La poesia più famosa è quella di Pier Paolo Pasolini. Ma anche altri autori, in parole o in musica, si sono ispirati al glicine. A tutti verrà in mente il distico “frustando il cavallo come un ciuco / tra il glicine e il sambuco / il re si dileguò” (il testo è di Paolo Villaggio e la musica della canzone Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers è di Fabrizio De Andrè). La cantante Noemi ha fatto anche di più, intitolando Glicine il brano presentato al festival di Sanremo nel 2021, anche se il ritornello che dà il titolo alla canzone (“dentro ti amo e fuori tremo / come il glicine di notte”) deve intendersi come una … licenza poetica.
Anche letterati assai noti si sono misurati con questa pianta. Il verso che a me piace di più è “Non si raccolgono i fiori caduti del glicine”, dalla poesia Il pergolato di glicini, di Ada Negri, per due volte (1926 e 1927) candidata al Nobel per la letteratura. Anche Guido Gozzano, il poeta crepuscolare morto giovanissimo a 27 anni, si ispira più volte al glicine nei suoi Sonetti del ritorno. Nel primo sonetto (“o Casa, perché sbarri con le corde di glicine la porta del ricovero?”); nel secondo (“Il profumo di glicine dissìpi l’odor di muffa e di cotogna”; e ancora: “O casa fra l’agreste e il gentilizio, coronata di glicini leggiadre, o in mezzo ai campi dolce romitaggio!”); e infine nel sesto sonetto (“Avventurato se colui che visse pellegrinando, eppure così v’agogna, o vecchie stanze, aulenti di cotogna, o tetto dalle glicini prolisse”).
Lo sapevate? Una poesia sul glicine si trova nella raccolta La religione del mio tempo, pubblicata nel 1961 da Pier Paolo Pasolini, poeta, regista e uomo di cultura, morto nel 1975. La poesia è piuttosto lunga, quindi per una lettura completa vi rimando alla pagina di Città Pasolini. La poesia parla della decadenza della cultura e della civiltà dell’Italia (tema al quale Pasolini dedicò con insistenza maniacale gli ultimi anni della vita); mi piace tuttavia segnalare alcuni passaggi, quelli dove il glicine – che gli fa da spunto per le sue riflessioni sociali e politiche – viene descritto:
… e intanto era aprile, / e il glicine era qui, a rifiorire. / Prepotente, feroce / rinasci, e di colpo, in una notte, copri / un’intera parete appena alzata, il muro / principesco di un ocra / screpolato al nuovo sole che lo cuoce …/ E basti tu, col tuo profumo, oscuro, / caduco rampicante, a farmi puro / di storia come un verme, come un monaco: / e non lo voglio, mi rivolto – arido / nella mia nuova rabbia, / a puntellare lo scrostato intonaco / del mio nuovo edificio. // Tu che brutale ritorni, / non ringiovanito, ma addirittura rinato, / furia della natura, dolcissima, / mi stronchi uomo già stroncato / da una serie di miserabili giorni, / ti sporgi sopra i miei riaperti abissi, / profumi vergine sul mio eclissi, / antica sensualità.

Il più grande esemplare di glicine conosciuto è datato 1894 e si trova in California, nella Sierra Madre, nella contea di Los Angeles. Con un milione e mezzo di grappoli e un peso stimato di 250 tonnellate copre una superficie di circa 4mila metri quadrati e nel 1990 è entrato nel Guinness dei primati. Dal 1973 vi si svolge un festival che si chiama Sierra Madre Wistaria Festival.

In Cina e in Giappone il glicine era una pianta assai apprezzata per la sua intrinseca bellezza e per alcune caratteristiche (forza, tenacia e “umiltà” al tempo stesso) che gli assegnavano un importante valore simbolico in fatto di benevolenza e amicizia. Così, era la pianta degli aristocratici per eccellenza, che ne adornavano gli stemmi di famiglia. Si dice persino che alcuni imperatori ne facessero dono ai visitatori di riguardo. Grazie a queste caratteristiche, il glicine è da sempre apprezzato nei paesi di religione buddista. I suoi grappoli si trovano spesso nei templi, a simboleggiare sia la caducità della vita (la fioritura del glicine è splendida ma dura pochi giorni) sia la resistenza alle sventure (questa pianta vive assai a lungo, anche centinaia di anni) sia la forza d’animo, l’impegno e la speranza verso amicizie solide e durature. Così che, a livello popolare, il glicine è una sorta di talismano contro le avversità. In Paesi la cui cultura religiosa è legata al tema della reincarnazione, e quindi all’idea di una vita che continua a risorgere, il glicine rappresenta un simbolo ideale di immortalità, l’augurio e il portafortuna per sé, per i propri cari e per gli amici.

In Giappone il glicine (che si chiama fuji o huji) ha un’enorme importanza culturale e ha anche ispirato un dramma del teatro Kabuki (Fuji Musume, La fanciulla del glicine). Naturalmente, è proprio nella terra del Sol Levante che si trovano i giardini più belli; a Kitakyushu c’è un giardino (Kawachi Fujien Gardens) dedicato interamente al glicine, con 150 piante in una ventina di varietà, compreso uno spettacolare tunnel di 100 metri che sfuma dal bianco al blu, al color lavanda, al rosa, al viola. Splendido anche il glicine del Flower Park Ashikaga, piantato nel 1870. La pianta è ormai gigantesca, la sua fioritura primaverile copre quasi duemila metri quadrati ed è collocata insieme ad altri glicini di trecento tipologie.

Quando gli Europei entrarono in contatto con il Giappone, il glicine era fra le piante ornamentali più diffuse, noto da secoli. Il primo europeo a parlarne fu il tedesco Engelbert Kaempfer (Lemgo, 16 settembre 1651 – Lieme, 2 novembre 1716); medico, naturalista, botanico, viaggiatore e scrittore, specializzato nella conoscenza del continente asiatico. Già nel 1712, in un libro sulla flora giapponese, descrive sia la Wisteria Floribunda sia la Wisteria brachybotris, con i nomi di Too Fudsi e Jamma Fudsi. In quel momento in Europa non c’è ancora notizia della winsteria frutescens americana, e men che meno della wisteria sinensis; così che questa relazione di Kaempfer è la prima notizia ufficiale che riguarda il glicine in Europa. Ci volle però ancora un secolo perché un glicine giapponese approdasse fisicamente in Europa; fu per opera di un altro tedesco, Philipp Franz Balthasar von Siebold (Würzburg, 17 febbraio 1796 – Monaco di Baviera, 18 ottobre 1866), anch’egli medico, botanico, viaggiatore e grande studioso della flora e della fauna giapponesi (fu anche il primo europeo a insegnare la medicina occidentale in Giappone). E comunque, quando il glicine di von Siebold giunse in Europa, era già stato preceduto sia da quello americano sia da quelli cinesi, come vediamo nella sezione dedicata alla storia del glicine in questo stesso sito. Poi, molto lentamente rispetto a quello “inglese”, anche il glicine giapponese si affermò; l’esemplare forse più famoso di glicine giapponese fu piantato (e naturalmente immortalato in un quadro) da Claude Monet nel suo giardino di Giverny, a metà strada fra Parigi e Rouen.