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Ricordati, Barbara

 

Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
et tu marchais souriante
epanouie ravie ruisselante
sous la pluie.

Il presidente Mattarella sotto la pioggia

Eppure si sarebbe potuto prevedere; anzi, qualcuno lo aveva decisamente previsto. Ma tutti i Big, con il testa l’ex presidente Hollande, avevano giurato di avere in tasca la previsione giusta: non ci sarebbe stata pioggia.
L’organizzazione, al contrario, lo aveva previsto. Ma troppo tardi. Il direttore artistico Thomas Jolly e il direttore del comitato organizzatore Tony Estanguet avevano annullato la conferenza stampa del mattino proprio per convocare una riunione di emergenza. Ma era tardi per attivare un “piano B” che non esisteva; che potesse piovere era stato neppure preso in considerazione.


Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti”
per la gente bagnata, per gli Dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi
(Fabrizio De André, Marcia nuziale)

La sfilata della squadra italiana


 

E cosi sotto una impietosa pioggia incessante sono sfilati sui bateaux-mouches, lungo la Senna, festanti grondanti sorridenti sereni rapiti, gli atleti. Duecentoquattro delegazioni su 205, visto che la squadra degli atleti neutrali individuali (Ain), composta da atleti russi e bielorussi, non è stata invitata alla sfilata. Anzi, questi ultimi (trentadue atleti, diciassette uomini e quindici donne) non si sono potuti iscrivere liberamente alla competizione bensì sono stati “selezionati” in base al gradimento del Cio – che non avrebbe certo potuto prendere una decisione del genere; che sarebbe spettata, semmai, alle autorità politiche; atleti che, nel caso vincessero qualche gara, saliranno sul podio senza la loro bandiera e al suono dell’inno olimpico. Alla faccia di De Coubertin.

Scrive Aldo Cazzullo sul Corriere: “Olimpia torna a Parigi dopo cento anni, nella città del barone de Coubertin che l’ha reinventata dopo quasi due millenni, oggi accusato di misoginia. Un presidente indebolito, Emmanuel Macron, accoglie una first lady al passo d’addio, Jill Biden. Gli ucraini evitano i russi — “per noi sono trasparenti” —; gli israeliani – fischiati – scortati dal Mossad e le iraniane velate si guardano di sottecchi da un bateau-mouche all’altro; il Telegraph di Londra scrive che i Giochi sono lo specchio rotto di un mondo a pezzi”.

Celine Dion

A terra, lungo le sponde, andava in onda lo “spettacolo”. Fantastico per alcuni, kitsch per altri. Dal mio punto di vista si è trattato di una evidente iperbole travestita da politicamente corretto elevato a potenza. Provocatorio, certamente, ma con l’occhio alla convenienza: le Drag queen hanno potuto sedere al tavolo de L’ultima cena perchè (cosa che è accaduta) tutt’al più i vescovi cattolici avrebbero protestato. Dopo il Bataclan e Charlie hebdo, meglio lasciar perdere gli integralisti islamici. E quindi, ecco la donna barbuta, i saltimbanchi, i rapper con i pantaloni a zampa di elefante, gli armocromisti scatenati. Accanto al can-can, alle paillettes, accanto a egregie cantanti (Celine Dion sopra di tutte), balletti circensi travestiti da proposta sociale. Insopportabile secondo alcuni, moderna secondo altri.
Ha spiccato su questo mare un po’ banale, un po’ provinciale nel suo ammiccare a un politicamente corretto decisamente forzato, l’intermezzo con la delegazione di rifugiati, condotta dall’egregio Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati; ma poi siamo ricaduti nella banalità.

Banalità negli interventi di Tony Estanguet, tre volte campione Olimpico e presidente del Comitato Organizzatore di Parigi 2024; banalità nel discorsetto del presidente del Cio, Thomas Bach, inevitabilmente conclusa con Vive Paris, vive la France!

Banalità nella presenza di un Emmanuel Macron illividito, fischiato, che si guardava intorno spaventato, forse nel timore che potesse toccargli, a pochi giorni di distanza, il trattamento toccato a Donald Trump a Butler, Pennsylvania. Sul presidente francese ha scritto ancora Ado Cazzullo: “La sua ostinazione di voler tenere la cerimonia in città ha creato gravi disagi ai parigini, senza dare in cambio vere emozioni a turisti e telespettatori. Lui è rimasto all’asciutto mentre i colleghi stranieri fuggivano o si beccavano la pioggia. Ha pronunciato la formula di apertura dei Giochi in fretta e in sussurri, per evitare i fischi che già si sentivano“.

Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
cagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella.

Patetico, infine, l’autoreferenziale arrivo non di corsa bensì al passo, degli ultimi tedofori che dalla Pyramide du Louvre hanno ingrossato una schiera che diventava fiume sotto la pioggia. Patetico il povero Carles Coste, centenario, ex pistard francese, il più vecchio medagliato olimpico vivente, che in carrozzina, paziente e forse immemore inzuppato di pioggia, ha aspettato che qualcuno gli mettesse fra le mani la fiaccola ardente di Olimpia, prima che questa passasse poi – omaggio ad Alexandre Dumas padre – ai quattro moschettieri Carl Lewis, Nadia Comaneci, Serena Williams (94,6 milioni di dollari vinti in carriera) e Rafa Nadal (131 milioni di dollari).

L’Olimpiade dei ricchi in una Francia squassata dalle disuguaglianze e dalla povertà è stata l’evidenza più brutta di questa cerimonia, alla faccia di De Coubertin. Voleva forse essere un atto liberatorio, anche una sfida, risultata però grottesca, con 110 mila agenti e soldati armati di tutto punto, con i tiratori scelti pronti a intervenire. Vabbè, portare lo spettacolo da uno stadio all’intera città è stato, come si dice, “sfidante”. Ma, anche questo si dice, The show must go on.

Qualcuno, piccato, ha voluto “difendere Parigi”; ha voluto vedere nelle critiche alla cerimonia, nell’analisi spietata di una organizzazione troppo “politicamente corretta” per essere vera e spontanea, dove i protagonisti – gli atleti – sono letteralmente scomparsi, una ingiustizia verso una delle più splendide città del mondo. Ma non è questa la chiave per leggere la povertà della cerimonia inaugurale della XXXIII Olimpiade, Non nel giudizio sula maestosa illuminazione o sulla varietà dei costumi o sulle voci celestiali di Celine Dion o di Lady Gaga.

Soldati a guardia dell’Olimpiade

La bandiera olimpica issata sul pennone capovolta, o l’aver indicato la Corea del sud come “Repubblica Popolare Democratica di Corea”, che è il nome ufficiale della Corea del Nord (cosa che ha provocato l’indignata protesta dell’ambasciata di Seul a Parigi) sono errori spiacevoli, ma veniali. E dunque qua non si discute certo di Parigi (che, naturalmente, è una lontana parente di quella della Belle époque) ma dei messaggi che sono giunti al mondo da questa cittadella assediata, con i treni veloci oggetto di attentati, con gli attivisti per il clima incollati sulla pista dell’aeroporto di Francoforte, con due guerre guerreggiate in Europa e nel Mediterraneo, con il tutti contro tutti che è ormai la cifra politica dell’Europa, e principalmente della Francia. Non si discute dell’enigmatico Cavaliere mascherato sotto la pioggia (un po’ Samarcanda, oh oh cavallo, un po’ don Quijote un po’ Star wars) ma del fatto che, questa di Parigi 2024, potrebbe essere l’ultima olimpiade della storia. I segnali, in questa rappresentazione, si sono visti tutti.

C’est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n’est même plus l’orage
de fer d’acier de sang
Tout simplement des nuages
qui crèvent comme des chiens
des chiens qui disparaissent
au fil de l’eau sur Brest
et vont pourrir au loin
au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.

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Libertas, que sera

 

Libertas, que sera tamen respexit inertem candidior postquam tondenti barba cadebat”. (Virgilio, prima bucolica)

La prenderò molto alla larga e quindi anticipo la domanda conclusiva: che cosa ci guadagniamo dalla nostra “libertà di”?
Fra Titiro e Melibeo, i due personaggi del componimento poetico di Virgilio citato nel distico introduttivo, si svolge un dialogo drammatico, attualissimo sebbene avvenga fra il 42 e il 39 avanti Cristo. Melibeo sta abbandonando le sue terre, espropriate dallo Stato che intende assegnarle ai veterani della guerra civile (dice amaramente: “Un empio avrà questi campi così ben curati a maggese, e un barbaro il raccolto? Ah, fin dove la discordia ha reso miseri i cittadini! Per questa gente abbiamo seminato i campi!”). Titiro, al contrario, ha saputo muoversi nei meandri della burocrazia. Dice “Io credevo scioccamente che la città di Roma fosse simile alla nostra, ma sbagliavo: non sapevo distinguere fra le cose piccole e quelle grandi”. E quindi il buon Titiro va a Roma, trova “un protettore” e se ne torna con la promessa che potrà mantenere la propria terra e le sue cose. Non sappiamo cosa Titiro abbia pagato in cambio di questa “raccomandazione”. Fatto sta che adesso la sua vita è cambiata. “Ma perché sei andato a Roma”? gli chiede l’amico sorpreso e incuriosito. E la risposta è lapidaria: “Mi ha mosso la ricerca della libertà; anche se l’ho scoperta tardivamente, mano a mano che, radendomi, vedevo i peli della mia barba cadere sempre più bianchi”.
Molte parole mutano significato con il trascorrere del tempo; sospinte – nella percezione collettiva – dalla situazione storica, sociale, anche personale. Libertà è una di queste. Quando ero ragazzo, e andavo alle manifestazioni, il concetto di Libertà era chiaro: libertà dalla fame e dal bisogno. Gli slogan della classe operaia erano “pane e lavoro”. Rivoluzionari, per l’epoca.
Oggi siamo passati dalla libertà da alla libertà di. Libertà di esprimersi, di criticare, di mostrare il proprio io senza veli, censure, reticenze. Anche la parola è mutata; adesso la libertà di accoglie tutti questi concetti e li unifica in un unico termine: diritti.
Gerarchicamente, la libertà di viene dopo la libertà da. Ne è una evoluzione. E non a caso, risolto lo Statuto dei lavoratori (20 maggio 1970) ecco le grandi battaglie sociali per il divorzio (1 dicembre 1970) e l’aborto (1978).
La forbice, però, da almeno un paio di decenni si va allargando: la libertà di è diventata talmente preponderante da giustificare qualsiasi cosa, perfino l’abbandono della lotta per la libertà da, che è ben lungi dall’essere terminata. Abbiamo il 7,5% dei lavoratori disoccupati (i giovani sono al 21%), 5,8% al nord e 15,9% al sud. Il lavoro per i giovani? Un disastro, per via della mancata corrispondenza fra domanda e offerta e di una normativa che incentiva lo svilimento del lavoro. Nel 2020 i giovani Neet del Mezzogiorno (Neet sta per Not [engaged] in Education, Employment or Training, cioè persone che non studiano, non lavorano né ricevono una formazione) corrispondevano al 36% di tutti i giovani del Sud, come dire che, al Sud, oltre un giovane su 3 non studia, non si forma e non lavora.
Pochi giorni fa a Nuoro una dipendente di una impresa di pulizie – incinta – è stata licenziata “per giusta causa” dopo aver inviato alla datrice di lavoro il certificato di malattia per maternità a rischio. E il licenziamento le è stato comunicato – come ormai si usa – via WhatsApp. Episodi del genere, di disprezzo per le persone in nome dell’arricchimento, sono quotidiani.
Si tratta di un sacrificio che il sistema chiede per poter garantire, in nome dell’efficienza, un più diffuso e generalizzato benessere? Molto difficile sostenerlo.
L’ultimo rapporto della Caritas, Povertà ed esclusione sociale in Italia, rilancia la fotografia di un Paese con 5 milioni 674 mila poveri assoluti, pari al 9,7% della popolazione e, complessivamente, di 14 milioni 304mila persone, il 24,4% della popolazione totale, a rischio povertà ed esclusione sociale. Gente che fatica a portare il cibo in tavola in un contesto nel quale i figli non hanno prospettive migliori dei padri. “L’Italia – sottolinea il rapporto – è il Paese in Europa in cui la trasmissione inter-generazionale delle condizioni di vita sfavorevoli risulta più intensa. Chi nasce povero molto probabilmente lo rimarrà anche da adulto. Questo costituisce un’alterazione dei principi di uguaglianza su cui si fondano le nostre democrazie occidentali. Rispetto a questo punto perde anche la nostra Costituzione repubblicana, e in particolare l’articolo 3, che continua a restare inapplicato”.
La stessa sprezzante e predatoria organizzazione si trova sul lavoro, quando c’è. Nel 2023 appena trascorso si sono registrati 1041 morti sul lavoro, 2,85 al giorno; accompagnati – da anni – dalla solita ipocrita lagna del “mai più morti sul lavoro”.
Titiro è grato al suo mentore “in onore del quale per dodici giorni i nostri altari fumano. Lui per primo mi diede risposta: ‘’pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros” [O schiavi, pascolate le mandrie come prima, aggiogate i tori]. Puer si traduce principalmente come “ragazzo” ma presenta anche l’accezione di schiavo. E la prima definizione certamente non si addice al caso di Titiro, che è un vecchio.
Quindi, il buon Titiro ha ottenuto la sua libertà attraverso la sottomissione. Ha chiesto e ottenuto favori, e sarà eternamente riconoscente al suo “dominus”.
Arriviamo quindi al punto. Che, naturalmente, è punto politico. E attuale. Noi diamo per scontato che il sistema liberista sia il migliore. Chi non è liberista è sospetto (di comunismo, of course). E inoltre, perché non essere liberisti? Non ci elargisce forse a piene mani, questo sistema, tutte le opportunità di questo mondo, compresa quella – impagabile – di criticarlo (moderatamente; la censura avanza a grandi passi nell’Europa liberal. Il giocattolo è fragile e bisogna stare attenti a non romperlo) mentre ce ne serviamo?
Nella querelle fra l’Europa e l’”altro mondo” (Russia, Cina….), retto da poteri dispotici che i cittadini non possono mettere in discussione, quali sono – per la gente comune – i vantaggi della libertà di? Forse che in Russia e in Cina i bambini non giocano, le università non sfornano laureati capaci, non si fa ricerca ad altissimo livello, non si fa musica, cinema, letteratura, non si viaggia e non ci si relaziona? Dove nasce questa immagine di un mondo oscurantista solo perché non vi è consentito di criticare il potere? Il tasso di disoccupazione in questi paesi è la metà dell’Occidente, i morti sul lavoro sono inesistenti, il diritto all’istruzione e alla salute è garantito e incoraggiato. Quindi?
Ha sbagliato Titiro, nell’accettare di sottomettersi al suo dominus e di fare atti sacrificali in suo onore, in cambio di una vita felice, con la donna che ama, con la sua casa, i suoi campi e il suo gregge, con la libertà di suonare lo zufolo all’ombra di un ampio faggio? Pensateci; la risposta non può essere così scontata come chi detiene i fili della nostra economia vuole farci credere. Per secoli, quando il sistema di governo era la monarchia, a criticare e contestare il Re non ci si pensava nemmeno. Che esistesse un Re era un dato di fatto. Sta a vedere che anche noi, come dice Titiro, “non sappiamo distinguere fra le cose piccole e le cose grandi”.

 

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Gli inganni della beatificazione

 

I morti vanno sempre osannati, non è una novità. La pubblicistica del “muor giovane colui che al cielo è caro”, o quella de “sono sempre i migliori che se ne vanno” proviene dal senso di liberazione che, alla morte altrui, avvertiamo per lo scampato pericolo. Anche a Napoli durante le veglie funebri si diceva (non so se si usi ancora) “pace a lui, salute a noi”.
È il caso di Alexey Navalny. Come tutti sanno (e se non lo sanno possono benissimo informarsi) questo Navalny non era una bella figura. È stato apertamente nazionalista, razzista, xenofobo. Putiniano della prima ora, aveva detto peste e corna della Nato e osannato lo “zar” nell’agosto del 2008, quando la Russia aveva invaso la Georgia (che si era improvvidamente fidata delle promesse del summit Nato di Bucarest, quattro mesi prima, e aveva provato ad avviare uno scontro armato le cui conseguenze avrebbe poi pagato attraverso la perdita di alcuni territori). Contestato in Europa e negli Usa per questi atteggiamenti – che aveva successivamente abbandonato, per concentrarsi nelle critiche contro il regime di Mosca – non può essere certo additato come un campione di democrazia o liberismo. Una storia per molti versi parallela a quella di Yevgeny Prigozhin, dapprima fervido ammiratore, amico e braccio armato di Putin poi suo nemico giurato che addirittura organizza una marcia su e contro Mosca.
Assistere alla beatificazione di Navalny – personaggio assolutamente incompatibile con i “valori” (ammesso che esistano) dell’Occidente, della democrazia e del liberismo solo perché è morto in circostanze dubbie e discutibili –, “rilanciare” politicamente la moglie e collaboratrice Yulia Navalnaya, giungendo a suggerire di candidarla a cariche politiche importanti in Europa, è davvero troppo.
L’Europa come l’ha conosciuta la mia generazione – 75 anni di pace dopo la seconda guerra mondiale – non è l’Europa che la sua intera storia ci rivela. Da duemila anni Romani, Greci, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Spagnoli conquistavano armi in pugno il mondo conosciuto, mentre si massacravano fra di loro. Siamo andati a piedi in Tracia, in Illiria, in Africa, a sottomettere quelle popolazioni. Per due secoli, attraverso le Crociate, abbiamo depredato e sottomesso i popoli dei Balcani e della Terrasanta poi, con la scoperta dell’America, nei successivi due secoli Spagnoli e Portoghesi, Inglesi e Francesi, sono andati a sterminare le popolazioni native del continente americano e costruire là nuove giovani nazioni. Abbiamo provato a mettere in pratica principi democratici e repubblicani attraverso la Rivoluzione francese, e ci siamo trovati in pochi anni un Bonaparte che ha fatto guerra a tutti (ottanta battaglie in venti anni, con circa 5 milioni di vittime militari e civili). Poi, tutti insieme appassionatamente, abbiamo provato a sottomettere il mondo intero attraverso il Colonialismo. Quando questo modello ha accennato a indebolirsi, sempre l’Europa ha travolto e devastato il mondo con due guerre mondiali, in rapida successione, che hanno provocato molte decine di milioni di morti, dolore e distruzioni inenarrabili.
È vero, anche in Asia ci sono stati conflitti (fra Cina e Giappone, per esempio), anche in Africa, anche nel Medio Oriente, ma tranne che per il confronto sino-giapponese negli altri casi c’è sempre stato lo “zampino” dell’Occidente ricco, colto e ormai “pacificato”. Terminati i confronti di potere fra case regnanti, sono incominciati quelli per la ricerca delle materie prime, per le vie di transito dei commerci. E qui, complice la globalizzazione, il mondo occidentale si è ritrovato a combattere in prima fila.

L’Ucraina? La guerra l’ha perduta già da molti mesi, come era inevitabile (la recente falla di Avdiivka, con lo sfondamento delle linee difensive ucraine da parte delle truppe di Mosca, è comunque irrimediabile dal punto di vista strategico) ma i media e gli “opinionisti” occidentali provano a venderci l’idea che “si potrebbe ancora vincere”, se a Kiev arrivassero ancora munizioni, aerei, missili, carri armati. I mezzi di comunicazione europei danno conto ogni giorno delle tremende perdite umane dell’esercito russo ma non scrivono, se non a denti stretti, che Zelensky si trova a dover lanciare la leva obbligatoria perché l’esercito, oltre che di munizioni e di mezzi, è a corto anche di uomini. E anche questo, ovviamente, era inevitabile e prevedibile (Federazione russa 146 milioni di abitanti, Ucraina 43 milioni).
Serve a qualche cosa, questo immane sforzo bellico occidentale? Non serve a niente: la Russia, oberata dalle sanzioni (alcune delle quali vergognose, come sequestrare i conti correnti e i beni immobili di cittadini russi in occidente solo perché “amici di Putin”), in questi due anni ha sviluppato la propria economia mentre l’Europa arranca (la Germania è ufficialmente in recessione). Fino al 2022 non avevamo alcun conto aperto con la Russia; fiorivano i commerci, gli scambi umani e culturali. Putin era regolarmente ospite del G7, del G20 e degli altri consessi economici mondiali. Nel 2015 si era presentato al Palazzo di Vetro dell’Onu per parlare del comune futuro dell’umanità.
Eppure, abbiamo l’ardire di dire alle popolazioni europee “preparatevi, perché entro dieci anni la Russia potrebbe aggredire un Paese Nato, e allora bisognerà intervenire” (entro dieci anni, capite?); la Francia e l’Inghilterra stanno introducendo la leva obbligatoria, altri Paesi lo faranno a breve, soprattutto i baltici e i nordeuropei.
Sarebbe troppo facile, in questo contesto (come pure fanno alcuni) sospettare che l’elevatissima indignazione che ha improvvisamente unificato tutta la politica italiana ed europea in favore di Navalny serva a nascondere – più o meno consapevolmente – l’impotenza del mondo cosiddetto “libero e democratico” contro il massacro in corso in Palestina in questi mesi, con circa 15mila bambini ammazzati, donne e vecchi, intere cittadine distrutte. Assai più facile indignarsi per la morte equivoca di Alexey Navalny. In Palestina è in corso un deliberato genocidio – lo ha ratificato ufficialmente l’Assemblea dell’Onu – e la ferita del 7 ottobre – gravissima – non è motivazione sufficiente per la eliminazione di un intero popolo. Perché il mondo civile non si indigna per Julian Assange, che rischia di terminare la propria vita in un carcere duro americano per la sola colpa di avere rivelato al mondo (dati alla mano, non critiche, pareri o opinioni) le atrocità commesse dai soldati Usa nel mondo, in guerre provocate e giustificate attraverso consapevoli menzogne?
Se non riusciremo a comprendere che questa è la reale situazione del mondo, oggi, che queste sono le reali dinamiche e che queste levate di scudi sono solo pretesti per ottenere il nostro consenso “senza se e senza ma” (come si dice con espressione sciatta), una nuova grande guerra, con lutti e distruzioni immani, non ce la toglie nessuno. Forse noi la scamperemo, per via dell’età. Ma i nostri figli no, ne saranno coinvolti fin nelle viscere. E allora, altro che fiaccolate per Navalny; lottare per la giustizia, la democrazia, la libertà e la pace è tutt’altra cosa, e chi non lo capisce oggi sarà corresponsabile domani.
Allora, ecco la terribile domanda che periodicamente ritorna: “Ma voi dove eravate”? Dove eravate mentre il mondo intero si armava per combattere una guerra che non era la vostra, mentre vi chiedeva consensi in nome di quegli stessi principi che negli stessi giorni calpestava nelle fabbriche, sul lavoro, nella società? Dove eravate mentre vi chiedevano di urlare nelle piazze “democrazia in Russia!” e in quegli stessi parlamenti si bocciavano le leggi per il salario minimo garantito, per le categorie precarie, per le donne lavoratrici? Mentre i prezzi salivano e le famiglie non arrivavano a fine mese? Dove eravate?

 

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Troppi condizionali, troppi equivoci

Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg

Sfogliando i dizionari incorriamo in due differenti versioni/interpretazioni della parola delinquente. La prima (Treccani) dice che “delinquente” è “una persona che ha commesso un fatto previsto dalla legge come delitto; in senso più generico, chiunque abbia commesso reato”. D’altro canto il suffisso in ente si riferisce normalmente “a persone che svolgono l’attività o si trovano nella condizione espressa dal verbo (adolescente, agente, confidente, dipendente, consulente, corrente, esercente, parente, sorgente, supplente…)”. Quindi, sintetizzando, per essere un delinquente bisogna fare qualche cosa.
L’altra versione, più estesa, vuole che possa essere considerata “delinquente” una “persona malvagia e perversa, capace di compiere le azioni più basse e nefande; anche come appellativo ingiurioso”. In questo secondo caso si passa dal fare al poter fare, da un dato di fatto a una illazione. Chiunque “potrebbe uccidere” qualcuno, ma pochissimi lo fanno. Di conseguenza, posso considerare “delinquente” chiunque, secondo me, potrebbe compiere un’azione contro la legge, anche se al momento non l’ha ancora commessa. Così che potrei considerare “delinquente” qualunque persona che non mi andasse a genio, magari addirittura utilizzando questo appellativo come una vera e propria provocazione.
Questa dicotomia si ricava dalla lettura dei quotidiani italiani dell’11 febbraio. Il Corriere della sera riporta uno sfogo di Donald Trump nei confronti del leader di “un grande Paese europeo” [presumibilmente Olaf Scholtz], episodio reso noto da lui stesso durante un comizio in South Carolina. Come noto, una delle regole della Nato è quella che ciascun Paese aderente all’Alleanza destini almeno il 2% del Pil alla difesa. Alla domanda “In caso di aggressione voi ci aiutereste lo stesso, anche se non abbiamo pagato il dovuto?” l’ex presidente Usa avrebbe risposto: “Niente affatto; l’Unione europea deve agli Usa 400 milioni di dollari in mancati pagamenti, quindi se non pagate siete dei delinquenti, e la Russia di voi potrebbe fare quel che vuole”.
La seconda versione è quella che si ricava leggendo Il Messaggero, sempre dell’11 febbraio, dove vengono riportate alcune dichiarazioni di fonte Ue, tutte nella stessa direzione. Il ministro della difesa danese, Troels Lund Poulsen, ha dichiarato infatti in una intervista che la Russia “potrebbe attaccare un Paese della Nato entro tre o cinque anni”. Gli ha fatto eco immediatamente il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, il quale “ha affermato a gennaio che l’alleanza dovrebbe prepararsi ad un attacco russo contro un paese della Nato entro cinque-otto anni”. Naturalmente, non si è lasciato sfuggire l’occasione il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il quale ha messo le mani avanti spiegando che l’Occidente “deve prepararsi per un confronto che potrebbe durare decenni con la Russia”. Stoltemberg ha aggiunto che “se il presidente russo Vladimir Putin vincesse in Ucraina, non vi è alcuna garanzia che l’aggressione russa non si estenderà ad altri Paesi”.
Troppi condizionali, la puzza di bruciato è evidente a chiunque.
Non si capisce se questa operazione di comunicazione fra gli Stati Nato, evidentemente concertata, nasca da informazioni di intelligence che non sono state rese pubbliche – e quindi esista un allarme vero e attendibile di operazioni militari ostili – oppure faccia parte di quella illazione di cui si discorreva in apertura, a proposito del delinquente “capace di compiere le azioni più basse e nefande” (e che però non le ha ancora commesse, né è detto che mai le commetterà). Naturalmente il fatto che la Russia stia sviluppando il proprio armamentario è la conseguenza inevitabile del fatto che si trova in guerra, così come lo sta sviluppando l’Ucraina; anzi, proprio l’andamento della guerra in Ucraina – dove la Russia da due anni sta riversando un assai consistente sforzo bellico senza ancora aver raggiunto i propri obiettivi – sembrerebbe escludere la capacità russa di attaccare altri Paesi (oltre che la sua volontà o il suo interesse a farlo, come ha appena dichiarato Vladimir Putin in una intervista al giornalista americano Tucker Carlson). Si tratta quindi di capire se questo confronto fra delinquenti veri o presunti rientri nel gioco delle parti (compresa la campagna elettorale per le presidenziali Usa), oppure se i brontolii del mondo, arrivati ormai alle porte dell’Europa, una Europa sempre più incerta sul suo destino sociale e politico, finiranno per coinvolgerci direttamente.