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Nella terra del Dragone – 3

 

In Cina non troverete il bidè né lo scopino del water; osserverete che in alcune città (per esempio Pechino) le moto e le biciclette vengono guidate senza casco (nonostante sia obbligatorio) e i tappi delle bottigliette di plastica non sono attaccati. Ancora molte sono le centrali a carbone e in crescita, soprattutto nelle zone accanto a grandi risorse idriche, quelle nucleari. In nemmeno cinquant’anni la Cina è esplosa facendo leva su un tipo originale di capitalismo: tutti possono lavorare per il Governo ed essere garantiti, ma chi vuole provare ad arricchirsi può farlo, non ci sono ostacoli. E in tutto questo, mentre noi accusiamo questo Paese di essere “il grande inquinatore”, visto da questo versante del mondo è vero il contrario: i forum dell’ambiente si sprecano, e i Cinesi parlano volentieri di sé come di un popolo assai attento all’ambiente.

La vita politica scorre sul doppio binario del Governo e del Partito comunista, che sono istituzioni parallele che interagiscono strettamente fra loro così che, assai spesso (ma non è obbligatorio, è accaduto anche diversamente), i capi del Governo sono gli stessi che comandano nel Partito. Non sono molti, i comunisti cinesi, novanta milioni su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Chiunque può chiedere l’iscrizione al Partito ma non molti lo fanno né si tratta di un processo agevole. Per “diventare comunista” devi avere condotta specchiata, essere moralmente irreprensibile e, comunque, devi avere qualcuno, nel partito, che garantisca per te. Vi si accede per cooptazione, alla fin fine, né la cosa offre particolari vantaggi e ciò spiega il numero piuttosto contenuto di adesioni. La popolazione stessa ormai fa confusione fra governo e partito comunista; si tratta pur sempre di quelli che comandano. Così che, per non sbagliarsi, ci sono persone che innalzano al tempo stesso i vessilli della Repubblica e quelli del Partito, come questo taxista di Shanghai:

Oggi i Cinesi hanno consapevolezza di aver raggiunto la vetta del mondo, ne parlano con compiaciuta ilarità. Dicono tranquillamente: “Oggi che siamo la prima potenza al mondo…”. Non hanno simpatia per gli Americani, anche se ammettono di averne copiato il modello economico. Non hanno simpatia per Francesi, Inglesi e Tedeschi, dai quali sono stati invasi e umiliati. Odiano cordialmente i Giapponesi, che li hanno letteralmente violentati (tutti ricordano con orrore il Massacro di Nanchino, trecentomila morti in due mesi fra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, per il quale i giapponesi non hanno mai chiesto scusa).

Oggi la città di Shanghai è una perla di bellezza, eleganza e tecnologia. La skyline lungo il fiume Pudong, di fronte a quel vero e proprio lungomare che è il Bund, non ha niente da invidiare alla grandeur di Dubai o di Singapore.

Il World Financial Center (1), con i suoi 492 metri, è il terzo edificio più alto del mondo. Progettato dallo studio Kohn Pederson Fox Associates diNew York e inaugurato nel 2012, è stato anche al centro di uno strascico polemico. Sviluppato, infatti, da un consorzio di investitori giapponesi guidati dalla Mori Corporation, era stato originariamente pensato con un’apertura circolare sulla parte alta. Ma quell’apertura era troppo simile al simbolo del Sol levante, cioè dell’odiato Giappone, e così il progetto ha dovuto ripiegare su un’apertura rettangolare (a motivo della quale l’edificio viene amichevolmente indicato come “il cavatappi”). L’altro edificio iconico (2) è l’Oriental Pearl Tower, 468 metri, inaugurato nel 1995, la torre delle telecomunicazioni della città, che arditamente rappresenta un poema della dinastia Tang, il suono prodotto da un liuto. E infine (3) ecco la Torre di Shanghai; alta 630 metri per 128 piani, capace di accogliere 16 mila persone al giorno, è il grattacielo più alto della Cina e il terzo più alto al mondo.

Stranamente, nonostante dispongano di questi enormi primati e stiano vivendo un momento esaltante della propria storia, i Cinesi nutrono curiosità e simpatia per gli Italiani, pur se il Regno d’Italia si associò al regime delle concessioni coloniali nell’Ottocento e fino alla Concessione di Tientsin, soppressa dagli Alleati alla fine della seconda guerra mondiale. Mi ha detto Giovanni (nome di fantasia) ad Hangzhou: “Se l’Italia avesse bisogno, noi vi aiuteremmo”.
In politica estera, a parte le tradizionali e complesse relazioni con l’Occidente (che si difende a colpi di dazi dalla superiore competitività cinese derivante sia dal basso costo della manodopera sia da una crescente supremazia tecnologica) in questa parte del mondo si guarda soprattutto alla partnership con i Paesi dell’indo-pacifico e con i Paesi africani, con parecchi dei quali esiste da molti anni una ben avviata politica di cooperazione industriale ed economica (alcuni cittadini di stati africani si stanno trasferendo in Cina – Paese tradizionalmente “chiuso” all’immigrazione, se non altro per via delle difficoltà linguistiche). In televisione sono frequenti i servizi che illustrano ai cittadini Cinesi l’evoluzione delle relazioni e dell’interscambio con questi Paesi:

Qui non c’è la fretta che caratterizza un’Occidente sempre travolto dall’urgenza della performance. La tomba del primo imperatore Qin Shi Huangdi (così come altre tombe imperiali fra le quali quella che si trova sulla Collina della Tigre nei pressi di Shanghai, sotto la quale si sostiene che siano state sotterrate ben tremila preziose spade) è ben nota sotto una collinetta nei pressi di Xi’An ma non la si scava per non rischiare di rovinare i reperti che vi si trovano all’interno. Le autorità sono concordi nell’affermare che gli scavi avranno inizio quando le tecniche di ricerca archeologica saranno in grado di assicurare un processo non distruttivo.
Anche riguardo alla definizione di Stato di polizia, che qualcuno continua a voler assegnare alla Cina, bisognerà essere chiari. È vero che i controlli sono continui; per l’accesso a molti luoghi, comprese stazioni e aeroporti, musei e istituzioni pubbliche, bisogna mostrare i documenti di identità. È vero che grappoli di telecamere sono dappertutto, così come dappertutto è visibile la polizia. Sul Bund di Shanghai si trova un poliziotto ogni cinquanta metri, con tanto di fischietto pronto a intervenire contro qualunque trasgressione (magari contro chi sale sulle panchine per poter scattare una foto dall’alto, come ha provato a fare mia moglie). Tuttavia: non esiste quel terribile inquinamento visivo cui siamo abituati noi, niente cartelloni pubblicitari.

E la pulizia è continua, addirittura ossessiva. Non appena sali su un treno devi alzare le gambe perché la signora delle pulizie sta spazzando tutto il pavimento, compresi i posti dove sono seduti i passeggeri. Fra poliziotti e addetti alle pulizie l’impressione è che in questo modo siano impiegati milioni di persone che, altrimenti si troverebbero a far niente. Persino nei laghetti dei giardini compare spesso un netturbino in barca per togliere ll sporco che inevitabilmente si forma intorno alle piante:

Ma qui parlare di numeri ha una valenza differente: negli anni (secoli) della costruzione della Grande Muraglia si stima che siano morti non meno di venti milioni di lavoratori, spesso murati nel cemento della costruzione.


Grandi numeri; decine, centinaia di migliaia, milioni di persone. E comunque, parlando della Cina, alla folla bisogna abituarsi, ovunque vi troviate, che sia nel metrò o in un museo, sarete circondati da una folla brulicante, che miracolosamente non confligge, dove tutti trovano la propria collocazione nello spazio. Due esempi a caso: la stazione ferroviaria di Shanghai e la folla lungo il Bund, di sera, sempre a Shanghai:


Parlando di molti milioni di persone non si può fare a meno di notare come il vero salto verso il benessere dei Cinesi sia stato quello alimentare. Negli anni Cinquanta, quando ero ragazzo, eravamo abituati a considerare che il cibo dei cinesi – quasi tutti poveri – fosse una scodella di riso al giorno. Adesso, provate voi a immaginare quale salto strepitoso deve essere stato quello che ha portato, da quel punto di partenza e in soli cinquant’anni, due pasti al giorno sulla tavola di 1,4 miliardi di persone. Effettivamente, l’abbondanza di cibo oggi colpisce il visitatore più di ogni altra cosa. Il cibo di strada è onnipresente, fra fumi e odori (non sempre gradevoli). Si vendono spiedini, gelati, fritture di ogni tipo.

Anche i ristoranti sono tanti, per tutte le tasche. Noi abbiamo provato a mangiare, in due, per dieci euro come per 60 euro. Trovate di tutto, grandi self service organizzati come mense aziendali così come ristoranti raffinati dove vi servono sul momento la famosa Pentola mongola, assai magnificata come prelibatezza che, però, assomiglia a un gradevole brodo con minuscoli straccetti di carne.

 

Trovate spiedini di cicale o di bozzoli ma anche più rassicuranti McDonald’s. Tuttavia, sul cibo oggi i Cinesi in quanto a fantasia sono imbattibili; per esempio, abbiamo provato a Guilin un delizioso riso con pollo e nocciole cotto all’interno di canne di bambù (nello stesso ristorante c’era della grappa di serpente “cinque passi” – deliziosa, ci assicuravano – ma purtroppo abbiamo declinato). E naturalmente nei posti più raffinati vi serviranno l’anatra alla pechinese, cosparsa di miele, cotta sul momento e servita già affettata in striscioline sottilissime, carne e pelle croccante tutto insieme.

Analoghe considerazioni si possono fare per il commercio. Accanto ai numerosi negozi alimentari se ne trovano una infinità che vendono oggetti ricordo,  proprio quelli che, da noi, definiamo “cineserie”, cioè oggetti a basso costo, non particolarmente appealing sotto il profilo del design. Ma accanto ai negozi tradizionali, tuttavia, con grande velocità stanno sorgendo avveniristici centri commerciali, niente da invidiare a quelli più e meglio organizzati dell’Occidente. Uguale varietà si può trovare nei negozi di abbigliamento, con vetrine dedicate a capi di fattura moderna e “occidentale” accanto a negozi dove sono esposti scintillanti quipao, l’abito femminile cinese per antonomasia, quasi sempre di seta, che fascia e rende sinuosa e provocatoria, con spacchi laterali vertiginosi, la figura femminile.

E comunque, lasciatemi spezzare una lancia in favore del “turismo”. Se il turismo internazionale non è ancora molto sviluppato (soprattutto quello occidentale), è invece sorprendente osservare quanti cinesi viaggino per turismo. Frotte di comitive locali, accompagnate dalle guide specializzate, si incontrano in tutti i siti turistici che si rispettino, rendendo onore a un popolo che ci aspettavamo dedito esclusivamente al lavoro o allo studio. In siti come il Giardino d’estate, con la sua straordinaria nave in marmo o nel suo lungo corridoio (il corridoio più lungo del mondo, oltre settecento metri) potete faticare a procedere anche in giornate, come è capitato a noi, di traffico “non molto intenso”.

E tuttavia è un peccato che un Paese come la Cina sia così lontano e, per via della lingua, così “difficile”. Perché si tratta di un Paese che può affascinare il turista occidentale; per via dei paesaggi, spesso inusuali, delle città – sempre illuminate, briose, allegre – e del modo di vivere dei suoi abitanti, che a occhi smaliziati può apparire “semplice” e che però, alla fin fine, proprio per questa ormai perduta semplicità vi va diritto al cuore. Le grandi città sono gioielli di efficienza e di eleganza, i grandi spazi verdi sono suggestivi e inaspettati, persino i paesini tradizionali, quelli non ancora trasformati dall’industrializzazione e dall’edilizia di massa, sono spesso vere e proprie meraviglie. Mi piace qui ricordare i grandi monumenti storici di Pechino, l’eleganza di Shanghai, il fascino di Guilin con il fiume Li (immortalato nella banconota da 20 Yuan) e le sue incredibili risaie terrazzate . Deliziosi i cormorani addestrati (un po’ crudelmente, in verità) alla pesca, incantevoli le luci della sera del centro storico di Xi’An, che fu capitale, dove sembra di vivere un perenne Natale e dove – nella strada pedonale del centro – potete trovare centinaia di metri di straordinarie statue che rendono omaggio ai generali ma anche agli artisti, ai calligrafi, ai pittori, ai musicisti di questo straordinario Paese.

Forse anche per via dei recenti fallimenti di alcune grandi immobiliari, è facile vedere grandi palazzi, anche interi complessi residenziali, completamente vuoti. Se crisi abitativa ancora persiste, si ha l’impressione che, ormai, una casa per tutti sia un obiettivo vicino a essere raggiunto. Molte case hanno le grate alle finestre. Fino al secondo piano per legge, ci è stato detto ma noi abbiamo visto grate anche ai piani più alti. Paura che i bambini, che spesso restano soli in casa mentre i genitori lavorano, cadano di sotto, ci ha detto qualcuno. Paura dei ladri? Forse, ma – ci ha detto qualcun altro – qua di ladri di appartamento non ce ne sono molti, vuoi perché i palazzi sono troppo alti, vuoi perché non ci sono balconi cui aggrapparsi ma soprattutto perché non ci sono soldi, nelle case. Ormai tutti pagano con Alipay o Alichat o con sistemi digitali di questo tipo, il denaro contante è praticamente scomparso (anche io – dopo una fallimentare esperienza a Xì’An, dove una signora non riusciva a trovare moneta per darmi un piccolo resto – mi sono arreso e ho dovuto installare Alipay: funziona gloriosamente, alla faccia di quelli che “le banche ci sfruttano”).


L’altra cosa che vedrete compiacendovi, in Cina, sono i giovani. Abituati come siamo, in tutta Europa, a notare teste canute dappertutto, allarga in cuore vedere le strade, dappertutto, popolate di giovani. Avevo letto che i Cinesi non amano il contatto fisico, ed effettivamente non abbiamo visto persone che camminano abbracciate; però abbiamo visto coppie che procedono tenendosi per mano, e anche questa cosa qua fa bene al cuore. Anche perché questi giovani Cinesi – altra caratteristica che li distingue da noi – sono tutti belli magri, in perfetta forma. Forse la costituzione, forse l’alimentazione. Magari, con l’arrivo del benessere, anche in queste belle città vedremo circolare persone in sovrappeso, o veri e propri obesi, come da noi. Ma per il momento il pericolo sembra scongiurato. Scongiurate pure le mascherine. Siamo arrivati in Cina convinti che, magari sulla scorta dell’inquinamento e poi del Covid, avremmo incontrato un bel po’ di persone mascherate. Ma niente, non più mascherine di quelle che potrete vedere a Milano. Esiste la pratica di indossare altre maschere ma nulla a che vedere con problemi respiratori: coprono tutto il viso, anche la fronte, e persino il collo. Le indossano quasi solo le donne. Servono a tenere lontani i raggi del sole, che i Cinesi temono come la peste. L’ideale estetico delle Cinesi è “la pelle di giada”, liscia a bianchissima, l’abbronzatura è brutta e fors’anche un po’ volgare. Chissà da cosa è nata, questa abitudine, magari dal desiderio di non essere chiamati – dagli occidentali – musi gialli.


E parliamo un po’, ancora, di soldi. Noi ci scervelliamo per cercare regali e regalini che, magari, i destinatari del dono non apprezzeranno. Qua no, qua esiste la busta rossa. Volete fare un regalo davvero gradito? Infilate dei soldi in una busta rossa, saranno apprezzati con gridolini di gioia. Ci sono anche le date canoniche, per regalare soldi, sono legate ai numeri, cioè alle date, ed ecco il 3-3 (cioè il tre marzo), poi anche qua c’è san Valentino, quindi il 5-5, cinque maggio. Il valore dei soldi si insegna già ai bambini, una bella busta rossa, altro che trenino elettrico.
E poi, a Shanghai ci sono le taroccherie (le guide le chiamano proprio così). In questo Paese ignorano il copyright, il diritto d’autore e cose del genere. Amano copiare (lo abbiamo visto con il capitalismo) e magari, copiando, apportare qualche miglioramento all’originale. Alle taroccherie si accede solo su invito, non esistono indirizzi noti. Vi verrà a prendere in albergo qualcuno del personale, e vi scorterà a piedi fin dentro il negozio. Qui troverete gli oggetti taroccati divisi in categorie: quelli che assomigliano all’originale e che, però, si possono riconoscere come copie; quelli che sono proprio identici agli originali e che, però, alla lunga si rivelano copie (magari perché un manico di cuoio di una borsa si scurisce con il tempo) e infine quelli che sono proprio identici agli originali, dai quali non li distinguerete mai anche perché, alla fin fine, potrebbero anche essere rubati.
In Cina manca internet, è vero. Qualcuno lo vede come strumento di controllo. Qualcuno ne parla come di una odiosa limitazione della libertà. E tuttavia, lasciatemi dire: non esiste Internet però non esistono neppure i terrapiattisti, le scie chimiche, le auto elettriche che esplodono, i complotti mondiali per ridurre il numero degli abitanti della terra, le congiure di “quelli di Davos”, i Rockefeller che da secoli tramano contro l’umanità…. Insomma, non tutto il male viene per nuocere. Anche perché i loro social li hanno, i Cinesi, in primis Baidu (Google è vietato, i suoi server non sono accessibili dalla Cina, così come i social Meta, Facebook e WhatsApp), associato a una enciclopedia online scritta collaborativamente (come la nostra Wikipedia) che usano in continuazione insieme alle chat, visto che sembrano vivere con lo smartphone sempre fra le mani.
Prepariamoci; mentre noi dissertiamo spaccando ogni capello in quattro, e dipendiamo nelle scelte della nostra vita da politici senza competenze e senza storia, in lite perpetua fra di loro, mossi solo dal tornaconto personale, qua un miliardo e quattrocento milioni di persone, un umano su cinque, marciano compatti e ordinati sapendo di avere in mano il futuro del mondo. Sul Malpensa Express che ci riportava a Milano ho letto che il sindaco Sala ha proposto di far pagare l’area C anche durante i weekend, e che in poche ore si sono formati agguerriti comitati di cittadini protestanti; poi siamo scesi dal treno e la prima cosa che l’altoparlante ha comunicato è stato lo sciopero dei trasporti dell’indomani. Quindi siamo arrivati al posteggio dei taxi, con una lunga fila di viaggiatori in attesa, e niente taxi. Eccoci tornati in Italia!

3 – Fine (le due puntate precedenti sono qua e qua )

 

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Nella terra del Dragone – 2

 

Nel frattempo, grazie a Michail Gorbachev e alla stima reciproca con Deng Xiaoping, la Cina (1989) fa la pace con la Russia. “Se amore non è per sempre, anche odio non è per sempre”, dicono a Pechino con l’aria di quelli che la sanno lunga. Anzi, diciamolo pure, quello che fu odio in tempi neppur remotissimi oggi è amore ricambiato.

Le relazioni diplomatiche fra Cina e Federazione russa sono intense; a Shanghai la bandiera della Federazione russa sventola gloriosa propria accanto al Bund, nella piazza Tian’Anmen è in grande spolvero il monumento che rende onore ai caduti russi nella Seconda guerra mondiale e i negozi che vendono “russerie” – come da noi le cineserie – si trovano dappertutto.

Le ragazze cinesi amano i Russi, e il russo più amato oggi è Vladimir Putin. Lui sì, sa quel che vuole, è forte e deciso, e ama la famiglia, non si lascia infinocchiare dagli Americani. Tutte vorrebbero sposarlo, fa nulla se è già sposato. Qua, del passato, è rimasto il mito delle concubine, quando l’imperatore oltre alla prima, unica e legittima consorte, poteva avere legalmente fino a venti concubine. In realtà, il numero di venti era per i comuni mortali (quelli che potevano permetterselo), giacché le cronache ci raccontano di imperatori che di concubine giunsero ad averne anche duemila. Così, diventare concubina di re e potenti, o semplicemente ricchi, fu l’aspettativa di molte donne desiderose di una buona sistemazione. Di questa tradizione, oggi trasformata in caratteristica che noi definiremmo di tipo carnevalesco, la Cina è piena. Molte ragazze se ne vanno a passeggio lungo i viali vestite e truccate da concubine imperiali. Gli abiti si possono noleggiare, costano poco. L’uscita potrà essere immortalata; lungo gli stessi viali del passeggio ecco i ragazzi che allestiscono set fotografici a uso e consumo delle belle concubine. Scattano foto ricche di fascino mentre i ventilatori portatili fanno oscillare graziosamente sciarpe e orpelli come fossimo a Hollywood. Per questo motivo queste immagini meritano una galleria dedicata:

 

Non c’è morale, direte voi, se le ragazze amano vestirsi da concubine imperiali. E avete ragione, non c’è morale. È proprio questo che il visitatore occidentale non si spiega, in genere, della Cina. Loro sono per il 90% atei (il restante 10% sono buddisti, islamici o perfino cristiani). Non hanno conosciuto né Gesù di Nazareth né Maometto, non hanno mai sentito parlare né di Geova né di Allah. Non sanno che cosa sia il peccato, semmai seguono il Tao, la filosofia che – in mancanza di premi come inferno o paradiso – si limita a proporre una vita lunga e felice (ecco, quindi, come mai la longeva tartaruga furoreggi nei simboli animali prediletti da questo popolo)


In realtà, le cose sono più sottili. Anche i Cinesi hanno un loro concetto di peccato. Il peccato, nelle aree di influenza cattolica, ti capita fra capo e collo come punizione per qualche cosa di sbagliato che sai di aver commesso. Tant’è che i cattolici – se sono buoni cattolici -, per non subire l’ira di dio, dopo aver commesso un peccato corrono a confessarsi. In Cina non esistono libri di precetti, quindi se ti assale una sventura non sai necessariamente perché ne sei stato colpito. Se ti muore una persona cara, se crolla la casa, se perdi il lavoro, certamente ignori di quale colpa ti sei reso responsabile, ma quello che è sicuro è che qualche cosa di male devi aver fatto, altrimenti tutto sarebbe filato liscio. Una filosofia esistenziale che assomiglia ad alcune versioni del pensiero quantico, almeno quelle che considerano il mondo come armonia assoluta che chiunque – lavorando bene su se stesso – potrebbe volgere a suo favore. Una filosofia talmente radicata che anche gli imperatori, pur ritenendosi semidei, non mancavano di onorare: l’imperatore saliva al Tempio del cielo (nove gradini per rampa, cioè tre per tre, numero perfetto) Il 15 gennaio per invocare la pioggia, in aprile per invocare il raccolto, in settembre per la cerimonia del ringraziamento e poi, se il raccolto non era stato favorevole, anche più volte per chiedere perdono. L’imperatore, capite?

Ci ha provato, la Cina, a credere in qualche cosa di trascendentale. Quasi contemporanei fra loro, Lao Tse, Confucio e Budda hanno suggerito modi di vedere la vita e il mondo “non materiali”. Quest’ultimo, in modo particolare, aveva proposto un modello umano non solo individuale e personale ma anche e soprattutto sociale. Budda si era calato nel trascendente proponendo un cammino di vita – anzi di più e più vite – alla ricerca della illuminazione, della pace interiore, del Nirvana (nella foto: il Budda di giada a Shanghai).

Tutte e tre queste filosofie sono nate prima che esistesse una Cina unificata. E il Taoismo ha alla fine prevalso sul buddismo. Troppo faticoso, quest’ultimo, alla continua ricerca di una perfezione che chissà se mai raggiungeremo, in un’orgia di reincarnazioni che vi possono portare avanti, verso l’illuminazione, ma che vi possono anche far retrocedere a uno stadio di animale inferiore, un topo per esempio. Il buddismo vive nella ricerca dell’atarassia, l’eliminazione dei desideri come mezzo per raggiungere il nirvana, la pace assoluta. Ma i desideri sono infiniti e questa permanente ricerca può farsi sfibrante.
Il taoismo, al contrario, si ferma al qui e ora e sposa magnificamente questo popolo che non vive per niente di passato e poco di presente, tutto proiettato come è verso il futuro. Forse il sol dell’avvenire è nelle menti dei cinesi come il paradiso in quelle dei cristiani; sta di fatto che, liberati dalla presenza opprimente di un dio creatore, signore e giudice, un miliardo e trecento milioni di cinesi oggi non aspirano ad altro se non a vivere bene e a lungo, magari attraversando l’economia – con le sue chance di arricchimento – come un gioco. Il Paese, in sostanza, è ateo, però chi vuol credere in una qualsiasi religione può farlo. In Cina si trovano anche moschee musulmane, per esempio, come questa di Xi’An, moschea unica al mondo in stile cinese . Si convive, insomma, e si convive bene, an che se i funzionari di partito, a ogni modo, non possono fare carriera se professano una qualche religione. Dice il proverbio: la mano ha cinque dita, e nessuna è uguale alle altre.


Affine al taoismo in Cina si trova ovunque il feng shui, una “pseudoscienza” per molti, che qui è un dato di fatto. Jin e jang, il giorno e la notte, il bene e il male sono dappertutto. Soprattutto dal male bisogna guardarsi. Qua il mondo è pieno di spiriti, spiriti cattivi. Non si vedono ma ci sono. Come ci si difende? Con alcuni accorgimenti. Il più semplice è la pratica di innalzare le soglie delle case, visto che gli spiriti non possono saltare e sono costretti a fermarsi all’ingresso .

Se mai dovessero riuscire nell’intento, bisogna collocare uno specchio proprio di fronte alla porta; in questo modo gli spiriti, vedendosi riflessi, scapperebbero terrorizzati.

 

 

E infine, guai a costruire lunghi corridoi diritti; gli spiriti procedono infatti in linea retta, ogni curva li disorienta, ed ecco quindi i tipici percorsi cinesi, a zigzag. Nasce dal timore degli spiriti la pratica dei giardini cinesi, appunto a zigzag, che al tempo stesso sorprendono il visitatore, mostrandogli tesori inattesi non appena svoltato un angolo (è appena il caso di segnalare che il giardino cinese classico non può fare a meno di quattro elementi: alcune pietre, almeno un ponticello, delle piante e dell’acqua. Cosa, quest’ultima, che differenzia il giardino cinese da quello giapponese, dove l’elemento acqua, pur apprezzato, non è indispensabile).

 

 

Un’altra accortezza da osservare può essere quella di evitare il numero quattro, porta sfortuna. A Pechino negli alberghi passate dal terzo al quinto piano, negli aerei non c’è la fila quattro (come da noi il 17). Ma quello che vale per Pechino non vale per Shanghai, più moderna e meno incline alle superstizioni, dove il numero quattro non è bandito dagli ascensori. E comunque, come di prammatica, accanto ai numeri negativi si possono trovare anche quelli fortunati, per esempio il 9 a Pechino, il 5 a Shanghai. Ma il vero portafortuna dei Cinesi è…. un pesce, la carpa rossa, simbolo di forza, ricchezza e longevità. In tutti gli specchi d’acqua che si rispettino troverete carpe rosse come non ne avete mai viste, di dimensioni inimmaginabili, dal peso di svariati chili, generosamente alimentate dai turisti locali.

In questo contesto di timori atavici e di mancate prospettive premiali, dove vanno a finire i morti? Non è ben chiaro, non c’è un pensiero dominante. Quello che è certo è il potere della famiglia, ancora molto sentito. Le foglie cadono accanto all’albero, si dice qua, ed ecco i vecchi che tornano a morire in Cina (cosa che meraviglia gli occidentali, che si stupiscono nel non vedere funerali cinesi nelle città europee). Né vanno a finire sottoterra, i morti. Qua la sepoltura è vietata, il terreno è poco e costa troppo. Niente cimiteri. La legge consente solo la cremazione, e ciascuno si tiene in casa l’urna con le ceneri degli antenati (anche se iniziative recenti spingono per la realizzazione di luoghi pubblici dove depositare almeno le urne con le ceneri dei morti).
Il mistero è come mai un popolo che sembrerebbe gaudente, appassionato e chiassoso, un po’ come i napoletani, sia invece organizzato, preciso, unito (sì, anche in questo caso come i napoletani). In realtà i Cinesi prendono tutto tremendamente sul serio, sempre alla ricerca della felicità in terra attraverso l’unico elemento di cui dispongono, il lavoro e l’impegno personale.
Il sistema scolastico è estremamente selettivo: sei anni di elementari e tre di medie formano il primo step della scuola dell’obbligo. Al termine di questi nove anni c’è l’esame più decisivo che vi possa capitare nella vita: prendere o lasciare.
Se si passa questo esame si può accedere al liceo e quindi agli studi superiori; al contrario, non esistono esami di riparazione né la ripetizione dell’anno: se non passi questo esame significa che non sei fatto per studiare, vai alle scuole professionali e impari un mestiere. E sì che l’impegno richiesto negli anni della scuola primaria non è cosa da poco: i ragazzi ricevono pesanti compiti quotidiani e studiano per ore a casa, fin dopo cena, e al tempo stesso i genitori ricevono dagli insegnanti le loro mansioni, con le indicazioni su come fare per assicurarsi che i figli studino, come fare per accertarsi che arrivino a scuola preparati (provare a fare un confronto con quanto avviene in Italia, con i genitori fin dentro le scuole, che discutono sui programmi, sui compiti, persino sulla competenza degli insegnanti…).
Niente di strano, in verità: sin dai tempi imperiali in questo Paese si premia il merito. Nei concorsi statali, quelli che selezionavano i funzionari migliori che potessero affiancare e consigliare l’imperatore, le prove d’esame erano tremende ma alla fine – per la convenienza dell’Impero – il posto era spietatamente assegnato alla persona più competente.
L’altro step, l’esame di accesso all’università, dopo tre anni di scuola superiore; si può tentare più volte però l’ammissione all’università, più una condanna che un premo, segna quasi l’inizio di una vita monacale. In Cina ci sono oggi sessantanove università, frequentate da un milione di studenti. Vivono nei campus, in maniera assai spartana (una camerata per sei studenti, con tre letti a castello e un bagno in comune). Tutti possono accedere alle università che tuttavia, pur essendo pubbliche, richiedono da alcuni anni (cioè da quando in Cina è stato introdotto il sistema capitalistico) il pagamento di una retta. Chi non può permettersela (generalmente i figli dei contadini) può ottenere qualcosa che assomiglia al “prestito d’onore”: lo Stato ti presta i soldi per studiare, li restituirai dopo, quando incomincerai a guadagnare. Nel frattempo, gli studenti effettuano visite di studio “sul campo”: lo studio non può essere solo teorico.


Facendo un paragone puramente aritmetico con l’Occidente, per esempio con l’Italia (59 milioni di abitanti, due milioni di studenti universitari), la Cina sembrerebbe arretrata. Tuttavia bisogna considerare che, in occidente, l’università nella realtà è un enorme bacino di disoccupazione. Le persone che escono dalle università raramente andranno a lavorare davvero come professionisti, tecnici specializzati, ricercatori; la gran parte dei nostri laureati – chiunque ne conosce – impiegano anni alla ricerca di un posto e, quando lo trovano, finiscono per lo più a popolare uffici e a occupare posti e lavori che potrebbero benissimo essere espletati da persone con il solo diploma.
In Cina lo Stato, in realtà, si sta ritirando da tutti i servizi sociali, non solo dall’istruzione universale e gratuita. Ormai i cittadini del Dragone sono sufficientemente ricchi, possono camminare con le loro gambe. Anche nella sanità funziona quello che qua chiamano “il sistema americano”: l’assistenza sanitaria è buona ma te la paghi. Magari con l’assicurazione sanitaria privata, che la più gran parte dei cittadini ha finito per stipulare. Chi non lo ha fatto, per esempio un vecchio povero, non esce volentieri di casa, per evitare i rischi di una caduta, di un incidente che potrebbe costringerlo a un ricovero – proibitivo – in ospedale. Anche per questo i Cinesi tengono molto alla salute: balli di gruppo all’aperto, ginnastica nelle aree attrezzate, che non mancano mai nelle grandi come nelle piccole città.

L’altro sistema per il quale occorre spendere parole è il sistema dei trasporti. Ricordate le immagini della “vecchia Cina”, con milioni di biciclette, un groviglio di ruote affannate che percorrevano incessanti le strade polverose dei quartieri poveri? Scordatevele.
Aeroporti e stazioni moderne (le stazioni ferroviarie sono organizzate esattamente come gli aeroporti, con il check-in all’ingresso e i gate per i binari, decine di treni ad alta velocità che percorrono il Paese alla velocità di crociera di 340 chilometri orari e arrivano e partono con precisione cronometrica.

Metropolitane appena si può nelle città maggiori (a Pechino ci sono 17 linee con 229 stazioni); linee metropolitane il cui tempo medio di costruzione è di due anni.
Con l’avvento della motorizzazione di massa il traffico urbano è stato organizzato più o meno al contrario di come accade da noi: il numero delle automobili “ammesse a circolare” sono quelle che il sistema viario può sopportare. Non basta, quindi, possedere una macchina per poter circolare; bisogna avere anche la targa, e le targhe vengono assegnate appunto in base alla sostenibilità viaria. A Pechino, al momento, vengono concesse 9mila targhe al mese (sembra un numero elevato ma non lo è affatto, considerando che Pechino si estende per 120 chilometri in larghezza e 130 in altezza). In città, 21 milioni di abitanti e l’estensione appena ricordata, circolano 5,5 milioni di automobili (un’automobile ogni 4 abitanti; a Milano le auto sono 700mila per 1,3 milioni di abitanti, più di mezza autombile a testa, bambini compresi) e il traffico è decisamente sostenibile; nelle ore di punta si circola con lentezza sulle principali arterie di scorrimento ma non si registrano code. E comunque, l’intensità del traffico viene regolata dall’alto: su alcune strade, per esempio su alcune tangenziali, possono transitare solo le auto dei residenti; e spesso accade che venga concessa la circolazione solo a targhe alterne, o con altre limitazioni. Lo scopo di queste iniziative – che da noi sarebbero impensabili – è lasciare libera la gente di possedere un’automobile e tuttavia di garantire una circolazione veicolare sostenibile. Così che, prima di acquistare un’automobile, dovresti provvederti di un parcheggio. Le aree di sosta, in realtà, esistono ma non sono molte; i parcheggi sono carissimi (anche 5 euro l’ora) e, quel che più conta, il divieto di sosta è assoluto praticamente ovunque (però nelle città d’arte i poliziotti chiudono un occhio se un pullman di turisti, per caricare o scaricare la propria comitiva, accosta al marciapiede per non più di due minuti).


Un potente sistema di rilevazioni automatiche attraverso telecamere scheda impietosamente i trasgressori, sia per quanto riguarda le regole della circolazione sia per quanto riguarda i limiti di velocità.

Fino a qualche anno fa i Cinesi si mostravano riottosi a fermarsi per far attraversare i pedoni sulle strisce, adesso se la telecamera registra la mancata fermata in presenza di pedoni, ecco una multa non molto elevata (dai 20 ai 30 euro) però accompagnata da una decurtazione di tre punti sulla patente. Anche in Cina i punti-base sulla patente sono venti, però con una differenza: non esistono bonus per i virtuosi che non commettano infrazioni nel corso dell’anno così che, prima o poi, se continui a prendere multe ti troverai a zero punti e dovrai sostenere di nuovo l’esame per ottenere la patente; esame rischioso perché molto severo, e soprattutto molto costoso.

Anche le famose “biciclette cinesi”, dal canto loro, si sono evolute con la tecnologia. Nelle principali città i parcheggi pubblici di biciclette sono numerosi: per accedere al sistema si paga un abbonamento mensile (intorno ai 25 euro) che dà la possibilità di prendere la bicicletta senza limiti di tempo e di percorrenza.

Al tempo stesso, il governo cerca di contenere l’inquinamento che il traffico automobilistico comporta. La Cina, come noto, ha scommesso sull’elettrico. Qui le automobili elettriche (targa verde) costano meno di quelle a benzina (targa azzurra) e la targa, che per i veicoli a benzina costa anche 15 mila euro, viene concessa gratis alle auto elettriche. In questo modo tutti sono spinti ad acquistare automobili elettriche e si stima che entro il ciclo di vita medio di un’automobile (sette-otto anni) praticamente l’intero parco automobilistico di Pechino sarà alimentato da energia elettrica. Nel frattempo, nella capitale già oggi è vietata la circolazione ai mezzi su due ruote a motore che non siano elettrici. Il risultato è che il traffico è estremamente silenzioso, l’aria pulita e i guidatori disciplinati.

Si può poi aggiungere a questo capitolo in tocco artistico: le targhe delle province rappresentano vere e proprie descrizioni poetiche del territorio. Il pittogramma della targa di Shanghai, per esempio, presenta tre puntini che simboleggiano il mare, e una specie di “p” che sta per famiglia, così che, alla fin fine, Shanghai significa: “la famiglia che abita vicino al mare”. La “sigla” della provincia di Hangzhou contiene in alto un simbolo che rappresenta l’erba, quindi in basso i simboli del riso, dell’acqua e del pesce, come dire che “questa è una terra ricca di cibo” .

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Nella terra del Dragone – 1

Immaginate un Paese senza graffiti sui muri, con le strade senza buche e senza rattoppi, come se l’asfalto fosse stato posato ieri; immaginate di camminare lungo i marciapiedi senza pestare cacche di cani, senza incrociare cassonetti trabordanti di immondizia, un paese dove la pulizia è maniacale, con squadre di spazzini che in continuazione raccolgono foglie e cicche, magari aiutate da spazzatrici automatiche che percorrono incessanti i viali delle città per una pulizia h24….

Spazzatrice automatica in azione a Suzhou

… Immaginate un Paese dove i treni vanno a 340 chilometri orari e spaccano il minuto, dove le automobili elettriche scorrono silenziosamente lungo strade larghe rispettando i limiti di velocità, dove si lascia la macchina nei parcheggi e la sosta lungo le strade urbane è vietata. Immaginate un Paese dove non inciampate in cocci di birra, dove non esistono assembramenti di sfaccendati che culminano in risse di ubriachi….
… Ma esiste davvero, un simile Paese?
Esiste.

La storia imperiale è lunga esattamente 2132 anni, dal primo autoproclamato imperatore nel 221 avanti Cristo, Qin Shi Huangdi (nato come Ying Zheng), che si propose come semidio e dette avvio alla dinastia Quin (si legge Cin, da cui l’odierno nome di Cina), fino al 1911 con Pu Yi, l’ultimo imperatore raccontato sullo schermo nel 1987 da Bernardo Bertolucci. Questo Quin Shi Huangdi non solo pose sotto il suo comando una Cina unificata dopo secoli di lotte fra le varie etnie che abitavano il Paese ma dette al Paese stesso un esercito unico, una unica legge, il medesimo apparato burocratico, la stessa moneta, le stesse unità di misura e perfino la stessa scrittura. Questo Quin, fra l’altro, avviò la costruzione della Grande Muraglia

Stazione della funivia nel tratto Mutianyu della Grande muraglia

e fece costruire per se stesso, a guardia della sua tomba, quel formidabile esercito di terracotta a Xi’An, ottomila figure fra soldati e animali, scoperti a metà degli anni Settanta, oggi patrimonio Unesco e considerati come l’ottava meraviglia del mondo.

Nei secoli, la capitale della Cina è cambiata più volte; generalmente seguendo criteri geografici di gestione del potere, che si è alternato lungo i punti cardinali: Pechino (Be Jing = capitale del nord), Nanchino (Nan Jing = capitale del sud), Xi’An e Can Ton (rispettivamente capitali dell’Ovest e dell’Est).
In mezzo, dopo i Quin, ci stanno numerose altre dinastie (17, per l’esattezza), alcune durate pochi anni, le più importanti delle quali sono stati gli Han, i Tang, gli Yuan, i Ming e i Quing. Ma i Cinesi – contrariamente a quanto accade in occidente per gli Inglesi, i Francesi, gli Italiani – non hanno alcun rimpianto per il loro passato imperiale, si limitano a ricordarlo come sistema feudale. Loro sono abituati a rinnegare il passato per il presente e, ancora di più, per il futuro. Caratteristica di tutte le dinastie imperiali che si sono succedute nei secoli è stata quella di distruggere sistematicamente i simboli dei vinti, e innalzarne ex novo di propri. Anche il torbido periodo della nazional repubblica, caratterizzato dall’ascesa dei Signori della guerra, non desta rimpianti né animose rivendicazioni (se non il residuo della querelle su Taiwan).
Un ricordo – però lontano, malinconico semmai – viene oggi dal mito di Mao Tze Dong, vero e proprio padre della patria, il cui ritratto campeggia tuttora sopra la porta della Pace celeste, nella sterminata piazza Tien’Anmen.

Se non altro i Cinesi gli riconoscono di aver posto fine alla instabilità e di avere fondato (1949) il Paese nel quale vivono oggi, la Repubblica popolare cinese; e di averle dato persino un vessillo nazionale, la bandiera rossa (colore dell’ardimento) con cinque stelle gialle, la più grande delle quali simboleggia la Guida del Paese (per alcuni il Governo, per altri il Partito comunista) mentre le quattro più piccole rappresentano le classi sociali e cioè i contadini, gli operai, i commercianti e i soldati.

Di problemi ce ne sono stati, con Mao; per primo lo scontro con l’Urss (che Mao accusava di revisionismo, e che si era schierato con il Kuomintang di Chiang Kai-sheck durante la guerra repubblicana), poi la politica della rimozione del vecchio, l’oblio del passato, con la distruzione dei simboli della “vecchia Cina” imperiale e borghese, che però ha trascinato nell’oblio l’intera memoria storica di un così immenso e antico Paese. L’altro errore fu l’ordine “fate figli”, che in pochi anni ha portato centinaia di milioni di contadini poveri a condividere la classica scodella di riso quotidiana prima per tre, poi per quattro e così via, fino a che la povertà è diventata insostenibile. Mao non ha avuto però il tempo per riconoscere i propri errori, forse anche travolto dal culto di se stesso. Nel periodo del maoismo, della Rivoluzione culturale e delle Guardie rosse vi poteva capitare, assicurano qua, che veniste sbattuti in galera perché vi eravate seduti, inavvertitamente, su un giornale dove era stampata una fotografia di Mao.
Poi, il miracolo, e con esso la svolta: è il 1972 e, attraverso la famosa “diplomazia del ping pong”, inaspettatamente la Cina apre agli Stati uniti. Il Presidente Nixon viene in visita a Pechino. I Cinesi si chiedono: come è mai possibile che noi, che abbiamo più di duemila anni di storia, siamo poveri, mentre questo Paese, che esiste da poco più di duecento anni, è il più ricco del mondo? La risposta che i Cinesi si danno è lapidaria nella sua semplice evidenza: basterà copiare il sistema americano, e diventeremo tutti ricchi. Il fatto che a gestire la transizione verso il capitalismo sia il partito comunista non turba più di tanto; ciò che conta è abbandonare la povertà e l’emarginazione e magari prendersi una rivincita sul “secolo nero” della storia cinese, quell’Ottocento che ha visto il Paese sottomesso e umiliato.
Detto fatto: è il 1976 e partono le quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping; modernizzazione dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell’industria e della difesa nazionale. Contemporaneamente, il Dragone prende coscienza del fatto che il problema demografico esploso negli anni di Mao sia una bomba da disinnescare, e subito. Prende così avvio (1979) la politica del figlio unico (parzialmente abolita nel 2013), con l’obiettivo di raggiungere crescita zero entro il 2000.
L’applicazione della legge è rigorosissima, trasgredirvi comporta pene di ogni tipo (ci dice Sonia, nome di fantasia: “Mio padre voleva un figlio maschio; quando nacqui io andò contro la legge, e nacque mia sorella. Mio padre perse la casa e il lavoro, diventammo poveri”).
La legge del figlio unico ha comportato drammi umani e personali rilevanti, per esempio il ricorso all’aborto selettivo, e ha comportato conseguenze tuttora problematiche, come il fatto che oggi in Cina – contrariamente a quanto accade nel resto del mondo – il numero dei giovani maschi è di molto superiore a quello delle coetanee femmine. Con la conseguenza, inevitabile, che un buon numero di uomini rimarranno soli per tutta la vita.
Al contrario, le donne possono scegliere; è incominciata la caccia a un buon partito. Se uno non va bene andrà bene un altro, magari ricco e avanti con gli anni. Il detto che circola, fra il serio e il faceto, è: “Meglio piangere in Bmw che ridere in bicicletta”. Anche perché qua le tradizioni nuziali sono opposte a quelle che conosciamo: in caso di matrimonio è l’uomo che porta la dote cioè – come minimo – la casa e l’automobile. Oltre a un buon lavoro e a un cospicuo capitale. Alla donna, nel matrimonio, è richiesto tutt’al più di procurare le lenzuola (ci ha detto Luigi, nome di fantasia: “Ho due figli maschi e non so se riuscirò a farli sposare, dovrò lavorare molto, e guadagnare molto, per questo”). Comunque, adesso c’è il divorzio. È vero che in Cina la famiglia tradizionale ha ancora radici solidissime ed è il vero riferimento della vita individuale e sociale, però a una donna può sempre toccare un marito imperatore; e adesso anche la donna lavora, può scegliersi il marito ma può anche scegliere di lasciarlo.
Come avrete forse constato confrontando le date, la politica del figlio unico è un fil rouge che segue la visita di Nixon, l’avvio del capitalismo in Cina, le Quattro modernizzazioni. Un pensiero unico che dà valore al denaro, all’arricchimento, al successo. Le imprese private hanno raccolto i semi gettati dai leader politici, e li hanno fatti fruttare. Oggi in Cina il lavoro è ancora prevalentemente statale però il comparto privato (sorto praticamente come stampella del potere centrale, cioè per dare lavoro ai disoccupati, soprattutto a quelli generati dalla politica del figlio unico) cresce rapidamente. Per esempio in edilizia.
La Cina possiede oggi circa il 20% della popolazione mondiale e una estensione di territorio sconfinata. Tuttavia, sembra un paradosso ma non lo è, le terre inospitali (montagne, deserti, paludi) sono molte, così che in un paese così vasto c’è penuria di spazio (si stima che lo spazio “utile” non superi il 17% del territorio cinese). Durante le modernizzazioni (e fino a oggi) il terreno per edificare abitazioni veniva affidato in concessione attraverso aste pubbliche al miglior offerente, così che, alla fine, l’imprenditore che si era aggiudicato il lotto, per guadagnare, doveva farlo fruttare. La costruzione di grattacieli, condomini da venti o trenta o più piani (in alcuni gli ascensori arrivano fino al ventesimo piano, in altri iniziano a funzionare dal decimo piano in su), nasce da questa esigenza, non da una scelta architettonica, estetica o tecnologica.


Peraltro, in Cina praticamente non esiste il mercato dell’affitto. Le case si possono solo acquistare, e naturalmente lo si fa attraverso un mutuo, generalmente ventennale; che, nel caso, si può trasmettere ai figli. Tutti possono permetterselo, visto che i tassi di interesse sono irrisori; in alcuni casi si può arrivare anche allo zero per cento così che, alla fin fine, si chiama acquisto ma non è molto diverso da un affitto.

 

 

Ne hanno fatta, di strada, i Cinesi, sotto il profilo abitativo. Oggi vivono in comode abitazioni urbane con l’aria condizionata (ci chiedono: “ma è vero che da voi non tutte le case hanno il condizionatore? E come fate a vivere?”) ma solo trenta o quaranta anni fa le case del Paese assomigliavano a quelle che furono per Milano le case di ringhiera, con piccole stanze tutt’intorno a un cortile, un solo bagno in comune per piano così come anche, in comune, le “aree sociali”, dove poter cucinare e lavare.

 

 

C’è un punto interrogativo, però; lo Stato non vende il terreno ai costruttori, il terreno è demaniale e non è possibile cederlo a privati. Si tratta quindi di una concessione, la cui scadenza oscilla fra i settanta e i novant’anni. Che cosa accadrà quando le concessioni scadranno (il sistema è stato avviato a metà anni settanta, quindi sono trascorsi, nel migliore dei casi, cinquant’anni) non si sa ancora; alcuni ritengono che le concessioni “dovrebbero” essere rinnovate, sembra una previsione ragionevole, tuttavia è pur sempre un punto di domanda che, al momento, non ha risposta. E nel frattempo il paesaggio urbano è modellato da questi gruppi di abitazioni – decine, molte decine di piccoli o grandi grattacieli – nei paesi dove risiedono milioni di Cinesi (loro chiamano “paese” un insediamento di 4-5 milioni di abitanti).

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La Birra Korça parla italiano

 

 

L’aria è dolciastra, fumosa. La fabbrica moderna, con macchinari brillanti e i computer che controllano l’intero processo produttivo, stride con i mattoni rossi dell’edificio, un bel liberty di inizio Novecento, però ben tenuto. Anche questo stabilimento, come spesso capita in Albania, parla italiano; la fabbrica di birra Korça è stata fondata nell’omonima città (conosciuta dagli italiani anche come Corizza) nel 1928 dall’imprenditore italiano Umberto Uberti, personaggio creativo e inquieto.
Lui era farmacista, trevigiano di Pieve di Soligo. Le cronache non riportano l’anno di nascita, e nemmeno il suo corso di studi; qualcuno azzarda che fosse anche ingegnere, se non altro perchè  se ne andò a costruire strade in Romania e tornò in Italia, fiutando l’aria, nell’imminenza dello scoppio del primo conflitto mondiale, in tempo utile per arricchirsi coordinando forniture di bevande per l’esercito italiano. Alla fine della guerra lo vediamo tutto intento a costruire una fabbrica di ghiaccio, a Venezia; ma soprattutto, attraverso la Umberto Uberti Sas, sempre a Venezia e insieme con i suoi due figli, a produrre macchinari e materie prime per rifornire la rete (una trentina di esercizi in tutto) dei birrifici delle tre Venezie.
In pochi anni in nostro si fa un nome, come si dice. La sas non basta più, ecco la Umberto Uberti Srl, ecco che si apre la filiale di Vienna (un nome una garanzia, nell’ambiente birraio). Ed ecco, di nuovo, l’attrazione per i Balcani. Umberto Uberti si rimette in viaggio, va in Albania, a Tirana; però gli sembra che la città sia troppo caotica e complicata, non fa per lui. Allora si spinge nuovamente verso est, verso il confine con la Macedonia, verso la Grecia. Arriva a Korça, 75mila abitanti a sud del lago di Ocrida, e la prima cosa che lo intriga è l’acqua, che scende purissima dal monte Morava, a otto chilometri dal centro cittadino.
Questa Korça non è una cittadina qualunque. È il cuore storico del movimento nazionalista albanese. La disgregazione dell’impero ottomano, le rivendicazioni di autonomia dei Balcani e la vicinanza della cittadina con la Grecia, provocarono scontri e rivendicazioni infinite a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Fra il 1916 e il 1920 la città passò sotto il dominio francese come Repubblica autonoma di Corizza. L’esperimento sembrò funzionare; efficace fu la cooperazione tra cristiani e musulmani albanesi nel governo, così che i francesi permisero alla Repubblica autonoma di comportarsi proprio come fosse uno stato indipendente, addirittura battendo una propria moneta, con una bandiera nazionale e persino emettendo francobolli ufficiali. Nel turbolento periodo fra le due guerre mondiali la Società delle Nazioni stilò un rapporto, probabilmente un po’ superficiale, nel quale si sosteneva che la popolazione di Corizza fosse interamente albanese e che la componente greca fosse insignificante. Questo rapporto era stato redatto in massima parte da un diplomatico che di tutto si interessava tranne che di politica internazionale, Jakob Johannes Sederholm (1863-1934). Lui era un geologo molto famoso e stimato, per 40 anni capo del Servizio geologico finlandese, e forse tanto bastò per considerarlo anche raffinato politico. Sta di fatto che la conferenza di Pace di Parigi (1919) stabilì che Korça dovesse rimanere all’Albania e non essere annessa alla Grecia, che pure la rivendicava. Ma subito dopo, durante il 1920, acquisita la sovranità albanese sul territorio vi fu una sorta di epurazione etnica: la lingua greca fu proibita nelle scuole, nella vita religiosa e persino nelle conversazioni private. Nel novembre del 1921 venne addirittura espulso il vescovo metropolita greco-ortodosso, Jakob, cosa che suscitò dimostrazioni anche aspre da parte della minoranza greco-ortodossa e che provocò, alla fine, un’ondata migratoria della componente greca, soprattutto verso l’Australia.
È in questa città a cavallo fra islam e cristianità, fra Impero ottomano e rivendicazioni autonome, che capita quindi, nel 1928, il nostro Umberto Uberti. Decide che impianterà in questo posto la sua fabbrica di birra. Le leggi albanesi non permettono a uno straniero di avviare una impresa; per quello occorre un socio. Lui un socio già lo ha, in Italia, è la famiglia Luciani, proprietaria all’epoca del gruppo Dreher. Bisogna trovare il socio locale, dunque. E lui, Umberto Uberti, il socio albanese lo trova. Si chiama Selim Mborja, gran personaggio, ricchissimo e potente, imprenditore e patriota. Fra i due scocca la scintilla: Uberti metterà l’idea e la tecnologia, Mborja il terreno. L’atto costitutivo della società è del 1928, nel 1929 incomincia la costruzione della fabbrica, su un’area di 20.000 metri quadrati, di proprietà di Selim Mborja. Il capitale della società è di 950mila franchi oro, di cui 600mila di Uberti e 350mila di Mborja (non in contanti bensì conferendo all’azienda i terreni della fabbrica).

Mborje fu imprenditore capace, uomo d’affari creativo ma oggi in Albania viene ricordato soprattutto come straordinario e generosissimo filantropo. Nel 2022 il presidente della repubblica di Albania, Ilir Rexhep Meta, lo ha insignito alla memoria del titolo “per meriti civili speciali”, riassumendo la sua figura con queste parole: “Filantropo e patriota di spicco, il suo nome è strettamente associato agli emblemi e all’orgoglio della Piccola Parigi [è così che gli Albanesi amano parlare di Korça – Ndr]
dove si distingueva con l’attività umanitaria nel periodo 1920-1943. Donatore del terreno dove fu costruito l’ospedale di Korça, costruttore della centrale elettrica nel 1925, contribuente all’approvvigionamento di acqua potabile della città, donatore di terreni per la costruzione di impianti sportivi e fondatore del Club Tennis Korça, principale sostenitore di gruppi musicali, artistici e giornalistici, costruttore del palazzo della prefettura e investitore del sito dove è stata costruita la “Birra Korça”, il suo nome è presente anche nella Federazione Vatra e Albania, presso la Croce Rossa, presso la commissione per la raccolta degli aiuti per la creazione del Liceo di Korça, alla pubblicazione del giornale Jet e Re e in molti altri aspetti.” (Nota: all’avvento del regime comunista Selim Mborje – avvisato tempestivamente da una lettera anonima – sfuggì per miracolo ai sicari di Hoxha che intendevano assassinarlo e si imbarcò per Istanbul, dove morì il 3 aprile del 1952, senza aver più potuto rivedere la sua splendida casa a Korça, dove nel frattempo si era insediatro Enver Hoxha. La descrizione più suggestiva della sua vita e delle sue attività è disponibile qua).

Ma torniamo al 1929. È un eccellente momento per i rapporti italo-albanesi. Il progetto del birrificio viene approvato senza obiezioni dal parlamento albanese ed è addirittura uno dei primi atti sottoscritti dal primo re del Paese, Ahmet Lekë Bej Zog, autonominatosi Zog I il primo settembre 1928. Scrisse la Gazzetta di Korça del 6 giugno 1934: “Lunedì 4 di questo mese, alle 17.30, ha avuto luogo l’inaugurazione dello stabilimento Birra Korça dell’azienda Uberti-Mborja. È stata invitata una larga rappresentanza delle autorità competenti. I numerosi ospiti hanno visitato per la prima volta la fabbrica in costruzione e hanno ammirato i macchinari della fabbrica dove venivano generosamente servite birre con stuzzichini selezionati. La birra Korça è davvero di qualità migliore di molte birre straniere, ed uguale a quella dei più famosi birrifici tedeschi. Il signor Umberto Uberti e Selim Mborja hanno ricevuto le sincere congratulazioni da tutti per il successo della loro azienda. Ieri è iniziata la vendita della birra Korca. Il prezzo è stato fissato dall’azienda a 4 lek per le bottiglie grandi e 2 lek per quelle piccole.” La produzione iniziale si limita alle birre Blonde Ale e Brown Ale (oltre ad acqua imbottigliata e ghiaccio, della cui produzione, ormai, Uberti è specializzato). In questo momento l’azienda occupa 250 operai albanesi e 25 tecnici specializzati provenienti dall’Italia.
L’avventura è bella, il successo è inevitabile. Ma dura poco. Alla fine del 1944 Henver Hoxha assume il potere in Albania e avvia un radicale processo di nazionalizzazioni. L’11 gennaio del 1946 la Korça Beer viene nazionalizzata. Iniziano anni bui; la produzione continua ma il processo di sviluppo si è arrestato. Manca, come si suol dire, uno spirito imprenditoriale adeguato. Nell’aprile del 1985 Hoxha muore e lentamente l’Albania ricomincia a vivere e ad aprirsi di nuovo al mondo. Occorreranno ancora nove anni, tuttavia, perché la riscossa abbia inizio. Nell’aprile del 1994 il birrificio Korça torna a essere un’azienda privata, rilevato all’asta da un gruppo di imprenditori locali; ma occorreranno altri dieci anni – e siamo al 2004 – per il vero salto di qualità; in quell’anno, infatti, l’azienda viene rilevata dall’imprenditore Irfan Hysenbelliu (attuale presidente di Korca Beer sh.p.k.) che ristruttura l’edificio mantenendone comunque il tratto liberty originale che era stato pensato dagli architetti italiani incaricati da Umberto Uberti e dà il via a una importante riorganizzazione operativa e tecnologica (valore: 15 milioni di euro), inserendo nuove linee produttive importate dalla Repubblica Ceca e avviando un avveniristico controllo computerizzato dell’intero ciclo produttivo.
Oggi il birrificio Korça produce tre birre differenti, la bionda, la nera e la O1, a basso tasso alcolico. Produce inoltre dal 2014 Fab Water, un’acqua oligominerale naturale, e distribuisce in tutta l’Albania la Green Cola. Inoltre, il Gruppo Hysenbelliu e’ diventato il maggior azionista di Tirana Beer, primo birrificio del Paese, fondato nel 1960, con un fatturato di circa 6,8 milioni di dollari e 150 dipendenti. Il birrificio Korça produce attualmente 12 milioni di litri di birra utilizzando luppoli locali, naturalmente l’acqua della sorgente naturale del monte Morava e lieviti di qualità provenienti dalla Germania. Le esportazioni sono ancora limitate, considerando che la capacità produttiva dello stabilimento consente appena di coprire un mercato locale in espansione. Incominciano però a crearsi canali commerciali interessanti in direzione del Kosovo, della Macedonia del Nord, degli Stati Uniti e dell’Italia. Molto favorevole, in prospettiva, appare il mercato italiano, se non altro perché gli Albanesi in Italia sono circa cinquecentomila, e potrebbero riconoscersi nella loro birra.
In tutto questo anche la città di Korça è stata valorizzata dalla rinascita del birrificio. Durante il mese di agosto, infatti, dal 2007 si tiene ogni anno un Festival della birra, che tende a emulare il più famoso Oktoberfest di Monaco. Questo festival è ormai il maggior evento di attrazione turistica dell’Albania, con migliaia di turisti che arrivano da tutta Europa. Sempre più numerose sono le attrazioni artistiche e musicali che dalla prima sede del festival, la stazione degli autobus, dilagano ormai in tutta la città, che in questi giorni diventa una vera e propria discoteca a cielo aperto dove si consumano, dice la pubblicità (ma non si stenta a crederlo), oltre 14mila pinte di birra, mentre si assapora la deliziosa cucina tradizionale albanese, simile a quella mediterranea ma con, in più, le spezie e i condimenti della penisola balcanica e, naturalmente, tutto il tributo alle zuppe che caratterizza la cucina dell’est europeo. E considerando la recente “riscoperta” dell’Albania da parte del turismo italiano, state pur certi che questi numeri saranno destinati a crescere rapidamente.

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Le statue del demonio

 

 

L’angelo urla la sua rabbia verso il cielo, e ne ha ben motivo: è appena stato punito da Dio per la sua presunzione e scaraventato nell’inferno. Nella sua caduta è precipitato su una roccia e adesso grossi serpenti gli si attorcigliano intorno alle gambe. Sotto di lui bocche demoniache riempiono d’acqua la vasca della fontana. Non stiamo parlando di un angelo qualunque ma proprio di Lucifero, che fra gli angeli era il più vicino a Dio e che, forse proprio per questo, un bel giorno pensò bene di attentare al Suo ruolo, con le conseguenze che conosciamo.
La singolare scultura – si chiama El Ángel caído (l’angelo caduto) – è opera dello scultore spagnolo Ricardo Bellver y Ramón (1845-1924), che si perfezionò in lunghi anni di studio e di lavoro a Roma; gliela commissionò nel 1876, appositamente per il Parque del Buen Retiro, il duca Fernán Núñez.
Per la sua originalità la statua fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi del 1878, e visse alcuni decenni di lugubre notorietà. Per un po’, infatti, il monumento venne adottato come proprio simbolo dalle sette sataniche della capitale spagnola; negli anni Venti più volte la polizia dovette intervenire per interrompere improvvisati festini notturni in onore di Satana e qualcuno dice (ma chissà se poi è vero) che in più di una circostanza le forze dell’ordine trovarono il basamento del Ángel caído imbrattato di sangue fresco.
Ricardo Bellver y Ramón, dal canto suo, era scultore cortigiano; lavorava cioè su commissione. E oltre che per l’Ángel caído lo ricordiamo per statue più “tradizionali”, come la tomba del cardinale Lastre y Cresta nella cattedrale di Siviglia, o la Madonna del Rosario nella chiesa di san Giuseppe a Madrid, o il bassorilievo della morte di sant’Agnese, sempre a Madrid. O ancora per la statua di Juan Sebastián Elcano (noto come El Cano), che ancora oggi fa bella mostra di sé al ministero degli Esteri della capitale spagnola (questo El Cano fu l’esploratore spagnolo che comandava la spedizione di Ferdinando Magellano e che lo sostituì alla sua morte, divenendo il primo europeo a circumnavigare la terra).
Le ipotesi sull’ispirazione di una statua così singolare si sprecano; la più “colta” vuole che l’opera si rifaccia al libro di John Milton “Il paradiso perduto”, pubblicato nel 1667. La più esoterica vede, invece, un collegamento con il luogo e con la “numerologia”. La statua di Lucifero sorge infatti a un’altitudine di 666 metri sul livello del mare (l’altitudine media di Madrid è di 655 metri slm, cui si possono aggiungere gli undici metri del basamento). A proposito del basamento, l’incarico venne affidato dal Comune di Madrid all’architetto Francisco Jareño che lo realizzò in granito, bronzo e pietra, contornandolo da un’ampia vasca con tanto di fontana. Forse a causa della sua controversa natura, l’opera venne inaugurata ufficialmente solo nel 1885, ben otto anni dopo che Ricardo Bellver y Ramón l’aveva consegnata al committente.
Esiste anche un altro monumento chiamato El Ángel Caído; si trova a Santa Cruz de Tenerife, sempre in Spagna, ma non ha niente a che fare con il demonio; rappresenta infatti il generale Francisco Franco che impugna una spada a forma di croce e la rivolge contro un angelo della pace che vola verso di lui.
La tradizione vuole che quella di Madrid sarebbe l’unica statua al mondo dedicata al demonio ma questo è quanto sostengono i madrileni. In realtà non è così. Di statue dedicate al demonio, al mondo, ce ne sono altre cinque (e magari anche più). Andiamo con ordine.
La più… vicina a noi si trova a Torino, e forse non a caso, considerando che molte voci di popolo vedono il capoluogo piemontese come città particolarmente esoterica, tetra, massonica, iniziatica. Siamo nella centralissima piazza Statuto, elegante e sabauda, un bell’impianto rettangolare contornato da portici. Qui dal 1879 sorge un monumento piuttosto lugubre, un’alta piramide di pietre sulle quali riposano, sfiniti, i mitici titani. L’allegoria si riferisce al traforo ferroviario del Frejus, inaugurato il 17 settembre 1871; opera – appunto – titanica: fu la prima galleria scavata nell’arco alpino (in tredici anni, dal 1857 al 1870) e per parecchio tempo con i suoi 12,2 chilometri rimase anche la più lunga al mondo, cedendo il primato dodici anni dopo al traforo del Gottardo (16,9 chilometri).
L’opera, realizzata da Luigi Bellini nel 1879 proprio con i massi del traforo, intendeva rappresentare il trionfo della ragione sulla forza bruta, e per questo motivo lo scultore collocò sulla sommità una figura alata con in testa una stella a cinque punte, che avrebbe dovuto simboleggiare il genio alato della scienza. Ma forse l’allegoria non risultò troppo chiara ai torinesi, che da subito presero a considerare che il monumento fosse una dedica alle sofferenze patite dai minatori che avevano lavorato nella galleria (alla fine, su 4mila operai, si dovettero registrare quarantotto morti).
E poi, si sa, concussam baccatur Fama per urbem; quando le leggende prendono corpo diventano incontrollate e incontrollabili. Ed ecco che piazza Statuto, per quelli che se ne intendono davvero, sarebbe uno dei vertici del triangolo della magia nera nel mondo (per i curiosi: gli altri due si trovano a Londra e a San Francisco). Anzi, l’epicentro dell’energia negativa si troverebbe proprio a Torino, nel punto in cui sorge il monumento; con l’ovvia conseguenza che il personaggio in questione – altro che genio alato della scienza! – sarebbe Lucifero in persona. E ce n’è d’avanzo: pare che proprio qui a Torino, magari per rispetto al loro padrone occulto, siano venuti in pellegrinaggio personaggi “esoterici” del calibro di Nostradamus, Fulcanelli e Paracelso. E mi fermo qua, per non tirare in ballo le grotte alchemiche di Torino o la leggenda (?) del vecchio saggio con formidabili poteri divinatori che dimorerebbe proprio nelle alture del capoluogo piemontese.
Singolare è il caso dell’opera intitolata El poder brutal (conosciuta popolarmente come La cara del diablo, Il volto del diavolo, o El diablo de Tandapi, Il diavolo di Tandapi) che si trova in Ecuador, nel cantone di Mejia, a una ottantina di chilometri dalla capitale Quito. Si tratta della rappresentazione in pietra di un volto diabolico, una scultura alta venti metri, collocata a 30 metri dal suolo. I tratti sono proprio quelli che ti aspetteresti dal diavolo, le corna sulla fronte, il naso appuntito e – dietro le labbra socchiuse – dei denti aguzzi come zanne. In basso, sul basamento, sono incise le parole El poder brutal. L’artista che ha eseguito l’opera (tra il 1985 e il 1987) si chiamava César Octaviano Cristóbal Buenaño Núñez (morto nel 2001); non era uno scultore ma un impiegato del ministero dei Lavori pubblici. Era abile nel manovrare la benna e per questo motivo fu incaricato dai suoi superiori di demolire un tratto di una collina rocciosa che, in una curva lungo la strada, chiudeva la visuale agli automobilisti che sopraggiungevano, provocando parecchi incidenti. Quando Buenaño Núñez scoperse che, nel corso del suo lavoro, dalla roccia era emerso un masso dalla forma particolare, ebbe l’ispirazione, raccolse offerte per la realizzazione della scultura, comprò gli attrezzi necessari e divise il lavoro in due: al mattino lavorava alla montagna, al pomeriggio alla scultura, lavorando dall’interno della montagna dopo aver creato una galleria nella fragile roccia tufacea, in modo che il suo lavoro non risultasse visibile dalla strada. Come abbia fatto a tener nascosto questo scavo che nessuno gli aveva chiesto non è chiaro ma quando il ministero, visto che il lavoro si prolungava eccessivamente, gli impose di terminarlo in fretta, l’uomo fece brillare un tratto di collina, scoprendo in questo modo “el poder brutal”. Ancora oggi, a oltre venti anni dalla morte di Buenaño Núñez, questo volto è “il diavolo” ma la verità è che la gente si affeziona alle leggende anche e soprattutto se sono intriganti e turbolente. Mentre Wikipedia continua tuttora ad avvalorare la versione che la statua rappresenti effettivamente il diavolo, autorevoli operatori smentiscono questa ricostruzione. In un servizio sulla emittente La Televisión Ecuador del 15 aprile 2012, il figlio stesso di Buenaño Núñez, Luis Buenaño, sostiene “Il potere brutale è il potere che tutti noi sosteniamo nel decidere se fare il bene o il male; mio padre non ha mai dato a questa scultura il soprannome del Il diavolo di Tandapi.” Qualche anno dopo il giornale El Diario, edizione di Santo Domingo del 1 settembre 2016, conferma questa versione riportando una dichiarazione postuma dello stesso scultore: “La scultura rappresenta l’uomo sensato, corretto, coerente, ma a volte può commettere molte brutalità, peccati. Ci deve essere sempre un equilibrio, ci sono cose buone che possono avere un effetto negativo e ci sono cose cattive che hanno un effetto positivo, questo è il messaggio, il potere che abbiamo di decidere di fare il bene e il male”.
Non c’è invece alcun equivoco nelle altre due rappresentazioni artistiche dedicate al diavolo, di cui voglio parlare. Andiamo per esempio nell’isola di Cuba, precisamente in un piccolo cortile del Campidoglio Nazionale de L’Avana. Vi troviamo una statua bronzea che non lascia adito a dubbi. Si chiama L’angelo Ribelle e sì, mostra proprio lui, il diavolo in persona. Lo scultore è italiano, si chiama Salvatore Buemi (1867-1916) un siciliano che lavorò a Roma tra fine 800 e i primi del 900.
Buemi si specializzò nell’arte monumentale cercando di mettere in risalto temi e personaggi sociali. Gli piacevano le figure forti, decise, controcorrente. E non è quindi un caso che nel 1906 stipulò un contratto con un incaricato degli Affari Esteri di Cuba a Roma per la realizzazione dei monumenti agli eroi e combattenti per la liberazione dell’isola (quello dedicato a José Martí sarà inaugurato nel 1909). L’anno successivo Buemi donerà alla città de L’Avana la statua dell’Angelo ribelle (o anche Il Ribelle Eterno), e sarà nominato cittadino onorario della Repubblica Cubana (altre opere famose del “periodo cubano” di Buemi sono il mausoleo di José Miguel Gomez nel Cimitero Colombo all’Avana e la statua, anch’essa in bronzo, intitolata trasgressivamente Cuba libre (1909), raffigurante una donna a seno nudo che spezza le catene dei polsi e leva le braccia verso il cielo in segno di esultanza.
In rete si trovano quindi due differenti dizioni della statua del diavolo di Cuba, L’Angelo ribelle e Il ribelle eterno. Entrambe sarebbero attribuite a Buemi ed entrambe si troverebbero a Cuba, così che è assai probabile che la statua sia una sola, quella qui accanto riportata in foto.
Proseguiamo con la cattedrale gotica di Liegi, costruita fra il 1232 e il 1430 e dedicata a san Paolo. E qui la sorpresa è davvero forte, visto che questa statua del demonio (la scultura si chiama Le génie du mal, il genio del male e fu realizzata nel 1848 dallo scultore belga Guillaume Geefs) si trova – addirittura! – dentro una chiesa. Ma attenzione: la statua che è possibile ammirare ancora oggi a Liegi non è quella che vi era stata collocata in origine.
Curiosamente, il primo incarico per una statua raffigurante il demonio (si chiamava L’angelo della morte) era stato assegnato al fratello di Guillaume, Joseph, anch’egli scultore. Questi terminò il lavoro nel 1842 ma venne vivacemente contestato: il soggetto della scultura era troppo angelico e bello per poter raffigurare un angelo caduto, che tutti immaginiamo con la faccia truce, mentre per la rabbia digrigna i denti. In altre parole, il demonio di Joseph Geefs era troppo accattivante perché la gente, guardandolo, ne rimanesse inorridita. Purtroppo, bisogna dirlo, il povero Joseph aveva fatto un buon lavoro, visto che si era riferito alla creatura alla quale Dante, nella Divina commedia, si riferisce come “la creatura ch’ebbe il bel sembiante” (e infatti la pretesa di Lucifero di prendere il posto di dio nasceva proprio dal fatto che egli era, fra gli angeli di dio, il più bello e forse anche il più intelligente e capace).
Ma anche questo nuovo pezzo, completato nel 1848, non fu risparmiato dalle polemiche. Intanto perché Lucifero rimane comunque “di belle fattezze” e poi perché è più o meno nudo (indossa soltanto un panno intorno alla vita), ha un’espressione pensosa ma non cupa, come tanti re e potenti che trovano generosa ospitalità equestre nelle chiese di mezzo mondo.
E la scultura di Joseph? È stata rimossa dalla chiesa però ancora oggi viene conservata con tutti gli onori nel Royal Museum of Fine Arts di Bruxelles.
Ecco infine l’ultimo diavolo, la statua in pietra di Costantino Corti (1823/24-1873) intitolata Lucifero (a volte nelle didascalie si legge anche Satana) oggi si trova nel parco del castello di Montresor, nella valle della Loira. La statua fu commissionata dal conte d’Aquila (fratello dell’ex re di Napoli). Alla fine del XIX secolo, un viaggiatore e critico dilettante diede questa valutazione dell’opera: “Corti non fa un volgare Satana con corna, zoccoli e coda ma un vero e proprio Figlio caduto del Mattino; maestoso nella forma, forte nelle membra, determinato nella volontà, superno nella figura, ma sinistro nell’aspetto: un essere avvolto nel dubbio, nella disperazione e nella colpa; sufficientemente attraente nell’aspetto da lanciare un incantesimo sugli uomini o attirare i loro desideri peccaminosi verso i suoi con la forza di una simpatia congeniale.”
Questo Lucifero, infine, è stato recensito dal critico Francesco dall’Ongaro “come una degna rappresentazione dell’ideale satanico condiviso nelle opere letterarie di John Milton o Lord Byron”. A queste considerazioni – che abbiamo visto accompagnare la figura di Lucifero sin dal suo primo apparire – Dall’Ongaro ne aggiunge un’altra (anche approfittando del fatto che la statua di Corti non sembra avere attributi sessuali), che il genere – sconosciuto agli angeli, creati androgini – sarebbe nato solo con la creazione dell’uomo.

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Statale 75

 

In Albania non esistono strade a pedaggio. Ma è un peccato, perché almeno in un caso sarebbe opportuno istituire un ticket. Parlo della Strada Statale 75, che da Korcha (o anche Corizza, o Korça , o Korçë, come vi pare) conduce a Girokaster (o Girokastra, o anche Argirokaster, avete libertà di scelta), 194 chilometri che – se tutto andrà bene – percorrerete in 4h 22′, alla media di 44 kmh, come avverte il pur prudente Google.maps. È un peccato che non vi chiedano un sia pur modesto contributo perché un’esperienza così non l’avete mai fatta, né mai più vi capiterà, così che una piccola somma – magari da devolvere in parte alle vittime della strada – sarebbe più che legittima.

La cattedrale ortodossa di Korka

Incominciamo dalle città di partenza e di arrivo: Korcha ha 76mila abitanti e ha vissuto nei secoli, come molte città della penisola balcanica, numerosi rivolgimenti politici, sociali e religiosi. Oggi merita una visita per la bella Cattedrale della Resurrezione, chiesa ortodossa di rito albanese, e per la fabbrica della omonima birra, ben diffusa in tutta l’Albania. Per quanto concerne la chiesa, distrutta dai comunisti alla fine degli anni Sessanta e ricostruita nel 1992, si tratta di un luogo di culto piuttosto suggestivo (come tutte le chiese ortodosse, dove aleggia una spiritualità sconosciuta in occidente), ricco di icone e di decori, risultato dell’incontro-incrocio della cultura cristiana con quella ottomana. Per quanto concerne la omonima fabbrica della birra, ecco qua un dettaglio. Le guide, per la verità, segnalano anche il vecchio mercato, per lungo tempo decaduto e solo assai recentemente ristrutturato, luogo incantato di serenate e di incontri affettuosi, ma in verità niente di tutto questo si palesa nell’ultima ricostruzione, che ne ha fatto un piccolo mall come ne troverete migliaia nel mondo.

Veduta dall’alto del castello di Girocastro

Dal canto suo a Girokaster, 28mila abitanti, il cui minuscolo centro storico è stato da poco inserito, non senza generosità, fra i Patrimoni mondiali dell’Umanità, ammirerete l’ampio castello (of course); e badate di non perdervi, per tirchieria, la visita al museo storico, che costa ulteriori 3euro ma che racconta in maniera singolare, se mai ve ne fosse ancora bisogno, gli anni bui di Henver Hoxa. Ciò che, invece, davvero merita in questa città anch’essa passata, nei secoli, attraverso le religioni e i potentati che hanno reso instatili ed effervescenti i Balcani, è una visita approfondita alle vecchie case nobiliari, oggi trasformate quasi tutte in B&B o in alberghi (il nostro – hotel Praga, lo raccomando – ha persino una piccola deliziosa piscina).

 

 

La casa-museo di Ismail Kadare

In modo particolare dovrete per forza soffermarvi presso la casa di Ismail Kadarè. Scrittore, poeta e saggista, ma anche regista e sceneggiatore, Kadarè è una icona vivente. È stato membro dell’assemblea del popolo durante il regime comunista, sempre critico contro il potere di Hoxa, ed è riuscito nonostante tutto a sopravvivere, fisicamente e culturalmente. Oggi vive tra Parigi e l’Albania, universalmente onorato; gli vengono intitolate strade, attribuiti premi (è stato anche più volte candidato al Nobel) e la sua casa natale, appunto a Girokastro, è stata finemente ristrutturata, con alcuni riferimenti dei suoi romanzi (il pozzo, per esempio) in bella evidenza.

Ma torniamo sulla statale 75. Potremmo dire che si tratta di una strada “ecologica”, con termine politicamente corretto. Non una galleria, non un viadotto; qualche ponticello, là dove non proprio se ne può fare a meno. Il nastro d’asfalto segue i fianchi delle montagne, li risale, li costeggia, li ridiscende… ma attenzione: non sempre “il nastro” è d’asfalto. Spesso transiterete per alcuni chilometri di sterrato – cosa che non vi aspettereste su una strada statale – ma poi questo sterrato, con la ghiaietta trascinata dalle ruote, vi accompagnerà per altri chilometri ancora, sempre con la sgradevole sensazione che, in discesa, la macchina potrebbe slittare e finire chissà dove.
Se avete un autista che abbia visto il film “Il federale” con Ugo Tognazzi, ogni tanto vi potrà diligentemente avvisare: “Buca” oppure “buca con acqua” se vi dovesse capitare – come a noi è capitato – di percorrere la strada sotto un tremendo acquazzone, così l’unica preoccupazione che non vi abbandonerà mai fino al traguardo di Girokaster è che, da un momento all’altro, potreste forare, e a quel punto vi converrebbe spegnere il motore e aspettare con ansia e fiducia i soccorsi.
Soccorsi, lo dico subito, che potrebbero non essere immediati. Sia perché, in mezzo a quelle montagne, la connessione internet non è sempre garantita; sia perché gli automezzi che incrocerete durante il viaggio potrebbero essere davvero radi e così – a dispetto della simpatia e della disponibilità degli Albanesi – trovare un aiuto potrebbe rivelarsi veramente problematico.

Un tratto di strada sterrata con buche

Ogni tanto, sbucate dal nulla, incontrate comunque piccole squadre di operai tutti intenti – a quel che sembra – a coprire buche e a rappezzare tratti ammalorati; ma è una fatica di Sisifo perché, in quelle condizioni, la mia idea è che per ogni cento metri che vengono sistemati, un chilometro si disfa. Le guide che presentano il Paese conoscono perfettamente la situazione ma si guardano bene dal mettervi in guardia come dovrebbero e di dire pane al pane e vino al vino; vi si legge infatti che la strada non è delle più agevoli da percorrere ma che, in cambio, potrete godere degli stupendi panorami. Sotto questo aspetto, nella discesa verso la valle della Vjiosa, la situazione cambia completamente. Non per quanto concerne il fondo stradale – che rimane sconnesso e infido – ma per tutt’altro argomento.
La Vjiosa (italianizzato in Voiussa, in albanese Vjosë nella forma indefinita e Vjosa nella forma definita; in greco Aóos oppure Αώος, in latino Aous) è un fiume che nasce nella catena del Pindo in Epiro (Grecia), prosegue nell’Albania sud-occidentale fino a gettarsi, nei pressi di Valona, nel Canale di Otranto. Si tratta di un nome con riferimenti storici importanti; il 28 ottobre 1940, dalla cittadina albanese di Permet partì quella invasione militare della Grecia (l’Italia occupava l’Albania dal 1939) che si sarebbe poi tramutata in una disfatta. E il ponte di Perati (che prende il nome proprio dalla cittadina albanese), dove la divisione alpina della Julia subì una sanguinosa sconfitta, diventò uno dei simboli negativi della guerra fascista. La terribile battaglia rimane impressa nella memoria collettiva attraverso la canzone Sul ponte di Perati, uno dei più struggenti canti contro la guerra. Nella canzone viene citata la Voiussa, che “del sangue degli alpini / s’è fatta rossa” ma la citazione è impropria, dal momento che il ponte di Perati, poi distrutto dalle truppe italiane, collegava le sponde del fiume Sarandaporos, un affluente della Vjiosa, e non la Vjiosa stessa.

Uno spettacolare tratto del fiume Vijosa

Tornando al nostro viaggio, la Vjiosa è il “fiume selvaggio” più grande d’Europa. Si tratta di un fiume capriccioso, che cambia il suo corso a seconda delle piogge e delle stagioni, dando luogo a un habitat assolutamente unico, con zone umide, aree dove nidificano uccelli, dove è possibile reperire specie arboree rare, con bacini idrografici che si alternano con pianure alluvionali, con aree lasciate libere dalla corrente dove i letti di ghiaia hanno un diametro fino a due chilometri. La Vjiosa è strada privilegiata per il transito delle migragioni avicole, un luogo descritto da chiunque – abitanti e/o viaggiatori – come assoluto paradiso naturalistico. Basti pensare che l’area ospita oltre 1.100 specie animali, 13 delle quali sono state valutate a rischio a livello globale.
Negli ultimi dieci anni quest’area, sulla quale vivono oltre 60mila persone, è stata interessata a un importante progetto di industrializzazione, con l’intento di costruire, lungo il corso del fiume, decine di dighe; per la produzione di energia elettrica e per la realizzazione di bacini lungo i quali impiantare attività industriali e produttive. Contrariamente a quanto, assai probabilmente, sarebbe accaduto in parecchi Paesi europei, tutti presi dalle opportunità dello sviluppo, contro questo progetto si è subito costituita una forte opposizione; da parte dei locali ma non solo.
Bisogna comprendere il valore che la gente che qui abita da migliaia di anni assegna al fiume; esistono canzoni dedicate al fiume, persone che danno il nome Vjiosa alla figlia appena nata… un’attenzione – quasi un’affetto – che non ha uguali altrove. Tutti volevano salvare “il fiume incontaminato più grande e importante d’Europa”. Si sono susseguite manifestazioni, organizzati comitati, sviluppate proteste arrivate fino alla Capitale. Alle ultime elezioni politiche albanesi un formidabile e agguerritissimo Comitato, con collegamenti anche nelle Ong europee, nell’ambito della campagna Save the Blue Heart of Europe (e con la sponsorizzazione dell’azienda di abbigliamento outdoor Patagonia) ha chiesto e ottenuto dal candidato premier Edi Rama la promessa che, se fosse stato rieletto, avrebbe destinato l’area della Vjiosa a parco nazionale.

La Vijosa è ormai un parco fluviale

E così è avvenuto. Nel marzo del 2023 il fiume è stato dichiarato Parco Nazionale dal governo albanese, diventando così il primo Parco Nazionale fluviale selvaggio in Europa . Che cosa significa? Che il Vjosa sarà protetto come un fiume vivo e libero di scorrere, a beneficio delle persone e della natura. Nel parco si lavorerà a minimizzare i problemi tipici di queste aree, come l’inquinamento dell’acqua e del terreno, la gestione dei rifiuti e la deforestazione. E non si tratterà di una “spesa parassitaria”, perchè l’iniziativa creerà, per le comunità locali, importanti opportunità economiche di segno positivo, attraverso quello che oggi si chiama “turismo responsabile”. E la strada statale 75, c’è da giurarci, rimarrà quella di adesso, qualcosa da conquistare a fatica e che però, alla fine, vi ripagherà.

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Mongolfiere in Cappadocia

Certamente avrete visto le fotografie. Fotografie di centinaia di mongolfiere che si librano nell’aria, sullo sfondo di un paesaggio aspro e brullo. Fotografie, se non emozionanti, almeno sorprendenti.
Un viaggio in mongolfiera non è esperienza comune. Parecchi di quanti leggeranno questo articolo, probabilmente, non hanno mai vissuto questa situazione. E sì che di escursioni mozzafiato in mongolfiera, nel mondo, se ne contano dozzine (*). Qua parliamo della meta forse più spettacolare fra tutte, la Cappadocia.
La Cappadocia non esiste come regione amministrativa né geografica; è un riferimento più storico e culturale che geopolitico. Si trova nel cuore della Turchia, a quasi 800 chilometri da Istanbul, 350 da Ankara e altrettanti dal mare più vicino che è a Mersin, sul Mediterraneo, di fronte all’isola di Cipro e a due passi dalla cittadina di Tarso, patria dell’apostolo Paolo.
Siamo in un fazzoletto di terra di forma più o meno quadrata per 70 chilometri di lato, abitato da circa un milione di persone attraverso un gran numero di piccoli insediamenti ad alta densità abitativa (oltre 200 abitanti per chilometro quadrato), le cui città più rilevanti sono Göreme, Ürgüp, Kayseri (l’antica Cesarea) e Nevşehir (queste ultime due hanno un piccolo aeroporto).
Circa dieci milioni di anni fa, a seguito dei grandi movimenti oro-geologici che avevano portato alla formazione della catena montuosa del Tauro, tre grandi vulcani, l’Hasan, il Melendiz Daglari e l’Erciyes Dagi (il più grande, poco meno di 4mila metri di altezza) iniziarono un periodo di eruzioni, durato millenni. Le eruzioni, in successione, colmarono la pianura di cenere e magma e quando il periodo eruttivo si arrestò incominciò l’azione erosiva di acqua e vento, unita a devastanti terremoti capaci di scavare in poche ore canyon larghi centinaia di metri.
I “camini delle fate” rappresentano il risultato di questa erosione: le rocce scure che sormontano coni tufacei di colore più chiaro rendono oggi evidenti quelli che dovettero essere – milioni di anni fa – gli strati, con differenti materiali e consistenze, delle eruzioni. Non solo: la malleabilità del terreno ha suggerito e facilitato lo scavo di abitazioni e chiese rupestri e persino di vere e proprie città sotterranee, insediamenti nei quali gli abitanti della zona (che è un importante snodo commerciale: si trova infatti proprio lungo l’antica “via della seta”) hanno vissuto per periodi più o meno lunghi, ora per difendersi dalla rigidità del clima, che in inverno può anche toccare i -15 gradi, ora dalle incursioni di popolazioni ostili (a cominciare dagli Hittiti). Si tratta di “città” che scendono nel sottosuolo fino a dodici livelli, con ingegnosi sistemi di protezione dei locali, cunicoli stretti dalla volta bassa dove i nemici non possono transitare se non uno alla volta, ed essere facilmente uccisi dai difensori.
Accanto alle città sotterranee si trovano importanti santuari, anch’essi scavati nella roccia; risalgono al periodo artistico bizantino post-iconoclastico così che l’intera Cappadocia (le città, i villaggi, le abitazioni rupestri), testimonianza straordinaria di una civiltà scomparsa quale fu l’impero bizantino tra il sesto secolo e l’arrivo, nel 1071, dei turchi selgiuchidi, è considerata dall’Unesco, dal 1985, Patrimonio dell’Umanità.
Il turismo è l’attività economica prevalente. Quando prenoterete il vostro viaggio scoprirete che quasi tutti gli hotel della zona vi proporranno camere o piccoli appartamenti nel tufo. Le città ideali per un soggiorno sono la piccola Göreme (poco più di 2mila abitanti) e le più grandi Ürgüp (15mila) e Nevşehir (capoluogo della zona, 67mila abitanti). Noi siamo stati a Ürgüp, e la consigliamo; è più grande ma al tgempo stesso più tranquilla ma anche più moderna, con negozi, ristoranti e bar, mentre Göreme è più caotica anche se la sua collocazione proprio al centro di una piana fittissima di camini la rende più spettacolare (ma a voi la spettacolarità del posto dovrebbe importare poco, giacchè sarete coinvolti ogni giorno, da mattina a sera, nelle escursioni). L’albergo che abbiamo scelto è l’Aja Kapadokyia, splendido per la camera, i servizi, il cibo e la cordialità dei proprietari.

Le mongolfiere, si diceva. La prenotazione va fatta con largo anticipo, la domanda supera l’offerta. Sappiate che volerete in sicurezza: se c’è vento i voli saranno annullati, e i biglietti rimborsati. Purtroppo – proprio perché le prenotazioni sono tantissime – se vi cancelleranno il volo a causa del maltempo non potrete spostarlo all’indomani, dovrete fare una nuova prenotazione che potrebbe capitarvi anche fra una settimana o più (e c’è chi, per questo motivo, pur avendo prenotato mesi addietro non è riuscito a volare). Il costo è variabile e non economico, dipende dal periodo dell’anno e dall’agenzia, comunque intorno ai 250 euro per persona (a noi è capitato di partire dall’Italia con una prenotazione a 250 euro, però il giorno prima la nostra guida ci ha comunicato di aver ottenuto per noi uno sconto, e abbiamo pagato 200 euro a persona).
L’organizzazione è perfetta, lo spettacolo incomincia ben prima dell’alba: vi vengono a prendere in albergo con i Ford transit intorno alle 4 del mattino (fino a 8-10 persone per mezzo) e vi portano nella piana di Göreme. Mano a mano che, dai paesi vicini, i furgoni bianchi si avvicinano al luogo del raduno, le scie dei fari fendono il buio e la polvere che si leva al passaggio degli automezzi a tratti oscura la vista. Vi sembrerà di stare in un presepe, con decine, centinaia di luci che convergono da ogni dove verso un unico punto. Qualche fermata lungo la strada per raccogliere altri passeggeri negli alberghi più periferici e intorno alle cinque eccoci alla piana, ciascuno depositato giusto accanto alla propria mongolfiera.
È ancora notte quando i balloon vengono gonfiati; prima con i compressori poi, quando l’enorme struttura incomincia a prendere forma, ecco le fiamme che scaldano il gas e illuminano la notte. È il momento più emozionante, con i turisti che si affannano intorno a questa brace improvvisata, scattando foto fra la polvere e i lapilli.
Ogni cestello può contenere 24 persone, in scomparti ben separati da quattro o due posti, più il personale di volo, un pilota e due assistenti. Il cestello, una volta che il pallone ormai fremente di gas è pronto a partire, è ancorato al terreno; vi si sale attraverso una scaletta, come quella di un piccolo aeroplano; ciascuno balza dentro il proprio posto (non temete, non si rischia di precipitare in basso, il cestello vi arriverà al petto, avrete giusto la possibilità di portare all’esterno la testa e le braccia) e in pochi minuti il pilota si presenta, vi dice di non sporgervi e di non spostarvi, per non squilibrare il mezzo.
Il decollo è lieve, non vi accorgerete di essere partiti se non a qualche decina di metri di quota; a quest’ora è ancora buio, però comincia ad albeggiare. Vi guardate intorno e notate i palloni colorati di fuoco che, uno dietro l’altro, si staccano da terra. È un decollo verticale simultaneo, entusiasmante, non c’è alcun rumore se non il fruscio del vento, stiamo volando.
Il pilota è allegro, racconta facezie a beneficio dei più timorosi. Quando riferisce che abbiamo raggiunto la quota di ottocento metri c’è il prevedibile “oh!” di meraviglia. Effettivamente adesso siamo in alto, sotto di noi le città della piana sono ancora avvolte nella luce della notte però il giorno ci viene incontro dall’orizzonte, in un bagliore giallastro che si fa sempre più evidente.
E finalmente il sole. L’aurora irradia sorrisi mentre i turisti scattano e filmano e le coppie si stringono le mani; il pilota maramaldeggia e ci porta a sfiorare le cime delle montagnette (altri “oh!” fra la meraviglia e il timore…) dicendo “chissà se questa volta ce la facciamo”. Poi tira fuori un’asta telescopica e ci dice di sorridere e mentre ci chiediamo che cosa si vedrà, nelle foto, visto che siamo ancora quasi al buio, ecco un flash, poi un altro, poi piccoli bengala che illuminano la notte. E adesso la gente ha preso coraggio, lo si avverte dal cicaleccio diffuso, a mille metri, con il sole che – addirittura – incomincia a scaldare.
Il volo dura più di un’ora. Anche l’atterraggio è spettacolare. Il pilota e i suoi aiutanti sono in grado di indirizzare un po’ il pallone manovrando le esili funicelle che fanno da timone però il luogo dell’atterraggio, alla fin fine, lo decide il vento. Il pilota, attraverso il walkie-talkie, parla con i suoi collaboratori a terra; un camion con pianale – lo vediamo quando siamo a poche decine di metri da terra – con una strabiliante manovra si infila in retromarcia proprio sotto il cestello, nel momento esatto in cui questo è ormai prossimo a toccare terra. Alcuni assistenti sbucati da chissà dove raccolgono al volo le cordicelle (sì, proprio come si fa con le gomene dei traghetti) e provvedono a spostare il pallone in maniera che non si afflosci proprio sopra le nostre teste.
Quando il pallone è ormai domato, ecco di nuovo la scaletta. Il tempo di mettere piede a terra e in quattro e quattr’otto viene montato un tavolo, spuntano piattini, bicchieri di plastica. Spuntano bottiglie che sembrano spumante (ma sono analcoliche, considerando l’ora e considerando che qui siamo in un’area di religione musulmana), si brinda, si mangiano dolcetti. Un giovanotto si aggira fra i turisti distribuendo i diplomi. Un altro raccoglie le prenotazioni per chi voglia acquistare le foto e i video girati dall’equipaggio durante il volo. Poi da dietro una curva spuntano i nostri Ford transit, e abbiamo appena il tempo di riguardare il nostro viaggio sugli smartphone e siamo di nuovo in albergo, giusto per colazione.

 

(*) NOTA – Le escursioni in mongolfiera  – Andate in giro per il mondo e non volete perdervi il paesaggio visto dall’alto? Potete effettuare brevi voli aerei (per esempio in Perù, per vedere le linee di Nazca) oppure optare per la mongolfiera. A parte il Top dei Top, e cioè la Cappadocia, ecco le più straordinarie occasioni che potrete sperimentare, nei cinque continenti (in ordine di spettacolarità, secondo il mio personale giudizio), per osservare il mondo dall’alto.

1) Il deserto di Atacama in Cile
2) La piana di Bagan, antica capitale dell’impero birmano, in Myanmar
3) Il Wadi Rum (Valle della Luna o deserto Rosso) in Giordania
4) La valle della Loira in Francia
5) Il Red Rock State Park in Arizona
6) ) Luxor, in Egitto
7) Dubai, negli Emirati Arabi Uniti
8) Il parco Masai Mara, in Kenya
9) Il parco di Queenstown, in Nuova Zelanda
10) Albuquerque, nel nuovo Messico (Usa)

11) La valle di Napa, a nord di San Francisco

12) Le Baleari a Palma di Maiorca (Spagna)
13) Tannheimer Tal, non lontano dal Lago di Haldensee, lungo il confine bavarese-tirolese