
Esule a undici anni, sposa a ventisette, madre a ventotto, orfana a trenta, vedova a trentuno; l’anno successivo le muore il figlio maggiore, di appena tre anni, per un’operazione mal riuscita; tre anni dopo, in un naufragio, annegano le altre due figlie. Ce ne sarebbe d’avanzo per seguire nella tomba il marito suicida, o per prendere i voti e ritirarsi dal mondo. Ma lei è di un’altra pasta.
La descriverà così Francisco Silvela, uomo politico e letterato: “Era una donna molto bella, con un corpo aggraziato e un po’ virile, di alta statura, con lineamenti estremamente espressivi e occhi limpidi il cui sguardo si illuminava mentre si rivolgeva, sempre dritto e determinato, verso colui che le parlava, come se non avesse mai temuto alcuno né fossero mai entrati nel suo animo pensieri o debolezze, di quelli che fanno inclinare involontariamente lo sguardo.”
La famiglia Grund è originaria di Amburgo; arrivano in Spagna, a Siviglia, i nonni di Trinidad, Jorge Federico Grund e sua moglie, Cristina Leonora Steinert. Un loro figlio, Federico Grund Steinert, imprenditore e uomo politico, console di Prussia a Siviglia, sposa la sivigliana Trinidad Cerero de Campo Arroyal e, per farlo, abiura il protestantesimo e abbraccia la fede cattolica. Da questo matrimonio nasceranno tredici figli, dei quali Trinidad (Siviglia, 28 febbraio 1821, Malaga, 31 agosto 1896) è la seconda (ma la sorella maggiore, Rafaela, morirà giovane). Un altro fratello, Constantino Grund y Cerero de Campo, sarà tra i fondatori del collegio dei Gesuiti di Malaga.
Il trasferimento della famiglia Grund da Siviglia a Malaga non è una scelta bensì una necessità. L’Europa è stata sconvolta dalle guerre napoleoniche, al traino delle quali in quasi tutti i Paesi sono scoppiate rivoluzioni liberali. Anche il regno di Prussia non ne è esente; il re, Federico Guglielmo III di Hohenzollern (Potsdam, 3 agosto 1770 – Berlino, 7 giugno 1840) è fra i sovrani più illiberali, uno degli alfieri della Restaurazione. All’inizio degli anni Trenta il regno è attraversato da un’aspra disputa concernente i finanziamenti alla Corona, e Federico Grund è fra gli oppositori del sovrano. L’esilio è inevitabile, i Grund non possono più rappresentare la Prussia né stare a Siviglia e così, nel 1832, si trasferiscono a Malaga.
Nella prima metà dell’Ottocento la città di Malaga, in pieno sviluppo, pullula di iniziative economiche. È il motivo per cui negli annali della città compaiono parecchi cognomi illustri di famiglie europee benestanti, che si insediano qui in cerca di opportunità. Federico Grund si dà da fare. Stringe amicizie con la colonia di mercanti stranieri stabilitasi in città dalla fine del XVIII secolo né intende rinunciare alla carriera politica dalla quale è stato estromesso; ottiene infatti la carica di viceconsole d’Inghilterra ad Adra (un comune spagnolo nella comunità dell’Andalusia, un centinaio di chilometri a est di Malaga) e sembra che gli affari gli vadano piuttosto bene: gli annali riportano che intorno al 1826 per due anni dirige uno stabilimento industriale a San Andrés, che intorno al 1836, in Malaga esiste la fonderia Abderitan, a nome dei “signori fratelli Scholtz e Federico Grund”, e che “il signor Grund avviò con l’inglese Juan Clemens una vivace compagnia commerciale.”

Ma la vera relazione importante Federico Grund la stringe con Manuel Agustín Heredia. Questo Manuel Agustín (Rabanera de Cameros, La Rioja, 4 maggio 1786 – Málaga, 14 agosto de 1846) è riconosciuto come l’imprenditore e uomo d’affari più importante della penisola iberica nella prima metà dell’Ottocento. Arriva a Malaga giovanissimo e mostra doti rarissime di intelligenza e intraprendenza; si inserisce nella produzione e nel commercio del ferro e in breve tempo diventa ricchissimo. Acquisisce nel 1837, ad Almería, la fonderia di piombo di San Andrés de Adra (dove è ancora in piedi la torre di tiro), che diverrà una delle più importanti in Europa. Di ferriera in ferriera, nel 1840 Manuel Agustín Heredia diventa il più grande datore di lavoro in Spagna (lavorano nei suoi altoforni almeno duemila persone) e naturalmente, con tanto ferro a disposizione, gli affari generano affari e l’uomo avvia la rete ferroviaria spagnola e, in campo finanziario, il Banco di Malaga. La famiglia Heredia-Livermore (Manuel Agustín ha sposato una signorina di ottima famiglia, Isabel Livermore Salas) è al centro degli affari, degli interessi, delle attenzioni.
Le ragazze Grund capitano a Malaga in questo contesto. Sono giovani, belle, istruite (Trinidad conosce due lingue, suona il pianoforte e compone arie musicali) e fanno subito colpo. D’altro canto, con un padre esiliato e un futuro incerto a Trinidad e alla sorella Julia non resta altra aspirazione se non quella di un buon matrimonio. Prendono così a frequentare gli ambienti dell’alta borghesia di Malaga e finiscono per fidanzarsi con i fratelli Manuel Agustín e Tomás Heredia Livermore. Quando si dice il caso: le due sorelle si innamorano, ricambiate, dei due rampolli, più o meno coetanei, eredi di una delle maggiori fortune di Spagna. Il 2 gennaio 1848 Trinidad e Julia si sposano con Manuel e Thomás Heredia nella chiesa di San Giovanni in Malaga. Si sposano alle sei del mattino, con una cerimonia molto sobria, per volontà di Federico Grund, come atto di rispetto verso la memoria di Manuel Augustin Heredia, padre dei due sposi, morto due anni prima.
Il viaggio di nozze è lungo ed elettrizzante: le due coppie felici visitano la Francia e l’Italia (a Roma verranno ricevuti in udienza da Pio IX) e al ritorno Trinidad è incinta. I quattro – che dopo il viaggio di nozze si sono installati nel palazzo degli Heredia al numero 28/30 dell’Alameda – sono famosi, invidiati, additati. Vivono come è possibile, forse inevitabile, per giovani della loro condizione e del loro rango, maneggiando una immensa fortuna fra il lusso e le feste.
Ma la felicità durerà poco. Nel ‘52 muore Federico Grund, il papà di Trinidad, a 63 anni. E due anni dopo, dopo soli sei anni di matrimonio, improvvisamente a trentacinque anni viene a mancare Manuel Heredia. Come sia morto il giovane marito di Trinidad Grund non si saprà mai. Sulle prime circola la voce che sia morto nel corso di una battuta di caccia, precipitato in un burrone da un cavallo imbizzarrito. Poi subentra una nuova versione: sarebbe morto, sempre durante una battuta di caccia, per un non meglio precisato incidente, forse colpito per errore da un partecipante alla battuta, forse addirittura per un colpo sfuggito al proprio fucile. Ci si avvicina alla verità ma questa rimarrà per sempre custodita nei segreti della famiglia; l’unica cosa sicura è che Manuel Heredia si è suicidato. Qualcuno ventila l’ipotesi che lo abbia fatto nel bagno di casa, tagliandosi la giugulare mentre si radeva.
Quel che è certo è che il giovane soffriva di depressione; non prendeva parte alle riunioni aziendali preferendo delegare le incombenze degli affari ai propri collaboratori, si chiudeva in lunghi silenzi, cosa impensabile per un giovane bello e ricco, da poco sposato, cui la vita ha appena dato un figlio, Manuel come lui, “Manuelito”, una bambina, Isabel (che al momento della tragedia ha due anni), mentre la moglie è incinta della terza figlia (che si chiamerà Manuela).
Ma la tragedia di Trinidad Grund è solo agli inizi. Quattro mesi dopo la morte del marito, Manuelito si ammala di difterite. In forma grave. In ospedale provano di tutto ma i farmaci non bastano. Si tenta allora un intervento chirurgico, disperato, alla gola; che non ha successo e il bambino muore sotto i ferri.
Trinidad sprofonda nella depressione. Indossa l’abito della vedova e si rifiuta di uscire di casa. Non vuole vedere nessuno, se non le sue adorate bambine. In tanti insistono, inutilmente, affinché si scuota, riprenda a vivere. Finalmente, dopo un paio di anni di vita ritirata, si lascia convincere: andrà a visitare la fiera di Siviglia, porterà con sé Isabel e Manuela e da questo viaggio – tutti ne sono convinti – tornerà ritemprata nel corpo e nel morale.
Il 28 marzo 1856, alle 4,30, il piroscafo a vapore El Miño, diretto a Cadice, salpa dal porto di Malaga. Trinidad Grund si imbarca con alcuni parenti e amici. Con lei sono una cameriera, Cecilia Batenburg, sua cognata Maria Heredia con Matilde Camara, un’altra parente, e un altro cugino, Federico Heredia. Nessuno sa ancora, al momento, che Trinidad Grund – forse per un presentimento – il giorno prima della partenza ha cambiato il proprio testamento.
All’epoca il viaggio da Malaga a Siviglia era lungo e faticoso. Quel che preoccupava non era la distanza (circa 220 chilometri) ma lo stato delle strade; percorrerle in carrozza voleva dire giorni di viaggio fra la polvere e i sobbalzi, e lo scomodo disagio dei posti dove fermarsi per dormire. Il viaggio per mare, invece, conduceva a Cadice e da quel porto a Siviglia (con un tragitto un po’ più breve – 120 chilometri) sarebbero poi bastati un paio di giorni di viaggio. Inoltre, il viaggio in nave a metà Ottocento è ancora un’avventura elettrizzante per famiglie benestanti. Si gioca a carte, si prende il sole, si chiacchiera amabilmente; a ora di pranzo si va nella sala ristorante dove si possono gustare manicaretti preparati con perizia da cuochi raffinati. E la notte si riposa in cuccette confortevoli.
La nave Ribera del Miño è un piroscafo in ferro costruito in Inghilterra nel 1853 (ma l’ancora in lingotti di piombo proviene dalla Fonderia San Andrés, di proprietà della famiglia Heredia) che percorre regolarmente la rotta marittima tra Malaga e Siviglia. Tutto lascia presagire che il viaggio sarà piacevole.
Scriverà il già citato Francisco Silvela: “Alle undici di sera del 29 marzo del 1856 il piroscafo Miño entrò nello Stretto di Gibilterra; Doña Trinidad ci aveva preso posto con le sue due figlie, sua cognata María Heredia e alcuni altri parenti e amici. Il mare era calmo e la luna era limpida in un cielo senza nuvole e su un orizzonte senza nebbia; i numerosi passeggeri, provenienti dalle principali famiglie di Malaga e di Almería, erano in viaggio per andare ad assistere alla famosa fiera di Siviglia, godevano sul ponte il fascino incomparabile di una notte primaverile nel Mediterraneo e osservavano l’avvicinarsi delle luci di un’altra nave, che avanzava nella direzione opposta. Si stavano già preparando a salutarla allegramente quando, nell’incrocio fra le due imbarcazioni, ci fu uno schianto, e si aprì uno squarcio spaventoso nella fiancata del Miño”.
La nave con la quale il Miño si scontra è una fregata mercantile inglese da guerra, la HMS Minden, molto più solida dell’esile vascello spagnolo. L’affondamento del Miño è praticamente istantaneo; secondo i testimoni, sentiti dal commissariato di Gibilterra nelle ore immediatamente successive al naufragio, un fumaiolo del Nino rovina sulla prua dell’imbarcazione, allargando a dismisura lo squarcio dello scafo. Rimbalzando, il fumaiolo frana sulle barche di salvataggio, distruggendole. La nave, diranno i pochi superstiti, affonda in cinque minuti. I più abili nuotatori fra i passeggeri riusciranno a raggiungere l’isola di Farifa; tutti gli altri coleranno a fondo rapidamente, inghiottiti dai risucchi, salvo quei pochissimi che riusciranno ad aggrapparsi a qualche relitto galleggiante. I resti sommersi del piroscafo Ribera del Miño costituiscono tuttora una zona di immersione, conosciuta come “Il relitto di San Andrés” per il nome inciso sull’ancora di piombo.
Mentre il sacerdote di bordo si affanna a dispensare assoluzioni ai miseri che stanno per morire, Trinidad abbraccia le due figlie e le tiene strette a sé. Ma il suo gesto protettivo non basta. Finiscono in acqua, vengono sbattute dappertutto, urtano corpi e oggetti, vengono trascinate verso il fondo dai mulinelli. Trinidad viene colpita, perde i sensi per un attimo; si riprende mentre un altro mulinello la riporta verso la superficie ma le due bambine non sono più con lei. Poi di nuovo viene trascinata verso il fondo, e questa volta la donna affida l’anima a Dio. Le è chiaro che sta per morire. Ma il suo vestito si impiglia in un groviglio di corde e legname e così avviluppata come su una zattera, torna a vedere la luce. Avrà la fortuna di essere soccorsa dall’unica barca presente sul luogo della tragedia, e di essere trasportata a Gibilterra insieme ai pochissimi superstiti, fra i quali due passeggeri della sua famiglia (sua cognata Maria Heredia e il figlio di lei, Eduardo, oltre a una delle domestiche).
Il giorno dopo il naufragio Trinidad scriverà a sua sorella Felisa raccontandole l’accaduto: “Dio mi ha dato un colpo mortale ma mi ha anche dato la forza di sopportarlo. Non si è ancora saputo nulla di nessun altro sfortunato e in questo momento sto andando con alcune persone incontro alle barche partite da Algeciras e Tangeri, per vedere se siano riusciti a salvare ancora qualcuno, o almeno i resti che il mare vuole donarci. Ora non ho altro che terribili paure per Giulia, Amalia e le infelici madri delle sfortunate ragazze. È un prodigio che Dio abbia salvato noi tre e Dio sa che solo pensare al tuo dolore mi ha fatto chiamare la barca per venirmi a prendere perché mi ha causato orrore aver provocato involontariamente così tanto male. Volevo morire con le mie due figlie che non hanno lanciato un solo grido e le ho fatte abbracciare entrambe quando la nave è affondata e il vortice che ha creato l’acqua le ha trascinate con sé per un po’. Sono rimasta sott’acqua sbattuta dalla corrente con le mani incrociate chiedendo a Dio di perdonare tutti e avere pietà delle nostre anime e in uno dei mulinelli i miei piedi e le mie mani sono rimasti impigliati in un groviglio di pali di legno, che mi ha portato sul pelo dell’acqua, dove mi hanno raccolto. Non so quando torneremo, perché finché non ci sarà la speranza di trovare qualcuno, non posso pensare di tornare”.
La tragedia del Miño ha un’eco mediatica straordinaria. Tutti i giornali di Spagna vi dedicano le prime pagine. Delle 85 persone a bordo 64 moriranno. Trinidad Grund e due delle persone che viaggiavano con lei si salvano ma, come abbiamo visto, lei giunge al punto di rammaricarsi per le persone che sono morte per viaggiare con lei, sentendosene in qualche modo responsabile.
Ancora oggi in alcune abitazioni signorili di Spagna sulle pareti campeggia qualcuna delle numerose litografie raffiguranti la catastrofe, tirate in quei giorni in migliaia di copie; la stampa qui sopra era in vendita, a Malaga, già dieci giorni dopo il naufragio. La nave è rappresentata dal lato di dritta che affonda dalla poppa e con alcuni degli alberi rotti. Nell’acqua si nota una barca di salvataggio, persone che nuotano e altri che chiedono aiuto.
L’affondamento del Miño ha un seguito giudiziale. Nell’archivio Alvaro de Bazan della marina spagnola si può trovare ancora la relazione conclusiva della rapidissima inchiesta istruita sull’accaduto. La quale viene redatta addirittura da Casto Menzez Nunez (Vigo, 1 luglio 1824 – Pontevedra, 21 agosto 1869), un contrammiraglio che dieci anni dopo dirigerà la flotta spagnola nell’ultima fase della guerra ispano-sudamericana. L’inchiesta è tanto rapida quanto impietosa, e attribuisce la responsabilità della collisione al capitano del Miño il quale, guidando una nave a vapore, non avrebbe manovrato con la dovuta prudenza nell’incrocio con la fregata inglese.
E tuttavia l’indagine rivela anche un atteggiamento quantomeno superficiale da parte del comandante della Minden il quale, pur avendo assistito a un drammatico naufragio, non ha dedicato il tempo necessario nella ricerca dei superstiti e ha rapidamente proseguito il suo viaggio verso Gibilterra, abbandonando alla loro sorte decine di naufraghi la cui unica possibilità di salvezza sarebbe venuta proprio dell’aiuto dell’equipaggio della fregata inglese. Addirittura, le autorità di Gibilterra tratterranno l’imbarcazione nel porto per alcuni giorni, in attesa che venga fatta luce sull’accaduto. Dal canto suo Trinidad Grund, prima di tornare a Malaga, trascorrerà parecchi giorni in mare, con imbarcazioni prese a noleggio, nella vana ricerca delle sue bambine.
A ogni modo Trinidad non se la sente di tornare nella propria casa; troppi ricordi, troppi lutti, troppo dolore. Con sua cognata, anch’essa miracolosamente risparmiata dal naufragio, si installa in un’altra abitazione degli Heredia in plaza de Arriola. Sarà da questa nuova dimora che dirigerà quelle che oggi sono conosciute come le Opere di beneficenza che, negli anni a venire, dispenserà a piene mani, attingendo al patrimonio di famiglia e alle sue più altolocate conoscenze.
Gli storici concordano nel ritenere che Trinidad, donna di profonda fede, abbia visto nella sua sopravvivenza a questa immane tragedia un preciso messaggio della provvidenza: Dio l’aveva lasciata in vita per aiutare il prossimo. Sta di fatto che la donna, da questo momento in avanti, riverserà sui poveri, sugli umili e sui derelitti il suo ardore, la sua ricchezza e le sue capacità organizzative. Percorrerà personalmente le strade più umili di Malaga, si interesserà alla salute delle persone e vedrà con i propri occhi le condizioni in cui il popolo vive. Utilizzando le sue conoscenze, convincerà le famiglie più facoltose della città a contribuire alle iniziative benefiche che ha in animo e fa pressioni sulle autorità affinché provvedano alle tremende condizioni delle classi più povere, specialmente in fatto di salute e di istruzione.
Negli anni, si occuperà della edificazione di un ospedale dedicato ai feriti della guerra in Africa, che tornano dal fronte malati di colera e di dissenteria; presiederà la confraternita di san Vincenzo di Paola e darà impulso alla creazione del collegio di San Giovanni di Dio, una sorta di asilo nido ante litteram, dove i lavoratori delle fabbriche vicine potevano lasciare i loro figli che, mentre i genitori erano al lavoro, venivano nutriti e istruiti. Ma la sua opera più importante rimane la fondazione dell’asilo di San Manuel, intitolato al suo defunto marito, dove venivano accolti i figli delle persone più povere di Malaga. È interessante notare che questa intitolazione a “san Manuel” è una bizzarria. Nel martirologio della chiesa cattolica, infatti, si trova un san Manuel Gonzalez Garcia, che fu vescovo di Siviglia, il quale però nacque nel 1877 e fu santificato soltanto il 16 ottobre 1916, così che – nel momento in cui Trinidad Grund intesta il collegio a “San Manuel” – non esiste alcun “san Manuel” riconosciuto dalla chiesa cattolica.
Anche l’asilo di san Manuel verrà realizzato adiacente a un luogo di lavoro, accanto alla fonderia della Costanza, in uno degli edifici che gli Heredia destinano alle maestranze. Vi vengono accolti bambini e bambine figli degli operai ma anche orfani; e alle opere di carità si aggiungono un panificio e una stireria dove vengono istruite le ragazze. Trinidad Grund – con una visione molto avanzata per i tempi – non intende essere “caritatevole”: oltre al sostentamento materiale ha chiaro il concetto che ai ragazzi vadano dati gli strumenti perché essi, una volta adulti, possano sopravvivere autonomamente con dignità.
Chi segue la realizzazione e la gestione di queste opere? Sulle prime Trinidad in persona, attraverso il suo carisma, attira a sé alcune signore della borghesia malaguena, soprattutto in fatto di istruzione. Ma dopo pochi mesi le incombenze passeranno alle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, una società di persone laiche dedite alla vita apostolica.
Chi pensasse che Trinidad Grund, colpita duramente negli affetti più cari, privata dell’intera famiglia dalla violenza della vita, abbia deciso di darsi anima e corpo a una missione apostolica in favore dei poveri e dei bisognosi e di abbandonare ogni altra aspirazione sociale, sbaglierebbe di grosso.
Non a caso, nelle pagine web e nei portali dedicati alla città di Malaga, accanto all’appellativo di benefattrice, si trova l’espressione: “ha inventato il turismo a Malaga” (e forse, a ben vedere, lo ha inventato nella intera Spagna).

La donna, infatti, nell’ambito delle sue attività economiche, aveva acquistato già nel 1852 un terreno nel comune di Ardales, nella provincia di Carratraca, a una cinquantina di chilometri da Malaga, nell’entroterra. Qui anni prima, nel 1821, era stata scoperta una grotta piuttosto suggestiva, che aveva l’aria di essere molto antica. La scoperta era stata casuale, un terremoto aveva spostato delle rocce e rivelato l’ingresso della spelonca, un antro per visitare il quale già negli anni Trenta venivano chiesti due reales. Successivamente fu Pascual Madoz, politico e geografo (Pamplona, 17 maggio 1806 – Genova, 11 dicembre 1870) a rivelare il valore della grotta nel 1845 nel suo Dizionario geografico e statistico della Spagna.
Trinidad Grund percepisce che la grotta può essere un’attrazione “turistica”; fa costruire quindi una grande scalinata per facilitarne l’accesso e valorizza il luogo tenendovi anche spettacoli di flamenco per l’aristocrazia di Malaga e di Siviglia. Non solo: organizza in Ardales le prime “escursioni guidate”, fa costruire un casinò, delle piscine termali, dedica delle stanze all’ospitalità. Vuole che intere famiglie si rechino in questo posto per vivervi giorni piacevoli. La grotta di Ardales sarà la prima dell’intera Spagna a essere considerata ufficialmente “attrazione turistica” e l’area di Carratraca diventa il punto di partenza di quello che si può chiamare “il moderno turismo”. Due volte l’anno, il giorno di san Giovanni e l’ultimo dell’anno, in Carratraca si tengono grandi feste notturne e la cueva de Ardales diventa una preziosa testimonianza della storia di Malaga; tutti i visitatori importanti della grotta, infatti, lasciavano scritto o inciso il loro nome su una delle colonne accanto all’ingresso (oggi per una cosa del genere si può finire sotto processo), così che tuttora la cueva presenta una sorta di archivio di tutte le persone importanti del XIX secolo a Malaga e dintorni.
La grotta subì poi una importante evoluzione; dopo la morte di Trinidad Grund versò in uno stato di semi-abbandono – fu anche utilizzata come deposito e come rifugio antiaereo durante la guerra civile – fino a quando, nel 1918, il famoso studioso della preistoria, Henri Breuil, insieme al collega Miguel Such, vi scoprirà i primi dipinti e incisioni rupestri del Paleolitico, che farà conoscere al mondo attraverso la pubblicazione sulla rivista L’Antropologie a Parigi nel 1921. L’importanza del sito, che sembra occupare l’intero paleolitico superiore da 65mila a 8.500 anni fa, è ancora oggi straordinaria; nella grotta sono stati scoperti fino a oggi più di mille soggetti che rappresentano fauna (cervi, cavalli, capre, tori, pesci, uccelli e serpenti), figure umane femminili e incisioni meno comprensibili.
Ma torniamo a Trinidad Grund. Ormai decisa a godersi gli anni della vecchiaia nel suo piccolo paradiso, progetta e finanzia la costruzione di un eremo, nella zona, dove ritirarsi. La posizione è splendida, sul culmine di un’ampia rupe che affaccia su un panorama maestoso. I lavori procedono celermente fino a che gli dei invidiosi si ricordano di Trinidad Grund, e il suo meraviglioso eremo viene completamente incenerito da un fulmine il giorno prima della inaugurazione (oggi, comunque, la dimora di Trinidad Grund a Caratraca, fatta costruire in stile neo-mudéjar intorno al 1885, è la sede del municipio).
È noto che i regnanti amino circondarsi della benevolenza delle persone importanti. E questo accadde anche a Trinidad Grund. Per le peripezie occorsele nella vita, e per il complesso delle iniziative economiche e sociali poste in essere, la donna per lunghi anni a Malaga era sulla bocca di tutti. Una simile figura non poteva certo passare inosservata a corte e, sebbene Trinidad non professasse alcuna fede politica, la Regina Isabella II (Madrid, 10 ottobre 1830 – Parigi, 9 aprile 1904) nel 1865 volle conferirle la Banda delle Nobili Dame dell’Ordine di María Luisa, una delle onorificenze più importanti del Paese, come riconoscimento delle opere di bene che aveva compiuto per la città di Malaga.

Tale il padre, tale il figlio, si dice; è spesso è vero. E Trinidad si comportò esattamente come suo padre Federico una quarantina di anni prima, quando aveva perduto i privilegi di diplomatico per sostenere una posizione opposta a quella del Re di Prussia. Quando Trinidad Grund, fervente cattolica, seppe che la regina aveva riconosciuto il nuovo regno d’Italia, creato a spese del Regno delle due Sicilie (dove erano al governo i Borbone) e dello Stato Pontificio, restituì la Banda alla sovrana.
Lo fece cercando, come si dice, di addolcire la pillola, forse sperando di compiacere la religiosità della regina. Le scrisse infatti: “Mi preme ritornare alla Sua eccellenza il titolo di dama nobile che la generosa bontà della Regina si ha degnato di darmi, perché considero primo titolo di nobiltà protestare verso un così disastroso riconoscimento e per confermare i miei sentimenti di amore e fedeltà per il nostro glorioso pontefice Pio IX, vicario del nostro Dio e redentore”. Figurarsi se un re possa accettare a cuor leggero un simile oltraggio! E le poche righe di questa letterina, nonostante i meriti della donna, costarono a Trinidad Grund l’esilio a Roma. E per sua fortuna il governo di Isabella durò ancora soltanto tre anni, a sua volta esiliata dalla rivoluzione che in Spagna è nota come “La Gloriosa”, così che Trinidad potè tornare rapidamente in patria.
D’altro canto, la donna non arretrò mai di fronte a nessuno. Durante i turbolenti giorni della Prima repubblica, il breve ma furioso periodo del regime democratico (dal febbraio 1873 al dicembre 1874), durante il quale si instaurò un regime particolarmente ostile alla chiesa, Trinidad ricevette notizia che la Giunta Rivoluzionaria progettava di demolire i conventi di Malaga. Di furia si presentò al Palazzo Vescovile, dove la Giunta aveva stabilito la sua sede, e non se ne andò prima di aver ottenuto il rispetto delle monache e delle loro proprietà, in questo modo salvando dalla distruzione un importante patrimonio storico, artistico e culturale che esiste ancora oggi.
Ma ormai il vento sta cambiando. Negli ultimi anni del secolo la ruota della fortuna di Malaga gira. Alcune grandi famiglie, come i Larios, sono costrette a diversificare per sopravvivere, e anche gli Heredia (che negli anni fastosi erano arrivati a prestare soldi alla Corona) perderanno praticamente tutte le loro fortune pochi decenni dopo la scomparsa del fondatore della dinastia. Una tremenda crisi finanziaria attraversa tutta la Spagna, il futuro è fosco.

Trinidad Grund muore il 31 agosto 1896, all’età di 75 anni, nella sua casa in Calle del Peligro (che oggi si chiama Calle Trinidad Grund) afflitta da un cancro ormai incurabile. Ha compiuto opere più rilevanti di quelle di molti uomini, in un’epoca storica in cui le donne non avevano alcun diritto né facoltà. Può essere considerata la prima imprenditrice di Spagna, se non proprio d’Europa. Ha avuto forza, compassione, visione del mondo, speranza nel futuro.
Non c’è accordo sull’abito che avesse indosso il giorno del suo funerale. Lo storico, e amico, Francisco Silvela, sostiene che – per sua espressa richiesta – indossasse l’abito che l’aveva salvata dal naufragio del Miño, e che aveva conservato come una reliquia. I suoi eredi (che nelle interviste in televisione continuano a chiamarla “tia Trinidad”, zia Trinidad, sebbene siano trascorsi quasi centotrenta anni) smentiscono questa che considerano null’altro che una leggenda.
Se un appellativo le si può assegnare è quello di essere stata una donna moderna. Almeno, questo si deduce dalle parole che, su di lei, riporta sempre Francisco Silvela il quale ricorda quello che Trinidad gli diceva sulla educazione dei bambini: “È necessario abituarli affinchè si interessino a tutto, alla natura, all’arte, alla campagna, ai giochi, ai divertimenti della loro età. Devono impegnarsi in ogni cosa, niente dovrebbe essere indifferente nella vita, tutto dovrebbe interessare e ogni cosa dovrebbe essere fatta come fosse una questione molto importante, nella ricerca costante della perfezione. Solo così si può sfuggire dalla noia dell’esistenza; non conta tanto la ricchezza quanto una vita ricca di interessi; chi non ha interesse per nulla è infelice come colui che non possiede niente”.
Nota – Chi intenda approfondire la figura di Trinidad Grund può leggere in rete il necrologio scritto da Francisco Silvera in data 10 settembre 1896 (che si trova nella biblioteca regionale di Madrid intitolata a Joaquin Leguina, numero di catalogo 1345742), oppure visionare l’egregio filmato di Luis Calvo Ramos e Isabel Sanchez realizzato per la televisione Canal Sur, o perfino leggere il suo testamento. Ma, a voler cercare bene, il materiale disponibile in rete su questa figura che incomincia a essere conosciuta sempre più e sempre meglio, è ormai rilevante.