Fotografare non è reato

 

 

Lo dico subito: fotografare una casa non è reato. Non è reato fotografare la facciata, le finestre, il giardino di un palazzo. Il principio giuridico è il seguente: “Ciò che è pubblico è pubblico”. Tutto quello che può essere visto può anche essere fotografato. Diverso è il caso delle persone: nessuno può essere fotografato senza il proprio consenso.
Fotografo glicini in Milano, da tre anni, fra marzo e aprile. In qualche occasione (poche, per fortuna) sono stato contestato: “Per quale motivo lei fotografa quella casa?” “Ha il permesso del proprietario?”….
Andiamo con ordine; e andiamo per gradi: non si possono fotografare persone non consenzienti. La tutela della propria immagine attiene alla sfera della privacy. Potrei trovarmi in canottiera, con un dito nel naso, mentre mi gratto la pancia… e non voglio che questa mia immagine poco decorosa venga ripresa e, magari, pubblicata. È un mio diritto. Naturalmente, è assolutamente vietato fotografare bambini; i quali – per via della loro età – non hanno personalità giuridica e non possono né autorizzare una ripresa né opporvisi, così che il legislatore ha stabilito il divieto tout court.
Esistono delle eccezioni; per esempio quando le persone perdono la loro singola individualità e diventano “soggetto pubblico”, come nel caso dei partecipanti a una manifestazione, a un concerto. A quel punto chi viene fotografato (o filmato) non è la singola persona ma “la manifestazione”; la quale ha una valenza pubblica prevalente. Il fotografo che riprende una manifestazione non ha alcun interesse a ritrarre “quelle persone” (che non conosce individualmente) ma intende – e ne ha il diritto – ritrarre “il fatto di cronaca” che alcune persone “manifestano” (quindi “rendono pubblico” un certo pensiero).
Anche nel fotografare “una strada affollata” (e quindi dei passanti) il soggetto dello scatto è, per esempio, “lo shopping”, non certo l’istantanea del ragazzo che proprio in quel momento sta varcando la soglia del negozio di telefonia. Naturalmente, come sempre, occorre misura: se fotografo esclusivamente il ragazzo, in primo piano, nell’atto di entrare nel negozio di telefonia, e costui appare come soggetto unico e principale dello scatto, non posso intitolare la foto “shopping nel negozio Vodafone”, dovrei intitolarla “Tizio entra da Vodafone” ma allora avrei bisogno della liberatoria di Tizio per l’utilizzo della sua immagine.
Sotto l’aspetto giuridico la questione del fotografare cose, nello specifico: abitazioni, si ricava dagli articoli 614 e 615 bis del Codice Penale. Quest’ultimo recita: “Chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo” (l’articolo 614, cui si riferisce il richiamo, punisce l’intrusione all’interno di una casa o delle sue pertinenze).
Quindi la legge vieta non di fotografare le case o i giardini dalla strada, dal marciapiedi o dal palazzo di fronte ma la vita privata che vi si svolge all’interno. E si discute se per “vita privata” debba intendersi anche il fatto che, in una foto ripresa dalla strada, compaia la sagoma di qualcuno degli abitanti della casa; in quel caso, infatti, la pura e semplice “esistenza” della persona nell’appartamento, non necessariamente è indicativa della sua “vita privata” (ammesso che la persona in questione sia riconoscibile).
Numerose sentenze della Cassazione hanno confermato questa impostazione, anche negli anni recenti caratterizzati da una ipersensibilità al tema della privacy. Ricordo qui le sentenze numero 18035/2012 dell’11 maggio 2012 e la numero 27613/2019 del 29 ottobre 2019, in cui risulta chiara la liceità dello scattare fotografie a un palazzo, anche laddove su uno dei balconi ripresi, per assurdo, dovesse essere presente una veranda abusiva (e magari la foto viene scattata proprio per documentare l’abuso). L’importante è che dalle fotografie o dalle riprese “non si desumano riferimenti alla vita privata o ai beni personali, ma solo alle caratteristiche estetiche e tecniche del manufatto” (di conseguenza non potrei scattare e diffondere una fotografia, magari scattata con il teleobiettivo, dell’interno di una casa sulla cui parete sia ben visibile ed evidente un famoso quadro d’autore; quello sarebbe un riferimento “ai beni personali” degli abitanti della casa). La stessa cosa vale per gli spazi particolarmente visibili dall’esterno, magari per un giardino. Il proprietario che volesse impedirne la vista ai terzi che transitano nelle vicinanze non potrebbe certo apporre un cartello “vietato guardare il mio giardino” ma dovrebbe provvedere egli stesso a un’adeguata schermatura.
Per estensione, non sarebbe possibile entrare nel cortile di un palazzo, ancorchè con il portone aperto, per scattarvi delle fotografie. Quella non solo è proprietà privata (come un qualunque altro edificio) ma siamo all’interno di una proprietà privata (il già ricordato art. 614 CP). Bisognerebbe avere il permesso della proprietà (o almeno di un proprietario, come accade nel caso io mi stia recando in visita presso un amico) per accedervi. Ora, se entro in un cortile per scattare delle foto, il “permesso della proprietà”, in termini giuridici, non può che venire da almeno un condomino che sappia che cosa sto facendo e lo approvi (come quando vado a trovare qualcuno). In mancanza di un singolo condomino che mi autorizzi, il permesso di accedere al cortile potrei chiederlo in via breve all’amministratore (per legge sul palazzo deve trovarsi il riferimento dell’amministratore) o, più semplicemente, al custode dello stabile; il quale non ha la titolarità giuridica sulla cosa e però quasi certamente ha ricevuto disposizioni dalla proprietà. Nel mio caso posso confermare che in pochissime occasioni ho ricevuto dinieghi (anche perché fotografare un bel cortile fiorito è un elemento di vanto e di valorizzazione di un edificio, quindi i proprietari non dovrebbero avere motivo di negare il permesso); al contrario, in molti casi i custodi/portinai – che a volte erano anche le persone che si prendevano amorevole cura della pianta – mi hanno introdotto e mi hanno mostrato con orgoglio “la loro creatura”.