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Libertas, que sera

 

Libertas, que sera tamen respexit inertem candidior postquam tondenti barba cadebat”. (Virgilio, prima bucolica)

La prenderò molto alla larga e quindi anticipo la domanda conclusiva: che cosa ci guadagniamo dalla nostra “libertà di”?
Fra Titiro e Melibeo, i due personaggi del componimento poetico di Virgilio citato nel distico introduttivo, si svolge un dialogo drammatico, attualissimo sebbene avvenga fra il 42 e il 39 avanti Cristo. Melibeo sta abbandonando le sue terre, espropriate dallo Stato che intende assegnarle ai veterani della guerra civile (dice amaramente: “Un empio avrà questi campi così ben curati a maggese, e un barbaro il raccolto? Ah, fin dove la discordia ha reso miseri i cittadini! Per questa gente abbiamo seminato i campi!”). Titiro, al contrario, ha saputo muoversi nei meandri della burocrazia. Dice “Io credevo scioccamente che la città di Roma fosse simile alla nostra, ma sbagliavo: non sapevo distinguere fra le cose piccole e quelle grandi”. E quindi il buon Titiro va a Roma, trova “un protettore” e se ne torna con la promessa che potrà mantenere la propria terra e le sue cose. Non sappiamo cosa Titiro abbia pagato in cambio di questa “raccomandazione”. Fatto sta che adesso la sua vita è cambiata. “Ma perché sei andato a Roma”? gli chiede l’amico sorpreso e incuriosito. E la risposta è lapidaria: “Mi ha mosso la ricerca della libertà; anche se l’ho scoperta tardivamente, mano a mano che, radendomi, vedevo i peli della mia barba cadere sempre più bianchi”.
Molte parole mutano significato con il trascorrere del tempo; sospinte – nella percezione collettiva – dalla situazione storica, sociale, anche personale. Libertà è una di queste. Quando ero ragazzo, e andavo alle manifestazioni, il concetto di Libertà era chiaro: libertà dalla fame e dal bisogno. Gli slogan della classe operaia erano “pane e lavoro”. Rivoluzionari, per l’epoca.
Oggi siamo passati dalla libertà da alla libertà di. Libertà di esprimersi, di criticare, di mostrare il proprio io senza veli, censure, reticenze. Anche la parola è mutata; adesso la libertà di accoglie tutti questi concetti e li unifica in un unico termine: diritti.
Gerarchicamente, la libertà di viene dopo la libertà da. Ne è una evoluzione. E non a caso, risolto lo Statuto dei lavoratori (20 maggio 1970) ecco le grandi battaglie sociali per il divorzio (1 dicembre 1970) e l’aborto (1978).
La forbice, però, da almeno un paio di decenni si va allargando: la libertà di è diventata talmente preponderante da giustificare qualsiasi cosa, perfino l’abbandono della lotta per la libertà da, che è ben lungi dall’essere terminata. Abbiamo il 7,5% dei lavoratori disoccupati (i giovani sono al 21%), 5,8% al nord e 15,9% al sud. Il lavoro per i giovani? Un disastro, per via della mancata corrispondenza fra domanda e offerta e di una normativa che incentiva lo svilimento del lavoro. Nel 2020 i giovani Neet del Mezzogiorno (Neet sta per Not [engaged] in Education, Employment or Training, cioè persone che non studiano, non lavorano né ricevono una formazione) corrispondevano al 36% di tutti i giovani del Sud, come dire che, al Sud, oltre un giovane su 3 non studia, non si forma e non lavora.
Pochi giorni fa a Nuoro una dipendente di una impresa di pulizie – incinta – è stata licenziata “per giusta causa” dopo aver inviato alla datrice di lavoro il certificato di malattia per maternità a rischio. E il licenziamento le è stato comunicato – come ormai si usa – via WhatsApp. Episodi del genere, di disprezzo per le persone in nome dell’arricchimento, sono quotidiani.
Si tratta di un sacrificio che il sistema chiede per poter garantire, in nome dell’efficienza, un più diffuso e generalizzato benessere? Molto difficile sostenerlo.
L’ultimo rapporto della Caritas, Povertà ed esclusione sociale in Italia, rilancia la fotografia di un Paese con 5 milioni 674 mila poveri assoluti, pari al 9,7% della popolazione e, complessivamente, di 14 milioni 304mila persone, il 24,4% della popolazione totale, a rischio povertà ed esclusione sociale. Gente che fatica a portare il cibo in tavola in un contesto nel quale i figli non hanno prospettive migliori dei padri. “L’Italia – sottolinea il rapporto – è il Paese in Europa in cui la trasmissione inter-generazionale delle condizioni di vita sfavorevoli risulta più intensa. Chi nasce povero molto probabilmente lo rimarrà anche da adulto. Questo costituisce un’alterazione dei principi di uguaglianza su cui si fondano le nostre democrazie occidentali. Rispetto a questo punto perde anche la nostra Costituzione repubblicana, e in particolare l’articolo 3, che continua a restare inapplicato”.
La stessa sprezzante e predatoria organizzazione si trova sul lavoro, quando c’è. Nel 2023 appena trascorso si sono registrati 1041 morti sul lavoro, 2,85 al giorno; accompagnati – da anni – dalla solita ipocrita lagna del “mai più morti sul lavoro”.
Titiro è grato al suo mentore “in onore del quale per dodici giorni i nostri altari fumano. Lui per primo mi diede risposta: ‘’pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros” [O schiavi, pascolate le mandrie come prima, aggiogate i tori]. Puer si traduce principalmente come “ragazzo” ma presenta anche l’accezione di schiavo. E la prima definizione certamente non si addice al caso di Titiro, che è un vecchio.
Quindi, il buon Titiro ha ottenuto la sua libertà attraverso la sottomissione. Ha chiesto e ottenuto favori, e sarà eternamente riconoscente al suo “dominus”.
Arriviamo quindi al punto. Che, naturalmente, è punto politico. E attuale. Noi diamo per scontato che il sistema liberista sia il migliore. Chi non è liberista è sospetto (di comunismo, of course). E inoltre, perché non essere liberisti? Non ci elargisce forse a piene mani, questo sistema, tutte le opportunità di questo mondo, compresa quella – impagabile – di criticarlo (moderatamente; la censura avanza a grandi passi nell’Europa liberal. Il giocattolo è fragile e bisogna stare attenti a non romperlo) mentre ce ne serviamo?
Nella querelle fra l’Europa e l’”altro mondo” (Russia, Cina….), retto da poteri dispotici che i cittadini non possono mettere in discussione, quali sono – per la gente comune – i vantaggi della libertà di? Forse che in Russia e in Cina i bambini non giocano, le università non sfornano laureati capaci, non si fa ricerca ad altissimo livello, non si fa musica, cinema, letteratura, non si viaggia e non ci si relaziona? Dove nasce questa immagine di un mondo oscurantista solo perché non vi è consentito di criticare il potere? Il tasso di disoccupazione in questi paesi è la metà dell’Occidente, i morti sul lavoro sono inesistenti, il diritto all’istruzione e alla salute è garantito e incoraggiato. Quindi?
Ha sbagliato Titiro, nell’accettare di sottomettersi al suo dominus e di fare atti sacrificali in suo onore, in cambio di una vita felice, con la donna che ama, con la sua casa, i suoi campi e il suo gregge, con la libertà di suonare lo zufolo all’ombra di un ampio faggio? Pensateci; la risposta non può essere così scontata come chi detiene i fili della nostra economia vuole farci credere. Per secoli, quando il sistema di governo era la monarchia, a criticare e contestare il Re non ci si pensava nemmeno. Che esistesse un Re era un dato di fatto. Sta a vedere che anche noi, come dice Titiro, “non sappiamo distinguere fra le cose piccole e le cose grandi”.

 

1 pensiero su “Libertas, que sera

  1. Ciao Paolo,
    Come al solito attento esame della situazione partendo da lontano.
    È di poche ore fa l’epilogo della manifestazione di Pisa, inopportuna? Forse sì forse no.
    Ma noi che facevamo le manifestazioni per le strade, non eravamo trattati così. Che ci sia un ordine dall’alto, che ci sia la mano di Prefetti/Questori che sanno usare solo la forza, che ci sia la mano di servizi più o meno deviati? Mah, mai avremo una risposta come tanti misteri (in primis Piazza Fontana). Dove sta la Libertà?
    A proposito tra pochi giorni uscirà la prima parte del Libro di mio cognato sulla vera lotta alla mafia fatta dall’alto commissariato per la lotta alla mafia. Ti tengo informato. Sarò a Milano la prossima settimana magari ci sentiamo

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