Ogni anno, a inizio primavera, i quotidiani milanesi dedicano il loro tributo di attenzione ai glicini della città, alcuni dei quali bellissimi e giustamente famosi. Ricorre in questi articoli la segnalazione del “glicine di Leonardo”, l’albero presso la cui ombra il genio amava sedersi e meditare nella calura estiva. Che cosa c’è di vero in questa citazione? Praticamente niente, se non una leggenda metropolitana, una fake news che, anno dopo anno, si autoalimenta. Ma andiamo con ordine.

Leonardo da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) ha soggiornato a Milano per circa ventisei anni. In due periodi distinti. La prima permanenza è la più lunga e feconda: Leonardo arriva a Milano nel 1482 e vi rimane per circa diciotto anni, fino al 1499, presso la corte ducale di Ludovico il Moro. La seconda permanenza è più breve: dopo un vagabondare per l’Italia durato oltre quattro anni, Leonardo tornerà infatti a Milano nel 1503 e vi rimarrà più o meno stabilmente fino al 1513 , dove nel frattempo è cambiato il Duca: il re di Francia Luigi XII, rivendicando un suo diritto dinastico, ha sconfitto il Moro, lo ha imprigionato e deportato (Ludovico il Moro morirà nel Castello di Loches il 27 maggio 1508).
Quando arriva a Milano, dunque, Leonardo ha trent’anni. È già un artista da una decina di anni (ha lavorato a Firenze nella bottega del Verrocchio) ma nella Firenze di Lorenzo de’ Medici non si trova a suo agio: ha svolto in proprio un paio di lavori, con risultati deludenti, non ha ricevuto alcun incarico pubblico ed è stato anche denunciato per sodomia. Le prospettive di carriera non sono rosee.
Il duca di Milano è Ludovico Sforza (viene anche detto “il moro” a causa del colore olivastro della sua carnagione). Leonardo non lo conosce personalmente però ha l’ardire di inviargli una lettera nella quale si candida a collaborare con il Ducato, una specie di curriculum ante litteram nel quale l’artista indica le sue competenze e illude lo Sforza attraverso l’ipotesi di poter costruire per lui, più che altro, potenti macchine da guerra (in realtà la lettera non è scritta direttamente da Leonardo; lui, come noto, scriveva da sinistra a destra, una grafia illeggibile senza l’uso di uno specchio). La lettera è suddivisa in nove paragrafi, corrispondenti ai campi di attività per i quali Leonardo si candida, dall’ingegneria militare a quella civile, ai progetti di invenzioni, infine anche alle creazioni artistiche come architetto, pittore e scultore.

Lo Sforza apprezza, invita Leonardo e ne è subito ammaliato. I due sono coetanei (Ludovico Sforza è nato a Vigevano il 27 luglio dello stesso anno di Leonardo, il 1452) e il nuovo venuto viene subito impiegato a corte.
Sulle prime, però, non gli viene chiesto niente di quanto era contenuto nella lettera di presentazione: immaginatevi questo giovane trentenne, elegante e ricercato, che sa intrattenere gli ospiti cantando e suonando strumenti musicali e raccontando facezie e motti di spirito. I suoi primi incarichi a Milano sono quindi quelli di regista, organizzatore di feste ed eventi mondani. Sarà solo un anno dopo il suo arrivo che gli verrà commissionata la prima opera pittorica, una pala d’altare tripartita per la chiesa della confraternita dell’Immacolata concezione. E già questa prima “commessa” rivelerà il suo genio e la sua personalità: Leonardo, infatti, non si atterrà a quanto concordato e sottoscritto, e dipingerà a suo piacimento la prima versione del famoso dipinto noto come La vergine delle rocce. ….
Ma non lasciamoci trascinare; non è questo il contesto per raccontare la storia milanese di Leonardo da Vinci. Quello che ci preme è appurare la eventuale veridicità della leggenda che vuole il glicine che si trova in via Bernardino Verro 2 come “Il glicine di Leonardo”. E qui, più che di arte, dobbiamo parlare di date.
Il glicine in Europa non è una pianta autoctona. Viene importato una prima volta da ovest, dall’America, nel 1725; una seconda dalla Cina nel 1816. di queste due “importazioni” sappiamo tutto: la pianta proveniente dall’America è stata importata dal botanico Mark Catesby però non si chiama Glicine, si chiama Carolina Kidney bean. Solo una trentina di anni dopo il grande naturalista svedese Carl Linneus, nel suo repertorio internazionale della botanica, la chiamerà Glicine (associandola peraltro a una vasta famiglia di piante, fra le quali la soia, che niente hanno a che fare con il glicine, come oggi è comunemente riconosciuto). La pianta proveniente dalla Cina si chiama Zi Teng (letteralmente vite blu). La pianta americana, peraltro, proprio nel 1818 verrà rinominata Wisteria (in onore di un docente dell’università di Pennsylvania, Caspar Wistar) dal botanico inglese naturalizzato americano Thomas Nuttal.

È davvero arduo, quindi, immaginare che una pianta di glicine potesse trovarsi nella campagna milanese due o tre secoli prima della sua importazione in Europa! E questo già basterebbe a smontare la credenza; ma c’è anche un ulteriore elemento che rende davvero impossibile attribuire questo “glicine” proprio a Leonardo.
Quale elemento? Il genio vinciano si occupò a lungo – fra le altre cose – di botanica. In enorme anticipo sui tempi studiò il sistema linfatico delle piante, la disposizione delle foglie sul ramo, la riproduzione delle piante, gli anelli di accrescimento degli alberi e abbozzò perfino una sua “catalogazione” delle piante. Il suo Trattato di botanica – purtroppo andato perduto – avrebbe dovuto contenere tutte queste notizie, insieme a una straordinaria raccolta di accuratissimi disegni di animali e di piante. Ma nei frammenti e nelle notizie giunte fino a noi non vi è alcuna traccia di una pianta che assomigliasse al glicine (cosa inconcepibile qualora si dovesse ammettere, per esempio, che una parte di quelle riflessioni, e magari di quei disegni, Leonardo li abbia fatti proprio all’ombra del glicine di via Verro).
Inoltre, abbiamo notizia, storicamente accertata, della vigna di Leonardo, un impianto di 16 pertiche regalatogli da Ludovico il Moro nel 1494, cioè nel periodo in cui l’artista fiorentino riceve l’incarico di dipingere l’Ultima Cena nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Ma siamo alla fine del ducato del Moro; di lì a poco (aprile 1500) il re di Francia sconfiggerà il Moro e Leonardo lascerà Milano, perdendo momentaneamente anche la vigna. Che però riconquisterà nel suo secondo ritorno a Milano (ottenendo nel contempo la benevolenza dei Francesi). La citerà addirittura nel suo testamento, lasciandola in eredità parte a uno dei suoi fedeli servitori, parte al suo allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì.
Tutto questo per dire che non esiste alcun ricordo, citazione, disegno vinciano che parli sia pur vagamente di un glicine, pur essendosi Leonardo assai a lungo e assai accuratamente occupato di botanica. Anche a voler tacere il fatto che il glicine, per altri duecento anni, sarebbe rimasto del tutto sconosciuto in Europa.