Caccia alle origini

 

 

Non tutto è chiaro, nella storia del glicine

Dominique Parennin

Fra le varie polemiche sorte intorno a questa pianta – evidentemente predestinata a far parlare di sé – c’è anche la (velata) polemica sul “primato nazionale”. Mentre i britannici, infatti, raccontano con dovizia di particolari le cose che avete appena letto, i francesi non ne sono così convinti e amano attribuire questo “primato” al missionario gesuita francese Dominique Parrenin o Parennin (1 settembre 1665, le Russey, vicino a Besançon – 29 settembre 1741, Pechino). Questo Parrenin pare abbia segnalato l’esistenza della pianta già nel 1708, descrivendola come “la pianta rampicante teng lo con bellissimi fiori viola che pendono in grandi mazzi”. Ma segnalato non è introdotto. E sul sito dei Giardini botanici du Grand Nancy e dell’Università di Lorena si legge che “il glicine cinese (wisteria sinensis) fu introdotto in Francia all’inizio del XVIII secolo dal gesuita Dominique Parrenin, un geografo originario di Russey”. Anche se il massimo esperto della storia del glicine, il già citato James Compton, smonta questa lettura, asserendo che “circa dieci anni dopo il suo arrivo in Inghilterra, il glicine cinese fu importato in Francia dall’Inghilterra. Sarebbe stato coltivato nei giardini di Jean-François Boursault (28 rue Blanche a Parigi, nel 1825) e François Cels.”
Il fatto è che il glicine esiste da moltissimo tempo. In Cina ne sono stati trovati fossili databili a sette milioni di anni così – semmai – potrebbe risultare strano che la conoscenza di questa pianta risalga in Europa a solo trecento anni. Ma bisogna considerare che per millenni l’ambiente “era quello che era”, le relazioni umane si esaurivano per la stragrande maggioranza nell’ambito parentale, quelli che oggi consideriamo i viaggiatori erano mosche bianche, non esisteva comunicazione se non orale. Di conseguenza un argomento come “il nome delle piante” non era certo al centro dei pensieri di quella che possiamo definire “comunità scientifica”. La stessa wisteria frutescens in molti cataloghi dei vivaisti americani era conosciuta – lo abbiamo già visto – come Carolina Kidney Bean perché i suoi semi maculati sembravano assomigliare, nello stato della Carolina, dove era stata per la prima volta catalogata, a piccoli fagioli.

Wisteria frutescens

Infine, non ci crederete ma è così, gli enigmi legati alla wisteria non sono finiti. L’ultimo che propongo ai lettori che hanno avuto la curiosità si seguirmi fino a questo punto è il seguente: in che modo la wisteria (la pianta in carne e ossa, non il nome) è finita in America? È vero che la frutescens differisce per alcune caratteristiche (fiori più piccoli, meno profumati e meno colorati) dalla sinensis e dalla floribunda e dalle altre “asiatiche” ma è chiaro che appartiene alla stessa famiglia. È praticamente impossibile che una frutescens, una floribunda e una sinensis siano nate in maniera autonoma l’una nel continente americano le altre in Asia. Di conseguenza, considerando che la storia nota non ci aiuta, dobbiamo necessariamente procedere per supposizioni.
La più ragionevole di queste supposizioni ci suggerisce che la wisteria, pianta originaria dell’Asia e qui conosciuta da millenni prima di essere “scoperta” dagli occidentali, ben prima di chiamarsi in questo modo sia stata portata in America o passando “discretamente” per l’Europa o direttamente dall’Asia all’America, attraverso l’Oceano Pacifico. In realtà esiste una ipotesi secondo la quale il primo importatore di questa pianta in Europa sia stato – indovinate chi? – Marco Polo, il primo esploratore dell’epoca moderna. Di questo passaggio, lo diciamo subito, non esistono tracce.

Il glicine di via Verro 2, a Milano

Spuntano qua e là, peraltro, citazioni leggendarie che si riferiscono a glicini antichissimi, in Italia. A Milano – ne parlo in dettaglio qua – c’è un glicine che la tradizione considera “il glicine di Leonardo”, dove l’illustre scienziato si sarebbe recato in meditazione ai tempi del suo soggiorno Milanese. Se così fosse, la pianta avrebbe oltre cinquecento anni, considerando che Leonardo soggiornò a Milano, a più riprese, per una ventina di anni, dal 1482 fino al 1513. E questo, naturalmente, contraddirebbe tutto quanto oggi si sa rispetto alla possibile durata della vita di un glicine, che nessuno stima possa raggiungere una età così avanzata (e naturalmente contraddirebbe, e di gran lunga, la data ufficiale della sua introduzione in Europa). Ma anche una ulteriore leggenda appare problematica; si riferisce al glicine che sorge in provincia di Varese, a Castello Cabiaglio (patria del pittore Giovan Battista Ronchelli, 1715-1788), del quale si dice abbia oltre trecento anni, e che sia dotato di un apparato radicale di oltre due chilometri.

 

Il glicine di Castello Cabiaglio (Va)

Se la citazione fosse vera, questa pianta risalirebbe (probabilmente anch’essa importata dall’Asia) attorno al 1720, quindi ben prima dell’”importazione” di Reeves, più o meno coeva con la citazione del frutescens americano. Questo per dire che, in teoria, ci sarebbe stata la possibilità – sebbene non attestata – di trasportare la pianta in America, ammesso che fosse stata già conosciuta in Europa, a partire almeno dalle metà del millecinquecento, quando i conquistadores spagnoli iniziarono l’esplorazione sistematica dei territori che in seguito sarebbero diventati gli Stati Uniti. Tuttavia, in quel periodo gli europei pensavano molto di più a depredare i territori appena conquistati piuttosto che ad arricchirli di vegetazione. Così che questa ipotesi non mi sembra la più probabile. Anche considerando che “il trasporto” sia avvenuto un po’ di tempo dopo, per esempio nel Seicento, penso che la pianta in così poco tempo non avrebbe avuto il tempo di assumere le caratteristiche precipue, che abbiamo appena visto, che la differenziano dalla “madre” asiatica. Assai più probabile che questo “trasporto” – in maniera che non conosciamo – sia avvenuto direttamente dall’Asia alle Americhe, in epoche antichissime. Tuttavia, la pianta americana è stata rinvenuta da Catesby in Nord Carolina, cioè sulla costa atlantica; e per giustificare il “passaggio diretto” dall’Asia all’America bisognerebbe spiegare anche il lungo cammino compiuto dal Pacifico all’Atlantico. D’altro canto il Giappone, con il suo spettacolare carico di floribunda si è “accostato” fisicamente all’Asia dopo una navigazione durata millenni, così che la sinensis e la floribunda, per millenni, hanno avuto vita autonoma. Non ci restano quindi che due strade; la prima è quella di considerare la “casualità”, ammettere cioè che in Cina, in America e nell’emisfero boreale siano nate, con caratteristiche botaniche assai simili, queste piante in maniera indipendente l’una dall’altra. Improbabile, comunque.

L’altra strada vuole che la wisteria sia nata da un unico ceppo, e che poi abbia viaggiato, nel tempo e nello spazio, assumendo nei millenni caratteristiche specifiche in Giappone, in Cina e in America. Dovremmo rispolverare magari la teoria della “pangea”, quell’unico continente che raggruppava millenni fa tutte le terre emerse che poi – per motivi che solo in parte possiamo immaginare – si sono separate e hanno preso ciascuna la propria strada. Certamente la pianta è antichissima: in Cina ne sono state rinvenute forme fossili risalenti al miocene (il miocene è la penultima epoca dell’era cenozoica; quindi un periodo che va dai 23 milioni ai 5,3 milioni di anni fa).
Ma questo non lo sapremo mai. Per il momento non ci rimane che godere la bellezza del glicine ogni volta che, fra la fine di marzo e le ultime settimane di aprile, a seconda delle stagioni e delle latitudini, incappiamo nella sua maestosa esplosione, spesso lungo la cancellata di una casa signorile o in qualche cortile d’epoca, magari perché attirati dal suo profumo o perché stupiti dalla cascata che vediamo scendere (o salire) lungo la facciata di un palazzo. Una pianta, per giunta, anche particolarmente fotogenica, come le immagini presentate in questo sito immagino e spero che possano dimostrare.