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Riabilitare Minosse

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto V, vv. 4/12)

 

Palazzo di Cnosso (Creta); la sala del trono

Sapete per qual motivo Dante Alighieri colloca Minosse nell’inferno, per giunta assegnandogli fattezze e movenze truci e bestiali? Per ignoranza. Si tratta di un caso di scuola del fatto che la storia la scrivono (l’hanno sempre scritta) i vincitori.
Nel Milleduecento Dante non poteva sapere che la civiltà minoica, l’ultima fra quelle dell’età del bronzo, nacque a Creta e dominò il bacino del Mediterraneo per ben tredici secoli, dal duemilasettecento al millequattrocento avanti Cristo, un arco temporale lunghissimo. Creta seppe espandere i commerci fino alle coste dell’odierna Francia; le sue produzioni tipiche – olive, semi, manufatti in bronzo e terracotta ma anche gioielli di raffinata fattura – raggiunsero i porti iberici, italiani, egiziani, libici. Al contrario di quanto si è ritenuto per secoli, si trattò di una civiltà quanto mai pacifica; in nessuna delle città minoiche sono state trovate cinte murarie, segno evidente che non avevano e non temevano nemici. Pochissime le armi rinvenute attraverso gli scavi archeologici. I “Minosse” che dettero nome a questa civiltà non furono né un solo Re né un piccolo gruppo bensì una dinastia simildivina, come i faraoni nel vicino Egitto, praticanti giustizia e buon governo. I Greci, che conquistarono e sconfissero – forti di armi in ferro – questa civiltà, ne hanno trasmesso tratti completamente falsi.

Palazzo di Cnosso (Creta); le caratteristiche colonne rosse

Nel Palazzo di Cnosso – straordinario manufatto ingegneristico, un complesso abitativo composto da molte centinaia di locali (forse alcune migliaia ma non è accertato) – vivevano i regnanti con la loro corte allargata come forse anche parte del popolo, una città-stato ante litteram. Da qui l’idea del “Labirinto”, termine che, in realtà, significava “reggia”, cioè “luogo del potere” (la parola greca labrys rappresenta l’ascia bipenne, simbolo cretese del potere reale). I cretesi che adoravano e rispettavano i tori (qualcosa di simile alle vacche sacre dell’India) dettero spunto ai vincitori per la leggenda del Minotauro, figlio bestiale della regina Parsifae, moglie di re Minosse, accoppiatasi per lussuria con un toro. E da qui Arianna, la figlia di Minosse, che aiuterà l’eroe (greco) Teseo a uccidere il fratellastro.

Abbiamo creduto alla storia così come ci è stata tramandata, ammantata del “mito”, pur in assenza di riscontri. I quali, quando sono stati trovati a inizio Novecento grazie agli scavi dell’archeologo inglese Arthur Evans (8 luglio 1851 – 11 luglio 1941) hanno incominciato a svelare la verità sulla civiltà minoica. Verità ancora incompleta, per il momento, considerando che questa scrittura, di cui abbiamo ampia disponibilità di reperti e che oggi viene catalogata come Lineare A  nel gruppo delle lingue pre-elleniche, non è ancora stata decifrata (sarebbe un’eccellente opportunità per l’intelligenza artificiale). E tuttavia questa verità ci parla di una civiltà molto progredita dal punto di vista “tecnologico”: basti dire che il palazzo di Cnosso era servito da un sistema di condotte che trasportava l’acqua corrente che sgorgava da una vicina montagna sin nelle singole stanze, con canalizzazioni in rame e terracotta e scarichi di depurazione del tutto simili a quelli che avrebbe ideato Leonardo da Vinci trenta secoli dopo.

Creta, Museo archeologico Nazionale; donne a seno scoperto

I Greci vanno giustamente fieri di avere introdotto la Democrazia in quello che è il mondo occidentale oggi. E noi in molti casi riconosciamo volentieri questa nostra “matrice culturale”. Ma c’è da dire che, in fatto di democrazia sociale, i minoici erano assai più “moderni” dei vincitori Achei. A Creta, infatti, vigeva un’assoluta parità di genere, con maschi e femmine che si spartivano i compiti indipendentemente dal sesso. Le donne usavano, come i maschi, mostrarsi a torace scoperto, e prendevano parte ai giochi, ai rituali e alle attività produttive alla pari dei maschi. Usavano, inoltre, pettinarsi e agghindarsi in maniera raffinata, così che – lo sappiamo dai reperti – erano ben consce della loro femminilità tanto che l’uguaglianza dei compiti non significava rinunciare alle distinzioni di genere. Al contrario, spesso gli uomini si mostravano in abbigliamento muliebre (sostanzialmente tuniche lunghe) così che l’uguaglianza nei comportamenti non stava a significare che non esistesse distinzione fra i sessi (le pitture ci riportano uomini e donne vestiti in maniera assai simile, le donne dipinte con colori chiari, gli uomini più scuri).

Creta, Museo archeologico nazionale: donne con pettinature elaborate

Quanta differenza con la “guerriera” Sparta (dove i bambini nati deboli venivano ammazzati alla nascita) o con la “democratica” Atene, dove le donne vivevano recluse in casa, e non potevano neppure assistere ai giochi olimpici! Una donna (Santippe) che rimproverava il marito tutto preso nei suoi profondi pensieri (… “so di non sapere”…) e che non le dava una mano in casa, è ancora oggi ricordata come l’emblema della bisbetica.
Queste riflessioni ne impongono altre, di stretta attualità, sempre sulla narrazione della storia da parte dei vincitori – o presunti tali. Nei primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina la riprovazione per questa campagna militare veniva espressa attraverso il termine “aggressione”. L’essere “aggressore” bastava e avanzava per non approfondire neppure i motivi di questa aggressione; anzi, scacciarli con fastidio: di fronte all’”aggressione” nulla vi si poteva opporre. Ma la storia ci insegna anche che, nelle dispute fra persone di indole non pacifica, il livello del confronto finisce sempre per salire di tono. E così, in capo ad alcuni mesi, siamo arrivati alla fine del percorso: da un lato “il bene”, da un lato “il male”. Proprio così; ormai i media occidentali, parlando non solo della Russia ma di tutti i Paesi che, nella vicenda ucraina, provano a ragionare invece che a schierarsi, usano sempre più frequentemente l’espressione “impero del male”, oppure “asse del male”.
Avete capito? Non solo la Russia, “Paese aggressore”; anche la Corea del nord, anche la Cina, anche l’Iran, anche il Brasile fanno ormai parte dell’”asse del male”. Tutti coloro che dicevano peste e corna di Bolsonaro, ultraconservatore che ha lavorato alla distruzione dell’Amazzonia, e che hanno (giustamente) esultato di fronte all’elezione di Lula, oggi lo associano all’Impero del male, perché ha una visione, sul conflitto in Ucraina, diversa da quella della Nato. Un miliardo di Cinesi, colpevoli soltanto di ritenere – peraltro secondo le risoluzioni dell’Onu – che il governo secessionista di Taiwan sia un Governo illegittimo, sono anch’essi catalogati nell’Impero del male.
La Nato questa guerra non l’ha ancora combattuta, anche se si prepara a farlo, e già assume il comportamento dei Greci verso la civiltà minoica (e in genere di tutti i vincitori): costruire una narrazione che li veda Buoni contro i nemici Cattivi. L’impero del Bene contro il Regno del Male.

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