L’intricato cammino del nome
Gli Americani lo chiamano Wisteria; i Tedeschi Blauregen (pioggia blu) gli Olandesi Blauweregen, i Cinesi, come abbiamo visto, Zi Teng. I Giapponesi lo chiamano Fuji, che significa amicizia, longevità. Gli Italiani (ma anche i Francesi e gli Spagnoli) lo conoscono come Glicine. Ciascuno di questi differenti nomi ha un senso e una storia, racconti che si intrecciano e si sovrappongono.

La storia di questo nome prende il via dal famoso medico, botanico e naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus (Råshult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778), il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi. Nelle enciclopedie questo nome, Linnaeus, si trova con parecchie varianti: quella di Carl von Linné (in seguito all’acquisizione di un titolo nobiliare), o quella italianizzata di Carlo Linneo oppure anche come Carolus Linnaeus (giacchè non poche pubblicazioni, probabilmente confondendo l’origine del suo cognome, che potrebbe sembrare latino, hanno finito per latinizzare anche il nome di battesimo).
Perchè Linneo nel suo Species Plantarum (1753) denominò Glycine frutescens questa pianta rampicante? Perché in greco la parola glykos significa dolce (da cui: glucosio, o glicemia etc) e il botanico notò che il sapore e il profumo dei fiori di glicine è dolciastro e attira le api. Sembra che Linneo, classificando il glicine, si riferisse alla pianta raccolta e descritta per la prima volta nel 1724 nello stato americano della Carolina dal naturalista inglese Mark Catesby (24 marzo 1683 – 23 dicembre 1749), il massimo studioso della flora e della fauna dell’emisfero nord del mondo, che tra il 1729 e il 1747 pubblicò una vasta Storia naturale della Carolina, della Florida e delle Isole Bahama, un repertorio di disegni che comprendeva 220 stampe di uccelli, rettili, anfibi, pesci, insetti, mammiferi e anche piante. La pianta, fino al 1724 quando venne introdotta in Europa appunto da Catesby e classificata poi da Linneo, si chiamava Carolina Kidney-Bean-Tree.

Ma nella storia, anche nella storia della scienza, gli equivoci sono sempre in agguato. E anche il nome wisteria sembra nascere da (almeno) un equivoco (anche se non tutti sono d’accordo con questa interpretazione). Al centro della vicenda c’è Thomas Nuttall (Long Preston, Regno Unito, 5 gennaio 1786 – St Helens, Regno Unito, 10 settembre 1859), un botanico inglese trasferitosi per studio in America nel 1808 (farà ritorno in patria nel 1841). Dopo dieci anni di soggiorno americano, nel 1818, Nuttal pubblica l’opera The genera of American Plants, in due volumi, nel secondo dei quali inserisce il glicine, chiamandolo wisteria “in memory of Caspar Wistar, M. D. Late professor of Anatomy in the University of Pennsylvania, and for many years president of the American Philosophycal Society; a philanthropist of simple manners, and modest pretensions, but an active promoter of science”.
Due parole su questo professor Caspar (in qualche libro si trova anche la versione Kaspar) Wistar non saranno inutili. Wistar (Filadelfia, 13 settembre 1761 – 22 gennaio 1818) fu un medico dalla brillante carriera (fu anche prima curatore poi presidente, dal 1815, della Società filosofica americana, come ricorderà Nuttal); basterà dire che il suo A System of Anatomy for the Use of Students of Medicine, pubblicato nel 1814, fu il primo testo di anatomia scritto in America. Amico e consigliere personale del Presidente Thomas Jefferson, divenne famoso per la sua abilità “salottiera”, cioè per la capacità di relazionarsi con persone importanti di diversi campi del sapere, che invitava – la domenica sera – per incontri che divennero famosi come “Wistar parties”, dove stimolava gli ospiti a relazionare sul loro sapere senza tecnicismi, in maniera che le più importanti nozioni del sapere fossero comprensibili a tutti.

Quest’uomo, a quanto ne sappiamo, non ci occupò mai di botanica. E tuttavia Thomas Nuttal fu ammesso a frequentare il suo salotto già nel 1812 e da quel momento ne divenne ammiratore assoluto e deferente tanto che alla morte di Wistar, nel gennaio 1818, Nuttal, che stava ultimando la sua ricerca su The genera of American plants (che porta appunto la data del 27 maggio 1818) non trovò di meglio che dedicargli una delle ultime piante cui stava lavorando, come atto di omaggio personale, senza alcuna valutazione né botanica né scientifica in senso lato.
Tuttavia, nel momento in cui Nuttal pubblica la sua opera (che porta appunto la data del 27 maggio 1818), il “glicine cinese” è arrivato da due anni in Europa ma assai probabilmente – lo abbiamo appena visto – non è ancora fiorito. Quindi, a rigore, Nuttal non ha avuto né modo né tempo di vederlo e di riferirne le caratteristiche. Di conseguenza, la “wisteria” di cui parla Nuttal non può essere né quella “europea” né quella asiatica (sarebbe arduo immaginare che la pianta, sconosciuta in Europa, fosse già nota nella “giovane” America). Effettivamente, ribattezzando il Glycine come Wisteria, Nuttal scrive espressamente che si riferisce alla nomenclatura del tedesco Carl Ludwig Willdenow (Berlino, 22 agosto 1765 – Berlino, 10 luglio 1812), botanico, farmacista e micologo. Questo Willdenow aveva in (gran) parte riscritto la nomenclatura originale di Linneo del Glycine, parlando per la prima volta, nel 1802, di Glycine floribunda, e il bello è che nemmeno lui sapeva bene di che cosa si trattasse, giacchè il glicine asiatico non era ancora arrivato in Europa, come riporta James Compton nel suo Taxonomy of plants of Asia: “Willdenow published the name Glycine fluribunda, but it was not based on any dried or living specimen. This has led to problems concerning the identity of the plant, that is native in Japan and Korea and is also cultivated as an ornamental vine in temperate zones world-wide“.

Silvia Fogliato (www.inomidellepiante.org), spiega in questo modo la situazione: “Il genere Glycine fu creato da Linneo in Species Plantarum, 1753, con specie tipo a posteriori G. javanica (attualmente Pueraria montana var. montana); egli vi assegnò otto specie, incluso G. frutescens, ovvero il “glicine americano” di Mark Catesby. Ma il genere creato da Linneo raccoglieva piante così diverse, era un insieme così incoerente che nel 1802 Carl Ludwig Willdenow nella sua quarta edizione della revisione di Species plantarum (Editio quarta 3(2): 854, 1053–1068) ricreò il genere ex novo, specie tipo Glycine clandestina. La soluzione fu accolta dai botanici; anche oggi, il genere linneano è Nomen rejiciendum (nome che deve essere rigettato), mentre quello di Willdenow è nomen conservandum (nome che deve essere conservato). Nuttall, che scrive nel 1818, nel separare Glycine frutescens e nel creare Wisteria, fece ovviamente riferimento alla risistemazione di Willdenow. Il glicine giapponese fu descritto da Willdenow come Glycine floribunda, e poi riclassificato dal botanico svizzero Augustin Pyrame de Candolle (1778- 1841) come Wisteria floribunda. Il glicine cinese fu invece descritto dal già ricordato John Sims come G. sinensis (var. Alba) e ugualmente riclassificato da de Candolle come Wisteria sinensis.”
Tuttavia, non è possibile chiudere l’argomento senza accennare a due problemi in parte irrisolti. Il primo risponde alla domanda: perché mai una pianta dedicata a Caspar Wistar si chiama wisteria e non wistaria? Lo stesso Nuttal, al tempo, rispose alla domanda con un certo fastidio; disse che wisteria “suonava meglio”, che in fondo fra wistaria e wisteria non c’era una grande differenza, e non volle inoltrarsi nella polemica (anche perché nella lingua inglese la differenza di suono fra le due parole può risultare poco percettibile). Molti sostengono (sui siti di giardinaggio questa è una tesi assai diffusa) che il “fastidio” di Nuttal derivava dal fatto che, semplicemente, la dizione wisteria al posto di wistaria non fu altro che un (suo) errore di ortografia. Ma siccome il diavolo sta nella coda ecco che le cose si complicarono.

Stiamo parlando di una famiglia di immigrati tedeschi, i Wüster, che giunsero in America a distanza di tempo, prima (1717, in Pennsylvania) Caspar poi, intorno al 1727, Johannes. Il “nostro” Caspar, nipote omonimo del primo, al momento della naturalizzazione come cittadino britannico – non c’era ancora stata la guerra di secessione – assunse il cognome di Wistar. Suo fratello, quando venne il suo turno, decise invece di chiamarsi John Wister. Suo nipote, Charles J. Wister senior, strinse una buona amicizia con Nuttal.
Dopo la morte di Nuttal, il figlio di Charles – Charles Wister Junior – provò a sostenere che Nuttal aveva, in effetti, dedicato la pianta a suo padre, che era appunto suo amico, oltre che un naturalista (ancorchè dilettante). La cosa non venne presa in considerazione, ed effettivamente non lo avrebbe meritato considerando che la dedica contenuta nel libro di Nuttal, che si riferiva a un Wistar “professore di anatomia presso l’Università di Pennsylvania”, non lasciava dubbi; e si riporta qui solo per spirito documentaristico. Tuttavia, nella comunità scientifica, per un certo periodo si dibattè se bisognasse “correggere l’errore” – quindi rinominando la pianta wistaria – oppure lasciare le cose come stavano; giacchè lo stesso Nuttal aveva espresso il nome e il motivo per il quale lo aveva scelto, sarebbe stato insensato cambiare nome a posteriori. E il bello è che ancora oggi alcuni dizionari, anche autorevoli, preferiscono quale l’una, quale l’altra grafia. Con le polemiche che, naturalmente, sono dietro l’angolo; come la furibonda reazione di Richard Dixon, giornalista, alla decisione del Times di adottare ufficialmente la forma wisteria (lui aveva difeso con calore la forma wistaria). Quanto basta per dire che la scienza – che troppo spesso associamo all’aggettivo “sacra” – spesso si comporta nella maniera più assurda e infantile. Molti “scienziati” neppur si avvedono che sollevando le più sterili polemiche, non fanno altro che rendersi ridicoli.
Penserete a questo punto che, fra le peripezie della pianta per giungere in Europa e sopravvivere, e quelle del nome, sul glicine/wisteria si sia detto un po’ tutto. Ma non è così: altri trabocchetti sono in agguato. Li scopriremo insieme leggendo la prossima pagina, l’ultima, della nostra storia.