Pubblicato il Lascia un commento

La Spagna di Sánchez dopo il “no” a Trump

La recente presa di posizione del Presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, a proposito del coinvolgimento della Spagna nella guerra di Israele e Usa contro l’Iran, ha sollevato un ampio dibattito. Non è la prima volta che si crea un conflitto sulla sovranità fra un Paese europeo e gli Usa. Il precedente più noto riguarda la cosiddetta “crisi di Sigonella”, fra il 10 e l’11 ottobre 1985, quando il premier italiano, Bettino Craxi, ordinò ai carabinieri di stanza in quella base Nato e alla Vigilanza Aeronautica Militare (Vam) di intervenire per evitare che i terroristi che avevano assaltato la nave Achille Lauro e ucciso un cittadino americano (Leon Klinghoffer) e che erano stati catturati, venissero prelevati dall’aereo che li trasportava in Italia dall’Egitto (e che era stato intercettato dall’aviazione statunitense) e fossero consegnati agli Stati uniti. In quell’occasione si rischiò addirittura uno scontro armato, visto che i carabinieri, per impedire che i terroristi fossero presi in carico dalle forze armate statunitensi, circondarono non solo l’aereo ma anche i soldati Usa che a loro volta lo avevano circondato. L’Italia non intendeva concedere l’impunità ai terroristi ma Craxi pretese che i terroristi fossero processati dalla giustizia italiana, poiché i reati erano stati commessi su una nave battente bandiera italiana, riaffermando con ciò l’indipendenza e la sovranità del Paese. Questo non significò allora – come il gesto di Sánchez non significa adesso – una “rottura” fra Italia e Usa, bensì una valida e coraggiosa rivendicazione che le regole del diritto internazionale vanno rispettate, anche e soprattutto fra alleati.

L’evento odierno ha portato nuovamente alla ribalta la Spagna (dopo il rifiuto di Madrid di aderire alla richiesta Usa di portare le spese militari al 5% del Pil) come Paese alleato però “autonomo” rispetto agli Stati Uniti. Può essere quindi l’occasione per proporre un’analisi della situazione della Spagna di oggi, e di Pedro Sánchez in particolare.
Abbiamo vissuto per anni la Spagna come un Paese europeo sottosviluppato. Effettivamente, la sua economia è rimasta “povera” a lungo. Tuttavia, dopo la pandemia di Covid, mentre il resto dell’Europa entrava in crisi, la Spagna ha avviato una fase di sviluppo che dura tuttora, confermandosi come una delle locomotive della zona euro. Nel 2024 il Pil è cresciuto del 3,2%, una performance circa quattro volte superiore alla media dell’Unione Europea; nel 2025 la crescita è stata del 2,7% (media Ue = 1,6%) e per il 2026 le previsioni dicono che l’economia spagnola crescerà almeno fino al 2% (media Ue attesa = 1,2%). Cifre e andamenti inimmaginabili per il resto dei Paesi europei che, se non sono proprio in recessione, poco ci manca. E non solo dei Paesi europei; secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il Pil pro capite spagnolo ha superato simbolicamente quello del Giappone.
Negli ultimi anni la politica economica di Madrid si è incernierata sulla crescita del potere d’acquisto della popolazione. Il governo, per esempio, ha recentemente approvato un aumento del salario minimo per il 2026, portandolo a 1.221 euro mensili (per 14 mensilità). L’altro pilastro sul quale sta volando l’economia spagnola è il turismo, un settore che rappresenta circa il 15-16% del PIL nazionale. Secondo le stime del World Travel & Tourism Council (Wttc), il contributo totale del comparto dovrebbe aver superato i 260 miliardi di euro nel corso del 2025. Alcuni numeri al riguardo: 1) la Spagna ha quasi raggiunto la soglia dei 100 milioni di visitatori annui, confermandosi come una delle principali potenze turistiche mondiali insieme a Francia e Stati Uniti. Nei periodi di picco (come agosto 2025), le entrate turistiche mensili hanno superato i 13 miliardi di euro. Anche perché, accanto al classico “turismo balneare”, la Spagna ha saputo ben diversificare con gli aspetti culturali; oggi le città spagnole (+58% nel 2025) sono visitate almeno come le famose località di mare, mentre il settore della gastronomia ha fatto segnare un ulteriore balzo, crescendo addirittura del 60%. Nel confronto internazionale la Spagna ha da poco superato l’Italia in termini di valore complessivo generato dal turismo, con Madrid che si è affermata come una nuova capitale del lusso e dello shopping.
Naturalmente ogni successo, soprattutto se di queste dimensioni, provoca reazioni negative. L’overtourism, fenomeno ben conosciuto in Italia, si è palesato soprattutto in Spagna, con significative azioni di protesta dei residenti di alcune delle località più esposte al massiccio arrivo di turisti internazionali. Non si tratta di xenofobia ma di interessi: la grande affluenza di turisti ha provocato e provoca, per legge economica, un aumento del costo della vita e un aumento – spesso significativo – dei prezzi degli affitti. Ne sa qualche cosa il vicino Portogallo il quale – dopo aver attirato in gran numero, attraverso la detassazione delle pensioni, anziani benestanti (oggi i residenti italiani iscritti all’Aire nel Paese lusitano sono 34mila) – è stato costretto a fare precipitosa marcia indietro, proprio a motivo delle forti proteste dei propri cittadini.
Di conseguenza, anche la Spagna di Sánchez si trova in una situazione di equilibrio precario: l’economia tira, il turismo si espande, il benessere cresce e con esso le caratteristiche che solitamente si accompagnano a questa dinamica. La prima è la disoccupazione, che rimane alta (10,4%, il tasso più elevato dell’Ue) anche se in leggero calo tendenziale. La seconda è il costo della vita, che cresce con l’accresciuto benessere generale, rappresentando una sfida per il potere d’acquisto delle famiglie.
A livello politico in Spagna si assiste a una forte polarizzazione (non bisogna dimenticare che, per la Spagna, la polarizzazione di posizioni politiche fortemente contrapposte è una costante storica; non a caso il Paese nel secolo scorso è stato teatro della più sanguinosa guerra civile europea). Il sostegno personale al Premier ha registrato una lieve ripresa all’inizio dell’anno mentre il suo partito (il Psoe) affronta una pressione crescente dalle opposizioni di destra.
L’ultimo sondaggio YouGov (gennaio-marzo 2026) relativo agli indici di popolarità e di gradimento dice che il 34% degli spagnoli ha un’opinione favorevole di Sánchez (in aumento di 4 punti rispetto a dicembre); nel confronto con altri Leader a Sánchez tocca l’indice di gradimento più alto (38,7%), più che Alberto Núñez Feijóo (Pp) e Santiago Abascal (Vox). E tuttavia, nonostante una evidente tenuta del premier, il suo partito è sceso intorno al 26,5% delle preferenze, il livello più basso dalle elezioni generali del 2023, tanto che attualmente il blocco di centro-destra (PP e Vox) viene dato dai sondaggi come potenzialmente in grado di raggiungere una maggioranza parlamentare se si votasse oggi. Pietra dello scandalo è stata la recente regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati – fortemente voluta da Sánchez – che è stata letta come una mossa per stimolare la crescita del Pil ma al tempo stesso ha alimentato le polemiche da parte di Vox e del Partito Popolare, storicamente contrari all’immigrazione. E anche l’ultima sortita sull’utilizzo delle basi Usa sul territorio spagnolo nell’occasione della guerra in Iran ha provocato encomi nell’opinione pubblica però anche proteste di chi vede in questo atteggiamento dei rischi per il commercio internazionale, per quanto il 70% dell’export spagnolo si diriga, in ordine, verso Francia, Germania, Italia, Portogallo e Regno unito e le esportazioni di Madrid verso gli Usa rappresentino oggi solo il 4,3% dell’export complessivo e siano in calo da alcuni anni (nel 2025 la Spagna ha registrato una riduzione del 17% dei volumi di merce spediti verso gli Stati uniti).
Un trattato a parte meriterebbe l’aspro confronto fra la Spagna e lo Stato di Israele, cui qui accenno per sommi capi. In termini diplomatici, la Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele solo il 17 gennaio 1986, ultimo fra i paesi dell’Europa occidentale; passo compiuto anche dietro la “forzatura” della Comunità economica europea, che aveva posto a Madrid l’instaurazione di relazioni diplomatiche con Israele come una delle condizioni necessarie affinché il Paese potesse entrare nella Cee (precorritrice dell’Unione Europea). Nel maggio 2024 la Spagna ha compiuto un altro passo diplomatico significativo riconoscendo ufficialmente lo Stato di Palestina.
Molti analisti affermano che la Spagna a lungo non riconobbe Israele per mantenere legami privilegiati con le nazioni arabe e garantire l’approvvigionamento di petrolio, ma si tratta di una semplificazione. Il “rancore” fra la Spagna e gli ebrei è ben più antico, risale al 31 marzo 1492: mentre Cristoforo Colombo si preparava a salpare per le Indie i “Re cattolici” (Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona) cugini sposatisi senza la necessaria dispensa papale, dopo aver completato la Reconquista con la caduta di Granada sottratta ai mori, emanarono l’editto di espulsione degli Ebrei.
La Gerush Sefarad, fu un evento epocale che segnò la fine di millecinquecento anni di presenza ebraica nella penisola iberica. L’editto stabiliva che potevano restare in Spagna solo coloro che accettavano di convertirsi al cristianesimo. Chi partiva non poteva portare con sé oro, argento, monete o armi, il che li costrinse a svendere i propri beni a prezzi irrisori, provocando una spoliazione che ha pochi uguali nella storia d’Europa. Si stima che tra i 150mila e i 200mila ebrei abbiano lasciato la Spagna in pochi mesi, dando origine alla diaspora dei Sefarditi (da Sefarad, Spagna in ebraico). Solo nel 2015 la Spagna ha approvato una legge per riconoscere il diritto alla cittadinanza spagnola agli eredi degli ebrei espulsi, come gesto di riparazione storica per gli eventi del 1492.
Come si vede, le cause profonde dei conflitti attuali non sempre dipendono dall’attualità; nei confronti fra Paesi agiscono forze storiche, sociali e persino psicologiche che indirizzano l’azione dei Governi. Molto più radicate e profonde di quanto il confronto politico attuale possa far apparire.

 

Pubblicato il 1 commento

Dietro la crisi della Germania

Che la Germania stia cercando di mettere in piedi una potente macchina bellica per far fronte alla tremenda crisi industriale che sta attraversando è un dato di fatto. Al momento, i governanti di Berlino non hanno trovato di meglio. Il fatto è che la situazione precipita; a dicembre 2025, per esempio, le richieste di fallimento sono aumentate in maniera impressionante (+15,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). L’agenzia di credito Creditreform riferisce che in Germania il numero totale di insolvenze aziendali ha raggiunto nel 2025 la quota di 23.900, il livello più alto dal 2014. Altri istituti, come l’Iwh di Halle, parlano addirittura del dato più alto dal 2005. I settori più colpiti, come noto, sono quello dei trasporti e della logistica. Elementi costitutivi di questa vera e propria “tempesta perfetta” (che solo 4 o 5 anni fa mai avremmo potuto immaginare per la “locomotiva d’Europa) sono gli alti costi energetici, una burocrazia asfissiante (anche questo: chi l’avrebbe detto?), tassi di interesse elevati e soprattutto la fine dei sussidi post-pandemia, che avevano portato un po’ di ossigeno nelle casse di molte aziende già in difficoltà sul mercato ma che, al tempo stesso, le avevano “drogate”. I fallimenti di questi mesi hanno messo a rischio circa 285.000 posti di lavoro nel solo 2025. La Camera di Commercio Tedesca (Dihk) ha lanciato l’allarme, sottolineando come si registrino nuovi record di chiusure mese dopo mese.
Effettivamente in Germania è proprio per il mercato del lavoro che si nutrono grandi preoccupazioni Secondo gli ultimi dati dell’agenzia Federale del Lavoro (Ba) a dicembre 2025 il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,3%, con un aumento dello 0,3% e un sondaggio dell’Istituto dell’Economia Tedesca (Iw) rivela che un’azienda su tre prevede ulteriori tagli al personale nel corso del 2026 a causa dell’aumento dei costi e della debolezza delle esportazioni.
Piuttosto problematico è quello che viene chiamato il paradosso della carenza di manodopera: nonostante l’aumento dei disoccupati, la Germania continua a soffrire di un cronico deficit di lavoratori qualificati; chi viene licenziato da settori in crisi (come l’automotive), per esempio, spesso non possiede le competenze richieste dai settori in crescita. Di conseguenza la disoccupazione non sta esplodendo come i fallimenti, ma il mercato del lavoro ha perso la sua tradizionale dinamicità e si prevede un 2026 difficile con nuovi tagli in vista.
Il presidente dell’Associazione Federale dell’Industria tedesca (Bdi), Peter Leibinger, ha appena sostenuto che “la Germania sta vivendo la sua peggiore crisi dalla fine della Seconda guerra mondiale e la sua concorrenzialità è in caduta libera. Non si tratta solo di calo economico, ma di un declino strutturale”. Dal canto sui Volker Treier, responsabile del commercio estero della Dihk, ha appena stigmatizzato “il forte calo delle esportazioni tedesche, per decenni il vero motore del Paese”.
Ma non si può parlare di crisi solo in termini “aritmetici”, guardando ai numeri come se non avessero anima. Ce l’hanno. Il discorso ha un senso solo se si analizzano le cause profonde di ciò che accade. E la prima causa – questa è cosa di dominio comune – è il sabotaggio del gasdotto russo (NordStream) che ha bloccato rifornimenti di gas fondamentali per l’industria tedesca e per l’Europa in generale. Semplicemente, le aziende tedesche non sono in grado di lavorare con i prezzi attuali dell’energia.
E qui solo degli sprovveduti possono voltare la testa dall’altra parte. Se non si comprendono i motivi profondi, geopolitici, di ciò che accade nel mondo si finisce sempre e comunque a galleggiare sulle proprie passioni e sui propri pregiudizi. Dopo i primi giorni dal sabotaggio del NordStream – per cui l’intelligence britannica aveva provato a convincere i media europei della responsabilità di Mosca, che si sarebbe “autosabotata” per mettere in cattiva luce l’Ucraina – oggi in molti hanno la quasi-certezza che l’operazione sia stata effettuata da un commando di guastatori ucraini.
Si tratta di una visione suggestiva però assai probabilmente, almeno in parte, sbagliata. Per compiere una operazione di sabotaggio come quella effettuata il 26 settembre 2022 non basta un commando di sub decisi e bene addestrati; occorrono droni, rilevazioni satellitari, dati di intelligence assai sofisticati. Che l’Ucraina, da sola, a settembre 2022 disponesse di simili competenze, è lecito dubitare. Assai più probabile un intervento di “veri specialisti”, facenti parte di una struttura almeno para-governativa, che avesse tempo, modo, risorse e coperture per effettuare un simile lavoro. Si parla, naturalmente, della Cia, probabilmente con l’appoggio dell’intelligence britannica.
Lo scopo? Lo vediamo oggi, ce l’abbiamo davanti agli occhi. Il lavoro è perfettamente riuscito. Lo scopo era quello di convertire il cuore pulsante dell’Europa – la Germania –, distruggere le sue produzioni elitarie (l’automotive), e trasformare questa economia in economia di guerra, da usare contro la Russia. In questa chiave che va letto il piano “Rearm Europe”, che ha incominciato a stanziare una enormità di denaro per l’industria bellica continentale. La quale – questo sia detto chiaramente – sarà realizzata in concreto sul territorio della Germania e però sarà saldamente in mano, a livello di capitale, alle oligarchie anglosassoni.
Utilizzare l’Europa come arma da guerra per distruggere in un colpo solo l’Europa e la Russia è chiaramente un capolavoro della geopolitica anglosassone. E poco importa che il progetto sia stato avviato con l’Amministrazione Biden. I potentati economici che stanno dietro ai Presidenti, le forze economiche che intendono governare il mondo, sempre quelle sono. Da tempo immemorabile. Per l’Italia da piazza Fontana (la bomba che fece cessare il “sessantotto”) e dal rapimento Moro, un evento del quale – con le Brigate Rosse come esecutori materiali – è sempre più chiara la mano della Cia, dei Servizi segreti italiani, di organizzazioni paramilitari come Gladio (si veda la splendida ricostruzione che ne ha fatto il regista Renzo Martinelli con il film Piazza delle cinque lune, nel 2003). Lo scopo era – e anche questo riuscì in pieno – impedire l’arrivo del Pci al governo di un Paese come l’Italia, che nello scacchiere ipotizzato dagli Usa e dalla Cia, mai avrebbe dovuto cadere in mano ai “comunisti”.
Leggere e comprendere la storia aiuta, anche se la storia per così dire ufficiale, quella dei documenti “visibili” e noti, queste cose non le racconta. Ormai dovrebbe essere chiaro anche ai più riottosi che da Yalta in avanti (l’accordo di facciata) l’Occidente non ha mai smesso di combattere “i comunismi”, siano essi in Russia e in Cina ma anche nei singoli Paesi europei come a Cuba, in Venezuela, in Brasile, in Cile…
In Europa “la linea rossa” è rappresentata dall’Ucraina. Un Paese che sin dalla sua nascita (1991) è stato gestito dall’Occidente come bastione dal quale scagliare l’attacco decisivo alla Russia. Gli elementi c’erano tutti, a partire da un odio atavico fra i due popoli (che poi, paradossalmente, sono un unico popolo), risalente ai tempi di Stalin, proseguendo per una divisione abbastanza netta della popolazione fra una fazione mai rassegnata al distacco dalla Russia e un’altra piena di rancore e di livore verso “i comunisti” (si veda la strage di Odessa, 2 maggio 2014). E così, mentre in Ucraina molti attendono con ansia la “occidentalizzazione” (almeno attraverso l’ingresso nell’Unione europea), la realtà è che l’intera Europa potrebbe andare verso “l’ucrainizzazione”, con uno stato di guerra più o meno formalmente dichiarato, con la formazione di un potente esercito continentale – e chi si opporrà sarà chiamato traditore o disfattista –, con truppe europee sul suolo ucraino a combattere contro l’esercito russo. Gli Stati Uniti? Si sfileranno al momento opportuno. Non è la prima volta che Donald Trump dice: “Potrei uscire dalla Nato”, e la crisi groenlandese (scontro fra Usa e Nato) potrebbe rappresentare la volta buona.
Ecco perché – tornando alla casella “via” come al gioco Monopoli – alla crisi industriale e sociale della Germania non può che seguire il riarmo. E al riarmo non può che seguire la guerra. La catena è unica, ed è sempre la stessa.

Pubblicato il 1 commento

Ucraina: la guerra sta per finire?

 

 

In diplomazia, per ottenere risultati, bisogna fare ogni volta dei passi avanti. Magari lenti, però sempre nella stessa direzione. L’oggetto del contendere, nella guerra fra Russia e Ucraina, è noto: l’Ucraina, lo Stato nato dalla dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, non era una “Nazione”, per dirla con Giorgia Meloni. Una parte consistente del territorio e della popolazione era e si sentiva russa e a questa nascita di uno Stato indipendente, slegato dalla lingua, dalle tradizioni e dai valori della Russia, guardava con sospetto, se non proprio con ostilità. Inutile rivangare il passato, la politica non è stata all’altezza della sfida. Anche in Italia abbiamo tenuto insieme Siciliani e Friulani, non si capisce perché questa operazione di amalgama civile, storico e sociale non fosse possibile in Ucraina. Esistono interpretazioni diverse, di segno diametralmente opposto, ed è perfettamente inutile ricordarle. Sta di fatto che, oggi, la frattura è insanabile: gli “Ucraini dell’est” non possono più stare insieme con quelli dell’ovest, dopo trent’anni di contenziosi e quasi dodici di guerra aperta. Questa dovrebbe essere la base per qualunque trattativa. Chi pensa che sia possibile restituire a Kiev – in qualunque modo – i quattro oblast (regioni) di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, non capisce né di storia né di diplomazia.
Quando i Russi sostengono che, per arrivare alla cessazione delle ostilità, bisogna risalire alle “cause profonde” del conflitto, dicono proprio questo. Nessuna reale pace sarà mai possibile se non sarà accolta la visione di una Ucraina amputata di quei territori che nella realtà sociale, politica, economica, non sono mai stati suoi. E chi blatera di diritto internazionale violato – e da questa impostazione fa discendere la continuazione ad oltranza di una guerra terribile e sanguinosa – sa benissimo che questa espressione è la foglia di fico dietro la quale si cela tutt’altro, l’incapacità di quanti da trent’anni soffiano sul fuoco perché non intendono accettare la realtà di una Russia che, dopo la terribile crisi della fine dell’Urss e del comunismo, è rinata. E oggi è uno dei Paesi che, al mondo, hanno più territorio, più risorse naturali e anche maggiori prospettive di sviluppo.
Ora l’Occidente ha avviato una fase di riarmo, improvvisamente avvertendo la propria fragilità militare. Effettivamente la guerra era stata bandita dall’Europa per decenni. Vuoi perché un lungo sviluppo economico aveva sostituito quello militare come strumento di potere, vuoi perché le imprese belliche dell’Europa e dell’Occidente, che pure ci sono state in questo periodo (Libia, Serbia, Africa, Medio Oriente, Asia), avevano sempre esportato la guerra, lasciando ai cittadini occidentali la falsa idea di un mondo finalmente pacificato. La caduta del muro di Berlino, con la presunta “fine della storia”, aveva assestato un impulso decisivo a questa narrazione. In parallelo, l‘evoluzione della società civile e l’integrazione europea avevano invitato molti a desistere da quelle che apparivano “spese improduttive” in campo militare (servizio di leva obbligatorio, produzione di armamenti, gestione di arsenali).
Adesso, invece, esiste finalmente il nemico, e diventa opportuno – se non indispensabile – armarsi, naturalmente “per difendersi” dalle preannunciate “invasioni”. Ma, ohibò, non sappiamo dove e come il perfido Putin attaccherà. Alcuni dicono nelle Repubbliche baltiche, altri in Finlandia. Secondo qualcuno la prossima vittima sarà la Polonia, ma qualcun altro opta per le fragili repubbliche di Romania e Moldova, per non dire di chi pensa che il prossimo avversario potrebbe essere addirittura la Germania. L’unica cosa che appare graniticamente certa è che la Russia, comunque, “attaccherà”. Né si sa quando;  secondo alcuni “analisti”, la Russia potrebbe “attaccare” entro 3-5 anni, altri si spingono a considerare periodi anche più lunghi, magari dieci anni.  I media occidentali, oltrepassando il ridicolo, vedono “nemici russi” in qualunque cosa che accade. Dopo l’isteria dei droni che hanno spadroneggiato nel nord Europa per un paio di settimane (ma non ne è stato abbattuto nemmeno uno, quindi nessuno può sapere da dove provenissero e perché) oggi (26 ottobre), il Corriere riporta: “L’aeroporto di Vilnius è stato chiuso a causa di palloni meteorologici entrati nello spazio aereo provenienti dalla vicina Bielorussia; la Lituania ha dichiarato che i palloni sarebbero inviati da contrabbandieri di sigarette, ma accusa anche il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, stretto alleato di Vladimir Putin, di non fare nulla per fermare la pratica”. E così anche i contrabbandieri di sigarette sarebbero una perfida arma a disposizione dell’Armata Rossa.
Dopo lo sfogo di Donald Trump (“Vedrò Putin solo dopo che ci sarà un accordo di pace”) scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere: “Ora il fattore tempo gioca contro la Russia”. Ma è completamente falso: mentre l’Occidente si prepara a dotarsi di un armamentario che – se tutto andrà bene – sarà disponibile fra tre anni, Mosca ha appena varato Burevesnik, il missile a trazione nucleare che nei test ha volato per 14mila chilometri in 15 ore, tre volte la velocità del suono, un vettore di bombe atomiche in grado di cambiare imprevedibilmente direzione, velocità e altitudine così da non poter essere intercettato dai più moderni sistemi di difesa aerea di cui oggi possa disporre qualunque Paese occidentale, Usa compresi.
Parallelamente nelle ultime due settimane, dopo martellanti bombardamenti che hanno distrutto gran parte dei sistemi di comando Nato sul territorio dell’Ucraina, gran parte delle infrastrutture energetiche e delle reti di distribuzione dell’energia del Paese, e dopo che tutti i media occidentali si erano affannati a spiegare, con fior di calcoli e di sofisticatissime considerazioni, che l’avanzata russa nel Donbass stava rallentando, da una settimana (ottobre 2025) l’avanzata russa è ripresa con un vigore e una velocità inimmaginabili dall’inizio dell’”operazione militare speciale”. Da sud (Kerson) al centro (Dnipro) al nord (Charkiv) del Donbass le truppe di Mosca hanno accerchiato migliaia di soldati di Kiev proprio nelle roccaforti che questi consideravano inespugnabili, dopo aver tagliato loro i collegamenti e i rifornimenti. A questi soldati non resterà che arrendersi o morire ma ormai le “zone grigie” create dai militari di Mosca (aree a ridosso della prima linea dove il controllo aereo dei Russi è totale, che non possono essere attraversate senza essere intercettati) sono dappertutto, i militari che cercano di scappare non hanno scampo.
Molti osservatori pensano che sarà un inverno molto difficile per gli ucraini; senza luce, senza riscaldamento, senza acqua (i sistemi di sollevamento dell’acqua in Ucraina, fermi al tempo dell’Urss, non funzionano in assenza di energia); ma nessuno vuol vedere ciò che sta accadendo nella realtà, che la guerra finirà prima dell’inverno, perché le capacità di resistenza ucraine sono ormai di poche settimane.
Ecco qualche dato che non leggerete sui media occidentali, incominciando dal numero dei morti. Come noto, in questo campo tutti la sparano grossa. È propaganda per intimorire il nemico. Gli Ucraini sono arrivati a “valutare” in circa due milioni, fra morti e feriti, le perdite russe dall’inizio della guerra. Dal canto suo James Carden, ex consigliere del Dipartimento di Stato statunitense, uno che ben difficilmente si potrebbe immaginare succube della propaganda del Cremlino, in un’intervista a Sky news Australia, giusto pochi giorni fa ha rovesciato la narrazione dei media e politici occidentali, parlando di oltre 797 mila caduti ucraini e più di 14.500 prigionieri.
Ma esistono anche dati obiettivi, che vanno al di là della propaganda. Per esempio la Croce Rossa, incaricata di gestire i numerosi scambi di cadaveri che ci sono stati in questi anni fra le parti opposte, segnala che dall’inizio del conflitto sono stati restituiti dai Russi 12.389 caduti ucraini mentre ai Russi sono stati restituiti i corpi di 317 militari caduti. Abbiamo un rapporto di un russo caduto contro 39 ucraini. Anche ammettendo che esista una disparità di comportamento fra chi attacca (i Russi) e chi difende (gli Ucraini), con questi ultimi che tendono a lasciare sul campo di battaglia i loro morti mentre i Russi attaccanti recuperano i loro mano a mano che avanzano, è evidente che la disparità rimane enorme.
Ragionamenti simili è possibile fare per le diserzioni. La procura generale di Kiev da gennaio ad agosto 2025 ha registrato 142.711 procedimenti penali per abbandono non autorizzato della propria unità (articolo 407 del c.p.) e diserzione (art. 408), oltre il doppio rispetto ai due anni di guerra trascorsi. Dall’invasione del 24 febbraio 2022 a oggi siamo a un totale di 265.843 procedimenti per i due capi d’accusa. E questo comportamento dei soldati ucraini spiega bene ciò che sta avvenendo sul campo di battaglia e perché mai il governo di Kiev debba per forza ricorrere alla mobilitazione forzata, con l’arresto per strada degli uomini in età di andare al fronte (e con le donne che si oppongono a questo tipo di “reclutamento” aggredendo i poliziotti che eseguono gli arresti).
Una situazione che definire drammatica è ancora poca cosa. Il rifiuto degli Ucraini di combattere non è “paura” bensì conoscenza della realtà. Come scrive Milena Gabanelli sulla Dataroom del Corriere il 22 ottobre, “Secondo l’ong ucraina ProtezHub, citata dal Wall Street Journal, a inizio 2023 si stimavano tra 20.000 e 50.000 amputati. Il medico militare Denys Surkov parlava di 50.000, mentre l’ex calciatore Andriy Shevchenko (storico campione del Milan), oggi consigliere di Zelensky e presidente dell’associazione che promuove l’integrazione sociale dei mutilati attraverso il calcio, parlando ad un evento pubblico, ha indicato in oltre 100.000 le persone che hanno perso un arto, in gran parte soldati”.
Chiunque, come me, abbia amici in Ucraina e interloquisca con loro, sa bene che il “panorama sociale”, oggi nel Paese, è ampiamente segnato dalla realtà – visibile – di queste decine di migliaia di persone che camminano per le strade cittadine con le stampelle, o che indossano protesi. Di conseguenza, oggi l’Ucraina è diventata il più grande mercato di protesi al mondo. Un trend che proseguirà per molti anni anche dopo la guerra, visto che migliaia e migliaia di mine sono tuttora disseminate nei campi e lungo le strade. Nessun sistema sanitario al mondo era preparato a prestare la propria opera nei confronti di un così enorme numero di amputati, non esiste un numero sufficiente di medici e chirurghi specializzati in grado di intervenire quotidianamente su numeri così alti. Per non dire dei costi: una protesi di qualità costa fra i 20 e i 25mila euro e lo Stato ucraino ha, sì, disposto finanziamenti fino a 25mila euro per ogni soldato colpito ma nella realtà questi soldi non esistono, il Paese è alla bancarotta e i rimborsi per le protesi sono problematici.
Nel frattempo l’Ucraina si spopola. Secondo il sito internet del ministero italiano del Lavoro e delle Politiche sociali, a tutt’oggi i cittadini andati via dall’Ucraina per sfuggire alla guerra sono oltre 4,2 milioni, che vivono nell’Ue con lo status di protezione temporanea (dato Eurostat, l’ufficio europeo di statistica). Quasi il 27% di queste persone si trova in Germania, il 23,3% in Polonia. In Italia gli Ucraini rifugiati sono circa 170 mila. E non si tratta solo di donne e bambini, visto che gli uomini sono il 22,7% del totale. E questi sono numeri minimi, giacché molti degli Ucraini scappati restano in clandestinità, per non essere rintracciati e spediti al fronte. Nella realtà, secondo il sito Trading Economics, l’Ucraina aveva 41,2 milioni di abitanti nel 2022, e ne avrà 34,50 entro la fine del 2025, con una perdita secca di oltre 6 milioni di abitanti. D’altro canto è noto che le guardie di frontiera ucraine arrestano ogni giorno decine di persone che, lungo i confini con la Romania, la Polonia e la Slovacchia, cercano di scappare verso ovest, in parte per ricongiungersi alle famiglie e comunque sempre per sfuggire alla leva ed evitare di essere mandati al fronte a morire. Un fenomeno talmente diffuso che in parecchi Paesi europei – soprattutto i Baltici ma anche in Italia – molti ucraini non possono rinnovare il passaporto perché, se si recano negli uffici consolari del loro paese, se lo vedono sequestrare in quanto “renitenti alla leva, se non proprio disertori (e comunque “traditori del loro Paese”)”.
I dati nudi e crudi, quindi, dicono che la guerra è persa da tempo, che l’Ucraina è allo stremo, un Paese per ricostruire il quale dopo la guerra occorreranno non meno di quindici anni, con una intera generazione distrutta, così che la “ripresa” – quando e come si paleserà – avrà le sue belle gatte da pelare.
In questo quadro complessivo risulta del tutto incomprensibile (e comunque moralmente ingiustificabile) – dal mio punto di vista – l’appoggio economico e militare che tanti Paesi stanno continuando a fornire al signor Zelensky, anziché indurlo a più miti consigli. La possibilità di vincere la guerra non esiste, quella di “riconquistare” il Donbass nemmeno. Così che questa continua richiesta di “cessate il fuoco” suona quantomeno patetica. A quale scopo la Russia dovrebbe “cessare il fuoco”? Per dare al governo di Kiev modo di riarmarsi e di riprendere i combattimenti con maggior vigore? Assurdo solo pensarlo; a ogni momento utile Zelensky dichiara: “Non cederemo mai un metro del nostro Paese”. Nonostante che il 20% di quella che fu l’Ucraina sia ormai perduto. E allora? Quale trattativa si può fare in queste condizioni? Già papa Francesco, a suo tempo, aveva segnalato l’utilità di una resa dignitosa, aprendo il campo alla ricostruzione del tessuto umano, civile ed economico del Paese. Per fortuna, questo è il mio parere, siamo assai vicini alla fine di questa così vasta e dolorosa distruzione. E non ho alcun dubbio che “la pace” non potrà essere siglata e gestita dagli stessi Paesi (o dalle medesime autorità di questi Paesi) che per quasi quattro anni hanno pervicacemente puntato sulla soluzione militare.
Quindi, la fine della crisi ucraina non potrà che transitare attraverso due delicati passaggi: o una rivoluzione interna che defenestri Zelenzky, la vera anima nera di questo conflitto, e lo sostituisca con persone più inclini alla cessazione delle ostilità e ad accogliere lo stato di fatto; oppure un cambio di orientamento politico in Europa, che metta da parte i “belligeranti” (Starmer, Macron, Mertz, Von der Leyen) e offra spazio a forze nuove, che ambiscano non solo alla fine delle ostilità ma a una più generale pacificazione euro-asiatica, Russia compresa. Se non si seguirà uno di questi due percorsi sarà impossibile risolvere “la questione ucraina” senza che divenga la scintilla per una guerra globale. I cui esiti, purtroppo per noi, sarebbero già scritti.

 

Pubblicato il Lascia un commento

Elaborazione del lutto: si può uscirne?

In questi giorni in Italia si assiste alla elaborazione del lutto. Siamo soli alla mercè del nemico malvagio, gli alleati storici ci hanno voltato le spalle. Siamo costretti a difenderci, e lo faremo, perdiana, con le unghie e con i denti. Cortei con bandiere azzurre a stelle gialle percorrono le strade delle città, piccole e grandi, scandendo slogan: ridateci il sogno europeo! Mi viene in mente la disfatta di Caporetto; anche allora, nonostante la sconfitta militare non fosse fra le più sanguinose né fra le più umilianti della storia militare italiana, un intero popolo provò vergogna, rancore, disillusione. Il toponimo Caporetto è diventato sostantivo con il significato di rotta, disfatta. Riporta l’enciclopedia Treccani: “La rotta subita dalle truppe italiane provocò un vero e proprio trauma nell’immaginario collettivo e nella memoria storica del Paese”. Scrive lo storico Marco Cimmino: …Francesi, Tedeschi e numerosi altri popoli hanno subito gravi sconfitte militari ma “nessuno, però, percepì questi gravissimi rovesci come la metafora del crollo di un popolo: nessuna umiliazione venne assunta a simbolo di una debolezza intrinseca….. Solo Caporetto, da normale, per quanto grave, sconfitta, divenne una disfatta, nella mente degli Italiani”.
Potremmo utilizzare questi giorni, questo stato mentale, in un certo senso quest’angoscia e questo smarrimento, per capire che cosa sta accadendo nel mondo, per comprendere quale possa essere, nella nuova geopolitica che si va costruendo, il ruolo dei Paesi europei che, con espressione benevola, escono ridimensionati dalle vicende alle quali stiamo assistendo. Caduta e rinascita vanno sempre insieme, e questa sarebbe una splendida occasione – finalmente – per rinascere.
Come ho già avuto occasione di notare, il lavoro comune che stanno facendo Usa e Federazione russa ricorda un passaggio toccante del film di Garry Marshall del 1990, Pretty woman: un uomo d’affari senza scrupoli, Edward Lewis (Richard Geere), si batte senza esclusione di colpi con un concorrente, James Morse (Ralph Bellamy). Alla fine della vicenda – che probabilmente parecchi ricordano perché il film è ormai classificato fra quelli cult – il signor Lewis cambia strategia: al posto di uno spietato conflitto economico e finanziario per la supremazia, si offrirà di cooperare con il suo concorrente. Dopo un emozionante faccia a faccia i due convocano i rispettivi staff. Al suo collaboratore più stretto che gli chiede “che cosa succede”? James Morse risponde: “Succede che il signor Lewis e io costruiremo navi insieme; grandi e magnifiche navi”.
Non c’è dubbio che Trump e Putin, in queste ore, stiano progettando di costruire “grandi e magnifiche navi”, lavorando sulle comuni opportunità e sforzandosi di appianare, per quanto possibile, le divergenze (in questo senso può essere letta la recente intervista a Sergej Lavrov, il potente ministro degli Esteri della Federazione russa). In altri momenti storici ci sarebbero da fare salti di gioia: un avvenimento più importante e più promettente della caduta del muro di Berlino! Qualunque organizzazione, qualunque Paese, in un simile contesto proverebbe a balzare su questo carro che si avvia e che, se ben gestito, promette pace e prosperità.
Ma niente. Dietro il mantra “Putin aggressore” l’Europa non solo non arretra ma rilancia: faremo da soli. Bisogna “fermare Putin”, non importa se Putin non ci abbia fatto niente di male, se in verità siamo stati noi, a più riprese, a provare ad aggredire e depredare la Russia. Non importa se il conflitto russo-ucraino ha radici antiche, che non coinvolgono l’Europa, che in casi come questi qualunque tribunale opterebbe per un concorso di colpa (… “avete fatto qualche cosa per impedire l’aggressione, voi? Non è che, con un po’ di buona volontà, si sarebbe potuto evitare tutto questo scempio”?). Non importa se la situazione sul campo di battaglia sia lapalissiana, che sia ovvio anche ai più sprovveduti in politica internazionale che mai più il Donbass tornerà sotto la sovranità di Kiev (e d’altro canto, quanti Paesi al mondo hanno oggi gli stessi confini di duecento anni fa?), e non importa se ogni giorno che passa muoiono inutilmente tante persone.
L’Ucraina ci aveva provato; aprile 2022, Istanbul. Con la mediazione di Erdogan l’accordo era stato raggiunto. Come ormai storicamente acclarato, fu la telefonata di Boris Johnson a Zelensky, e poi il suo precipitoso viaggio a Kiev, a far saltare tutto. Un “leader” arrogante e incompetente, che più insignificante non si può nella storia dell’Inghilterra, è tuttavia stato sufficiente a far deflagrare questo massacro. Quando si dice: state attenti a chi votate.
Votiamo per un surplus di armamenti. Scioccamente. Per quale scopo? Per “difenderci” da un nemico che non ci sta aggredendo, solo perché qualcuno continua a dire “non mi fido di Putin” (in realtà ci ha provato a dirlo anche Vlodomyr Zelensky, e per questo è stato cacciato dalla Casa bianca). Dico, scioccamente. Ma lo sapete che, se davvero la cosiddetta Europa decidesse di fare la guerra alla Russia, per riconquistare il Donbass all’Ucraina o solo perché “non si fida” di un vicino ostile, basterebbero l’uno per cento delle seimila testate nucleari della Russia a distruggere in un paio di ore cinque dozzine delle più belle, grandi e prospere città d’Europa, cancellando la nostra magnifica e cocciuta civiltà dalla faccia di un pianeta che, per il resto, continuerà a crescere e svilupparsi?
Siamo, tutti, schiavi della nostra stessa arroganza. Ci siamo ficcati in questo cul de sac con ingenua, imperdonabile leggerezza. Ci è parso che bastasse dire “con l’Ucraina fino alla vittoria” per veder capitolare uno degli eserciti più forti e potenti del mondo. E oggi che (da tempo) la vicenda militare è ormai conclusa e che – semplicemente – l’Ucraina è stata sconfitta nonostante tutti i suoi alleati convinti di possedere il Verbo, la Verità, la Giustizia, il Diritto, non sappiamo più come uscirne. Ci muoviamo freneticamente, istericamente. E il nuovo corso di Washington ci ha dato il colpo di grazia. In una sola giornata (4 marzo) Donald Trump ha sospeso gli aiuti statunitensi all’Ucraina e imposto pesanti dazi commerciali, fra gli altri, anche all’Europa.
Uppercut che fanno male, però ce li siamo meritati.
Macron e Starmer si sono appena contraddetti a vicenda sulla presunta “tregua di un mese”, prima smentendo di avere mai concordato simile baggianata, poi cercando di accreditarsela. Macron?! Lo stesso che non riesce a mandare la polizia nelle banlieues di Parigi potrebbe mandare un esercito a “liberare” il Donbass? L’Europa; oggi la rivendichiamo a gran voce ma è tardi. La bellissima utopia di Altiero Spinelli è ormai morta, non rinascerà più. I treni della storia non passano mai due volte.

Scriveva Umberto Eco su Repubblica il 31 maggio 2003 (ventidue anni fa!): “L’Europa avrà l’energia per proporsi come Terzo Polo tra gli Stati Uniti e l’Oriente (vedremo se l’Oriente sarà Pechino o, chi sa mai, Tokyo o Singapore)? Per proporsi come terzo polo l’Europa ha una sola possibilità. Dopo aver realizzato l’unità doganale e monetaria dovrà avere una propria politica estera unificata e un proprio sistema di difesa – anche minimo, visto che non è tra le possibilità ragionevoli che l’Europa debba invadere la Cina o combattere con gli Stati Uniti – sufficiente a permetterle una politica di difesa e di pronto intervento che la Nato non può ormai assicurare. Potranno i governi europei arrivare a siglare tali accordi? Le più ragionevoli previsioni che si possono fare suggeriscono che sarebbe impossibile realizzare subito questo fine con una Europa allargata, che comprenda Estonia e Turchia, Polonia e, magari un giorno, Russia. Ma il progetto potrebbe interessare il nucleo dei paesi che hanno dato origine all’Unione Europea. Se da quel nucleo partisse una proposta, a poco a poco altri Stati (forse) si allineerebbero. Utopia? Ma, come ragionevolezza insegna, utopia resa indispensabile dal nuovo assetto degli equilibri mondiali”.
In questi giorni la storia corre più veloce della cronaca, il che sarebbe un paradosso. Ciò nonostante è vero: nel tempo che impieghiamo per scrivere un commento a quel che accade la situazione è già mutata. Oggi, 5 marzo 2025, Vlodomyr Zelensky fa ammenda, si rammarica per l’”incidente” della Camera ovale e dice testualmente: “È deplorevole che sia andata in questo modo. È tempo di sistemare le cose. Vorremmo che la cooperazione e la comunicazione future fossero costruttive. Il mio team ed io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del presidente Trump per ottenere una pace duratura”.
Naturalmente tutti, me compreso, plaudono alla svolta. Però, ragazzi, ma davvero “non vi fidate” di Putin che da quindici anni dice sempre le stesse cose, e vi fidate di questo giocoliere che cambia atteggiamento ogni settimana, secondo convenienza, secondo quanto lo spingano i suoi cosiddetti alleati?
Ma andiamo avanti. Poiché tutte le guerre del passato sono sempre finite, è probabile che anche questa fra Russia e Ucraina avrà termine. Peccato per il milione di persone morte inutilmente, per le immani distruzioni, per i lutti e i rancori. E tuttavia andare avanti è un imperativo. Oggi la palla è nel campo dell’Europa, che è chiamata a decidere che cosa farà da grande. I primi segnali, diciamolo subito, non sono buoni. Indebitare un intero continente per 800 miliardi (ma forse più) per acquistare armi non può essere chiamato “difesa”. Fra le prime cose che Donald Trump ha dichiarato all’inizio di questa fase di disgelo con Mosca c’è un lavoro comune per la riduzione degli armamenti. Come sembrerebbe ovvio, visto che per far crescere qualsiasi economia è necessario investire in sanità, ricerca, istruzione, territorio, ambiente. Ciò nonostante la Ue bellicista di Von der Leyen, cocciutamente, a dispetto del fatto che un “piano di pace” sia ormai avviato, non rinuncia a mostrare i muscoli sul “riarmo”. Per fortuna dell’Italia, dopo le opposizioni storiche alla guerra (M5S e Avs) alla linea della pacificazione sembra associarsi finalmente anche il Pd di Elly Shlein che, dopo lungo (e colpevole) atteggiamento opposto in materia (anche lei ha sostenuto per mesi la necessità di “sostenere l’Ucraina fino alla vittoria”, anche quando questa frase non aveva più alcun significato), dichiara finalmente: “Quella presentata da Von der Leyen non è la strada che serve all’Europa; all’Unione europea serve la difesa comune, non il riarmo nazionale”.
E il governo? Latita, secondo convenienza, secondo l’italico costume; aspettiamo a vedere chi prevarrà, per poterci associare e alla fine intestarci il solito “io l’avevo detto”. Ma guardate che è proprio questo atteggiamento furbesco che bisognerebbe cambiare; se proprio ci interessa la scelta fra l’avere un futuro ed essere relegati ai margini della storia.

Pubblicato il Lascia un commento

Che cosa insegna il caso del Sarto Veloce

 

I due concerti a San Siro della trentaquattrenne star americana Taylor Swift (nome che in italiano significa “sarto veloce”) hanno creato un piccolo pandemonio in città e non solo. Gli eventi di Milano si collocano all’interno di un incredibile show mondiale composto da 155 eventi in un anno nei cinque continenti che già oggi, a pochi mesi dall’inizio, si segnala come il più ricco show di tutti i tempi.
Un evento, quello di Milano, che non è il più grande show italiano (130 mila spettatori nei due tour del 13 e 14 luglio; contro i 220 mila spettatori in una sola sera di Vasco Rossi al Modena Park nel 2017) ma che, per l’eco mediatica che ha ricevuto, è diventato una sorta di cartina di tornasole del nuovo turismo, dei nuovi eventi, nel modo di muoversi e di divertirsi dei giovani nel Terzo Millennio.
Discorso molto complicato. Ma si può provare a scomporlo. Abbiamo chiari i pro e i contro. Fra i primi: il prestigio di Milano e il business che l’evento genera per la città. Il primo è indiscutibile; dal 2015 (Expo) il capoluogo lombardo è balzato all’onore delle cronache come città turistica, un aspetto che ha ormai sostituito il ruolo primigenio di città industriale (anni Settanta), e quello successivo (anni Novanta), di città del business. Oggi Milano rimane (moderatamente) industriale e rimane città del business finanziario, però quest’ultimo è diventato immateriale, così che la finanza di Milano non è un luogo fisico bensì virtuale, i cui proventi vengono da piazze, iniziative e soggetti collocati altrove nel mondo.
Per quel che concerne il business, i due concerti di Taylor Swift hanno messo in moto calcoli anche complessi. Certamente genererà ricchezza per il territorio. Ma ne siamo poi certi? E di quanta ricchezza stiamo parlando?
In un servizio trasmesso al telegiornale nei giorni precedenti l’evento, due ragazze americane affermavano di essere venute a Milano perché, a conti fatti, avrebbero speso meno che all’evento di New York. Ma queste turiste porteranno davvero risorse e ricchezza alla città? Per quello che concerne i voli NON utilizzeranno vettori italiani; per il costo del biglietto, questo andrà in massima parte agli organizzatori, che NON sono italiani; anche il ricchissimo merchandising – realizzato dalla stessa società che gestisce l’evento della cantante – porterà risorse fuori da Milano, e non dentro Milano. Le persone che lavoreranno alla sicurezza, al montaggio del palco e in genere a tutti i servizi, sono tutti dipendenti di società di servizi, avrebbero ricevuto comunque uno stipendio. Come ho letto da qualche parte, anche i proventi di una CocaCola acquistata al bar finiranno in minima parte al barista e più che altro in una società la cui sede non è in Italia.
Certamente alcuni benefici economici ci saranno, inutile negarlo. Per esempio per gli alberghi e/o la miriade di airbnb presenti a Milano. E tuttavia, fanno notare gli esperti dell’economia dei grandi eventi, molti di questi introiti – per esempio quelli dei residenti a Milano e quelli dei turisti già presenti a Milano in questi due giorni – rappresentano quello che si chiama “effetto di sostituzione”: le persone che destineranno una certa somma per il concerto di Taylor Swift non spenderanno quella stessa somma per altre spese che, assai probabilmente, avrebbero comunque fatto (per esempio andare al ristorante, o in un locale, oppure acquistare capi di abbigliamento).
Questi già in parte sono aspetti negativi. Ma ce ne sono altri, che attengono alla macroeconomia. Situazioni estemporanee capaci di far lievitare i prezzi – come appunto i due concerti della Swift – non fanno lievitare i prezzi solo limitatamente alle persone che andranno al concerto; l’incremento dei prezzi, in casi come questo, è generalizzato. Con il risultato che le persone che già disponevano di una certa ricchezza (per esempio i proprietari di alloggi turistici) ricaveranno un sicuro vantaggio economico mentre – in città – le persone che già facevano fatica ad arrivare a fine mese, con i prezzi più alti scopriranno di essere ulteriormente impoveriti. Quando si dice che la moderna economia “liberista” aumenta le disuguaglianze si dice proprio questo.
Un esempio, ormai di scuola: una dozzina di anni fa il Portogallo provò a giocarsi la carta dei “pensionati ricchi”. Grazie all’accordo sulla doppia imposizione con il Governo italiano provò ad attirare pensionati benestanti nel Paese: avrebbero preso la residenza fiscale in Portogallo, e avrebbero ricevuto la pensione al lordo delle ritenute fiscali, come tutti coloro che producono reddito in altri Paesi e sono assoggettati al regime fiscale del paese. A queste persone il Governo di Lisbona chiedeva zero tasse. Voi capite che un alto dirigente d’azienda che vada in pensione con un lordo minimo di centomila euro, di fronte a un “regalo” stimabile in almeno il 35%, avrebbe avuto una enorme convenienza economica a trasferirsi in un Paese molto bello, amico, per giunta assai piùà economico rispetto all’Italia.
Per ottenere la residenza fiscale in Portogallo i pensionati italiani avrebbero dovuto dimostrare di avere la disponibilità di un’abitazione stabile. Anche volendo immaginare un affitto alto per il Portogallo, intorno agli 800 euro/mese, al pensionato sarebbe rimasto un tesoretto di almeno ventimila euro netti (ma in parecchi casi anche molto di più). Da spendere in bella vita.
Eppure non ha funzionato. Di fronte a una domanda drogata di questo tipo, le migliaia di abitazioni affittate dai pensionati italiani hanno determinato un aumento consistente e generalizzato dei canoni di affitto, con il conseguente impoverimento della popolazione locale. Cui si è aggiunto un forte malcontento sociale; i pensionati portoghesi (ma non solo i pensionati) hanno detto: “perché ai pensionati italiani si fanno ponti d’oro mentre noi paghiamo le tasse”? Come molti sapranno, l’esperimento è fallito, il Governo portoghese si è visto costretto a tornare sui suoi passi ed azzerare questa operazione che, anziché avvantaggiare il Paese, ha aumentato la povertà e il range sociale fra ricchi e poveri.
Un po’ come, in Italia, è accaduto con il Bonus 110%: a fronte del fatto che migliaia di proprietari hanno ristrutturato la casa senza spendere un soldo – e proprio per questo – i prezzi dell’edilizia sono schizzati alle stelle. Se un metro quadrato di facciata costava x euro nel 2020, oggi costa non il doppio ma sei-sette volte tanto (e naturalmente taccio sul fatto che i costi di questo vero e proprio voto di scambio fra il Governo e la popolazione si proietteranno per qualche decennio sulla società italiana).
Infine, bisognerà segnalare un ulteriore aspetto problematico: l’esplosione del turismo genera fenomeni socioeconomici devastanti. É di questi giorni (estate 2024) la notizia che l’inatteso numero di passeggeri sui treni e sugli aerei ha creato ondate di disservizi, con voli cancellati e ritardi spaventosi. Né si tratta solo di questo: a inizio primavera il Comune di Venezia ha introdotto il biglietto d’ingresso in centro per cercare di arginare la marea turistica (che porta reddito, ovviamente, ma che comporta enormi disagi per i residenti). Analoghe problematiche si registrano nelle altre grandi città e località turistiche. A Napoli – che fino a un paio di anni fa era l’unica città d’Italia il cui centro storico fosse ancora abitato da residenti – il boom del turismo è diventato enorme e devastante per l’intero tessuto socioeconomico. L’intero centro storico di Napoli è diventato una movida permanente, con i proprietari dei “bassi” che hanno sistemato alla bell’e meglio la propria abitazione per affittarla ai turisti (e loro dormono in macchina). Mentre tutt’intorno nelle strette viuzze improvvisati bar e ristoranti occupano l’intera carreggiata con i tavolini, mentre l’odore del fritto e dell’unto sale fino ai piani alti dei palazzi, anche in piena notte, insieme al vociare degli ospiti di tutto il mondo, entusiasti di tale originalità.
Che cosa c’entra tutto questo con il concerto di Taylor Swift? C’entra con il fatto che il tessuto sociale ed economico, soprattutto in occidente, sta cambiando rapidissimamente; e non c’è nessuno che mostri di accorgersene ed, eventualmente, di voler intervenire.

Pubblicato il Lascia un commento

La bandiera tedesca

 

In questa casa al numero 1 della Wenigenjenaer Ufen (piccola riva di Jena) fu fondata quella che vanta di essere una delle prime associazioni goliardiche al mondo. Erano gli anni immediatamente successivi al 1806, cioè all’anno in cui, grazie alla disfatta di Jena per mano di Napoleone Bonaparte, l’impero prussiano si era dissolto. In quegli anni le associazioni degli studenti universitari chiedevano a gran voce l’unità politica della Germania. Ma la Germania come Stato non esisteva: per secoli quei territori erano stati retti da centinaia di piccole e meno piccole conteee, adesso ridotte a 34 Staterelli i cui regnanti temevano la richiesta degli studenti come un pericolo mortale. Così la goliardia – nella prima metà dell’800 – era al tempo stesso una spensierata associazione giovanile e un’organizzazione patriottica.
Gli studenti di Jena, per la somma di questi due motivi, vollero dotarsi di un segno distintivo, una “bandiera” (non essendoci uno Stato nazionale non esisteva una “bandiera tedesca”) che li rendesse immediatamente riconoscibili. La prima coppia di colori fu “semplice”, dal loro punto di vista, dal momento che il passato glorioso cui si ispiravano nel loro sogno unitario era quello del Sacro Romano Impero, il cui simbolo era un’aquila nera su drappo giallo. Altri volevano far propri i colori dei “Lützowsche Freikorps”, cioè dei gruppi di volontari che combattevano la guerra di liberazione contro Napoleone, che avevano un vessillo a righe orizzontali nere e rosse. E la bandiera degli studenti di Jena divenne quindi la sintesi fra Carlo Magno e la guerra all’invasore: tre strisce orizzontali di colore (dal basso) giallo, rosso e nero (in realtà il colore in basso dapprima fu l’oro, che virò immediatamente al giallo quando si scoperse che il tessuto color oro aveva un costo esagerato). È questa la bandiera – rappresentata da uno stemma tricolore – che si ammira ancora oggi sulla facciata della vecchia sede della goliardia di Jena (diventata nel frattempo un ristorante vegetariano) e che nei giorni di festa sventola sul pennone collocato sul tetto.
Ma la bandiera (che le fonti più accreditate fanno risalire più o meno al 1810), faticò ad affermarsi.
Come si vede dal disegno di Erhard Joseph Brenzinger, che rappresenta il raduno degli studenti rivoluzionari e patriotici nel 1832, al castello di Hambach, i colori della bandiera sono, sì, il giallo, il rosso e il nero, però invertiti. Ma solo pochi anni dopo, come si vede dal quadro (di autore anonimo) rappresentante i moti di Berlino del 1848, i tre colori si invertono di nuovo: in basso il giallo, poi il rosso e il nero; e non c’è accordo, come mostra il dipinto, nemmeno se i tre colori dovessero andare in orizzontale o in verticale (e in ogni modo la rivoluzione di Berlino venne repressa e l’esposizione della bandiera da quel momento in poi fu vietata). E anche quando, nel 1871, nacque la Germania unita, i partiti che arrivarono al potere furono quelli che avevano soffocato la rivolta di Berlino, e non potevano certo assumerne il simbolo. La prima bandiera della Germania “restaurata” fu dunque nera-bianca-rossa, visto che bianco e nero erano i colori della Prussia e bianco e rosso i colori degli alleati della lega Anseatica. In pratica, l’unico colore eliminato fu il giallo (sostituito dal bianco).
Come mai allora, l’attuale bandiera della Germania è identica a quella di Jena? Perché il vecchio vessillo della goliardia venne ripristinato nel 1918, dopo la disfatta tedesca della prima guerra mondiale e l’avvento della Repubblica di Weimar. I democratici, infatti, pretesero che il vessillo nazionale della “nuova Germania” fosse proprio quello democratico e rivoluzionario del 1848.
Ma neppure questa volta le cose filarono lisce: non appena arrivato al potere Hitler, nel 1933, decise di abolire la vecchia “bandiera democratica”, sostituendola con quella con la croce uncinata in campo bianco su fondo rosso. Tuttavia, riuscì nell’impresa solo parzialmente: i reazionari con i quali era alleato nei primi anni pretesero di conservare il proprio vessillo, orgoglio della Nazione e quindi per un certo periodo le due bandiere vennero usate insieme, anche nelle cerimonie pubbliche. Almeno fino a quando (1935) Hitler assunse il potere assoluto e abolì l’uso della vecchia bandiera tricolore in favore del vessillo del Reich.
Dopo la seconda guerra mondiale la democrazia ripristinò il proprio simbolo ma a questo punto (1949) la Germania era divisa, ed entrambi gli Stati (La DDR, Deutsche Demokratische Republik/Repubblica Democratica Tedesca all’est e la BRD, Bundesrepublik Deutschland/Repubblica Federale della Germania all’Ovest) rivendicavano il medesimo vessillo nazionale. In mancanza di accordo la DDR, per differenziarsi e identificarsi nel proprio credo politico, inserì proprio al centro del tricolore giallo-rosso-nero una composizione grafica comprendente un martello (simbolo della classe operaia), un compasso (simbolo degli intellettuali) e due spighe a simboleggiare i contadini. E quindi fu solo dopo la riunificazione (1990), esattamente dopo 180 anni dalla sua nascita, che la bandiera dei goliardi di Jena riprese a rappresentare la Repubblica di Germania.