
Faccio il giornalista da oltre cinquant’anni. Mi piace scrivere, oltre che cercare informazioni, analizzare la realtà, provare a raccontarla; magari in maniera un po’ diversa da come appare ai più.
Uso con proprietà la d eufonica, padroneggio la parentetica, le coordinate, i periodi ipotetici. Amo i paradossi, provoco con caustico (ma leggero) sarcasmo. I più non se ne avvedono, quelli cui capita si offendono. Scrivo leggero, sempre più leggero con il trascorrere degli anni; accorcio le frasi, le semplifico. Mi piace come scrivo pur se conosco i miei limiti: non sarò mai un premio Nobel per la Letteratura (e comunque ho scritto una dozzina di libri, nel tentativo fino a oggi vano di pubblicarne uno capace davvero di affascinare un qualche lettore).
Se proprio vi ho incuriosito, vi suggerirei di leggermi ne “I Napoletani che hanno fatto grandi i Borbone”, lo trovate sul sito dell’Editore Rogiosi. E’ l’ultimo libro che ho scritto (2021) ed esalta “i primati” del Regno delle Due Sicilie. Senza nostalgie borboniche ma anche senza trascurare il fatto che, proprio in quel periodo, un numero molto alto di studiosi, artisti, avvocati, architetti, musicisti, matematici, astronomi, artigiani, imprenditori, medici, ha affollato Napoli e il Mezzogiorno d’Italia per alcune generazioni. Persone spesso provenienti da famiglie agiate ma a volte anche ‘dal popolo’ hanno avuto l’aspirazione e la capacità di emergere nei loro campi di attività e di farsi valere e apprezzare ovunque, sovente contesi dalle corti di mezza Europa. Conoscere queste storie mi ha aiutato a comprendere qualche cosa di non banale sulle “origini”, prima di tutto le mie.
Sono specializzato in ricerche internet. Se qualcosa esiste da qualche parte nel web, magari ben nascosta in una biblioteca, che sia in Germania o negli Usa, la trovo. La paragono con altre della stessa natura, trovo le discordanze, gli errori, gli equivoci. Elaboro quindi nuove teorie, la più appagante delle quali è stata scovare l’origine del mio cognome, scorrendo online, per settimane l’archivio nazionale di Napoli (che non è digitalizzato e che però ha i libri dello stato civile fotografati pagina per pagina, dal 1800) fino a trovare che un certo giorno del marzo 1843 una capa fresca di nome Gennaro Mastrota, faenzaro, (cioè: vasaio) da un anno scarso sposato con Nicoletta Miceli, se ne andò all’anagrafe a denunciare la nascita del primogenito, Vincenzo, accompagnato da due barbieri come testimoni. Che sia stato per l’ora tarda (erano le 18,30, scrisse l’addetto all’anagrafe) o magari perché, per allegria, prima di passare per quell’ufficio lo sconclusionato terzetto si era fermato in qualche bettola a bere vino scadente, con Gennaro presentatosi al banco un po’ bleso, anziché Mastrota l’addetto scrisse Mastromo.
Amo anche fotografare, cantare, recitare in teatro e fare tante altre cose. In realtà ho sempre fotografato, fin da quando ero ragazzo. Con la fotografia, però, ho un rapporto ambiguo, mi piace solo se è altro dalla realtà. Se dobbiamo fotografare la realtà, no grazie; meglio godersela in diretta, senza la mediazione della camera. Esaspero quindi i colori, modifico le linee cadenti, scelgo dettagli, particolari, sguardi. Mi piacerebbe fotografare persone, i loro occhi, le labbra, quel che c’è dietro quell’atteggiamento che si chiama espressione. L’anima, diciamo. Forse un giorno ci riuscirò (“Mi guardi con simpatia”, diceva Bob De Masi, nello studio a via Bausan a centocinquanta metri da via Caracciolo, quando, ragazzino, dovevo farmi la foto per la carta d’identità).
Napoli. Sono stato fortunato a essere nato là. Fortunato a essermene andato, fortunato a poterci tornare di quando in quando. Scendere a piedi via Posillipo in una sera d’estate, e guardare in basso lì dove il mare luccica, è esperienza estatica. A Napoli ho imparato a guidare. A Marrakesh chiesi a un taxista di condurmi in agenzia, per ritirare l’auto che avevo prenotato. Lui disse “attento che qua c’è un brutto traffico, guidano malissimo”. “Tranquillo, amico – gli dissi – ho imparato a guidare a Napoli”.
Da una diecina di anni canto in coro (adesso nel Coro Zenzero di Milano). Canto da Tenore, anche se naturalmente sarei un baritono (ma le partiture per baritono sono davvero poche). E cantare, alla fin fine, è la cosa che mi piace di più. Perdersi nella melodia che ti avvolge, con la musica dal vivo davanti o accanto a te, dopo mesi di prove, riconoscere durante il concerto le singole voci dei coristi della tua sezione, avvertire le sbavature (quello entra prima, l’altro sbaglia una nota) è, vi assicuro, esperienza estatica. (Provare per credere: venite a cantare con noi).
Anche danzare mi piace. Solo balli popolari, però. Mi piacciono le melodie balcaniche, quelle israeliane; meno quelle italiane. Balli in linea, balli in cerchio, balli in coppia. Ballare come si faceva una volta, nelle piazze dei paesi, quando sfiorare la mano di una ragazza durante la sagra era l’unico modo per avvicinarla, sognarla, desiderarla. Ballare per imitazione, osservando gli altri anche se è la prima volta che provi una danza: prima o poi, vedrai, verrà giusta.
Perché vi racconto queste cose? Perché questo sito parte dai glicini di Milano ma poi, in prospettiva, si allargherà, abbracciando la fotografia, le danze, il canto, i viaggi, le relazioni, l’amicizia. Persino il Teatro (sì, mi potreste trovare nella programmazione del Teatro Kolbe di Milano oppure, addirittura, potreste venirmi a vedere nello spettacolo Chi è il vero italiano? al Piccolo di Milano il 16 settembre). Magari occorrerà un po’ di tempo ma penso che un po’ alla volta ce la farò.