell’Europa – la Germania –, distruggere le sue produzioni elitarie (l’automotive), e trasformare questa economia in economia di guerra, da usare contro la Russia. In questa chiave che va letto il piano “Rearm Europe”, che ha incominciato a stanziare una enormità di denaro per l’industria bellica continentale. La quale – questo sia detto chiaramente – sarà realizzata in concreto sul territorio della Germania e però sarà saldamente in mano, a livello di capitale, alle oligarchie anglosassoni.
Utilizzare l’Europa come arma da guerra per distruggere in un colpo solo l’Europa e la Russia è chiaramente un capolavoro della geopolitica anglosassone. E poco importa che il progetto sia stato avviato con l’Amministrazione Biden. I potentati economici che stanno dietro ai Presidenti, le forze economiche che intendono governare il mondo, sempre quelle sono. Da tempo immemorabile. Per l’Italia da piazza Fontana (la bomba che fece cessare il “sessantotto”) e dal rapimento Moro, un evento del quale – con le Brigate Rosse come esecutori materiali – è sempre più chiara la mano della Cia, dei Servizi segreti italiani, di organizzazioni paramilitari come Gladio (si veda la splendida ricostruzione che ne ha fatto il regista Renzo Martinelli con il film Piazza delle cinque lune, nel 2003). Lo scopo era – e anche questo riuscì in pieno – impedire l’arrivo del Pci al governo di un Paese come l’Italia, che nello scacchiere ipotizzato dagli Usa e dalla Cia, mai avrebbe dovuto cadere in mano ai “comunisti”.
Leggere e comprendere la storia aiuta, anche se la storia per così dire ufficiale, quella dei documenti “visibili” e noti, queste cose non le racconta. Ormai dovrebbe essere chiaro anche ai più riottosi che da Yalta in avanti (l’accordo di facciata) l’Occidente non ha mai smesso di combattere “i comunismi”, siano essi in Russia e in Cina ma anche nei singoli Paesi europei come a Cuba, in Venezuela, in Brasile, in Cile…
In Europa “la linea rossa” è rappresentata dall’Ucraina. Un Paese che sin dalla sua nascita (1991) è stato gestito dall’Occidente come bastione dal quale scagliare l’attacco decisivo alla Russia. Gli elementi c’erano tutti, a partire da un odio atavico fra i due popoli (che poi, paradossalmente, sono un unico popolo), risalente ai tempi di Stalin, proseguendo per una divisione abbastanza netta della popolazione fra una fazione mai rassegnata al distacco dalla Russia e un’altra piena di rancore e di livore verso “i comunisti” (si veda la strage di Odessa, 2 maggio 2014). E così, mentre in Ucraina molti attendono con ansia la “occidentalizzazione” (almeno attraverso l’ingresso nell’Unione europea), la realtà è che l’intera Europa potrebbe andare verso “l’ucrainizzazione”, con uno stato di guerra più o meno formalmente dichiarato, con la formazione di un potente esercito continentale – e chi si opporrà sarà chiamato traditore o disfattista –, con truppe europee sul suolo ucraino a combattere contro l’esercito russo. Gli Stati Uniti? Si sfileranno al momento opportuno. Non è la prima volta che Donald Trump dice: “Potrei uscire dalla Nato”, e la crisi groenlandese (scontro fra Usa e Nato) potrebbe rappresentare la volta buona.
Ecco perché – tornando alla casella “via” come al gioco Monopoli – alla crisi industriale e sociale della Germania non può che seguire il riarmo. E al riarmo non può che seguire la guerra. La catena è unica, ed è sempre la stessa.

1 pensiero su “Dietro la crisi della Germania

  1. D’Accordissimo.
    In chiave teatrale è l’Otello. In effetti La Germania si suiciderà grazie all’istigazione di Jago, ovvero, (geopolitica anglosassone)

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