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L’ambiguo mondo delle profezie

 

Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.

Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere
(dalle Operette Morali)

Non sono affascinato proprio per niente dalle profezie. Mi sembrano retaggio di una cultura immaginifica e arcaica oggi superata. Non penso che si possa prevedere il futuro. Tendo a pensare che il futuro siamo noi a scriverlo, giorno dopo giorno, con le nostre azioni. Così che – dal momento che le azioni che ciascuno di noi compirà domani non sono oggi prevedibili – il futuro non è prevedibile. E non esiste. Tenderei piuttosto ad accreditare la tesi di Arthur Schopenhauer, con il passato e il futuro considerati vuoti e irreali come un sogno, mentre noi viviamo una esistenza in cui solo il presente è reale, sia pure instabile, tendente a scivolare continuamente nel nulla.
Ne ho sentite e viste molte, di profezie (sempre apocalittiche). Quando ero ragazzo si faceva un gran parlare dei tre pastorelli di Fatima, che in piena Prima guerra mondiale (1917) avevano avvertito il mondo su “tre segreti” e financo con la profezia consolatoria per eccellenza, “la Russia si convertirà”. Le mie zie, a Napoli, attendevano trepidanti il 1960, anno misterico nel quale ci sarebbe stata una “rivelazione” al riguardo (ma del 1960 io ricordo solo le Olimpiadi di Roma, con Livio Berruti medaglia d’Oro dei 200 metri piani). Ho visto i Testimoni di Geova salire sul Monte bianco in attesa dell’apocalisse (sempre 1960), impresa cui l’illustratore Walter Molino aveva dedicato perfino la copertina della Domenica del Corriere. Poi abbiamo avuto bachi del millennio, profezie Maja, inversione dei poli, cambio di rotazione della terra, tre giorni di buio, asteroidi cataclismatici…
Quando ero ragazzo andavano in voga le profezie di Nostradamus. Partivano dal Medioevo fin oltre l’anno tremila, parlavano di sangue, di sciagure, di invenzioni scientifiche… ma la verità è che – di queste profezie – non si capiva niente. Solo qualche sedicente studioso, riferendosi alla Kabala o ad altri fantasiosi sistemi di decrittazione, sosteneva che una certa quartina delle “centurie”, decenni o secoli dopo gli avvenimenti, avesse inteso dire una certa cosa. E naturalmente, sai che cosa ce ne facciamo, oggi, di qualcuno che – non senza voli pindarici e contorcimenti para-culturali – ci viene ad assicurare per esempio che a metà del 1500 Michel de Nostredame, nella novantasettesima quartina del sesto libro (o centuria) avesse predetto l’attentato alle Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001, quattrocentocinquanta anni più tardi?
Per non dire che i riferimenti asseriti sono sbagliati. La quartina citata dice infatti: “Cinque e quaranta gradi il cielo brucerà / fuoco si approssimerà sulla città nuova / nell’istante grande fiamma espanse brucerà / quando si vedrà dei Normanni fare l’esperimento”. Questo “fuoco che si approssimerà alla Città nuova” può naturalmente indicare New York, ma Città nuova è anche New Delhi, e lo è anche Napoli (Nea-polis). E la latitudine è comunque sbagliata: New York e Napoli si trovano rispettivamente a 40° 43’ e 40° 51’ gradi di parallelo. Per non dire che di questo “esperimento dei Normanni” nessun decrittatore di profezie ha saputo dare una concomitante spiegazione.
Analoghi dubbi provengono dalla ottantasettesima quartina della prima centuria: “Un terremoto di fuoco dal centro del mondo / farà tremare attorno alla Città Nuova / i due grandi blocchi lungo tempo guerra si faranno / quindi Aretusa di nuovo il fiume arrossirà”. Anche qua abbiamo un dramma su una “città nuova”, solo che qui compare Aretusa, ninfa e quindi creatura acquatica. Volendo forzare e attualizzare, potremmo immaginare che Europa e Russia (“due grandi blocchi”) si faranno la guerra e in questo contesto l’Inghilterra (Paese che siede sull’acqua) verrà devastata da armi nucleari? Anche in questo caso, non abbiamo altro che illazioni.
Ma torniamo a noi. Per decenni ho assistito alle lacrimazioni delle Madonne. La prima fu a Siracusa, nell’estate del 1953: la Madonna pianse e sul luogo dell’evento sorge oggi una grande chiesa, inaugurata da papa Giovanni Paolo II il 6 novembre 1994, ben quarantuno anni dopo. Nel frattempo, già nel giugno 1981 la Madonna era apparsa in un paesino della Bosnia-Erzegovina, Medjugorje, a sei giovani. Si era proclamata “regina della Pace” e aveva preso a lanciare messaggi di conversione, che durano tutt’ora. I sei ragazzi hanno oggi intorno ai sessant’anni, e continuano a vedere apparizioni e a ricevere messaggi. Ma quanta pace sia stata raggiunta in questi quarantaquattro anni, lo lascio valutare a voi che leggete. E comunque fra questi messaggi, stanno i “dieci segreti” che i ragazzi affermano di aver ricevuto dalla Madonna, che si riferiscono ad eventi futuri, e che saranno rivelati pochi giorni prima che accadano. Fra gli altri, abbiamo “un segno permanente, visibile e indistruttibile”, che apparirà sulla collina delle apparizioni come prova definitiva della presenza della Madonna. Futuro, sempre futuro; staremo a vedere.
Nel frattempo abbiamo anche apparizioni più… terrene. In virtù delle quali Gisella e Gianni Cardia andranno a giudizio il 7 aprile 2026 a Civitavecchia. L’accusa è quella di aver inscenato “apparizioni e trasudazioni della Beata Vergine” e prefigurato “futuri cataclismi e sciagure, come terremoti” nel tentativo di indurre i fedeli a donare somme di denaro al culto della Madonna di Trevignano, (si parla di circa 365mila euro che, per l’accusa, non sarebbero state destinate a nessun culto mariano ma solo ad arricchire i due, facendo leva sulla credulità popolare).
Trovo poi contraddittoria la stessa “essenza”, la natura stessa, delle profezie”: perché Dio, o chiunque altro, dovrebbe fare profezie? Per dirci “accadrà questo” (e generalmente si tratta di grandi tragedie)? Bene: se una di queste tragedie dovesse accadere nella realtà, che cosa ne ricaverebbe Dio? La soddisfazione di dire “io ve l’avevo detto”? Che cosa ne ricaverebbero gli umani?
Alcuni sfuggono a questa contraddizione affermando che il carattere fondante delle profezie sia quello di ammonire il genere umano: “se ti comporterai bene sarai salvo”. Praticamente, siamo nel campo delle minacce (sia pure a fin di bene). Ma se poi – come per i Testimoni di Geova sul monte Bianco nel 1960 – l’Apocalisse non si verifica, dovremmo pensare che siamo stati buoni e Dio ci ha perdonato? Beh, ma allora possiamo ritenere di essere un’umanità buonissima, visto che continuiamo a prevedere catastrofi che puntualmente non accadono (ma ne accadono una enormità che non erano state previste). L’alternativa è quella di ritenere che queste “profezie” facciano parte di un contesto diverso da quello “previsionale”, che niente abbiano a che vedere con il nostro comportamento. Che, in ultima analisi, siano del tutto, completamente e irrimediabilmente, inutili.

Vi è piaciuta la premessa? È lunga, d’accordo. Ma mi è servita – giacché siamo a fine anno e astrologi e profeti di varia natura si sbizzarriscono nel prevedere che cosa ci aspetta nell’anno nuovo – per introdurre l’argomento di cui voglio parlare oggi: le profezie di Gustavo Adolfo Rol.
Gustavo Adolfo Rol (Torino, 1903 – 1994) è stato una delle figure più intriganti ed enigmatiche del XX secolo, un personaggio dotato di “poteri” che nessuno è riuscito nemmeno a descrivere. Certamente era quello che si potrebbe dire “un sensitivo”, ma forse anche questa definizione non gli fa giustizia, forse egli fu “di più” di un semplice sensitivo. Essendo morto relativamente da poco tempo sono ancora disponibili i ricordi e le testimonianze di quanti lo conobbero di persona e assistettero alle sue “performance”, da quelle “banali” (come indovinare a colpo sicuro una carta da gioco nel mazzo) a quelle davvero paranormali, come gettare contro un muro una mazzetta da muratore, e andarla a riprendere in strada, dopo averle fatto attraversare la parete, rimasta intatta. Rol leggeva libri chiusi, dipingeva quadri a distanza, faceva materializzare oggetti, compiva esperimenti di telepatia e perfino – ci sono testimoni illustri come Federico Fellini – episodi di bilocazione, con viaggi nel tempo e nello spazio. Erano suoi sodali personaggi come Gianni Agnelli, Cesare Romiti e Dino Buzzati. Nel suo salotto – aperto solo in poche occasioni e solo ad amici fidatissimi e intimissimi – Rol faceva esperimenti di spiritismo, riuscendo a evocare, pare, figure storiche come Mussolini, Einstein e la Regina Elisabetta II.
Negli ultimi anni della vita Gustavo Rol sostenne di aver scoperto una legge tremenda che metteva in relazione il colore verde, la quinta musicale e il calore. In un appunto, dopo aver riferito la “scoperta”, aggiunse: “Mi è passata la gioia di vivere”. Quindi, in un certo qual modo, aveva avvicinato lo spiritismo alla scienza, anche se alcuni personaggi come Piero Angela hanno sempre sostenuto che si trattasse solo di un abile illusionista (anche perché Rol non accettò mai “controlli” sulle sue attività prodigiose, affermando che qualunque controllo avrebbe irrimediabilmente rovinato l’istintività e la “spontaneità” dei suoi esperimenti).
Gustavo Rol affermava, in verità, di non avere alcun potere, di non essere un “mago” ma un “medium”, un mezzo attraverso il quale forze ben più forti di lui operavano. Sosteneva che a guidarlo non fosse una “entità suprema” bensì alcuni “spiriti intelligenti”, persone che, dopo la morte, erano rimaste sulla terra in forma eterea e che – conoscendo il futuro – erano in grado di ammonire, indirizzare, suggerire comportamenti.
E qui arriviamo all’ultima parte di questa indagine sulle “profezie”. Gustavo Adolfo Rol, uomo decisamente straordinario, certamente dotato di poteri paranormali sconosciuti ai più, in vita sua fece solo due “profezie”, sbagliandole entrambe.
La prima fu chiara ed esplicita, con tanto di numeri e di date. Disse infatti Rol, nel 1991, a una persona che poi lo ha riferito: “Nel 2025 in Italia ci saranno il 60% delle persone di colore e il restante 40% sarà di pelle bianca”. Negli anni in cui in Italia alcuni paventavano “l’invasione” degli immigrati irregolari anche un dato come questo è stato utilizzato per generare timore. E tuttavia, siamo alla fine del 2025 (ho atteso per alcuni anni proprio la fine del 2025 per scrivere questo testo) e siamo ben lontani dall’avverarsi di questa profezia. In Italia, a fine 2025, si contano circa 5,4 milioni di stranieri residenti. Se si considerano anche gli stranieri regolari non ancora iscritti all’anagrafe, la cifra sale a quasi 6 milioni di persone, che rappresentano circa il 9,2% della popolazione totale residente in Italia (che ammonta a circa 58,9 milioni di unità). Difficile ma non impossibile stabilire quante “persone di colore”, su questo totale di stranieri, vivano oggi in Italia. Difficile perché in Italia non esiste un censimento basato sull’etnia o sul colore della pelle; tuttavia, incrociando i dati ufficiali più recenti con stime sociologiche sulla “diaspora africana”, si può dire che al 1° gennaio 2025, rispetto agli stranieri residenti in Italia, circa 1,1/1,2 milioni abbiano la cittadinanza di un paese africano (prevalentemente di Marocco, Egitto, Nigeria e Senegal); considerando anche le persone (figli di immigrati) che hanno acquisito la cittadinanza italiana negli ultimi anni, le stime più accreditate indicano che oggi la popolazione di origine africana regolarmente residente (straniera o italiana) possa essere stimata tra 1,2 e 1,6 milioni di persone, pari al 2,55% della popolazione italiana complessiva. Siamo ben lontani dal 60%!! E c’è da dire che, stante l’andamento migratorio, senza uno sconvolgimento estremo del quadro sociale, potrebbero occorrere molti decenni, forse secoli, prima che possa verificarsi una eventualità quale quella prevista da Rol.
La seconda profezia è legata a una seduta spiritica effettuata da Rol l’8 ottobre 1975. Uno “spirito intelligente” evocato nel corso di questa seduta ebbe a dire: “Non temete se dirò delle cose tremende però vi assicuro che non sono qui per essere cattivo bensì per aiutarvi, ammonirvi e finalmente confortarvi per ciò che avverrà in un futuro assai prossimo. È perfettamente inutile oggi recriminare e lamentarsi di una situazione alla quale tutti gli italiani e anche voi, proprio voi, avete contribuito con la vostra ignavia e per l’egoistico interesse del vivere in pace. Così, la guerra avrete, e con la guerra anche la più sanguinosa delle rivoluzioni”….
È vero, ho appena detto che le due profezie di Rol non si sono avverate. Quest’ultima, tuttavia – sulla guerra – mi lascia inquieto. È vecchia di cinquant’anni, quindi questo riferimento a “un futuro assai prossimo” potrebbe farla catalogare nel vastissimo gruppo delle profezie che non si sono avverate. E tuttavia, riflettete prima di replicare a un veggente come Augusto Rol: vi sentite, in cuor vostro, di sostenere che questa profezia, di fronte al rombo dei cannoni che si avvicina ogni giorno di più, davvero non si avvererà?
Tanti auguri a tutti per il prossimo anno !!

 

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Un’analisi del voto europeo

Difficile valutare che cosa stia accadendo agli Italiani. Parlo di politica, naturalmente, già che si sono appena concluse le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. I commentatori si sono affannati sulla “cronaca”, cioè sugli elementi più evidenti ricavabili dai risultati del voto, soprattutto dal confronto fra Giorgia ed Elly, rispettivamente le paladine della destra e della sinistra. Ma a guardare in profondità è possibile spingersi un po’ oltre, per esempio effettuando un raffronto fra le Europee del 2019 e queste ultime del 2024, passando doverosamente per le politiche del 2022; cinque anni nel corso dei quali di avvenimenti, nazionali e internazionali, se ne sono registrati parecchi, dalla scissione del Pd con la nascita di Italia Viva (e successivamente di Azione) alla pandemia, alla guerra in Ucraina.
Le elezioni Europee 2019 si sono svolte durante il Governo Conte I (dal 01/06/2018 al 04/09/2019), entrato poi in una crisi che si è risolta con il Governo Conte II (dal 05/09/2019 al 13/02/2021), cui è subentrato il Governo Draghi (dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022), per giungere infine al Governo Meloni (dal 22 ottobre 2022), tuttora in carica. Quattro governi in cinque anni non è una novità nel panorama politico italiano dove tutti i Governi sperano di durare per l’intera legislatura anche se la storia insegna che non è proprio così: dal 10 dicembre 1945 a oggi (78,5 anni) in Italia si sono succeduti quarantacinque governi, alla media di 1,74 anni per governo, e 69 mandati (includendo cioè i governi più le crisi di governo conclusesi con un reincarico e un rimpasto), alla media di 1,13 anni per mandato. Questa storica ingovernabilità dell’Italia non ha mancato di manifestarsi nell’arco del quinquennio che stiamo esaminando, con scissioni, aggregazioni, nascite di nuovi partiti, modificazione, in corsa, dei Gruppi parlamentari.
Il primo elemento che balza agli occhi osservando la tabella (checché ne dicano gli esperti, che continuano a parlarne come di qualcosa di grande attualità) è la crisi, probabilmente irreversibile, del populismo. Le elezioni Europee 2019 ci avevano affidato un Paese in mano ai populisti (Lega+M5S = 51,32%, cioè la maggioranza assoluta), più che dimezzatosi al 24,22% nelle Politiche 2019, oggi al 18,99%. La fiammata populista, esplosa rabbiosamente alle politiche del 2018, si è ormai spenta; i partiti che la rappresentavano sono in profonda crisi – si parla per entrambi di una vera e propria rifondazione alle porte – e difficilmente si riaccenderà. Nella storia d’Italia i qualunquisti, i giustizialisti, i massimalisti, hanno sempre vissuto fiammate di cui, con gli anni, non è rimasto niente. È quanto sta accadendo al M5s, ormai privo di identità politica (è stato tenuto a galla in queste settimane elettorali, a mio parere, solo dall’esplicito impegno antimilitarista). La Lega, dal canto suo, ha abbandonato/perso tutte le sue battaglie identitarie (per prima la secessione della Grande Padania; poi la guerra contro “i clandestini”, il cui testimone è stato ormai raccolto da Fratelli d’Italia).
Veniamo, appunto, al fenomeno di questo quinquennio, Giorgia Meloni. È bene identificarla in questo modo – cioè con il suo nome e cognome – dal momento che a nessun altro esponente di Fratelli d’Italia potrebe competere il merito dei risultati così eclatanti di questi anni. Quali? Dal 6,44% (con 5 seggi) delle Europee 2019 al 25,98% delle politiche 2022, al 28,81% (con 24 seggi) delle ultime Europee. Importa poco considerare che, fra le Politiche 2022 e le ultime Europee, Fratelli d’Italia abbia perso 596mila voti visto il forte calo dei votanti (i voti complessivi delle ultime politiche erano stati 28.098.196 contro i 23.274.504 delle Europee appena concluse).
Semmai, considerando le “espressioni politiche” del voto, si può provare a verificare in che modo sia cambiato, alla luce di ciò che desiderano gli Italiani, l’attuale schieramento di governo (FdI, FI+Noi Moderati, Lega) in queste tre tornate elettorali: era al 49,48% nel 2019, diventato 43,78% nel 2022, oggi (Europee) al 47,82%. Verrebbe da considerare che l’avanzata impetuosa di FdI sembra inglobare i resti delle altre forze alleate, che sono in flessione. Considerando che, negli altri Paesi europei, le forze al potere hanno subito ovunque flessioni, anche pesanti, si può affermare che l’area della conservazione, in Italia, magari non cresce ma neppure diminuisce.
Sull’altro fronte, eccoci al Pd. Nel 2019 era al 22,74% (con 19 seggi), però non c’era ancora stata la scissione dei renziani. Scissione solo apparentemente pagata alle politiche 2022, quando il Pd ha ottenuto “soltanto” il 19,04% dei consensi (l’accoppiata Renzi-Calenda, con il 7,78%, assegnava all’area Dem un totale complessivo del 26,82%). Alle ultime Europee il Partito Democratico è cresciuto ancora, raggiungendo il 24% (che diventerebbe 31,11% con Renzi/Calenda, anche se i due, che hanno corso da soli, non hanno superato la soglia di sbarramento).
Infine, la “sinistra”, rappresentata in Italia, negli ultimi anni, dall’alleanza fra Verdi e Sinistra Italiana. Nel 2019 i due partiti, da soli, avevano ottenuto il 4,07% dei voti senza raggiungere la soglia di sbarramento; nel 2022, associatisi, avevano ottenuto il 3,64% dei voti mentre alle ultime Europee, con il 6,73% dei consensi (e 6 seggi) sono stati la vera sorpresa della tornata elettorale (anche – qualcuno dice soprattutto – grazie alla candidatura di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria, diventata in campagna elettorale un fatto mediatico importante e di grande visibilità). Se associassimo AVS, come è possibile, al Pd di Elly Schlein, si otterrebbe un totale vicino al 38%.
In sintesi: Nessuno dei due schieramenti politici italiani – per semplicità li definiamo destra/sinistra – sembra destinato a raggiungere una maggioranza sensibile nell’immediato futuro; alle prossime elezioni politiche, di conseguenza, si dovrà valutare il peso e la collocazione da un lato del M5S (che vale ancora almeno il 10-12%) dall’altro lato delle forze minori – che ad ogni modo sono voti espressi, non astensionisti – che in queste Europee hanno rappresentato il 4,68% dei voti ma che alle ultime Politiche valevano addirittura il 10,33%. In grado, quindi, di orientare in modo importante una maggioranza politica.
Rimane un ultimo scenario possibile (ma forse non molto probabile), la nascita di un “polo di centro” con Forza Italia + Noi Moderati, + l’accoppiata Renzi/Calenda, + Europa e forse con brandelli di liste civiche forti sul territorio. Uno schieramento che potrebbe aspirare fino al 20%, occupando quindi quella posizione che per parecchio tempo, negli anni Ottanta, tenne il Psi di Bettino Craxi, con la famosa politica dell’“ago della bilancia”.
Ma le incognite sono davvero tante, a partire da come sarà formato il prossimo governo europeo, dall’evoluzione delle crisi politiche conclamate in Francia e in Germania. Dalle elezioni Usa di novembre, dall’evolversi della guerra in Ucraina e dai rapporti – che in prospettiva potrebbero evolversi in modo problematico – fra l’Unione europea e la Nato. Insomma, la scommessa su come si svilupperà il quadro politico – nazionale e internazionale – si annuncia rischiosa.

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Riabilitare Minosse

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto V, vv. 4/12)

 

Palazzo di Cnosso (Creta); la sala del trono

Sapete per qual motivo Dante Alighieri colloca Minosse nell’inferno, per giunta assegnandogli fattezze e movenze truci e bestiali? Per ignoranza. Si tratta di un caso di scuola del fatto che la storia la scrivono (l’hanno sempre scritta) i vincitori.
Nel Milleduecento Dante non poteva sapere che la civiltà minoica, l’ultima fra quelle dell’età del bronzo, nacque a Creta e dominò il bacino del Mediterraneo per ben tredici secoli, dal duemilasettecento al millequattrocento avanti Cristo, un arco temporale lunghissimo. Creta seppe espandere i commerci fino alle coste dell’odierna Francia; le sue produzioni tipiche – olive, semi, manufatti in bronzo e terracotta ma anche gioielli di raffinata fattura – raggiunsero i porti iberici, italiani, egiziani, libici. Al contrario di quanto si è ritenuto per secoli, si trattò di una civiltà quanto mai pacifica; in nessuna delle città minoiche sono state trovate cinte murarie, segno evidente che non avevano e non temevano nemici. Pochissime le armi rinvenute attraverso gli scavi archeologici. I “Minosse” che dettero nome a questa civiltà non furono né un solo Re né un piccolo gruppo bensì una dinastia simildivina, come i faraoni nel vicino Egitto, praticanti giustizia e buon governo. I Greci, che conquistarono e sconfissero – forti di armi in ferro – questa civiltà, ne hanno trasmesso tratti completamente falsi.

Palazzo di Cnosso (Creta); le caratteristiche colonne rosse

Nel Palazzo di Cnosso – straordinario manufatto ingegneristico, un complesso abitativo composto da molte centinaia di locali (forse alcune migliaia ma non è accertato) – vivevano i regnanti con la loro corte allargata come forse anche parte del popolo, una città-stato ante litteram. Da qui l’idea del “Labirinto”, termine che, in realtà, significava “reggia”, cioè “luogo del potere” (la parola greca labrys rappresenta l’ascia bipenne, simbolo cretese del potere reale). I cretesi che adoravano e rispettavano i tori (qualcosa di simile alle vacche sacre dell’India) dettero spunto ai vincitori per la leggenda del Minotauro, figlio bestiale della regina Parsifae, moglie di re Minosse, accoppiatasi per lussuria con un toro. E da qui Arianna, la figlia di Minosse, che aiuterà l’eroe (greco) Teseo a uccidere il fratellastro.

Abbiamo creduto alla storia così come ci è stata tramandata, ammantata del “mito”, pur in assenza di riscontri. I quali, quando sono stati trovati a inizio Novecento grazie agli scavi dell’archeologo inglese Arthur Evans (8 luglio 1851 – 11 luglio 1941) hanno incominciato a svelare la verità sulla civiltà minoica. Verità ancora incompleta, per il momento, considerando che questa scrittura, di cui abbiamo ampia disponibilità di reperti e che oggi viene catalogata come Lineare A  nel gruppo delle lingue pre-elleniche, non è ancora stata decifrata (sarebbe un’eccellente opportunità per l’intelligenza artificiale). E tuttavia questa verità ci parla di una civiltà molto progredita dal punto di vista “tecnologico”: basti dire che il palazzo di Cnosso era servito da un sistema di condotte che trasportava l’acqua corrente che sgorgava da una vicina montagna sin nelle singole stanze, con canalizzazioni in rame e terracotta e scarichi di depurazione del tutto simili a quelli che avrebbe ideato Leonardo da Vinci trenta secoli dopo.

Creta, Museo archeologico Nazionale; donne a seno scoperto

I Greci vanno giustamente fieri di avere introdotto la Democrazia in quello che è il mondo occidentale oggi. E noi in molti casi riconosciamo volentieri questa nostra “matrice culturale”. Ma c’è da dire che, in fatto di democrazia sociale, i minoici erano assai più “moderni” dei vincitori Achei. A Creta, infatti, vigeva un’assoluta parità di genere, con maschi e femmine che si spartivano i compiti indipendentemente dal sesso. Le donne usavano, come i maschi, mostrarsi a torace scoperto, e prendevano parte ai giochi, ai rituali e alle attività produttive alla pari dei maschi. Usavano, inoltre, pettinarsi e agghindarsi in maniera raffinata, così che – lo sappiamo dai reperti – erano ben consce della loro femminilità tanto che l’uguaglianza dei compiti non significava rinunciare alle distinzioni di genere. Al contrario, spesso gli uomini si mostravano in abbigliamento muliebre (sostanzialmente tuniche lunghe) così che l’uguaglianza nei comportamenti non stava a significare che non esistesse distinzione fra i sessi (le pitture ci riportano uomini e donne vestiti in maniera assai simile, le donne dipinte con colori chiari, gli uomini più scuri).

Creta, Museo archeologico nazionale: donne con pettinature elaborate

Quanta differenza con la “guerriera” Sparta (dove i bambini nati deboli venivano ammazzati alla nascita) o con la “democratica” Atene, dove le donne vivevano recluse in casa, e non potevano neppure assistere ai giochi olimpici! Una donna (Santippe) che rimproverava il marito tutto preso nei suoi profondi pensieri (… “so di non sapere”…) e che non le dava una mano in casa, è ancora oggi ricordata come l’emblema della bisbetica.
Queste riflessioni ne impongono altre, di stretta attualità, sempre sulla narrazione della storia da parte dei vincitori – o presunti tali. Nei primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina la riprovazione per questa campagna militare veniva espressa attraverso il termine “aggressione”. L’essere “aggressore” bastava e avanzava per non approfondire neppure i motivi di questa aggressione; anzi, scacciarli con fastidio: di fronte all’”aggressione” nulla vi si poteva opporre. Ma la storia ci insegna anche che, nelle dispute fra persone di indole non pacifica, il livello del confronto finisce sempre per salire di tono. E così, in capo ad alcuni mesi, siamo arrivati alla fine del percorso: da un lato “il bene”, da un lato “il male”. Proprio così; ormai i media occidentali, parlando non solo della Russia ma di tutti i Paesi che, nella vicenda ucraina, provano a ragionare invece che a schierarsi, usano sempre più frequentemente l’espressione “impero del male”, oppure “asse del male”.
Avete capito? Non solo la Russia, “Paese aggressore”; anche la Corea del nord, anche la Cina, anche l’Iran, anche il Brasile fanno ormai parte dell’”asse del male”. Tutti coloro che dicevano peste e corna di Bolsonaro, ultraconservatore che ha lavorato alla distruzione dell’Amazzonia, e che hanno (giustamente) esultato di fronte all’elezione di Lula, oggi lo associano all’Impero del male, perché ha una visione, sul conflitto in Ucraina, diversa da quella della Nato. Un miliardo di Cinesi, colpevoli soltanto di ritenere – peraltro secondo le risoluzioni dell’Onu – che il governo secessionista di Taiwan sia un Governo illegittimo, sono anch’essi catalogati nell’Impero del male.
La Nato questa guerra non l’ha ancora combattuta, anche se si prepara a farlo, e già assume il comportamento dei Greci verso la civiltà minoica (e in genere di tutti i vincitori): costruire una narrazione che li veda Buoni contro i nemici Cattivi. L’impero del Bene contro il Regno del Male.

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Nasce il Paese degli artisti

Non solo case a un euro. Allo spopolamento dei piccoli paesi italiani ci si può opporre con l’arma della cultura, vera leva per la rinascita del territorio. Rebeccu, piccola frazione del Comune di Bonorva in provincia di Sassari, situato su una collina che domina la regione del Meilogu ricca di storia, natura e archeologia, è un antico borgo medievale, totalmente disabitato, che si avvia a rifiorire intorno al progetto di una residenza permanente per artisti. Il progetto si chiama MusaMadre, nasce tre anni fa per volontà del Comune di Bonorva con il coordinamento organizzativo dell’Associazione Enti Locali e il sostegno della Fondazione di Sardegna, ed è portato avanti dalla direttrice artistica Valeria Orani, coadiuvata da un anno da Paolo Aniello.

Orani vanta una trentennale esperienza nell’ambito dell’organizzazione di spettacoli ed eventi. Fonda nel 2003 369gradi, la prima organizzazione italiana che si occupa di dare sostegno, promozione, gestione ai giovani che intendano avvicinarsi al teatro di innovazione. Orani, inoltre, da dieci anni fa la spola fra la Sardegna e New York, dove si occupa attivamente di mettere in relazione il mercato americano con la Cultura Italiana Contemporanea. Paolo Aniello si occupa di teatro e di eventi da una vita; è tra i fondatori, otto anni fa (insieme con Andrea Capaldi e Benedetto Sicca) di Mare Culturale Urbano e ha una lunga esperienza come project manager e curatore artistico di iniziative nel settore del teatro e delle performing arts, in ambito nazionale ed internazionale (in particolare ha ideato e gestito diversi progetti europei, tra cui il Projet Thierry Salmon e SPACE, progetto pilota europeo sulla mobilità artistica).
Quali gli obiettivi del progetto e su quali aspetti organizzativi fa leva? “Lavoreremo – spiega Paolo Aniello – su sperimentazione artistica, inclusione sociale e rigenerazione urbana. Il progetto che abbiamo concordato con il Comune di Bonorva ha la durata di dodici anni, un periodo sufficientemente lungo per riuscire a realizzare un’idea che ibrida residenzialità artistica e recettività turistica, per quanto in piccola scala”.
A Rebeccu è già stato allestito un ostello, e si sta rapidamente completando la riqualificazione delle prime nove residenze (già ristrutturate dal Comune di Bonorva), cinque delle quali saranno riservate per un turismo culturale di qualità. Il tutto, per il momento, ruota intorno al Festival MusaMadre, la cui quarta edizione si terrà dal 20 luglio al 10 agosto, proponendo un programma legato al concetto di “imperfezione”. “L’anno scorso – dice ancora Aniello – per il programma di residenza artistica Ischeliu (“Richiamo” in sardo) e per il Festival sono venuti artisti dall’Italia ma anche dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Germania e dall’Inghilterra”.
Se è vero che il lavoro sta mutando molte delle sue caratteristiche, fra le quali si è ormai affermato lo smart working, cosa può esserci di meglio che lavorare, e contemporaneamente vivere, in uno splendido luogo baciato dalla natura? Pur essendo immerso nel paesaggio circostante, Rebeccu è facile da raggiungere. Da Milano ad Alghero in aereo, poi 50’ di macchina, si fa in due ore, così che è possibile andare e tornare in giornata. Nella piazza principale c’è già un ristorante; si chiama Su Lumarzu, è piccolo però ha già ricevuto molte lusinghiere recensioni su TripAdvisor. La chiesetta (dedicata a santa Giulia) è consacrata ma nel cortile ospita deliziose iniziative, musicali e artistiche. A breve, d’accordo con le associazioni del territorio, saranno agibili sentieri per il trekking e per passeggiate a cavallo. Un piccolo paradiso, insomma, che fornirà ulteriore motivo d’ispirazione per gli artisti che verranno a stanziarsi qui per lo sviluppo dei loro progetti professionali.
Paolo Aniello si è lasciato coinvolgere con tutta l’anima da questa esperienza inaspettata. “Il progetto si sviluppa misteriosamente in questo luogo molto concreto però avvolto da un alone di aura mistica – dice. Qua da 6mila anni si coltiva la vite, ci sono sorgenti d’acqua purissima. E c’è un’antica cultura di pace: nel periodo storico dei Giudicati la gente conveniva dai paesi e dalle città della pianura per fare la pace, per organizzare matrimoni e funerali. Era considerato un luogo neutrale, una specie di Svizzera. E come tutte le iniziative nella natura e per la natura questa esperienza sociale e umana era in mano alle donne, che sin da 8mila anni fa erano le protagoniste della vita familiare ma anche civile e industriale, riferimento per l’intera comunità”.
Questo woman power si avverte qua come una benedizione. Ma, attenzione, c’è anche una leggenda di segno opposto; la figlia di un re fu scacciata dal paese perché si rifiutò di sottostare al Giudizio sul proprio matrimonio e, andando via, gettò una maledizione per cui niente mai avrebbe attecchito in questo posto. La scommessa di MusaMadre (dopo che molti tentativi non andati a buon fine negli anni trascorsi) è proprio quella di rompere l’incantesimo, di avviare questa residenza permanente nel Paese dei giovani artisti che amino cimentarsi con la musica, la drammaturgia, la fotografia e il cinema.
I lavori fervono: nelle case abbandonate non sempre c’è la luce, manca il condizionamento e c’è la necessità di arredi con standard moderni, di collegamenti wireless al web. A collaborare fattivamente con l’organizzazione è arrivato anche lo stilista Antonio Marras, anch’egli incantato dalle prospettive del luogo. Numerosi, d’altro canto, sono gli enti e gli sponsor che credono nel progetto della residenza artistica permanente. Oltre al Comune di Bonorva, dalla Fondazione di Sardegna e dalla Regione Autonoma della Sardegna, troviamo la Fondazione Treccani, il progetto Fabulamundi Playwrighting Europe e l’Italian and American Playwrights Project.
Il progetto MusaMadre, oltre quaranta appuntamenti tra letteratura, arti performative, cinema, incontri e “passeggiate serendipitose” andrà oltre il festival, si svolgerà fino a novembre nel paese e nei siti archeologici e naturali del territorio con un progetto culturale complesso il cui obiettivo è quello di riportare vitalità nel territorio eleggendo Rebeccu quale luogo ideale per la pratica dell’arte dell’ospitalità. Storia, natura, archeologia, bellezza; gli ingredienti ci sono tutti per far nascere e consolidare un progetto che sia al tempo stesso professionale ed esperenziale.
Il progetto MusaMadre, in omaggio alla sua internazionalità – e anche grazie ai collegamenti in terra d’America di Valeria Orani – verrà presentato a NewYork in due successive serate, il 31 maggio e il 2 giugno.