In Cina non troverete il bidè né lo scopino del water; osserverete che in alcune città (per esempio Pechino) le moto e le biciclette vengono guidate senza casco (nonostante sia obbligatorio) e i tappi delle bottigliette di plastica non sono attaccati. Ancora molte sono le centrali a carbone e in crescita, soprattutto nelle zone accanto a grandi risorse idriche, quelle nucleari. In nemmeno cinquant’anni la Cina è esplosa facendo leva su un tipo originale di capitalismo: tutti possono lavorare per il Governo ed essere garantiti, ma chi vuole provare ad arricchirsi può farlo, non ci sono ostacoli. E in tutto questo, mentre noi accusiamo questo Paese di essere “il grande inquinatore”, visto da questo versante del mondo è vero il contrario: i forum dell’ambiente si sprecano, e i Cinesi parlano volentieri di sé come di un popolo assai attento all’ambiente.

La vita politica scorre sul doppio binario del Governo e del Partito comunista, che sono istituzioni parallele che interagiscono strettamente fra loro così che, assai spesso (ma non è obbligatorio, è accaduto anche diversamente), i capi del Governo sono gli stessi che comandano nel Partito. Non sono molti, i comunisti cinesi, novanta milioni su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Chiunque può chiedere l’iscrizione al Partito ma non molti lo fanno né si tratta di un processo agevole. Per “diventare comunista” devi avere condotta specchiata, essere moralmente irreprensibile e, comunque, devi avere qualcuno, nel partito, che garantisca per te. Vi si accede per cooptazione, alla fin fine, né la cosa offre particolari vantaggi e ciò spiega il numero piuttosto contenuto di adesioni. La popolazione stessa ormai fa confusione fra governo e partito comunista; si tratta pur sempre di quelli che comandano. Così che, per non sbagliarsi, ci sono persone che innalzano al tempo stesso i vessilli della Repubblica e quelli del Partito, come questo taxista di Shanghai:
Oggi i Cinesi hanno consapevolezza di aver raggiunto la vetta del mondo, ne parlano con compiaciuta ilarità. Dicono tranquillamente: “Oggi che siamo la prima potenza al mondo…”. Non hanno simpatia per gli Americani, anche se ammettono di averne copiato il modello economico. Non hanno simpatia per Francesi, Inglesi e Tedeschi, dai quali sono stati invasi e umiliati. Odiano cordialmente i Giapponesi, che li hanno letteralmente violentati (tutti ricordano con orrore il Massacro di Nanchino, trecentomila morti in due mesi fra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, per il quale i giapponesi non hanno mai chiesto scusa).
Oggi la città di Shanghai è una perla di bellezza, eleganza e tecnologia. La skyline lungo il fiume Pudong, di fronte a quel vero e proprio lungomare che è il Bund, non ha niente da invidiare alla grandeur di Dubai o di Singapore.

Il World Financial Center (1), con i suoi 492 metri, è il terzo edificio più alto del mondo. Progettato dallo studio Kohn Pederson Fox Associates diNew York e inaugurato nel 2012, è stato anche al centro di uno strascico polemico. Sviluppato, infatti, da un consorzio di investitori giapponesi guidati dalla Mori Corporation, era stato originariamente pensato con un’apertura circolare sulla parte alta. Ma quell’apertura era troppo simile al simbolo del Sol levante, cioè dell’odiato Giappone, e così il progetto ha dovuto ripiegare su un’apertura rettangolare (a motivo della quale l’edificio viene amichevolmente indicato come “il cavatappi”). L’altro edificio iconico (2) è l’Oriental Pearl Tower, 468 metri, inaugurato nel 1995, la torre delle telecomunicazioni della città, che arditamente rappresenta un poema della dinastia Tang, il suono prodotto da un liuto. E infine (3) ecco la Torre di Shanghai; alta 630 metri per 128 piani, capace di accogliere 16 mila persone al giorno, è il grattacielo più alto della Cina e il terzo più alto al mondo.

Stranamente, nonostante dispongano di questi enormi primati e stiano vivendo un momento esaltante della propria storia, i Cinesi nutrono curiosità e simpatia per gli Italiani, pur se il Regno d’Italia si associò al regime delle concessioni coloniali nell’Ottocento e fino alla Concessione di Tientsin, soppressa dagli Alleati alla fine della seconda guerra mondiale. Mi ha detto Giovanni (nome di fantasia) ad Hangzhou: “Se l’Italia avesse bisogno, noi vi aiuteremmo”.
In politica estera, a parte le tradizionali e complesse relazioni con l’Occidente (che si difende a colpi di dazi dalla superiore competitività cinese derivante sia dal basso costo della manodopera sia da una crescente supremazia tecnologica) in questa parte del mondo si guarda soprattutto alla partnership con i Paesi dell’indo-pacifico e con i Paesi africani, con parecchi dei quali esiste da molti anni una ben avviata politica di cooperazione industriale ed economica (alcuni cittadini di stati africani si stanno trasferendo in Cina – Paese tradizionalmente “chiuso” all’immigrazione, se non altro per via delle difficoltà linguistiche). In televisione sono frequenti i servizi che illustrano ai cittadini Cinesi l’evoluzione delle relazioni e dell’interscambio con questi Paesi:



Qui non c’è la fretta che caratterizza un’Occidente sempre travolto dall’urgenza della performance. La tomba del primo imperatore Qin Shi Huangdi (così come altre tombe imperiali fra le quali quella che si trova sulla Collina della Tigre nei pressi di Shanghai, sotto la quale si sostiene che siano state sotterrate ben tremila preziose spade) è ben nota sotto una collinetta nei pressi di Xi’An ma non la si scava per non rischiare di rovinare i reperti che vi si trovano all’interno. Le autorità sono concordi nell’affermare che gli scavi avranno inizio quando le tecniche di ricerca archeologica saranno in grado di assicurare un processo non distruttivo.
Anche riguardo alla definizione di Stato di polizia, che qualcuno continua a voler assegnare alla Cina, bisognerà essere chiari. È vero che i controlli sono continui; per l’accesso a molti luoghi, comprese stazioni e aeroporti, musei e istituzioni pubbliche, bisogna mostrare i documenti di identità. È vero che grappoli di telecamere sono dappertutto, così come dappertutto è visibile la polizia. Sul Bund di Shanghai si trova un poliziotto ogni cinquanta metri, con tanto di fischietto pronto a intervenire contro qualunque trasgressione (magari contro chi sale sulle panchine per poter scattare una foto dall’alto, come ha provato a fare mia moglie). Tuttavia: non esiste quel terribile inquinamento visivo cui siamo abituati noi, niente cartelloni pubblicitari.

E la pulizia è continua, addirittura ossessiva. Non appena sali su un treno devi alzare le gambe perché la signora delle pulizie sta spazzando tutto il pavimento, compresi i posti dove sono seduti i passeggeri. Fra poliziotti e addetti alle pulizie l’impressione è che in questo modo siano impiegati milioni di persone che, altrimenti si troverebbero a far niente. Persino nei laghetti dei giardini compare spesso un netturbino in barca per togliere ll sporco che inevitabilmente si forma intorno alle piante:

Ma qui parlare di numeri ha una valenza differente: negli anni (secoli) della costruzione della Grande Muraglia si stima che siano morti non meno di venti milioni di lavoratori, spesso murati nel cemento della costruzione.

Grandi numeri; decine, centinaia di migliaia, milioni di persone. E comunque, parlando della Cina, alla folla bisogna abituarsi, ovunque vi troviate, che sia nel metrò o in un museo, sarete circondati da una folla brulicante, che miracolosamente non confligge, dove tutti trovano la propria collocazione nello spazio. Due esempi a caso: la stazione ferroviaria di Shanghai e la folla lungo il Bund, di sera, sempre a Shanghai:


Parlando di molti milioni di persone non si può fare a meno di notare come il vero salto verso il benessere dei Cinesi sia stato quello alimentare. Negli anni Cinquanta, quando ero ragazzo, eravamo abituati a considerare che il cibo dei cinesi – quasi tutti poveri – fosse una scodella di riso al giorno. Adesso, provate voi a immaginare quale salto strepitoso deve essere stato quello che ha portato, da quel punto di partenza e in soli cinquant’anni, due pasti al giorno sulla tavola di 1,4 miliardi di persone. Effettivamente, l’abbondanza di cibo oggi colpisce il visitatore più di ogni altra cosa. Il cibo di strada è onnipresente, fra fumi e odori (non sempre gradevoli). Si vendono spiedini, gelati, fritture di ogni tipo.




Anche i ristoranti sono tanti, per tutte le tasche. Noi abbiamo provato a mangiare, in due, per dieci euro come per 60 euro. Trovate di tutto, grandi self service organizzati come mense aziendali così come ristoranti raffinati dove vi servono sul momento la famosa Pentola mongola, assai magnificata come prelibatezza che, però, assomiglia a un gradevole brodo con minuscoli straccetti di carne.



Trovate spiedini di cicale o di bozzoli ma anche più rassicuranti McDonald’s. Tuttavia, sul cibo oggi i Cinesi in quanto a fantasia sono imbattibili; per esempio, abbiamo provato a Guilin un delizioso riso con pollo e nocciole cotto all’interno di canne di bambù (nello stesso ristorante c’era della grappa di serpente “cinque passi” – deliziosa, ci assicuravano – ma purtroppo abbiamo declinato). E naturalmente nei posti più raffinati vi serviranno l’anatra alla pechinese, cosparsa di miele, cotta sul momento e servita già affettata in striscioline sottilissime, carne e pelle croccante tutto insieme.


Analoghe considerazioni si possono fare per il commercio. Accanto ai numerosi negozi alimentari se ne trovano una infinità che vendono oggetti ricordo, proprio quelli che, da noi, definiamo “cineserie”, cioè oggetti a basso costo, non particolarmente appealing sotto il profilo del design. Ma accanto ai negozi tradizionali, tuttavia, con grande velocità stanno sorgendo avveniristici centri commerciali, niente da invidiare a quelli più e meglio organizzati dell’Occidente. Uguale varietà si può trovare nei negozi di abbigliamento, con vetrine dedicate a capi di fattura moderna e “occidentale” accanto a negozi dove sono esposti scintillanti quipao, l’abito femminile cinese per antonomasia, quasi sempre di seta, che fascia e rende sinuosa e provocatoria, con spacchi laterali vertiginosi, la figura femminile.





E comunque, lasciatemi spezzare una lancia in favore del “turismo”. Se il turismo internazionale non è ancora molto sviluppato (soprattutto quello occidentale), è invece sorprendente osservare quanti cinesi viaggino per turismo. Frotte di comitive locali, accompagnate dalle guide specializzate, si incontrano in tutti i siti turistici che si rispettino, rendendo onore a un popolo che ci aspettavamo dedito esclusivamente al lavoro o allo studio. In siti come il Giardino d’estate, con la sua straordinaria nave in marmo o nel suo lungo corridoio (il corridoio più lungo del mondo, oltre settecento metri) potete faticare a procedere anche in giornate, come è capitato a noi, di traffico “non molto intenso”.



E tuttavia è un peccato che un Paese come la Cina sia così lontano e, per via della lingua, così “difficile”. Perché si tratta di un Paese che può affascinare il turista occidentale; per via dei paesaggi, spesso inusuali, delle città – sempre illuminate, briose, allegre – e del modo di vivere dei suoi abitanti, che a occhi smaliziati può apparire “semplice” e che però, alla fin fine, proprio per questa ormai perduta semplicità vi va diritto al cuore. Le grandi città sono gioielli di efficienza e di eleganza, i grandi spazi verdi sono suggestivi e inaspettati, persino i paesini tradizionali, quelli non ancora trasformati dall’industrializzazione e dall’edilizia di massa, sono spesso vere e proprie meraviglie. Mi piace qui ricordare i grandi monumenti storici di Pechino, l’eleganza di Shanghai, il fascino di Guilin con il fiume Li (immortalato nella banconota da 20 Yuan) e le sue incredibili risaie terrazzate . Deliziosi i cormorani addestrati (un po’ crudelmente, in verità) alla pesca, incantevoli le luci della sera del centro storico di Xi’An, che fu capitale, dove sembra di vivere un perenne Natale e dove – nella strada pedonale del centro – potete trovare centinaia di metri di straordinarie statue che rendono omaggio ai generali ma anche agli artisti, ai calligrafi, ai pittori, ai musicisti di questo straordinario Paese.



















Forse anche per via dei recenti fallimenti di alcune grandi immobiliari, è facile vedere grandi palazzi, anche interi complessi residenziali, completamente vuoti. Se crisi abitativa ancora persiste, si ha l’impressione che, ormai, una casa per tutti sia un obiettivo vicino a essere raggiunto. Molte case hanno le grate alle finestre. Fino al secondo piano per legge, ci è stato detto ma noi abbiamo visto grate anche ai piani più alti. Paura che i bambini, che spesso restano soli in casa mentre i genitori lavorano, cadano di sotto, ci ha detto qualcuno. Paura dei ladri? Forse, ma – ci ha detto qualcun altro – qua di ladri di appartamento non ce ne sono molti, vuoi perché i palazzi sono troppo alti, vuoi perché non ci sono balconi cui aggrapparsi ma soprattutto perché non ci sono soldi, nelle case. Ormai tutti pagano con Alipay o Alichat o con sistemi digitali di questo tipo, il denaro contante è praticamente scomparso (anche io – dopo una fallimentare esperienza a Xì’An, dove una signora non riusciva a trovare moneta per darmi un piccolo resto – mi sono arreso e ho dovuto installare Alipay: funziona gloriosamente, alla faccia di quelli che “le banche ci sfruttano”).

L’altra cosa che vedrete compiacendovi, in Cina, sono i giovani. Abituati come siamo, in tutta Europa, a notare teste canute dappertutto, allarga in cuore vedere le strade, dappertutto, popolate di giovani. Avevo letto che i Cinesi non amano il contatto fisico, ed effettivamente non abbiamo visto persone che camminano abbracciate; però abbiamo visto coppie che procedono tenendosi per mano, e anche questa cosa qua fa bene al cuore. Anche perché questi giovani Cinesi – altra caratteristica che li distingue da noi – sono tutti belli magri, in perfetta forma. Forse la costituzione, forse l’alimentazione. Magari, con l’arrivo del benessere, anche in queste belle città vedremo circolare persone in sovrappeso, o veri e propri obesi, come da noi. Ma per il momento il pericolo sembra scongiurato. Scongiurate pure le mascherine. Siamo arrivati in Cina convinti che, magari sulla scorta dell’inquinamento e poi del Covid, avremmo incontrato un bel po’ di persone mascherate. Ma niente, non più mascherine di quelle che potrete vedere a Milano. Esiste la pratica di indossare altre maschere ma nulla a che vedere con problemi respiratori: coprono tutto il viso, anche la fronte, e persino il collo. Le indossano quasi solo le donne. Servono a tenere lontani i raggi del sole, che i Cinesi temono come la peste. L’ideale estetico delle Cinesi è “la pelle di giada”, liscia a bianchissima, l’abbronzatura è brutta e fors’anche un po’ volgare. Chissà da cosa è nata, questa abitudine, magari dal desiderio di non essere chiamati – dagli occidentali – musi gialli.

E parliamo un po’, ancora, di soldi. Noi ci scervelliamo per cercare regali e regalini che, magari, i destinatari del dono non apprezzeranno. Qua no, qua esiste la busta rossa. Volete fare un regalo davvero gradito? Infilate dei soldi in una busta rossa, saranno apprezzati con gridolini di gioia. Ci sono anche le date canoniche, per regalare soldi, sono legate ai numeri, cioè alle date, ed ecco il 3-3 (cioè il tre marzo), poi anche qua c’è san Valentino, quindi il 5-5, cinque maggio. Il valore dei soldi si insegna già ai bambini, una bella busta rossa, altro che trenino elettrico.
E poi, a Shanghai ci sono le taroccherie (le guide le chiamano proprio così). In questo Paese ignorano il copyright, il diritto d’autore e cose del genere. Amano copiare (lo abbiamo visto con il capitalismo) e magari, copiando, apportare qualche miglioramento all’originale. Alle taroccherie si accede solo su invito, non esistono indirizzi noti. Vi verrà a prendere in albergo qualcuno del personale, e vi scorterà a piedi fin dentro il negozio. Qui troverete gli oggetti taroccati divisi in categorie: quelli che assomigliano all’originale e che, però, si possono riconoscere come copie; quelli che sono proprio identici agli originali e che, però, alla lunga si rivelano copie (magari perché un manico di cuoio di una borsa si scurisce con il tempo) e infine quelli che sono proprio identici agli originali, dai quali non li distinguerete mai anche perché, alla fin fine, potrebbero anche essere rubati.
In Cina manca internet, è vero. Qualcuno lo vede come strumento di controllo. Qualcuno ne parla come di una odiosa limitazione della libertà. E tuttavia, lasciatemi dire: non esiste Internet però non esistono neppure i terrapiattisti, le scie chimiche, le auto elettriche che esplodono, i complotti mondiali per ridurre il numero degli abitanti della terra, le congiure di “quelli di Davos”, i Rockefeller che da secoli tramano contro l’umanità…. Insomma, non tutto il male viene per nuocere. Anche perché i loro social li hanno, i Cinesi, in primis Baidu (Google è vietato, i suoi server non sono accessibili dalla Cina, così come i social Meta, Facebook e WhatsApp), associato a una enciclopedia online scritta collaborativamente (come la nostra Wikipedia) che usano in continuazione insieme alle chat, visto che sembrano vivere con lo smartphone sempre fra le mani.
Prepariamoci; mentre noi dissertiamo spaccando ogni capello in quattro, e dipendiamo nelle scelte della nostra vita da politici senza competenze e senza storia, in lite perpetua fra di loro, mossi solo dal tornaconto personale, qua un miliardo e quattrocento milioni di persone, un umano su cinque, marciano compatti e ordinati sapendo di avere in mano il futuro del mondo. Sul Malpensa Express che ci riportava a Milano ho letto che il sindaco Sala ha proposto di far pagare l’area C anche durante i weekend, e che in poche ore si sono formati agguerriti comitati di cittadini protestanti; poi siamo scesi dal treno e la prima cosa che l’altoparlante ha comunicato è stato lo sciopero dei trasporti dell’indomani. Quindi siamo arrivati al posteggio dei taxi, con una lunga fila di viaggiatori in attesa, e niente taxi. Eccoci tornati in Italia!
3 – Fine (le due puntate precedenti sono qua e qua )















































È in questa città a cavallo fra islam e cristianità, fra Impero ottomano e rivendicazioni autonome, che capita quindi, nel 1928, il nostro Umberto Uberti. Decide che impianterà in questo posto la sua fabbrica di birra. Le leggi albanesi non permettono a uno straniero di avviare una impresa; per quello occorre un socio. Lui un socio già lo ha, in Italia, è la famiglia Luciani, proprietaria all’epoca del gruppo Dreher. Bisogna trovare il socio locale, dunque. E lui, Umberto Uberti, il socio albanese lo trova. Si chiama Selim Mborja, gran personaggio, ricchissimo e potente, imprenditore e patriota. Fra i due scocca la scintilla: Uberti metterà l’idea e la tecnologia, Mborja il terreno. L’atto costitutivo della società è del 1928, nel 1929 incomincia la costruzione della fabbrica, su un’area di 20.000 metri quadrati, di proprietà di Selim Mborja. Il capitale della società è di 950mila franchi oro, di cui 600mila di Uberti e 350mila di Mborja (non in contanti bensì conferendo all’azienda i terreni della fabbrica).
L’avventura è bella, il successo è inevitabile. Ma dura poco. Alla fine del 1944 Henver Hoxha assume il potere in Albania e avvia un radicale processo di nazionalizzazioni. L’11 gennaio del 1946 la Korça Beer viene nazionalizzata. Iniziano anni bui; la produzione continua ma il processo di sviluppo si è arrestato. Manca, come si suol dire, uno spirito imprenditoriale adeguato. Nell’aprile del 1985 Hoxha muore e lentamente l’Albania ricomincia a vivere e ad aprirsi di nuovo al mondo. Occorreranno ancora nove anni, tuttavia, perché la riscossa abbia inizio. Nell’aprile del 1994 il birrificio Korça torna a essere un’azienda privata, rilevato all’asta da un gruppo di imprenditori locali; ma occorreranno altri dieci anni – e siamo al 2004 – per il vero salto di qualità; in quell’anno, infatti, l’azienda viene rilevata dall’imprenditore Irfan Hysenbelliu (attuale presidente di Korca Beer sh.p.k.) che ristruttura l’edificio mantenendone comunque il tratto liberty originale che era stato pensato dagli architetti italiani incaricati da Umberto Uberti e dà il via a una importante riorganizzazione operativa e tecnologica (valore: 15 milioni di euro), inserendo nuove linee produttive importate dalla Repubblica Ceca e avviando un avveniristico controllo computerizzato dell’intero ciclo produttivo.
La più… vicina a noi si trova a Torino, e forse non a caso, considerando che molte voci di popolo vedono il capoluogo piemontese come città particolarmente esoterica, tetra, massonica, iniziatica. Siamo nella centralissima piazza Statuto, elegante e sabauda, un bell’impianto rettangolare contornato da portici. Qui dal 1879 sorge un monumento piuttosto lugubre, un’alta piramide di pietre sulle quali riposano, sfiniti, i mitici titani. L’allegoria si riferisce al traforo ferroviario del Frejus, inaugurato il 17 settembre 1871; opera – appunto – titanica: fu la prima galleria scavata nell’arco alpino (in tredici anni, dal 1857 al 1870) e per parecchio tempo con i suoi 12,2 chilometri rimase anche la più lunga al mondo, cedendo il primato dodici anni dopo al traforo del Gottardo (16,9 chilometri).
Singolare è il caso dell’opera intitolata El poder brutal (conosciuta popolarmente come La cara del diablo, Il volto del diavolo, o El diablo de Tandapi, Il diavolo di Tandapi) che si trova in Ecuador, nel cantone di Mejia, a una ottantina di chilometri dalla capitale Quito. Si tratta della rappresentazione in pietra di un volto diabolico, una scultura alta venti metri, collocata a 30 metri dal suolo. I tratti sono proprio quelli che ti aspetteresti dal diavolo, le corna sulla fronte, il naso appuntito e – dietro le labbra socchiuse – dei denti aguzzi come zanne. In basso, sul basamento, sono incise le parole El poder brutal. L’artista che ha eseguito l’opera (tra il 1985 e il 1987) si chiamava César Octaviano Cristóbal Buenaño Núñez (morto nel 2001); non era uno scultore ma un impiegato del ministero dei Lavori pubblici. Era abile nel manovrare la benna e per questo motivo fu incaricato dai suoi superiori di demolire un tratto di una collina rocciosa che, in una curva lungo la strada, chiudeva la visuale agli automobilisti che sopraggiungevano, provocando parecchi incidenti. Quando Buenaño Núñez scoperse che, nel corso del suo lavoro, dalla roccia era emerso un masso dalla forma particolare, ebbe l’ispirazione, raccolse offerte per la realizzazione della scultura, comprò gli attrezzi necessari e divise il lavoro in due: al mattino lavorava alla montagna, al pomeriggio alla scultura, lavorando dall’interno della montagna dopo aver creato una galleria nella fragile roccia tufacea, in modo che il suo lavoro non risultasse visibile dalla strada. Come abbia fatto a tener nascosto questo scavo che nessuno gli aveva chiesto non è chiaro ma quando il ministero, visto che il lavoro si prolungava eccessivamente, gli impose di terminarlo in fretta, l’uomo fece brillare un tratto di collina, scoprendo in questo modo “el poder brutal”. Ancora oggi, a oltre venti anni dalla morte di Buenaño Núñez, questo volto è “il diavolo” ma la verità è che la gente si affeziona alle leggende anche e soprattutto se sono intriganti e turbolente. Mentre
Non c’è invece alcun equivoco nelle altre due rappresentazioni artistiche dedicate al diavolo, di cui voglio parlare. Andiamo per esempio nell’isola di Cuba, precisamente in un piccolo cortile del Campidoglio Nazionale de L’Avana. Vi troviamo una statua bronzea che non lascia adito a dubbi. Si chiama L’angelo Ribelle e sì, mostra proprio lui, il diavolo in persona. Lo scultore è italiano, si chiama Salvatore Buemi (1867-1916) un siciliano che lavorò a Roma tra fine 800 e i primi del 900.
Proseguiamo con la cattedrale gotica di Liegi, costruita fra il 1232 e il 1430 e dedicata a san Paolo. E qui la sorpresa è davvero forte, visto che questa statua del demonio (la scultura si chiama Le génie du mal, il genio del male e fu realizzata nel 1848 dallo scultore belga Guillaume Geefs) si trova – addirittura! – dentro una chiesa. Ma attenzione: la statua che è possibile ammirare ancora oggi a Liegi non è quella che vi era stata collocata in origine.
Ecco infine l’ultimo diavolo, la statua in pietra di Costantino Corti (1823/24-1873) intitolata Lucifero (a volte nelle didascalie si legge anche Satana) oggi si trova nel parco del castello di Montresor, nella valle della Loira. La statua fu commissionata dal conte d’Aquila (fratello dell’ex re di Napoli). Alla fine del XIX secolo, un viaggiatore e critico dilettante diede questa valutazione dell’opera: “Corti non fa un volgare Satana con corna, zoccoli e coda ma un vero e proprio Figlio caduto del Mattino; maestoso nella forma, forte nelle membra, determinato nella volontà, superno nella figura, ma sinistro nell’aspetto: un essere avvolto nel dubbio, nella disperazione e nella colpa; sufficientemente attraente nell’aspetto da lanciare un incantesimo sugli uomini o attirare i loro desideri peccaminosi verso i suoi con la forza di una simpatia congeniale.”











I “camini delle fate” rappresentano il risultato di questa erosione: le rocce scure che sormontano coni tufacei di colore più chiaro rendono oggi evidenti quelli che dovettero essere – milioni di anni fa – gli strati, con differenti materiali e consistenze, delle eruzioni. Non solo: la malleabilità del terreno ha suggerito e facilitato lo scavo di abitazioni e chiese rupestri e persino di vere e proprie città sotterranee, insediamenti nei quali gli abitanti della zona (che è un importante snodo commerciale: si trova infatti proprio lungo l’antica “via della seta”) hanno vissuto per periodi più o meno lunghi, ora per difendersi dalla rigidità del clima, che in inverno può anche toccare i -15 gradi, ora dalle incursioni di popolazioni ostili (a cominciare dagli Hittiti). Si tratta di “città” che scendono nel sottosuolo fino a dodici livelli, con ingegnosi sistemi di protezione dei locali, cunicoli stretti dalla volta bassa dove i nemici non possono transitare se non uno alla volta, ed essere facilmente uccisi dai difensori.
È ancora notte quando i balloon vengono gonfiati; prima con i compressori poi, quando l’enorme struttura incomincia a prendere forma, ecco le fiamme che scaldano il gas e illuminano la notte. È il momento più emozionante, con i turisti che si affannano intorno a questa brace improvvisata, scattando foto fra la polvere e i lapilli.