
I morti vanno sempre osannati, non è una novità. La pubblicistica del “muor giovane colui che al cielo è caro”, o quella de “sono sempre i migliori che se ne vanno” proviene dal senso di liberazione che, alla morte altrui, avvertiamo per lo scampato pericolo. Anche a Napoli durante le veglie funebri si diceva (non so se si usi ancora) “pace a lui, salute a noi”.
È il caso di Alexey Navalny. Come tutti sanno (e se non lo sanno possono benissimo informarsi) questo Navalny non era una bella figura. È stato apertamente nazionalista, razzista, xenofobo. Putiniano della prima ora, aveva detto peste e corna della Nato e osannato lo “zar” nell’agosto del 2008, quando la Russia aveva invaso la Georgia (che si era improvvidamente fidata delle promesse del summit Nato di Bucarest, quattro mesi prima, e aveva provato ad avviare uno scontro armato le cui conseguenze avrebbe poi pagato attraverso la perdita di alcuni territori). Contestato in Europa e negli Usa per questi atteggiamenti – che aveva successivamente abbandonato, per concentrarsi nelle critiche contro il regime di Mosca – non può essere certo additato come un campione di democrazia o liberismo. Una storia per molti versi parallela a quella di Yevgeny Prigozhin, dapprima fervido ammiratore, amico e braccio armato di Putin poi suo nemico giurato che addirittura organizza una marcia su e contro Mosca.
Assistere alla beatificazione di Navalny – personaggio assolutamente incompatibile con i “valori” (ammesso che esistano) dell’Occidente, della democrazia e del liberismo solo perché è morto in circostanze dubbie e discutibili –, “rilanciare” politicamente la moglie e collaboratrice Yulia Navalnaya, giungendo a suggerire di candidarla a cariche politiche importanti in Europa, è davvero troppo.
L’Europa come l’ha conosciuta la mia generazione – 75 anni di pace dopo la seconda guerra mondiale – non è l’Europa che la sua intera storia ci rivela. Da duemila anni Romani, Greci, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Spagnoli conquistavano armi in pugno il mondo conosciuto, mentre si massacravano fra di loro. Siamo andati a piedi in Tracia, in Illiria, in Africa, a sottomettere quelle popolazioni. Per due secoli, attraverso le Crociate, abbiamo depredato e sottomesso i popoli dei Balcani e della Terrasanta poi, con la scoperta dell’America, nei successivi due secoli Spagnoli e Portoghesi, Inglesi e Francesi, sono andati a sterminare le popolazioni native del continente americano e costruire là nuove giovani nazioni. Abbiamo provato a mettere in pratica principi democratici e repubblicani attraverso la Rivoluzione francese, e ci siamo trovati in pochi anni un Bonaparte che ha fatto guerra a tutti (ottanta battaglie in venti anni, con circa 5 milioni di vittime militari e civili). Poi, tutti insieme appassionatamente, abbiamo provato a sottomettere il mondo intero attraverso il Colonialismo. Quando questo modello ha accennato a indebolirsi, sempre l’Europa ha travolto e devastato il mondo con due guerre mondiali, in rapida successione, che hanno provocato molte decine di milioni di morti, dolore e distruzioni inenarrabili.
È vero, anche in Asia ci sono stati conflitti (fra Cina e Giappone, per esempio), anche in Africa, anche nel Medio Oriente, ma tranne che per il confronto sino-giapponese negli altri casi c’è sempre stato lo “zampino” dell’Occidente ricco, colto e ormai “pacificato”. Terminati i confronti di potere fra case regnanti, sono incominciati quelli per la ricerca delle materie prime, per le vie di transito dei commerci. E qui, complice la globalizzazione, il mondo occidentale si è ritrovato a combattere in prima fila.
L’Ucraina? La guerra l’ha perduta già da molti mesi, come era inevitabile (la recente falla di Avdiivka, con lo sfondamento delle linee difensive ucraine da parte delle truppe di Mosca, è comunque irrimediabile dal punto di vista strategico) ma i media e gli “opinionisti” occidentali provano a venderci l’idea che “si potrebbe ancora vincere”, se a Kiev arrivassero ancora munizioni, aerei, missili, carri armati. I mezzi di comunicazione europei danno conto ogni giorno delle tremende perdite umane dell’esercito russo ma non scrivono, se non a denti stretti, che Zelensky si trova a dover lanciare la leva obbligatoria perché l’esercito, oltre che di munizioni e di mezzi, è a corto anche di uomini. E anche questo, ovviamente, era inevitabile e prevedibile (Federazione russa 146 milioni di abitanti, Ucraina 43 milioni).
Serve a qualche cosa, questo immane sforzo bellico occidentale? Non serve a niente: la Russia, oberata dalle sanzioni (alcune delle quali vergognose, come sequestrare i conti correnti e i beni immobili di cittadini russi in occidente solo perché “amici di Putin”), in questi due anni ha sviluppato la propria economia mentre l’Europa arranca (la Germania è ufficialmente in recessione). Fino al 2022 non avevamo alcun conto aperto con la Russia; fiorivano i commerci, gli scambi umani e culturali. Putin era regolarmente ospite del G7, del G20 e degli altri consessi economici mondiali. Nel 2015 si era presentato al Palazzo di Vetro dell’Onu per parlare del comune futuro dell’umanità.
Eppure, abbiamo l’ardire di dire alle popolazioni europee “preparatevi, perché entro dieci anni la Russia potrebbe aggredire un Paese Nato, e allora bisognerà intervenire” (entro dieci anni, capite?); la Francia e l’Inghilterra stanno introducendo la leva obbligatoria, altri Paesi lo faranno a breve, soprattutto i baltici e i nordeuropei.
Sarebbe troppo facile, in questo contesto (come pure fanno alcuni) sospettare che l’elevatissima indignazione che ha improvvisamente unificato tutta la politica italiana ed europea in favore di Navalny serva a nascondere – più o meno consapevolmente – l’impotenza del mondo cosiddetto “libero e democratico” contro il massacro in corso in Palestina in questi mesi, con circa 15mila bambini ammazzati, donne e vecchi, intere cittadine distrutte. Assai più facile indignarsi per la morte equivoca di Alexey Navalny. In Palestina è in corso un deliberato genocidio – lo ha ratificato ufficialmente l’Assemblea dell’Onu – e la ferita del 7 ottobre – gravissima – non è motivazione sufficiente per la eliminazione di un intero popolo. Perché il mondo civile non si indigna per Julian Assange, che rischia di terminare la propria vita in un carcere duro americano per la sola colpa di avere rivelato al mondo (dati alla mano, non critiche, pareri o opinioni) le atrocità commesse dai soldati Usa nel mondo, in guerre provocate e giustificate attraverso consapevoli menzogne?
Se non riusciremo a comprendere che questa è la reale situazione del mondo, oggi, che queste sono le reali dinamiche e che queste levate di scudi sono solo pretesti per ottenere il nostro consenso “senza se e senza ma” (come si dice con espressione sciatta), una nuova grande guerra, con lutti e distruzioni immani, non ce la toglie nessuno. Forse noi la scamperemo, per via dell’età. Ma i nostri figli no, ne saranno coinvolti fin nelle viscere. E allora, altro che fiaccolate per Navalny; lottare per la giustizia, la democrazia, la libertà e la pace è tutt’altra cosa, e chi non lo capisce oggi sarà corresponsabile domani.
Allora, ecco la terribile domanda che periodicamente ritorna: “Ma voi dove eravate”? Dove eravate mentre il mondo intero si armava per combattere una guerra che non era la vostra, mentre vi chiedeva consensi in nome di quegli stessi principi che negli stessi giorni calpestava nelle fabbriche, sul lavoro, nella società? Dove eravate mentre vi chiedevano di urlare nelle piazze “democrazia in Russia!” e in quegli stessi parlamenti si bocciavano le leggi per il salario minimo garantito, per le categorie precarie, per le donne lavoratrici? Mentre i prezzi salivano e le famiglie non arrivavano a fine mese? Dove eravate?
Grazie Paolo per le tue utilissime considerazioni, non mi sento a mio agio con questo sproporzionato rigurgito di indignazione riguardo la morte di Navalny, mentre lo sterminio di innocenti procede senza tregua, Assange rischia la deportazione per essere stato un giornalista da premio Pulitzer, siamo sull’orlo del caos, non c’é più distinzione tra buoni e cattivi e tra giustizia e ingiustizia
Una lucida, reale e severa critica all’Occidente e in particolare all’UE. Incapaci, ormai, di fare autocritica di non bacchettare gli USA che non hanno mai, dico mai, avuto una coscienza di classe. Quei pochi scrittori come Steinbeck, Hemingway, Harper Lee (Il buio oltre la siepe) sono nel dimenticatoio…