
Il controverso film di Ridley Scott su Napoleone ha lacerato in me decenni di sonno della memoria. Può capitare. Di qualcuno – per esempio Garibaldi – si parla a ogni piè sospinto (tutte le città d’Italia hanno un corso Garibaldi o una piazza Garibaldi…) mentre Napoleone, almeno nella mia esperienza personale, non è quasi mai saltato fuori dai libri di Storia.
La domanda che mi sono fatto, uscendo dalla sala cinematografica, era proprio quella di Alessandro Manzoni: “Fu vera gloria? Ai posteri / L’ardua sentenza: nui / Chiniam la fronte al Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar.”
Tutti l’abbiamo studiata, a scuola, l’ode intitolata Il cinque maggio. Versi scritti di getto, alla notizia della morte di Napoleone.
E così, con questa ardua sentenza che non mi abbandonava per giorni, ho finito per sezionare questi versi alla ricerca di un senso che, al di là dell’incedere epico delle parole e del metro, non riuscivo a trovare. Al contrario, mi turbava persino questo Massimo Fattor che si è preso la briga di imprimere la sua propria impronta non a un uomo di chiesa, a un medico, a un artista bensì a un condottiero.
Sintatticamente, mi colpisce l’espressione “…. Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar”. In Italia diciamo “io mangio la mela”. Come tipologia linguistica l’italiano è una “lingua SVO” (
Soggetto-Verbo-Oggetto); sintatticamente non è la tipologia più diffusa nelle lingue moderne, che spesso (per esempio nel turco, nel giapponese, nel persiano e in gran parte delle lingue indiane, per non dire nel latino e nel greco antico) sono lingue SOV, cioè “Soggetto-Oggetto-Verbo”. La lingua SOV, che sostanzialmente mette il verbo alla fine della frase, costringe l’ascoltatore (o il lettore) a una costante attenzione: sarà l’ultima parola della frase – il verbo – a rivelargli il senso. Nelle lingue SVO, al contrario, già a metà della frase l’interlocutore incomincia a immaginare “come andrà a finire” e, nel bene come nel male, prima ancora di aver terminato la lettura (o l’ascolto) si è già fatto una idea del senso (è per questo motivo che noi italiani interrompiamo continuamente l’interlocutore, perché a metà del discorso ci pare di averne già compreso il senso e siamo già pronti a replicare). Ecco perché questo stampar lasciato cadere alla fine della frase è una sentenza che si ascolta in religioso silenzio. Come un colpo di maglio cala indiscusso e indiscutibile.
Ho scritto “alla notizia della morte di Napoleone”. All’epoca (maggio 1821) in Francia era già stato inventato, dal francese Claude Chappe, un rudimentale sistema telegrafico, un sistema ottico che sarà utilizzato fino intorno al 1830. Ma nell’isola di Sant’Elena, dove il Generale era stato esiliato, non esisteva niente del genere. E così, a dare lo scoop della morte fu il giornale inglese The Statesman, il 4 luglio 1821, cioè due mesi dopo il fatto (poi la notizia raggiungerà l’11 luglio Parigi e a distanza di pochi giorni Vienna, Milano e così via).
Considerando che Napoleone era già fuggito dal primo esilio all’isola d’Elba, questa volta – dopo la sconfitta di Waterloo – venne confinato su uno scoglio sperduto al centro dell’oceano Atlantico, fra Sudamerica e Africa, 120 chilometri quadrati a millenovecento chilometri a ovest dell’Angola. Per raggiungerlo occorrevano settimane di navigazione (per quasi un secolo Sant’Elena è stata raggiunta soltanto, una volta al mese, da un postale in partenza da Cape Town, con un viaggio di cinque giorni), fino all’ottobre del 2017, quando l’isola è stata collegata con un volo diretto da Johannesburg verso quello che è stato definito “l’aeroporto più inutile del mondo”.
Diffido dei memoriali. In queste pubblicazioni, quasi sempre postume, non si fa la storia ma si sfida il ricordo. Che è sempre falsato dalla interpretazione di chi racconta, sia esso il protagonista o qualcuno che gli fu vicino. Per loro natura i memoriali sono consolatori, autoassolutori; sorvolano (quando non li tacciono smaccatamente) sugli errori e si dilungano approfonditamente sugli intenti, per definizione sempre encomiabili. I memoriali di Napoleone non fanno eccezione. Il più famoso è Il Memoriale di Sant’Elena, scritto da Emmanuel de Las Cases, di origini nobili, già ciambellano e conte imperiale, che seguì l’imperatore nell’esilio di Sant’Elena. In questo testo, Las Cases mette in letteratura le conversazioni tenute dall’Imperatore con gli amici che lo avevano seguito sull’Isola (l’opera, pubblicata nel 1823, ebbe un grande successo, che consentì al suo autore di vivere una vita estremamente agiata fino alla morte, nel 1842). L’altro memoriale è stato redatto da Louis-Joseph-Narcisse Marchand (1791-1866), cameriere di fiducia dell’Imperatore e suo attendente a Sant’Elena. Gli storici convengono che anche le memorie di Marchand siano “di parte” (per esempio, pare che le condizioni dell’esilio siano riferite in modo assai esagerato rispetto alla realtà, allo scopo di mettere in cattiva luce il governo inglese). In entrambi i casi Napoleone viene presentato come abilissimo condottiero, sovrano illuminato, vittima e martire per mano di persone assai peggiori di lui. Gli storici esitano, dubitano (ingenerosamente, però; perché se Marchand era “solo un cameriere”, Las Cases era anche uno storico). E’ il loro mestiere; a volte mosso da gelosia per qualche paventata “invasione di campo” (l’esempio più illuminante che si può portare è quello di Heinrich Schliemann, lo scopritore dell’antica città di Troia, che non era un archeologo e che, proprio per questo, subì continui attacchi da parte dell’establishment archeologico per il suo “dilettantismo”).
Alessandro Manzoni aveva conosciuto personalmente Napoleone Bonaparte; lo aveva incontrato nel 1800 (lo scrittore aveva quindici anni) alla Scala di Milano. Ne era rimasto affascinato e aveva compreso – dalla forza che emanava la persona – che l’uomo avrebbe segnato un’epoca e, in un certo qual modo, cambiato il corso della storia. Lo shock ricevuto alla notizia della morte lo aveva indotto a prendere carta e penna e stendere il proprio omaggio all’Imperatore (la figura retorica con la quale lascia “ai posteri l’ardua sentenza” deve intendersi come artificio letterario).
La vicenda (ecco il ruolo e il valore dei “ricordi”) evoca in me un’analoga situazione: il 2 luglio 1963 (avevo diciassette anni) il presidente John F. Kennedy era venuto a visitare Napoli. Fra il milione di persone che – raccontano le cronache – si erano disposte lungo il tragitto che avrebbe percorso l’automobile presidenziale prima di arrivare dalla base Usa di Bagnoli (dove aveva incontrato il presidente Segni e aveva tenuto un discorso) all’aeroporto di Capodichino, c’ero anche io, con alcuni amici e compagni di atletica. Ricordo che Perrottelli (che correva i 5mila e i 10mila con discreti risultati) si mise in testa di saltare sulla macchina scoperta di Kennedy per stringergli la mano. Non sembrava difficile, l’automobile procedeva lentamente, l’enorme folla consigliava prudenza al conducente. Al momento giusto, in via Foria, Perrottelli saltò giù dalla transenna e raggiunse la macchina. Ma il suo salto verso Kennedy fu vanificato da una delle guardie del corpo sedute sul cofano posteriore: con un colpo secco, senza scomporsi, l’uomo bloccò il volo di Perrottelli, che cadde, si rialzò e se ne tornò sconsolato al suo posto fra noi.
Quando vedi personalmente qualcuno davvero importante, quando lo tocchi, gli parli, lo guardi negli occhi, ne diventi partecipe; è questo il motivo per cui i candidati alle cariche importanti nelle loro campagne continuano a incontrare fiumi di persone, in città ogni giorno diverse. Una stretta di mano è un voto assicurato.
E fu così che anche io, come Manzoni, alla notizia della morte di Kennedy quattro mesi dopo quell’incontro fugace, rimasi addolorato come fosse morto un parente stretto. Di getto corsi alla scrivania per scrivere una poesia (che devo aver perduto in qualche trasloco) che incominciava: “E così, presidente, sei morto”. Ne avevo fatto (come tanti) un simbolo di pace; poco importava che sotto la sua presidenza fosse esplosa la crisi dei missili a Cuba con l’Unione Sovietica; poco importava che fosse stato proprio Kennedy a dispiegare un massiccio contingente militare in Vietnam (portandolo da poche centinaia a oltre 16 mila persone).
Ma ciò che più mi colpisce, in quest’ode, è la parola “gloria”. Manzoni dà per scontato che un condottiero debba combattere e vincere. Finge di ignorare che in circa venti anni e una ottantina di battaglie (alla media di circa quattro battaglie l’anno), il condottiero abbia causato un milione e mezzo di vittime civili e oltre tre milioni di soldati caduti (aritmeticamente, 225mila morti l’anno, per venti lunghi anni, fra combattenti e civili). E’ gloria, la guerra? Nel suo terzo intermezzo Fabrizio De Andrè scrive (e canta): “La polvere, il sangue, le mosche, l’odore / Per strada e fra i campi la gente che muore / E tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è / E tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi perché”.
Può darsi che Manzoni sia clemente, con l’imperatore scomparso, perché ha appreso, leggendo la Gazzetta di Milano, che in punto di morte Napoleone avesse chiesto (o almeno non rifiutato) i sacramenti. Si era convertito, dunque! E la conversione getta tutta un’altra luce sull’intera vicenda napoleonica: ecco la Divina Providenza, che provvidenzialmente soccorre il Manzoni. Se la mission è autorizzata da dio in persona, è possibile opporlesi? Non è possibile, dio giustifica tutto, anche quattro milioni di morti.
D’altro canto, e qui torniamo al punto di partenza, noi “chiniam la fronte al Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar”. Qui siamo all’eterno dilemma se nella formazione e nello sviluppo della personalità conti più l’ereditarietà (il dna) ovvero il contesto, cioè l’esperienza acquisita, i cosiddetti “fattori ambientali”.
Una ricerca riportata nel maggio 2022 sul sito dell’Istituto superiore di Sanità “ha coinvolto 428 coppie di gemelli, monozigoti e dizigoti, di età 23-24 anni, del Registro Nazionale Gemelli. Uno dei risultati dello studio riguarda le stime di “ereditabilità” dei tratti considerati, che sono state del 73% per l’autostima, del 59% per la soddisfazione di vita e del 28% per l’ottimismo”. E “il risultato davvero innovativo dello studio è sicuramente rappresentato da un’elevata correlazione genetica e da una bassa correlazione ambientale stimata tra autostima, soddisfazione di vita e ottimismo. I fattori genetici, quindi, sembrano essere largamente condivisi dai tratti in esame, mentre le esposizioni ambientali potrebbero essere sostanzialmente specifiche per ciascuno dei tratti”.
E quindi, sì, dovremmo amaramente accettare che non siamo tutti uguali. Che certe predisposizioni – anche predisposizioni al successo – non le costruiamo con l’impegno, lo studio, le relazioni. Attraverso le quali, semmai, potremmo cercare di ridurre il gap naturale di cui alcuni individui dispongono alla nascita. Accettare che alcuni, alla fin fine, siano destinati alla gloria per loro natura. Se poi questo determinismo così incontrovertibile sia una precisa scelta del “creator suo spirito”, oppure sia una prerogativa/bizzarria della natura, beh, temo che questo non lo sapremo mai.