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La Spagna di Sánchez dopo il “no” a Trump

La recente presa di posizione del Presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, a proposito del coinvolgimento della Spagna nella guerra di Israele e Usa contro l’Iran, ha sollevato un ampio dibattito. Non è la prima volta che si crea un conflitto sulla sovranità fra un Paese europeo e gli Usa. Il precedente più noto riguarda la cosiddetta “crisi di Sigonella”, fra il 10 e l’11 ottobre 1985, quando il premier italiano, Bettino Craxi, ordinò ai carabinieri di stanza in quella base Nato e alla Vigilanza Aeronautica Militare (Vam) di intervenire per evitare che i terroristi che avevano assaltato la nave Achille Lauro e ucciso un cittadino americano (Leon Klinghoffer) e che erano stati catturati, venissero prelevati dall’aereo che li trasportava in Italia dall’Egitto (e che era stato intercettato dall’aviazione statunitense) e fossero consegnati agli Stati uniti. In quell’occasione si rischiò addirittura uno scontro armato, visto che i carabinieri, per impedire che i terroristi fossero presi in carico dalle forze armate statunitensi, circondarono non solo l’aereo ma anche i soldati Usa che a loro volta lo avevano circondato. L’Italia non intendeva concedere l’impunità ai terroristi ma Craxi pretese che i terroristi fossero processati dalla giustizia italiana, poiché i reati erano stati commessi su una nave battente bandiera italiana, riaffermando con ciò l’indipendenza e la sovranità del Paese. Questo non significò allora – come il gesto di Sánchez non significa adesso – una “rottura” fra Italia e Usa, bensì una valida e coraggiosa rivendicazione che le regole del diritto internazionale vanno rispettate, anche e soprattutto fra alleati.

L’evento odierno ha portato nuovamente alla ribalta la Spagna (dopo il rifiuto di Madrid di aderire alla richiesta Usa di portare le spese militari al 5% del Pil) come Paese alleato però “autonomo” rispetto agli Stati Uniti. Può essere quindi l’occasione per proporre un’analisi della situazione della Spagna di oggi, e di Pedro Sánchez in particolare.
Abbiamo vissuto per anni la Spagna come un Paese europeo sottosviluppato. Effettivamente, la sua economia è rimasta “povera” a lungo. Tuttavia, dopo la pandemia di Covid, mentre il resto dell’Europa entrava in crisi, la Spagna ha avviato una fase di sviluppo che dura tuttora, confermandosi come una delle locomotive della zona euro. Nel 2024 il Pil è cresciuto del 3,2%, una performance circa quattro volte superiore alla media dell’Unione Europea; nel 2025 la crescita è stata del 2,7% (media Ue = 1,6%) e per il 2026 le previsioni dicono che l’economia spagnola crescerà almeno fino al 2% (media Ue attesa = 1,2%). Cifre e andamenti inimmaginabili per il resto dei Paesi europei che, se non sono proprio in recessione, poco ci manca. E non solo dei Paesi europei; secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il Pil pro capite spagnolo ha superato simbolicamente quello del Giappone.
Negli ultimi anni la politica economica di Madrid si è incernierata sulla crescita del potere d’acquisto della popolazione. Il governo, per esempio, ha recentemente approvato un aumento del salario minimo per il 2026, portandolo a 1.221 euro mensili (per 14 mensilità). L’altro pilastro sul quale sta volando l’economia spagnola è il turismo, un settore che rappresenta circa il 15-16% del PIL nazionale. Secondo le stime del World Travel & Tourism Council (Wttc), il contributo totale del comparto dovrebbe aver superato i 260 miliardi di euro nel corso del 2025. Alcuni numeri al riguardo: 1) la Spagna ha quasi raggiunto la soglia dei 100 milioni di visitatori annui, confermandosi come una delle principali potenze turistiche mondiali insieme a Francia e Stati Uniti. Nei periodi di picco (come agosto 2025), le entrate turistiche mensili hanno superato i 13 miliardi di euro. Anche perché, accanto al classico “turismo balneare”, la Spagna ha saputo ben diversificare con gli aspetti culturali; oggi le città spagnole (+58% nel 2025) sono visitate almeno come le famose località di mare, mentre il settore della gastronomia ha fatto segnare un ulteriore balzo, crescendo addirittura del 60%. Nel confronto internazionale la Spagna ha da poco superato l’Italia in termini di valore complessivo generato dal turismo, con Madrid che si è affermata come una nuova capitale del lusso e dello shopping.
Naturalmente ogni successo, soprattutto se di queste dimensioni, provoca reazioni negative. L’overtourism, fenomeno ben conosciuto in Italia, si è palesato soprattutto in Spagna, con significative azioni di protesta dei residenti di alcune delle località più esposte al massiccio arrivo di turisti internazionali. Non si tratta di xenofobia ma di interessi: la grande affluenza di turisti ha provocato e provoca, per legge economica, un aumento del costo della vita e un aumento – spesso significativo – dei prezzi degli affitti. Ne sa qualche cosa il vicino Portogallo il quale – dopo aver attirato in gran numero, attraverso la detassazione delle pensioni, anziani benestanti (oggi i residenti italiani iscritti all’Aire nel Paese lusitano sono 34mila) – è stato costretto a fare precipitosa marcia indietro, proprio a motivo delle forti proteste dei propri cittadini.
Di conseguenza, anche la Spagna di Sánchez si trova in una situazione di equilibrio precario: l’economia tira, il turismo si espande, il benessere cresce e con esso le caratteristiche che solitamente si accompagnano a questa dinamica. La prima è la disoccupazione, che rimane alta (10,4%, il tasso più elevato dell’Ue) anche se in leggero calo tendenziale. La seconda è il costo della vita, che cresce con l’accresciuto benessere generale, rappresentando una sfida per il potere d’acquisto delle famiglie.
A livello politico in Spagna si assiste a una forte polarizzazione (non bisogna dimenticare che, per la Spagna, la polarizzazione di posizioni politiche fortemente contrapposte è una costante storica; non a caso il Paese nel secolo scorso è stato teatro della più sanguinosa guerra civile europea). Il sostegno personale al Premier ha registrato una lieve ripresa all’inizio dell’anno mentre il suo partito (il Psoe) affronta una pressione crescente dalle opposizioni di destra.
L’ultimo sondaggio YouGov (gennaio-marzo 2026) relativo agli indici di popolarità e di gradimento dice che il 34% degli spagnoli ha un’opinione favorevole di Sánchez (in aumento di 4 punti rispetto a dicembre); nel confronto con altri Leader a Sánchez tocca l’indice di gradimento più alto (38,7%), più che Alberto Núñez Feijóo (Pp) e Santiago Abascal (Vox). E tuttavia, nonostante una evidente tenuta del premier, il suo partito è sceso intorno al 26,5% delle preferenze, il livello più basso dalle elezioni generali del 2023, tanto che attualmente il blocco di centro-destra (PP e Vox) viene dato dai sondaggi come potenzialmente in grado di raggiungere una maggioranza parlamentare se si votasse oggi. Pietra dello scandalo è stata la recente regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati – fortemente voluta da Sánchez – che è stata letta come una mossa per stimolare la crescita del Pil ma al tempo stesso ha alimentato le polemiche da parte di Vox e del Partito Popolare, storicamente contrari all’immigrazione. E anche l’ultima sortita sull’utilizzo delle basi Usa sul territorio spagnolo nell’occasione della guerra in Iran ha provocato encomi nell’opinione pubblica però anche proteste di chi vede in questo atteggiamento dei rischi per il commercio internazionale, per quanto il 70% dell’export spagnolo si diriga, in ordine, verso Francia, Germania, Italia, Portogallo e Regno unito e le esportazioni di Madrid verso gli Usa rappresentino oggi solo il 4,3% dell’export complessivo e siano in calo da alcuni anni (nel 2025 la Spagna ha registrato una riduzione del 17% dei volumi di merce spediti verso gli Stati uniti).
Un trattato a parte meriterebbe l’aspro confronto fra la Spagna e lo Stato di Israele, cui qui accenno per sommi capi. In termini diplomatici, la Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele solo il 17 gennaio 1986, ultimo fra i paesi dell’Europa occidentale; passo compiuto anche dietro la “forzatura” della Comunità economica europea, che aveva posto a Madrid l’instaurazione di relazioni diplomatiche con Israele come una delle condizioni necessarie affinché il Paese potesse entrare nella Cee (precorritrice dell’Unione Europea). Nel maggio 2024 la Spagna ha compiuto un altro passo diplomatico significativo riconoscendo ufficialmente lo Stato di Palestina.
Molti analisti affermano che la Spagna a lungo non riconobbe Israele per mantenere legami privilegiati con le nazioni arabe e garantire l’approvvigionamento di petrolio, ma si tratta di una semplificazione. Il “rancore” fra la Spagna e gli ebrei è ben più antico, risale al 31 marzo 1492: mentre Cristoforo Colombo si preparava a salpare per le Indie i “Re cattolici” (Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona) cugini sposatisi senza la necessaria dispensa papale, dopo aver completato la Reconquista con la caduta di Granada sottratta ai mori, emanarono l’editto di espulsione degli Ebrei.
La Gerush Sefarad, fu un evento epocale che segnò la fine di millecinquecento anni di presenza ebraica nella penisola iberica. L’editto stabiliva che potevano restare in Spagna solo coloro che accettavano di convertirsi al cristianesimo. Chi partiva non poteva portare con sé oro, argento, monete o armi, il che li costrinse a svendere i propri beni a prezzi irrisori, provocando una spoliazione che ha pochi uguali nella storia d’Europa. Si stima che tra i 150mila e i 200mila ebrei abbiano lasciato la Spagna in pochi mesi, dando origine alla diaspora dei Sefarditi (da Sefarad, Spagna in ebraico). Solo nel 2015 la Spagna ha approvato una legge per riconoscere il diritto alla cittadinanza spagnola agli eredi degli ebrei espulsi, come gesto di riparazione storica per gli eventi del 1492.
Come si vede, le cause profonde dei conflitti attuali non sempre dipendono dall’attualità; nei confronti fra Paesi agiscono forze storiche, sociali e persino psicologiche che indirizzano l’azione dei Governi. Molto più radicate e profonde di quanto il confronto politico attuale possa far apparire.

 

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Dietro la crisi della Germania

Che la Germania stia cercando di mettere in piedi una potente macchina bellica per far fronte alla tremenda crisi industriale che sta attraversando è un dato di fatto. Al momento, i governanti di Berlino non hanno trovato di meglio. Il fatto è che la situazione precipita; a dicembre 2025, per esempio, le richieste di fallimento sono aumentate in maniera impressionante (+15,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). L’agenzia di credito Creditreform riferisce che in Germania il numero totale di insolvenze aziendali ha raggiunto nel 2025 la quota di 23.900, il livello più alto dal 2014. Altri istituti, come l’Iwh di Halle, parlano addirittura del dato più alto dal 2005. I settori più colpiti, come noto, sono quello dei trasporti e della logistica. Elementi costitutivi di questa vera e propria “tempesta perfetta” (che solo 4 o 5 anni fa mai avremmo potuto immaginare per la “locomotiva d’Europa) sono gli alti costi energetici, una burocrazia asfissiante (anche questo: chi l’avrebbe detto?), tassi di interesse elevati e soprattutto la fine dei sussidi post-pandemia, che avevano portato un po’ di ossigeno nelle casse di molte aziende già in difficoltà sul mercato ma che, al tempo stesso, le avevano “drogate”. I fallimenti di questi mesi hanno messo a rischio circa 285.000 posti di lavoro nel solo 2025. La Camera di Commercio Tedesca (Dihk) ha lanciato l’allarme, sottolineando come si registrino nuovi record di chiusure mese dopo mese.
Effettivamente in Germania è proprio per il mercato del lavoro che si nutrono grandi preoccupazioni Secondo gli ultimi dati dell’agenzia Federale del Lavoro (Ba) a dicembre 2025 il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,3%, con un aumento dello 0,3% e un sondaggio dell’Istituto dell’Economia Tedesca (Iw) rivela che un’azienda su tre prevede ulteriori tagli al personale nel corso del 2026 a causa dell’aumento dei costi e della debolezza delle esportazioni.
Piuttosto problematico è quello che viene chiamato il paradosso della carenza di manodopera: nonostante l’aumento dei disoccupati, la Germania continua a soffrire di un cronico deficit di lavoratori qualificati; chi viene licenziato da settori in crisi (come l’automotive), per esempio, spesso non possiede le competenze richieste dai settori in crescita. Di conseguenza la disoccupazione non sta esplodendo come i fallimenti, ma il mercato del lavoro ha perso la sua tradizionale dinamicità e si prevede un 2026 difficile con nuovi tagli in vista.
Il presidente dell’Associazione Federale dell’Industria tedesca (Bdi), Peter Leibinger, ha appena sostenuto che “la Germania sta vivendo la sua peggiore crisi dalla fine della Seconda guerra mondiale e la sua concorrenzialità è in caduta libera. Non si tratta solo di calo economico, ma di un declino strutturale”. Dal canto sui Volker Treier, responsabile del commercio estero della Dihk, ha appena stigmatizzato “il forte calo delle esportazioni tedesche, per decenni il vero motore del Paese”.
Ma non si può parlare di crisi solo in termini “aritmetici”, guardando ai numeri come se non avessero anima. Ce l’hanno. Il discorso ha un senso solo se si analizzano le cause profonde di ciò che accade. E la prima causa – questa è cosa di dominio comune – è il sabotaggio del gasdotto russo (NordStream) che ha bloccato rifornimenti di gas fondamentali per l’industria tedesca e per l’Europa in generale. Semplicemente, le aziende tedesche non sono in grado di lavorare con i prezzi attuali dell’energia.
E qui solo degli sprovveduti possono voltare la testa dall’altra parte. Se non si comprendono i motivi profondi, geopolitici, di ciò che accade nel mondo si finisce sempre e comunque a galleggiare sulle proprie passioni e sui propri pregiudizi. Dopo i primi giorni dal sabotaggio del NordStream – per cui l’intelligence britannica aveva provato a convincere i media europei della responsabilità di Mosca, che si sarebbe “autosabotata” per mettere in cattiva luce l’Ucraina – oggi in molti hanno la quasi-certezza che l’operazione sia stata effettuata da un commando di guastatori ucraini.
Si tratta di una visione suggestiva però assai probabilmente, almeno in parte, sbagliata. Per compiere una operazione di sabotaggio come quella effettuata il 26 settembre 2022 non basta un commando di sub decisi e bene addestrati; occorrono droni, rilevazioni satellitari, dati di intelligence assai sofisticati. Che l’Ucraina, da sola, a settembre 2022 disponesse di simili competenze, è lecito dubitare. Assai più probabile un intervento di “veri specialisti”, facenti parte di una struttura almeno para-governativa, che avesse tempo, modo, risorse e coperture per effettuare un simile lavoro. Si parla, naturalmente, della Cia, probabilmente con l’appoggio dell’intelligence britannica.
Lo scopo? Lo vediamo oggi, ce l’abbiamo davanti agli occhi. Il lavoro è perfettamente riuscito. Lo scopo era quello di convertire il cuore pulsante dell’Europa – la Germania –, distruggere le sue produzioni elitarie (l’automotive), e trasformare questa economia in economia di guerra, da usare contro la Russia. In questa chiave che va letto il piano “Rearm Europe”, che ha incominciato a stanziare una enormità di denaro per l’industria bellica continentale. La quale – questo sia detto chiaramente – sarà realizzata in concreto sul territorio della Germania e però sarà saldamente in mano, a livello di capitale, alle oligarchie anglosassoni.
Utilizzare l’Europa come arma da guerra per distruggere in un colpo solo l’Europa e la Russia è chiaramente un capolavoro della geopolitica anglosassone. E poco importa che il progetto sia stato avviato con l’Amministrazione Biden. I potentati economici che stanno dietro ai Presidenti, le forze economiche che intendono governare il mondo, sempre quelle sono. Da tempo immemorabile. Per l’Italia da piazza Fontana (la bomba che fece cessare il “sessantotto”) e dal rapimento Moro, un evento del quale – con le Brigate Rosse come esecutori materiali – è sempre più chiara la mano della Cia, dei Servizi segreti italiani, di organizzazioni paramilitari come Gladio (si veda la splendida ricostruzione che ne ha fatto il regista Renzo Martinelli con il film Piazza delle cinque lune, nel 2003). Lo scopo era – e anche questo riuscì in pieno – impedire l’arrivo del Pci al governo di un Paese come l’Italia, che nello scacchiere ipotizzato dagli Usa e dalla Cia, mai avrebbe dovuto cadere in mano ai “comunisti”.
Leggere e comprendere la storia aiuta, anche se la storia per così dire ufficiale, quella dei documenti “visibili” e noti, queste cose non le racconta. Ormai dovrebbe essere chiaro anche ai più riottosi che da Yalta in avanti (l’accordo di facciata) l’Occidente non ha mai smesso di combattere “i comunismi”, siano essi in Russia e in Cina ma anche nei singoli Paesi europei come a Cuba, in Venezuela, in Brasile, in Cile…
In Europa “la linea rossa” è rappresentata dall’Ucraina. Un Paese che sin dalla sua nascita (1991) è stato gestito dall’Occidente come bastione dal quale scagliare l’attacco decisivo alla Russia. Gli elementi c’erano tutti, a partire da un odio atavico fra i due popoli (che poi, paradossalmente, sono un unico popolo), risalente ai tempi di Stalin, proseguendo per una divisione abbastanza netta della popolazione fra una fazione mai rassegnata al distacco dalla Russia e un’altra piena di rancore e di livore verso “i comunisti” (si veda la strage di Odessa, 2 maggio 2014). E così, mentre in Ucraina molti attendono con ansia la “occidentalizzazione” (almeno attraverso l’ingresso nell’Unione europea), la realtà è che l’intera Europa potrebbe andare verso “l’ucrainizzazione”, con uno stato di guerra più o meno formalmente dichiarato, con la formazione di un potente esercito continentale – e chi si opporrà sarà chiamato traditore o disfattista –, con truppe europee sul suolo ucraino a combattere contro l’esercito russo. Gli Stati Uniti? Si sfileranno al momento opportuno. Non è la prima volta che Donald Trump dice: “Potrei uscire dalla Nato”, e la crisi groenlandese (scontro fra Usa e Nato) potrebbe rappresentare la volta buona.
Ecco perché – tornando alla casella “via” come al gioco Monopoli – alla crisi industriale e sociale della Germania non può che seguire il riarmo. E al riarmo non può che seguire la guerra. La catena è unica, ed è sempre la stessa.

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L’ambiguo mondo delle profezie

 

Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.

Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere
(dalle Operette Morali)

Non sono affascinato proprio per niente dalle profezie. Mi sembrano retaggio di una cultura immaginifica e arcaica oggi superata. Non penso che si possa prevedere il futuro. Tendo a pensare che il futuro siamo noi a scriverlo, giorno dopo giorno, con le nostre azioni. Così che – dal momento che le azioni che ciascuno di noi compirà domani non sono oggi prevedibili – il futuro non è prevedibile. E non esiste. Tenderei piuttosto ad accreditare la tesi di Arthur Schopenhauer, con il passato e il futuro considerati vuoti e irreali come un sogno, mentre noi viviamo una esistenza in cui solo il presente è reale, sia pure instabile, tendente a scivolare continuamente nel nulla.
Ne ho sentite e viste molte, di profezie (sempre apocalittiche). Quando ero ragazzo si faceva un gran parlare dei tre pastorelli di Fatima, che in piena Prima guerra mondiale (1917) avevano avvertito il mondo su “tre segreti” e financo con la profezia consolatoria per eccellenza, “la Russia si convertirà”. Le mie zie, a Napoli, attendevano trepidanti il 1960, anno misterico nel quale ci sarebbe stata una “rivelazione” al riguardo (ma del 1960 io ricordo solo le Olimpiadi di Roma, con Livio Berruti medaglia d’Oro dei 200 metri piani). Ho visto i Testimoni di Geova salire sul Monte bianco in attesa dell’apocalisse (sempre 1960), impresa cui l’illustratore Walter Molino aveva dedicato perfino la copertina della Domenica del Corriere. Poi abbiamo avuto bachi del millennio, profezie Maja, inversione dei poli, cambio di rotazione della terra, tre giorni di buio, asteroidi cataclismatici…
Quando ero ragazzo andavano in voga le profezie di Nostradamus. Partivano dal Medioevo fin oltre l’anno tremila, parlavano di sangue, di sciagure, di invenzioni scientifiche… ma la verità è che – di queste profezie – non si capiva niente. Solo qualche sedicente studioso, riferendosi alla Kabala o ad altri fantasiosi sistemi di decrittazione, sosteneva che una certa quartina delle “centurie”, decenni o secoli dopo gli avvenimenti, avesse inteso dire una certa cosa. E naturalmente, sai che cosa ce ne facciamo, oggi, di qualcuno che – non senza voli pindarici e contorcimenti para-culturali – ci viene ad assicurare per esempio che a metà del 1500 Michel de Nostredame, nella novantasettesima quartina del sesto libro (o centuria) avesse predetto l’attentato alle Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001, quattrocentocinquanta anni più tardi?
Per non dire che i riferimenti asseriti sono sbagliati. La quartina citata dice infatti: “Cinque e quaranta gradi il cielo brucerà / fuoco si approssimerà sulla città nuova / nell’istante grande fiamma espanse brucerà / quando si vedrà dei Normanni fare l’esperimento”. Questo “fuoco che si approssimerà alla Città nuova” può naturalmente indicare New York, ma Città nuova è anche New Delhi, e lo è anche Napoli (Nea-polis). E la latitudine è comunque sbagliata: New York e Napoli si trovano rispettivamente a 40° 43’ e 40° 51’ gradi di parallelo. Per non dire che di questo “esperimento dei Normanni” nessun decrittatore di profezie ha saputo dare una concomitante spiegazione.
Analoghi dubbi provengono dalla ottantasettesima quartina della prima centuria: “Un terremoto di fuoco dal centro del mondo / farà tremare attorno alla Città Nuova / i due grandi blocchi lungo tempo guerra si faranno / quindi Aretusa di nuovo il fiume arrossirà”. Anche qua abbiamo un dramma su una “città nuova”, solo che qui compare Aretusa, ninfa e quindi creatura acquatica. Volendo forzare e attualizzare, potremmo immaginare che Europa e Russia (“due grandi blocchi”) si faranno la guerra e in questo contesto l’Inghilterra (Paese che siede sull’acqua) verrà devastata da armi nucleari? Anche in questo caso, non abbiamo altro che illazioni.
Ma torniamo a noi. Per decenni ho assistito alle lacrimazioni delle Madonne. La prima fu a Siracusa, nell’estate del 1953: la Madonna pianse e sul luogo dell’evento sorge oggi una grande chiesa, inaugurata da papa Giovanni Paolo II il 6 novembre 1994, ben quarantuno anni dopo. Nel frattempo, già nel giugno 1981 la Madonna era apparsa in un paesino della Bosnia-Erzegovina, Medjugorje, a sei giovani. Si era proclamata “regina della Pace” e aveva preso a lanciare messaggi di conversione, che durano tutt’ora. I sei ragazzi hanno oggi intorno ai sessant’anni, e continuano a vedere apparizioni e a ricevere messaggi. Ma quanta pace sia stata raggiunta in questi quarantaquattro anni, lo lascio valutare a voi che leggete. E comunque fra questi messaggi, stanno i “dieci segreti” che i ragazzi affermano di aver ricevuto dalla Madonna, che si riferiscono ad eventi futuri, e che saranno rivelati pochi giorni prima che accadano. Fra gli altri, abbiamo “un segno permanente, visibile e indistruttibile”, che apparirà sulla collina delle apparizioni come prova definitiva della presenza della Madonna. Futuro, sempre futuro; staremo a vedere.
Nel frattempo abbiamo anche apparizioni più… terrene. In virtù delle quali Gisella e Gianni Cardia andranno a giudizio il 7 aprile 2026 a Civitavecchia. L’accusa è quella di aver inscenato “apparizioni e trasudazioni della Beata Vergine” e prefigurato “futuri cataclismi e sciagure, come terremoti” nel tentativo di indurre i fedeli a donare somme di denaro al culto della Madonna di Trevignano, (si parla di circa 365mila euro che, per l’accusa, non sarebbero state destinate a nessun culto mariano ma solo ad arricchire i due, facendo leva sulla credulità popolare).
Trovo poi contraddittoria la stessa “essenza”, la natura stessa, delle profezie”: perché Dio, o chiunque altro, dovrebbe fare profezie? Per dirci “accadrà questo” (e generalmente si tratta di grandi tragedie)? Bene: se una di queste tragedie dovesse accadere nella realtà, che cosa ne ricaverebbe Dio? La soddisfazione di dire “io ve l’avevo detto”? Che cosa ne ricaverebbero gli umani?
Alcuni sfuggono a questa contraddizione affermando che il carattere fondante delle profezie sia quello di ammonire il genere umano: “se ti comporterai bene sarai salvo”. Praticamente, siamo nel campo delle minacce (sia pure a fin di bene). Ma se poi – come per i Testimoni di Geova sul monte Bianco nel 1960 – l’Apocalisse non si verifica, dovremmo pensare che siamo stati buoni e Dio ci ha perdonato? Beh, ma allora possiamo ritenere di essere un’umanità buonissima, visto che continuiamo a prevedere catastrofi che puntualmente non accadono (ma ne accadono una enormità che non erano state previste). L’alternativa è quella di ritenere che queste “profezie” facciano parte di un contesto diverso da quello “previsionale”, che niente abbiano a che vedere con il nostro comportamento. Che, in ultima analisi, siano del tutto, completamente e irrimediabilmente, inutili.

Vi è piaciuta la premessa? È lunga, d’accordo. Ma mi è servita – giacché siamo a fine anno e astrologi e profeti di varia natura si sbizzarriscono nel prevedere che cosa ci aspetta nell’anno nuovo – per introdurre l’argomento di cui voglio parlare oggi: le profezie di Gustavo Adolfo Rol.
Gustavo Adolfo Rol (Torino, 1903 – 1994) è stato una delle figure più intriganti ed enigmatiche del XX secolo, un personaggio dotato di “poteri” che nessuno è riuscito nemmeno a descrivere. Certamente era quello che si potrebbe dire “un sensitivo”, ma forse anche questa definizione non gli fa giustizia, forse egli fu “di più” di un semplice sensitivo. Essendo morto relativamente da poco tempo sono ancora disponibili i ricordi e le testimonianze di quanti lo conobbero di persona e assistettero alle sue “performance”, da quelle “banali” (come indovinare a colpo sicuro una carta da gioco nel mazzo) a quelle davvero paranormali, come gettare contro un muro una mazzetta da muratore, e andarla a riprendere in strada, dopo averle fatto attraversare la parete, rimasta intatta. Rol leggeva libri chiusi, dipingeva quadri a distanza, faceva materializzare oggetti, compiva esperimenti di telepatia e perfino – ci sono testimoni illustri come Federico Fellini – episodi di bilocazione, con viaggi nel tempo e nello spazio. Erano suoi sodali personaggi come Gianni Agnelli, Cesare Romiti e Dino Buzzati. Nel suo salotto – aperto solo in poche occasioni e solo ad amici fidatissimi e intimissimi – Rol faceva esperimenti di spiritismo, riuscendo a evocare, pare, figure storiche come Mussolini, Einstein e la Regina Elisabetta II.
Negli ultimi anni della vita Gustavo Rol sostenne di aver scoperto una legge tremenda che metteva in relazione il colore verde, la quinta musicale e il calore. In un appunto, dopo aver riferito la “scoperta”, aggiunse: “Mi è passata la gioia di vivere”. Quindi, in un certo qual modo, aveva avvicinato lo spiritismo alla scienza, anche se alcuni personaggi come Piero Angela hanno sempre sostenuto che si trattasse solo di un abile illusionista (anche perché Rol non accettò mai “controlli” sulle sue attività prodigiose, affermando che qualunque controllo avrebbe irrimediabilmente rovinato l’istintività e la “spontaneità” dei suoi esperimenti).
Gustavo Rol affermava, in verità, di non avere alcun potere, di non essere un “mago” ma un “medium”, un mezzo attraverso il quale forze ben più forti di lui operavano. Sosteneva che a guidarlo non fosse una “entità suprema” bensì alcuni “spiriti intelligenti”, persone che, dopo la morte, erano rimaste sulla terra in forma eterea e che – conoscendo il futuro – erano in grado di ammonire, indirizzare, suggerire comportamenti.
E qui arriviamo all’ultima parte di questa indagine sulle “profezie”. Gustavo Adolfo Rol, uomo decisamente straordinario, certamente dotato di poteri paranormali sconosciuti ai più, in vita sua fece solo due “profezie”, sbagliandole entrambe.
La prima fu chiara ed esplicita, con tanto di numeri e di date. Disse infatti Rol, nel 1991, a una persona che poi lo ha riferito: “Nel 2025 in Italia ci saranno il 60% delle persone di colore e il restante 40% sarà di pelle bianca”. Negli anni in cui in Italia alcuni paventavano “l’invasione” degli immigrati irregolari anche un dato come questo è stato utilizzato per generare timore. E tuttavia, siamo alla fine del 2025 (ho atteso per alcuni anni proprio la fine del 2025 per scrivere questo testo) e siamo ben lontani dall’avverarsi di questa profezia. In Italia, a fine 2025, si contano circa 5,4 milioni di stranieri residenti. Se si considerano anche gli stranieri regolari non ancora iscritti all’anagrafe, la cifra sale a quasi 6 milioni di persone, che rappresentano circa il 9,2% della popolazione totale residente in Italia (che ammonta a circa 58,9 milioni di unità). Difficile ma non impossibile stabilire quante “persone di colore”, su questo totale di stranieri, vivano oggi in Italia. Difficile perché in Italia non esiste un censimento basato sull’etnia o sul colore della pelle; tuttavia, incrociando i dati ufficiali più recenti con stime sociologiche sulla “diaspora africana”, si può dire che al 1° gennaio 2025, rispetto agli stranieri residenti in Italia, circa 1,1/1,2 milioni abbiano la cittadinanza di un paese africano (prevalentemente di Marocco, Egitto, Nigeria e Senegal); considerando anche le persone (figli di immigrati) che hanno acquisito la cittadinanza italiana negli ultimi anni, le stime più accreditate indicano che oggi la popolazione di origine africana regolarmente residente (straniera o italiana) possa essere stimata tra 1,2 e 1,6 milioni di persone, pari al 2,55% della popolazione italiana complessiva. Siamo ben lontani dal 60%!! E c’è da dire che, stante l’andamento migratorio, senza uno sconvolgimento estremo del quadro sociale, potrebbero occorrere molti decenni, forse secoli, prima che possa verificarsi una eventualità quale quella prevista da Rol.
La seconda profezia è legata a una seduta spiritica effettuata da Rol l’8 ottobre 1975. Uno “spirito intelligente” evocato nel corso di questa seduta ebbe a dire: “Non temete se dirò delle cose tremende però vi assicuro che non sono qui per essere cattivo bensì per aiutarvi, ammonirvi e finalmente confortarvi per ciò che avverrà in un futuro assai prossimo. È perfettamente inutile oggi recriminare e lamentarsi di una situazione alla quale tutti gli italiani e anche voi, proprio voi, avete contribuito con la vostra ignavia e per l’egoistico interesse del vivere in pace. Così, la guerra avrete, e con la guerra anche la più sanguinosa delle rivoluzioni”….
È vero, ho appena detto che le due profezie di Rol non si sono avverate. Quest’ultima, tuttavia – sulla guerra – mi lascia inquieto. È vecchia di cinquant’anni, quindi questo riferimento a “un futuro assai prossimo” potrebbe farla catalogare nel vastissimo gruppo delle profezie che non si sono avverate. E tuttavia, riflettete prima di replicare a un veggente come Augusto Rol: vi sentite, in cuor vostro, di sostenere che questa profezia, di fronte al rombo dei cannoni che si avvicina ogni giorno di più, davvero non si avvererà?
Tanti auguri a tutti per il prossimo anno !!

 

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Ucraina: la guerra sta per finire?

 

 

In diplomazia, per ottenere risultati, bisogna fare ogni volta dei passi avanti. Magari lenti, però sempre nella stessa direzione. L’oggetto del contendere, nella guerra fra Russia e Ucraina, è noto: l’Ucraina, lo Stato nato dalla dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, non era una “Nazione”, per dirla con Giorgia Meloni. Una parte consistente del territorio e della popolazione era e si sentiva russa e a questa nascita di uno Stato indipendente, slegato dalla lingua, dalle tradizioni e dai valori della Russia, guardava con sospetto, se non proprio con ostilità. Inutile rivangare il passato, la politica non è stata all’altezza della sfida. Anche in Italia abbiamo tenuto insieme Siciliani e Friulani, non si capisce perché questa operazione di amalgama civile, storico e sociale non fosse possibile in Ucraina. Esistono interpretazioni diverse, di segno diametralmente opposto, ed è perfettamente inutile ricordarle. Sta di fatto che, oggi, la frattura è insanabile: gli “Ucraini dell’est” non possono più stare insieme con quelli dell’ovest, dopo trent’anni di contenziosi e quasi dodici di guerra aperta. Questa dovrebbe essere la base per qualunque trattativa. Chi pensa che sia possibile restituire a Kiev – in qualunque modo – i quattro oblast (regioni) di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, non capisce né di storia né di diplomazia.
Quando i Russi sostengono che, per arrivare alla cessazione delle ostilità, bisogna risalire alle “cause profonde” del conflitto, dicono proprio questo. Nessuna reale pace sarà mai possibile se non sarà accolta la visione di una Ucraina amputata di quei territori che nella realtà sociale, politica, economica, non sono mai stati suoi. E chi blatera di diritto internazionale violato – e da questa impostazione fa discendere la continuazione ad oltranza di una guerra terribile e sanguinosa – sa benissimo che questa espressione è la foglia di fico dietro la quale si cela tutt’altro, l’incapacità di quanti da trent’anni soffiano sul fuoco perché non intendono accettare la realtà di una Russia che, dopo la terribile crisi della fine dell’Urss e del comunismo, è rinata. E oggi è uno dei Paesi che, al mondo, hanno più territorio, più risorse naturali e anche maggiori prospettive di sviluppo.
Ora l’Occidente ha avviato una fase di riarmo, improvvisamente avvertendo la propria fragilità militare. Effettivamente la guerra era stata bandita dall’Europa per decenni. Vuoi perché un lungo sviluppo economico aveva sostituito quello militare come strumento di potere, vuoi perché le imprese belliche dell’Europa e dell’Occidente, che pure ci sono state in questo periodo (Libia, Serbia, Africa, Medio Oriente, Asia), avevano sempre esportato la guerra, lasciando ai cittadini occidentali la falsa idea di un mondo finalmente pacificato. La caduta del muro di Berlino, con la presunta “fine della storia”, aveva assestato un impulso decisivo a questa narrazione. In parallelo, l‘evoluzione della società civile e l’integrazione europea avevano invitato molti a desistere da quelle che apparivano “spese improduttive” in campo militare (servizio di leva obbligatorio, produzione di armamenti, gestione di arsenali).
Adesso, invece, esiste finalmente il nemico, e diventa opportuno – se non indispensabile – armarsi, naturalmente “per difendersi” dalle preannunciate “invasioni”. Ma, ohibò, non sappiamo dove e come il perfido Putin attaccherà. Alcuni dicono nelle Repubbliche baltiche, altri in Finlandia. Secondo qualcuno la prossima vittima sarà la Polonia, ma qualcun altro opta per le fragili repubbliche di Romania e Moldova, per non dire di chi pensa che il prossimo avversario potrebbe essere addirittura la Germania. L’unica cosa che appare graniticamente certa è che la Russia, comunque, “attaccherà”. Né si sa quando;  secondo alcuni “analisti”, la Russia potrebbe “attaccare” entro 3-5 anni, altri si spingono a considerare periodi anche più lunghi, magari dieci anni.  I media occidentali, oltrepassando il ridicolo, vedono “nemici russi” in qualunque cosa che accade. Dopo l’isteria dei droni che hanno spadroneggiato nel nord Europa per un paio di settimane (ma non ne è stato abbattuto nemmeno uno, quindi nessuno può sapere da dove provenissero e perché) oggi (26 ottobre), il Corriere riporta: “L’aeroporto di Vilnius è stato chiuso a causa di palloni meteorologici entrati nello spazio aereo provenienti dalla vicina Bielorussia; la Lituania ha dichiarato che i palloni sarebbero inviati da contrabbandieri di sigarette, ma accusa anche il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, stretto alleato di Vladimir Putin, di non fare nulla per fermare la pratica”. E così anche i contrabbandieri di sigarette sarebbero una perfida arma a disposizione dell’Armata Rossa.
Dopo lo sfogo di Donald Trump (“Vedrò Putin solo dopo che ci sarà un accordo di pace”) scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere: “Ora il fattore tempo gioca contro la Russia”. Ma è completamente falso: mentre l’Occidente si prepara a dotarsi di un armamentario che – se tutto andrà bene – sarà disponibile fra tre anni, Mosca ha appena varato Burevesnik, il missile a trazione nucleare che nei test ha volato per 14mila chilometri in 15 ore, tre volte la velocità del suono, un vettore di bombe atomiche in grado di cambiare imprevedibilmente direzione, velocità e altitudine così da non poter essere intercettato dai più moderni sistemi di difesa aerea di cui oggi possa disporre qualunque Paese occidentale, Usa compresi.
Parallelamente nelle ultime due settimane, dopo martellanti bombardamenti che hanno distrutto gran parte dei sistemi di comando Nato sul territorio dell’Ucraina, gran parte delle infrastrutture energetiche e delle reti di distribuzione dell’energia del Paese, e dopo che tutti i media occidentali si erano affannati a spiegare, con fior di calcoli e di sofisticatissime considerazioni, che l’avanzata russa nel Donbass stava rallentando, da una settimana (ottobre 2025) l’avanzata russa è ripresa con un vigore e una velocità inimmaginabili dall’inizio dell’”operazione militare speciale”. Da sud (Kerson) al centro (Dnipro) al nord (Charkiv) del Donbass le truppe di Mosca hanno accerchiato migliaia di soldati di Kiev proprio nelle roccaforti che questi consideravano inespugnabili, dopo aver tagliato loro i collegamenti e i rifornimenti. A questi soldati non resterà che arrendersi o morire ma ormai le “zone grigie” create dai militari di Mosca (aree a ridosso della prima linea dove il controllo aereo dei Russi è totale, che non possono essere attraversate senza essere intercettati) sono dappertutto, i militari che cercano di scappare non hanno scampo.
Molti osservatori pensano che sarà un inverno molto difficile per gli ucraini; senza luce, senza riscaldamento, senza acqua (i sistemi di sollevamento dell’acqua in Ucraina, fermi al tempo dell’Urss, non funzionano in assenza di energia); ma nessuno vuol vedere ciò che sta accadendo nella realtà, che la guerra finirà prima dell’inverno, perché le capacità di resistenza ucraine sono ormai di poche settimane.
Ecco qualche dato che non leggerete sui media occidentali, incominciando dal numero dei morti. Come noto, in questo campo tutti la sparano grossa. È propaganda per intimorire il nemico. Gli Ucraini sono arrivati a “valutare” in circa due milioni, fra morti e feriti, le perdite russe dall’inizio della guerra. Dal canto suo James Carden, ex consigliere del Dipartimento di Stato statunitense, uno che ben difficilmente si potrebbe immaginare succube della propaganda del Cremlino, in un’intervista a Sky news Australia, giusto pochi giorni fa ha rovesciato la narrazione dei media e politici occidentali, parlando di oltre 797 mila caduti ucraini e più di 14.500 prigionieri.
Ma esistono anche dati obiettivi, che vanno al di là della propaganda. Per esempio la Croce Rossa, incaricata di gestire i numerosi scambi di cadaveri che ci sono stati in questi anni fra le parti opposte, segnala che dall’inizio del conflitto sono stati restituiti dai Russi 12.389 caduti ucraini mentre ai Russi sono stati restituiti i corpi di 317 militari caduti. Abbiamo un rapporto di un russo caduto contro 39 ucraini. Anche ammettendo che esista una disparità di comportamento fra chi attacca (i Russi) e chi difende (gli Ucraini), con questi ultimi che tendono a lasciare sul campo di battaglia i loro morti mentre i Russi attaccanti recuperano i loro mano a mano che avanzano, è evidente che la disparità rimane enorme.
Ragionamenti simili è possibile fare per le diserzioni. La procura generale di Kiev da gennaio ad agosto 2025 ha registrato 142.711 procedimenti penali per abbandono non autorizzato della propria unità (articolo 407 del c.p.) e diserzione (art. 408), oltre il doppio rispetto ai due anni di guerra trascorsi. Dall’invasione del 24 febbraio 2022 a oggi siamo a un totale di 265.843 procedimenti per i due capi d’accusa. E questo comportamento dei soldati ucraini spiega bene ciò che sta avvenendo sul campo di battaglia e perché mai il governo di Kiev debba per forza ricorrere alla mobilitazione forzata, con l’arresto per strada degli uomini in età di andare al fronte (e con le donne che si oppongono a questo tipo di “reclutamento” aggredendo i poliziotti che eseguono gli arresti).
Una situazione che definire drammatica è ancora poca cosa. Il rifiuto degli Ucraini di combattere non è “paura” bensì conoscenza della realtà. Come scrive Milena Gabanelli sulla Dataroom del Corriere il 22 ottobre, “Secondo l’ong ucraina ProtezHub, citata dal Wall Street Journal, a inizio 2023 si stimavano tra 20.000 e 50.000 amputati. Il medico militare Denys Surkov parlava di 50.000, mentre l’ex calciatore Andriy Shevchenko (storico campione del Milan), oggi consigliere di Zelensky e presidente dell’associazione che promuove l’integrazione sociale dei mutilati attraverso il calcio, parlando ad un evento pubblico, ha indicato in oltre 100.000 le persone che hanno perso un arto, in gran parte soldati”.
Chiunque, come me, abbia amici in Ucraina e interloquisca con loro, sa bene che il “panorama sociale”, oggi nel Paese, è ampiamente segnato dalla realtà – visibile – di queste decine di migliaia di persone che camminano per le strade cittadine con le stampelle, o che indossano protesi. Di conseguenza, oggi l’Ucraina è diventata il più grande mercato di protesi al mondo. Un trend che proseguirà per molti anni anche dopo la guerra, visto che migliaia e migliaia di mine sono tuttora disseminate nei campi e lungo le strade. Nessun sistema sanitario al mondo era preparato a prestare la propria opera nei confronti di un così enorme numero di amputati, non esiste un numero sufficiente di medici e chirurghi specializzati in grado di intervenire quotidianamente su numeri così alti. Per non dire dei costi: una protesi di qualità costa fra i 20 e i 25mila euro e lo Stato ucraino ha, sì, disposto finanziamenti fino a 25mila euro per ogni soldato colpito ma nella realtà questi soldi non esistono, il Paese è alla bancarotta e i rimborsi per le protesi sono problematici.
Nel frattempo l’Ucraina si spopola. Secondo il sito internet del ministero italiano del Lavoro e delle Politiche sociali, a tutt’oggi i cittadini andati via dall’Ucraina per sfuggire alla guerra sono oltre 4,2 milioni, che vivono nell’Ue con lo status di protezione temporanea (dato Eurostat, l’ufficio europeo di statistica). Quasi il 27% di queste persone si trova in Germania, il 23,3% in Polonia. In Italia gli Ucraini rifugiati sono circa 170 mila. E non si tratta solo di donne e bambini, visto che gli uomini sono il 22,7% del totale. E questi sono numeri minimi, giacché molti degli Ucraini scappati restano in clandestinità, per non essere rintracciati e spediti al fronte. Nella realtà, secondo il sito Trading Economics, l’Ucraina aveva 41,2 milioni di abitanti nel 2022, e ne avrà 34,50 entro la fine del 2025, con una perdita secca di oltre 6 milioni di abitanti. D’altro canto è noto che le guardie di frontiera ucraine arrestano ogni giorno decine di persone che, lungo i confini con la Romania, la Polonia e la Slovacchia, cercano di scappare verso ovest, in parte per ricongiungersi alle famiglie e comunque sempre per sfuggire alla leva ed evitare di essere mandati al fronte a morire. Un fenomeno talmente diffuso che in parecchi Paesi europei – soprattutto i Baltici ma anche in Italia – molti ucraini non possono rinnovare il passaporto perché, se si recano negli uffici consolari del loro paese, se lo vedono sequestrare in quanto “renitenti alla leva, se non proprio disertori (e comunque “traditori del loro Paese”)”.
I dati nudi e crudi, quindi, dicono che la guerra è persa da tempo, che l’Ucraina è allo stremo, un Paese per ricostruire il quale dopo la guerra occorreranno non meno di quindici anni, con una intera generazione distrutta, così che la “ripresa” – quando e come si paleserà – avrà le sue belle gatte da pelare.
In questo quadro complessivo risulta del tutto incomprensibile (e comunque moralmente ingiustificabile) – dal mio punto di vista – l’appoggio economico e militare che tanti Paesi stanno continuando a fornire al signor Zelensky, anziché indurlo a più miti consigli. La possibilità di vincere la guerra non esiste, quella di “riconquistare” il Donbass nemmeno. Così che questa continua richiesta di “cessate il fuoco” suona quantomeno patetica. A quale scopo la Russia dovrebbe “cessare il fuoco”? Per dare al governo di Kiev modo di riarmarsi e di riprendere i combattimenti con maggior vigore? Assurdo solo pensarlo; a ogni momento utile Zelensky dichiara: “Non cederemo mai un metro del nostro Paese”. Nonostante che il 20% di quella che fu l’Ucraina sia ormai perduto. E allora? Quale trattativa si può fare in queste condizioni? Già papa Francesco, a suo tempo, aveva segnalato l’utilità di una resa dignitosa, aprendo il campo alla ricostruzione del tessuto umano, civile ed economico del Paese. Per fortuna, questo è il mio parere, siamo assai vicini alla fine di questa così vasta e dolorosa distruzione. E non ho alcun dubbio che “la pace” non potrà essere siglata e gestita dagli stessi Paesi (o dalle medesime autorità di questi Paesi) che per quasi quattro anni hanno pervicacemente puntato sulla soluzione militare.
Quindi, la fine della crisi ucraina non potrà che transitare attraverso due delicati passaggi: o una rivoluzione interna che defenestri Zelenzky, la vera anima nera di questo conflitto, e lo sostituisca con persone più inclini alla cessazione delle ostilità e ad accogliere lo stato di fatto; oppure un cambio di orientamento politico in Europa, che metta da parte i “belligeranti” (Starmer, Macron, Mertz, Von der Leyen) e offra spazio a forze nuove, che ambiscano non solo alla fine delle ostilità ma a una più generale pacificazione euro-asiatica, Russia compresa. Se non si seguirà uno di questi due percorsi sarà impossibile risolvere “la questione ucraina” senza che divenga la scintilla per una guerra globale. I cui esiti, purtroppo per noi, sarebbero già scritti.

 

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Elaborazione del lutto: si può uscirne?

In questi giorni in Italia si assiste alla elaborazione del lutto. Siamo soli alla mercè del nemico malvagio, gli alleati storici ci hanno voltato le spalle. Siamo costretti a difenderci, e lo faremo, perdiana, con le unghie e con i denti. Cortei con bandiere azzurre a stelle gialle percorrono le strade delle città, piccole e grandi, scandendo slogan: ridateci il sogno europeo! Mi viene in mente la disfatta di Caporetto; anche allora, nonostante la sconfitta militare non fosse fra le più sanguinose né fra le più umilianti della storia militare italiana, un intero popolo provò vergogna, rancore, disillusione. Il toponimo Caporetto è diventato sostantivo con il significato di rotta, disfatta. Riporta l’enciclopedia Treccani: “La rotta subita dalle truppe italiane provocò un vero e proprio trauma nell’immaginario collettivo e nella memoria storica del Paese”. Scrive lo storico Marco Cimmino: …Francesi, Tedeschi e numerosi altri popoli hanno subito gravi sconfitte militari ma “nessuno, però, percepì questi gravissimi rovesci come la metafora del crollo di un popolo: nessuna umiliazione venne assunta a simbolo di una debolezza intrinseca….. Solo Caporetto, da normale, per quanto grave, sconfitta, divenne una disfatta, nella mente degli Italiani”.
Potremmo utilizzare questi giorni, questo stato mentale, in un certo senso quest’angoscia e questo smarrimento, per capire che cosa sta accadendo nel mondo, per comprendere quale possa essere, nella nuova geopolitica che si va costruendo, il ruolo dei Paesi europei che, con espressione benevola, escono ridimensionati dalle vicende alle quali stiamo assistendo. Caduta e rinascita vanno sempre insieme, e questa sarebbe una splendida occasione – finalmente – per rinascere.
Come ho già avuto occasione di notare, il lavoro comune che stanno facendo Usa e Federazione russa ricorda un passaggio toccante del film di Garry Marshall del 1990, Pretty woman: un uomo d’affari senza scrupoli, Edward Lewis (Richard Geere), si batte senza esclusione di colpi con un concorrente, James Morse (Ralph Bellamy). Alla fine della vicenda – che probabilmente parecchi ricordano perché il film è ormai classificato fra quelli cult – il signor Lewis cambia strategia: al posto di uno spietato conflitto economico e finanziario per la supremazia, si offrirà di cooperare con il suo concorrente. Dopo un emozionante faccia a faccia i due convocano i rispettivi staff. Al suo collaboratore più stretto che gli chiede “che cosa succede”? James Morse risponde: “Succede che il signor Lewis e io costruiremo navi insieme; grandi e magnifiche navi”.
Non c’è dubbio che Trump e Putin, in queste ore, stiano progettando di costruire “grandi e magnifiche navi”, lavorando sulle comuni opportunità e sforzandosi di appianare, per quanto possibile, le divergenze (in questo senso può essere letta la recente intervista a Sergej Lavrov, il potente ministro degli Esteri della Federazione russa). In altri momenti storici ci sarebbero da fare salti di gioia: un avvenimento più importante e più promettente della caduta del muro di Berlino! Qualunque organizzazione, qualunque Paese, in un simile contesto proverebbe a balzare su questo carro che si avvia e che, se ben gestito, promette pace e prosperità.
Ma niente. Dietro il mantra “Putin aggressore” l’Europa non solo non arretra ma rilancia: faremo da soli. Bisogna “fermare Putin”, non importa se Putin non ci abbia fatto niente di male, se in verità siamo stati noi, a più riprese, a provare ad aggredire e depredare la Russia. Non importa se il conflitto russo-ucraino ha radici antiche, che non coinvolgono l’Europa, che in casi come questi qualunque tribunale opterebbe per un concorso di colpa (… “avete fatto qualche cosa per impedire l’aggressione, voi? Non è che, con un po’ di buona volontà, si sarebbe potuto evitare tutto questo scempio”?). Non importa se la situazione sul campo di battaglia sia lapalissiana, che sia ovvio anche ai più sprovveduti in politica internazionale che mai più il Donbass tornerà sotto la sovranità di Kiev (e d’altro canto, quanti Paesi al mondo hanno oggi gli stessi confini di duecento anni fa?), e non importa se ogni giorno che passa muoiono inutilmente tante persone.
L’Ucraina ci aveva provato; aprile 2022, Istanbul. Con la mediazione di Erdogan l’accordo era stato raggiunto. Come ormai storicamente acclarato, fu la telefonata di Boris Johnson a Zelensky, e poi il suo precipitoso viaggio a Kiev, a far saltare tutto. Un “leader” arrogante e incompetente, che più insignificante non si può nella storia dell’Inghilterra, è tuttavia stato sufficiente a far deflagrare questo massacro. Quando si dice: state attenti a chi votate.
Votiamo per un surplus di armamenti. Scioccamente. Per quale scopo? Per “difenderci” da un nemico che non ci sta aggredendo, solo perché qualcuno continua a dire “non mi fido di Putin” (in realtà ci ha provato a dirlo anche Vlodomyr Zelensky, e per questo è stato cacciato dalla Casa bianca). Dico, scioccamente. Ma lo sapete che, se davvero la cosiddetta Europa decidesse di fare la guerra alla Russia, per riconquistare il Donbass all’Ucraina o solo perché “non si fida” di un vicino ostile, basterebbero l’uno per cento delle seimila testate nucleari della Russia a distruggere in un paio di ore cinque dozzine delle più belle, grandi e prospere città d’Europa, cancellando la nostra magnifica e cocciuta civiltà dalla faccia di un pianeta che, per il resto, continuerà a crescere e svilupparsi?
Siamo, tutti, schiavi della nostra stessa arroganza. Ci siamo ficcati in questo cul de sac con ingenua, imperdonabile leggerezza. Ci è parso che bastasse dire “con l’Ucraina fino alla vittoria” per veder capitolare uno degli eserciti più forti e potenti del mondo. E oggi che (da tempo) la vicenda militare è ormai conclusa e che – semplicemente – l’Ucraina è stata sconfitta nonostante tutti i suoi alleati convinti di possedere il Verbo, la Verità, la Giustizia, il Diritto, non sappiamo più come uscirne. Ci muoviamo freneticamente, istericamente. E il nuovo corso di Washington ci ha dato il colpo di grazia. In una sola giornata (4 marzo) Donald Trump ha sospeso gli aiuti statunitensi all’Ucraina e imposto pesanti dazi commerciali, fra gli altri, anche all’Europa.
Uppercut che fanno male, però ce li siamo meritati.
Macron e Starmer si sono appena contraddetti a vicenda sulla presunta “tregua di un mese”, prima smentendo di avere mai concordato simile baggianata, poi cercando di accreditarsela. Macron?! Lo stesso che non riesce a mandare la polizia nelle banlieues di Parigi potrebbe mandare un esercito a “liberare” il Donbass? L’Europa; oggi la rivendichiamo a gran voce ma è tardi. La bellissima utopia di Altiero Spinelli è ormai morta, non rinascerà più. I treni della storia non passano mai due volte.

Scriveva Umberto Eco su Repubblica il 31 maggio 2003 (ventidue anni fa!): “L’Europa avrà l’energia per proporsi come Terzo Polo tra gli Stati Uniti e l’Oriente (vedremo se l’Oriente sarà Pechino o, chi sa mai, Tokyo o Singapore)? Per proporsi come terzo polo l’Europa ha una sola possibilità. Dopo aver realizzato l’unità doganale e monetaria dovrà avere una propria politica estera unificata e un proprio sistema di difesa – anche minimo, visto che non è tra le possibilità ragionevoli che l’Europa debba invadere la Cina o combattere con gli Stati Uniti – sufficiente a permetterle una politica di difesa e di pronto intervento che la Nato non può ormai assicurare. Potranno i governi europei arrivare a siglare tali accordi? Le più ragionevoli previsioni che si possono fare suggeriscono che sarebbe impossibile realizzare subito questo fine con una Europa allargata, che comprenda Estonia e Turchia, Polonia e, magari un giorno, Russia. Ma il progetto potrebbe interessare il nucleo dei paesi che hanno dato origine all’Unione Europea. Se da quel nucleo partisse una proposta, a poco a poco altri Stati (forse) si allineerebbero. Utopia? Ma, come ragionevolezza insegna, utopia resa indispensabile dal nuovo assetto degli equilibri mondiali”.
In questi giorni la storia corre più veloce della cronaca, il che sarebbe un paradosso. Ciò nonostante è vero: nel tempo che impieghiamo per scrivere un commento a quel che accade la situazione è già mutata. Oggi, 5 marzo 2025, Vlodomyr Zelensky fa ammenda, si rammarica per l’”incidente” della Camera ovale e dice testualmente: “È deplorevole che sia andata in questo modo. È tempo di sistemare le cose. Vorremmo che la cooperazione e la comunicazione future fossero costruttive. Il mio team ed io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del presidente Trump per ottenere una pace duratura”.
Naturalmente tutti, me compreso, plaudono alla svolta. Però, ragazzi, ma davvero “non vi fidate” di Putin che da quindici anni dice sempre le stesse cose, e vi fidate di questo giocoliere che cambia atteggiamento ogni settimana, secondo convenienza, secondo quanto lo spingano i suoi cosiddetti alleati?
Ma andiamo avanti. Poiché tutte le guerre del passato sono sempre finite, è probabile che anche questa fra Russia e Ucraina avrà termine. Peccato per il milione di persone morte inutilmente, per le immani distruzioni, per i lutti e i rancori. E tuttavia andare avanti è un imperativo. Oggi la palla è nel campo dell’Europa, che è chiamata a decidere che cosa farà da grande. I primi segnali, diciamolo subito, non sono buoni. Indebitare un intero continente per 800 miliardi (ma forse più) per acquistare armi non può essere chiamato “difesa”. Fra le prime cose che Donald Trump ha dichiarato all’inizio di questa fase di disgelo con Mosca c’è un lavoro comune per la riduzione degli armamenti. Come sembrerebbe ovvio, visto che per far crescere qualsiasi economia è necessario investire in sanità, ricerca, istruzione, territorio, ambiente. Ciò nonostante la Ue bellicista di Von der Leyen, cocciutamente, a dispetto del fatto che un “piano di pace” sia ormai avviato, non rinuncia a mostrare i muscoli sul “riarmo”. Per fortuna dell’Italia, dopo le opposizioni storiche alla guerra (M5S e Avs) alla linea della pacificazione sembra associarsi finalmente anche il Pd di Elly Shlein che, dopo lungo (e colpevole) atteggiamento opposto in materia (anche lei ha sostenuto per mesi la necessità di “sostenere l’Ucraina fino alla vittoria”, anche quando questa frase non aveva più alcun significato), dichiara finalmente: “Quella presentata da Von der Leyen non è la strada che serve all’Europa; all’Unione europea serve la difesa comune, non il riarmo nazionale”.
E il governo? Latita, secondo convenienza, secondo l’italico costume; aspettiamo a vedere chi prevarrà, per poterci associare e alla fine intestarci il solito “io l’avevo detto”. Ma guardate che è proprio questo atteggiamento furbesco che bisognerebbe cambiare; se proprio ci interessa la scelta fra l’avere un futuro ed essere relegati ai margini della storia.

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Nella terra del Dragone – 3

 

In Cina non troverete il bidè né lo scopino del water; osserverete che in alcune città (per esempio Pechino) le moto e le biciclette vengono guidate senza casco (nonostante sia obbligatorio) e i tappi delle bottigliette di plastica non sono attaccati. Ancora molte sono le centrali a carbone e in crescita, soprattutto nelle zone accanto a grandi risorse idriche, quelle nucleari. In nemmeno cinquant’anni la Cina è esplosa facendo leva su un tipo originale di capitalismo: tutti possono lavorare per il Governo ed essere garantiti, ma chi vuole provare ad arricchirsi può farlo, non ci sono ostacoli. E in tutto questo, mentre noi accusiamo questo Paese di essere “il grande inquinatore”, visto da questo versante del mondo è vero il contrario: i forum dell’ambiente si sprecano, e i Cinesi parlano volentieri di sé come di un popolo assai attento all’ambiente.

La vita politica scorre sul doppio binario del Governo e del Partito comunista, che sono istituzioni parallele che interagiscono strettamente fra loro così che, assai spesso (ma non è obbligatorio, è accaduto anche diversamente), i capi del Governo sono gli stessi che comandano nel Partito. Non sono molti, i comunisti cinesi, novanta milioni su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Chiunque può chiedere l’iscrizione al Partito ma non molti lo fanno né si tratta di un processo agevole. Per “diventare comunista” devi avere condotta specchiata, essere moralmente irreprensibile e, comunque, devi avere qualcuno, nel partito, che garantisca per te. Vi si accede per cooptazione, alla fin fine, né la cosa offre particolari vantaggi e ciò spiega il numero piuttosto contenuto di adesioni. La popolazione stessa ormai fa confusione fra governo e partito comunista; si tratta pur sempre di quelli che comandano. Così che, per non sbagliarsi, ci sono persone che innalzano al tempo stesso i vessilli della Repubblica e quelli del Partito, come questo taxista di Shanghai:

Oggi i Cinesi hanno consapevolezza di aver raggiunto la vetta del mondo, ne parlano con compiaciuta ilarità. Dicono tranquillamente: “Oggi che siamo la prima potenza al mondo…”. Non hanno simpatia per gli Americani, anche se ammettono di averne copiato il modello economico. Non hanno simpatia per Francesi, Inglesi e Tedeschi, dai quali sono stati invasi e umiliati. Odiano cordialmente i Giapponesi, che li hanno letteralmente violentati (tutti ricordano con orrore il Massacro di Nanchino, trecentomila morti in due mesi fra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, per il quale i giapponesi non hanno mai chiesto scusa).

Oggi la città di Shanghai è una perla di bellezza, eleganza e tecnologia. La skyline lungo il fiume Pudong, di fronte a quel vero e proprio lungomare che è il Bund, non ha niente da invidiare alla grandeur di Dubai o di Singapore.

Il World Financial Center (1), con i suoi 492 metri, è il terzo edificio più alto del mondo. Progettato dallo studio Kohn Pederson Fox Associates diNew York e inaugurato nel 2012, è stato anche al centro di uno strascico polemico. Sviluppato, infatti, da un consorzio di investitori giapponesi guidati dalla Mori Corporation, era stato originariamente pensato con un’apertura circolare sulla parte alta. Ma quell’apertura era troppo simile al simbolo del Sol levante, cioè dell’odiato Giappone, e così il progetto ha dovuto ripiegare su un’apertura rettangolare (a motivo della quale l’edificio viene amichevolmente indicato come “il cavatappi”). L’altro edificio iconico (2) è l’Oriental Pearl Tower, 468 metri, inaugurato nel 1995, la torre delle telecomunicazioni della città, che arditamente rappresenta un poema della dinastia Tang, il suono prodotto da un liuto. E infine (3) ecco la Torre di Shanghai; alta 630 metri per 128 piani, capace di accogliere 16 mila persone al giorno, è il grattacielo più alto della Cina e il terzo più alto al mondo.

Stranamente, nonostante dispongano di questi enormi primati e stiano vivendo un momento esaltante della propria storia, i Cinesi nutrono curiosità e simpatia per gli Italiani, pur se il Regno d’Italia si associò al regime delle concessioni coloniali nell’Ottocento e fino alla Concessione di Tientsin, soppressa dagli Alleati alla fine della seconda guerra mondiale. Mi ha detto Giovanni (nome di fantasia) ad Hangzhou: “Se l’Italia avesse bisogno, noi vi aiuteremmo”.
In politica estera, a parte le tradizionali e complesse relazioni con l’Occidente (che si difende a colpi di dazi dalla superiore competitività cinese derivante sia dal basso costo della manodopera sia da una crescente supremazia tecnologica) in questa parte del mondo si guarda soprattutto alla partnership con i Paesi dell’indo-pacifico e con i Paesi africani, con parecchi dei quali esiste da molti anni una ben avviata politica di cooperazione industriale ed economica (alcuni cittadini di stati africani si stanno trasferendo in Cina – Paese tradizionalmente “chiuso” all’immigrazione, se non altro per via delle difficoltà linguistiche). In televisione sono frequenti i servizi che illustrano ai cittadini Cinesi l’evoluzione delle relazioni e dell’interscambio con questi Paesi:

Qui non c’è la fretta che caratterizza un’Occidente sempre travolto dall’urgenza della performance. La tomba del primo imperatore Qin Shi Huangdi (così come altre tombe imperiali fra le quali quella che si trova sulla Collina della Tigre nei pressi di Shanghai, sotto la quale si sostiene che siano state sotterrate ben tremila preziose spade) è ben nota sotto una collinetta nei pressi di Xi’An ma non la si scava per non rischiare di rovinare i reperti che vi si trovano all’interno. Le autorità sono concordi nell’affermare che gli scavi avranno inizio quando le tecniche di ricerca archeologica saranno in grado di assicurare un processo non distruttivo.
Anche riguardo alla definizione di Stato di polizia, che qualcuno continua a voler assegnare alla Cina, bisognerà essere chiari. È vero che i controlli sono continui; per l’accesso a molti luoghi, comprese stazioni e aeroporti, musei e istituzioni pubbliche, bisogna mostrare i documenti di identità. È vero che grappoli di telecamere sono dappertutto, così come dappertutto è visibile la polizia. Sul Bund di Shanghai si trova un poliziotto ogni cinquanta metri, con tanto di fischietto pronto a intervenire contro qualunque trasgressione (magari contro chi sale sulle panchine per poter scattare una foto dall’alto, come ha provato a fare mia moglie). Tuttavia: non esiste quel terribile inquinamento visivo cui siamo abituati noi, niente cartelloni pubblicitari.

E la pulizia è continua, addirittura ossessiva. Non appena sali su un treno devi alzare le gambe perché la signora delle pulizie sta spazzando tutto il pavimento, compresi i posti dove sono seduti i passeggeri. Fra poliziotti e addetti alle pulizie l’impressione è che in questo modo siano impiegati milioni di persone che, altrimenti si troverebbero a far niente. Persino nei laghetti dei giardini compare spesso un netturbino in barca per togliere ll sporco che inevitabilmente si forma intorno alle piante:

Ma qui parlare di numeri ha una valenza differente: negli anni (secoli) della costruzione della Grande Muraglia si stima che siano morti non meno di venti milioni di lavoratori, spesso murati nel cemento della costruzione.


Grandi numeri; decine, centinaia di migliaia, milioni di persone. E comunque, parlando della Cina, alla folla bisogna abituarsi, ovunque vi troviate, che sia nel metrò o in un museo, sarete circondati da una folla brulicante, che miracolosamente non confligge, dove tutti trovano la propria collocazione nello spazio. Due esempi a caso: la stazione ferroviaria di Shanghai e la folla lungo il Bund, di sera, sempre a Shanghai:


Parlando di molti milioni di persone non si può fare a meno di notare come il vero salto verso il benessere dei Cinesi sia stato quello alimentare. Negli anni Cinquanta, quando ero ragazzo, eravamo abituati a considerare che il cibo dei cinesi – quasi tutti poveri – fosse una scodella di riso al giorno. Adesso, provate voi a immaginare quale salto strepitoso deve essere stato quello che ha portato, da quel punto di partenza e in soli cinquant’anni, due pasti al giorno sulla tavola di 1,4 miliardi di persone. Effettivamente, l’abbondanza di cibo oggi colpisce il visitatore più di ogni altra cosa. Il cibo di strada è onnipresente, fra fumi e odori (non sempre gradevoli). Si vendono spiedini, gelati, fritture di ogni tipo.

Anche i ristoranti sono tanti, per tutte le tasche. Noi abbiamo provato a mangiare, in due, per dieci euro come per 60 euro. Trovate di tutto, grandi self service organizzati come mense aziendali così come ristoranti raffinati dove vi servono sul momento la famosa Pentola mongola, assai magnificata come prelibatezza che, però, assomiglia a un gradevole brodo con minuscoli straccetti di carne.

 

Trovate spiedini di cicale o di bozzoli ma anche più rassicuranti McDonald’s. Tuttavia, sul cibo oggi i Cinesi in quanto a fantasia sono imbattibili; per esempio, abbiamo provato a Guilin un delizioso riso con pollo e nocciole cotto all’interno di canne di bambù (nello stesso ristorante c’era della grappa di serpente “cinque passi” – deliziosa, ci assicuravano – ma purtroppo abbiamo declinato). E naturalmente nei posti più raffinati vi serviranno l’anatra alla pechinese, cosparsa di miele, cotta sul momento e servita già affettata in striscioline sottilissime, carne e pelle croccante tutto insieme.

Analoghe considerazioni si possono fare per il commercio. Accanto ai numerosi negozi alimentari se ne trovano una infinità che vendono oggetti ricordo,  proprio quelli che, da noi, definiamo “cineserie”, cioè oggetti a basso costo, non particolarmente appealing sotto il profilo del design. Ma accanto ai negozi tradizionali, tuttavia, con grande velocità stanno sorgendo avveniristici centri commerciali, niente da invidiare a quelli più e meglio organizzati dell’Occidente. Uguale varietà si può trovare nei negozi di abbigliamento, con vetrine dedicate a capi di fattura moderna e “occidentale” accanto a negozi dove sono esposti scintillanti quipao, l’abito femminile cinese per antonomasia, quasi sempre di seta, che fascia e rende sinuosa e provocatoria, con spacchi laterali vertiginosi, la figura femminile.

E comunque, lasciatemi spezzare una lancia in favore del “turismo”. Se il turismo internazionale non è ancora molto sviluppato (soprattutto quello occidentale), è invece sorprendente osservare quanti cinesi viaggino per turismo. Frotte di comitive locali, accompagnate dalle guide specializzate, si incontrano in tutti i siti turistici che si rispettino, rendendo onore a un popolo che ci aspettavamo dedito esclusivamente al lavoro o allo studio. In siti come il Giardino d’estate, con la sua straordinaria nave in marmo o nel suo lungo corridoio (il corridoio più lungo del mondo, oltre settecento metri) potete faticare a procedere anche in giornate, come è capitato a noi, di traffico “non molto intenso”.

E tuttavia è un peccato che un Paese come la Cina sia così lontano e, per via della lingua, così “difficile”. Perché si tratta di un Paese che può affascinare il turista occidentale; per via dei paesaggi, spesso inusuali, delle città – sempre illuminate, briose, allegre – e del modo di vivere dei suoi abitanti, che a occhi smaliziati può apparire “semplice” e che però, alla fin fine, proprio per questa ormai perduta semplicità vi va diritto al cuore. Le grandi città sono gioielli di efficienza e di eleganza, i grandi spazi verdi sono suggestivi e inaspettati, persino i paesini tradizionali, quelli non ancora trasformati dall’industrializzazione e dall’edilizia di massa, sono spesso vere e proprie meraviglie. Mi piace qui ricordare i grandi monumenti storici di Pechino, l’eleganza di Shanghai, il fascino di Guilin con il fiume Li (immortalato nella banconota da 20 Yuan) e le sue incredibili risaie terrazzate . Deliziosi i cormorani addestrati (un po’ crudelmente, in verità) alla pesca, incantevoli le luci della sera del centro storico di Xi’An, che fu capitale, dove sembra di vivere un perenne Natale e dove – nella strada pedonale del centro – potete trovare centinaia di metri di straordinarie statue che rendono omaggio ai generali ma anche agli artisti, ai calligrafi, ai pittori, ai musicisti di questo straordinario Paese.

Forse anche per via dei recenti fallimenti di alcune grandi immobiliari, è facile vedere grandi palazzi, anche interi complessi residenziali, completamente vuoti. Se crisi abitativa ancora persiste, si ha l’impressione che, ormai, una casa per tutti sia un obiettivo vicino a essere raggiunto. Molte case hanno le grate alle finestre. Fino al secondo piano per legge, ci è stato detto ma noi abbiamo visto grate anche ai piani più alti. Paura che i bambini, che spesso restano soli in casa mentre i genitori lavorano, cadano di sotto, ci ha detto qualcuno. Paura dei ladri? Forse, ma – ci ha detto qualcun altro – qua di ladri di appartamento non ce ne sono molti, vuoi perché i palazzi sono troppo alti, vuoi perché non ci sono balconi cui aggrapparsi ma soprattutto perché non ci sono soldi, nelle case. Ormai tutti pagano con Alipay o Alichat o con sistemi digitali di questo tipo, il denaro contante è praticamente scomparso (anche io – dopo una fallimentare esperienza a Xì’An, dove una signora non riusciva a trovare moneta per darmi un piccolo resto – mi sono arreso e ho dovuto installare Alipay: funziona gloriosamente, alla faccia di quelli che “le banche ci sfruttano”).


L’altra cosa che vedrete compiacendovi, in Cina, sono i giovani. Abituati come siamo, in tutta Europa, a notare teste canute dappertutto, allarga in cuore vedere le strade, dappertutto, popolate di giovani. Avevo letto che i Cinesi non amano il contatto fisico, ed effettivamente non abbiamo visto persone che camminano abbracciate; però abbiamo visto coppie che procedono tenendosi per mano, e anche questa cosa qua fa bene al cuore. Anche perché questi giovani Cinesi – altra caratteristica che li distingue da noi – sono tutti belli magri, in perfetta forma. Forse la costituzione, forse l’alimentazione. Magari, con l’arrivo del benessere, anche in queste belle città vedremo circolare persone in sovrappeso, o veri e propri obesi, come da noi. Ma per il momento il pericolo sembra scongiurato. Scongiurate pure le mascherine. Siamo arrivati in Cina convinti che, magari sulla scorta dell’inquinamento e poi del Covid, avremmo incontrato un bel po’ di persone mascherate. Ma niente, non più mascherine di quelle che potrete vedere a Milano. Esiste la pratica di indossare altre maschere ma nulla a che vedere con problemi respiratori: coprono tutto il viso, anche la fronte, e persino il collo. Le indossano quasi solo le donne. Servono a tenere lontani i raggi del sole, che i Cinesi temono come la peste. L’ideale estetico delle Cinesi è “la pelle di giada”, liscia a bianchissima, l’abbronzatura è brutta e fors’anche un po’ volgare. Chissà da cosa è nata, questa abitudine, magari dal desiderio di non essere chiamati – dagli occidentali – musi gialli.


E parliamo un po’, ancora, di soldi. Noi ci scervelliamo per cercare regali e regalini che, magari, i destinatari del dono non apprezzeranno. Qua no, qua esiste la busta rossa. Volete fare un regalo davvero gradito? Infilate dei soldi in una busta rossa, saranno apprezzati con gridolini di gioia. Ci sono anche le date canoniche, per regalare soldi, sono legate ai numeri, cioè alle date, ed ecco il 3-3 (cioè il tre marzo), poi anche qua c’è san Valentino, quindi il 5-5, cinque maggio. Il valore dei soldi si insegna già ai bambini, una bella busta rossa, altro che trenino elettrico.
E poi, a Shanghai ci sono le taroccherie (le guide le chiamano proprio così). In questo Paese ignorano il copyright, il diritto d’autore e cose del genere. Amano copiare (lo abbiamo visto con il capitalismo) e magari, copiando, apportare qualche miglioramento all’originale. Alle taroccherie si accede solo su invito, non esistono indirizzi noti. Vi verrà a prendere in albergo qualcuno del personale, e vi scorterà a piedi fin dentro il negozio. Qui troverete gli oggetti taroccati divisi in categorie: quelli che assomigliano all’originale e che, però, si possono riconoscere come copie; quelli che sono proprio identici agli originali e che, però, alla lunga si rivelano copie (magari perché un manico di cuoio di una borsa si scurisce con il tempo) e infine quelli che sono proprio identici agli originali, dai quali non li distinguerete mai anche perché, alla fin fine, potrebbero anche essere rubati.
In Cina manca internet, è vero. Qualcuno lo vede come strumento di controllo. Qualcuno ne parla come di una odiosa limitazione della libertà. E tuttavia, lasciatemi dire: non esiste Internet però non esistono neppure i terrapiattisti, le scie chimiche, le auto elettriche che esplodono, i complotti mondiali per ridurre il numero degli abitanti della terra, le congiure di “quelli di Davos”, i Rockefeller che da secoli tramano contro l’umanità…. Insomma, non tutto il male viene per nuocere. Anche perché i loro social li hanno, i Cinesi, in primis Baidu (Google è vietato, i suoi server non sono accessibili dalla Cina, così come i social Meta, Facebook e WhatsApp), associato a una enciclopedia online scritta collaborativamente (come la nostra Wikipedia) che usano in continuazione insieme alle chat, visto che sembrano vivere con lo smartphone sempre fra le mani.
Prepariamoci; mentre noi dissertiamo spaccando ogni capello in quattro, e dipendiamo nelle scelte della nostra vita da politici senza competenze e senza storia, in lite perpetua fra di loro, mossi solo dal tornaconto personale, qua un miliardo e quattrocento milioni di persone, un umano su cinque, marciano compatti e ordinati sapendo di avere in mano il futuro del mondo. Sul Malpensa Express che ci riportava a Milano ho letto che il sindaco Sala ha proposto di far pagare l’area C anche durante i weekend, e che in poche ore si sono formati agguerriti comitati di cittadini protestanti; poi siamo scesi dal treno e la prima cosa che l’altoparlante ha comunicato è stato lo sciopero dei trasporti dell’indomani. Quindi siamo arrivati al posteggio dei taxi, con una lunga fila di viaggiatori in attesa, e niente taxi. Eccoci tornati in Italia!

3 – Fine (le due puntate precedenti sono qua e qua )

 

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Nella terra del Dragone – 2

 

Nel frattempo, grazie a Michail Gorbachev e alla stima reciproca con Deng Xiaoping, la Cina (1989) fa la pace con la Russia. “Se amore non è per sempre, anche odio non è per sempre”, dicono a Pechino con l’aria di quelli che la sanno lunga. Anzi, diciamolo pure, quello che fu odio in tempi neppur remotissimi oggi è amore ricambiato.

Le relazioni diplomatiche fra Cina e Federazione russa sono intense; a Shanghai la bandiera della Federazione russa sventola gloriosa propria accanto al Bund, nella piazza Tian’Anmen è in grande spolvero il monumento che rende onore ai caduti russi nella Seconda guerra mondiale e i negozi che vendono “russerie” – come da noi le cineserie – si trovano dappertutto.

Le ragazze cinesi amano i Russi, e il russo più amato oggi è Vladimir Putin. Lui sì, sa quel che vuole, è forte e deciso, e ama la famiglia, non si lascia infinocchiare dagli Americani. Tutte vorrebbero sposarlo, fa nulla se è già sposato. Qua, del passato, è rimasto il mito delle concubine, quando l’imperatore oltre alla prima, unica e legittima consorte, poteva avere legalmente fino a venti concubine. In realtà, il numero di venti era per i comuni mortali (quelli che potevano permetterselo), giacché le cronache ci raccontano di imperatori che di concubine giunsero ad averne anche duemila. Così, diventare concubina di re e potenti, o semplicemente ricchi, fu l’aspettativa di molte donne desiderose di una buona sistemazione. Di questa tradizione, oggi trasformata in caratteristica che noi definiremmo di tipo carnevalesco, la Cina è piena. Molte ragazze se ne vanno a passeggio lungo i viali vestite e truccate da concubine imperiali. Gli abiti si possono noleggiare, costano poco. L’uscita potrà essere immortalata; lungo gli stessi viali del passeggio ecco i ragazzi che allestiscono set fotografici a uso e consumo delle belle concubine. Scattano foto ricche di fascino mentre i ventilatori portatili fanno oscillare graziosamente sciarpe e orpelli come fossimo a Hollywood. Per questo motivo queste immagini meritano una galleria dedicata:

 

Non c’è morale, direte voi, se le ragazze amano vestirsi da concubine imperiali. E avete ragione, non c’è morale. È proprio questo che il visitatore occidentale non si spiega, in genere, della Cina. Loro sono per il 90% atei (il restante 10% sono buddisti, islamici o perfino cristiani). Non hanno conosciuto né Gesù di Nazareth né Maometto, non hanno mai sentito parlare né di Geova né di Allah. Non sanno che cosa sia il peccato, semmai seguono il Tao, la filosofia che – in mancanza di premi come inferno o paradiso – si limita a proporre una vita lunga e felice (ecco, quindi, come mai la longeva tartaruga furoreggi nei simboli animali prediletti da questo popolo)


In realtà, le cose sono più sottili. Anche i Cinesi hanno un loro concetto di peccato. Il peccato, nelle aree di influenza cattolica, ti capita fra capo e collo come punizione per qualche cosa di sbagliato che sai di aver commesso. Tant’è che i cattolici – se sono buoni cattolici -, per non subire l’ira di dio, dopo aver commesso un peccato corrono a confessarsi. In Cina non esistono libri di precetti, quindi se ti assale una sventura non sai necessariamente perché ne sei stato colpito. Se ti muore una persona cara, se crolla la casa, se perdi il lavoro, certamente ignori di quale colpa ti sei reso responsabile, ma quello che è sicuro è che qualche cosa di male devi aver fatto, altrimenti tutto sarebbe filato liscio. Una filosofia esistenziale che assomiglia ad alcune versioni del pensiero quantico, almeno quelle che considerano il mondo come armonia assoluta che chiunque – lavorando bene su se stesso – potrebbe volgere a suo favore. Una filosofia talmente radicata che anche gli imperatori, pur ritenendosi semidei, non mancavano di onorare: l’imperatore saliva al Tempio del cielo (nove gradini per rampa, cioè tre per tre, numero perfetto) Il 15 gennaio per invocare la pioggia, in aprile per invocare il raccolto, in settembre per la cerimonia del ringraziamento e poi, se il raccolto non era stato favorevole, anche più volte per chiedere perdono. L’imperatore, capite?

Ci ha provato, la Cina, a credere in qualche cosa di trascendentale. Quasi contemporanei fra loro, Lao Tse, Confucio e Budda hanno suggerito modi di vedere la vita e il mondo “non materiali”. Quest’ultimo, in modo particolare, aveva proposto un modello umano non solo individuale e personale ma anche e soprattutto sociale. Budda si era calato nel trascendente proponendo un cammino di vita – anzi di più e più vite – alla ricerca della illuminazione, della pace interiore, del Nirvana (nella foto: il Budda di giada a Shanghai).

Tutte e tre queste filosofie sono nate prima che esistesse una Cina unificata. E il Taoismo ha alla fine prevalso sul buddismo. Troppo faticoso, quest’ultimo, alla continua ricerca di una perfezione che chissà se mai raggiungeremo, in un’orgia di reincarnazioni che vi possono portare avanti, verso l’illuminazione, ma che vi possono anche far retrocedere a uno stadio di animale inferiore, un topo per esempio. Il buddismo vive nella ricerca dell’atarassia, l’eliminazione dei desideri come mezzo per raggiungere il nirvana, la pace assoluta. Ma i desideri sono infiniti e questa permanente ricerca può farsi sfibrante.
Il taoismo, al contrario, si ferma al qui e ora e sposa magnificamente questo popolo che non vive per niente di passato e poco di presente, tutto proiettato come è verso il futuro. Forse il sol dell’avvenire è nelle menti dei cinesi come il paradiso in quelle dei cristiani; sta di fatto che, liberati dalla presenza opprimente di un dio creatore, signore e giudice, un miliardo e trecento milioni di cinesi oggi non aspirano ad altro se non a vivere bene e a lungo, magari attraversando l’economia – con le sue chance di arricchimento – come un gioco. Il Paese, in sostanza, è ateo, però chi vuol credere in una qualsiasi religione può farlo. In Cina si trovano anche moschee musulmane, per esempio, come questa di Xi’An, moschea unica al mondo in stile cinese . Si convive, insomma, e si convive bene, an che se i funzionari di partito, a ogni modo, non possono fare carriera se professano una qualche religione. Dice il proverbio: la mano ha cinque dita, e nessuna è uguale alle altre.


Affine al taoismo in Cina si trova ovunque il feng shui, una “pseudoscienza” per molti, che qui è un dato di fatto. Jin e jang, il giorno e la notte, il bene e il male sono dappertutto. Soprattutto dal male bisogna guardarsi. Qua il mondo è pieno di spiriti, spiriti cattivi. Non si vedono ma ci sono. Come ci si difende? Con alcuni accorgimenti. Il più semplice è la pratica di innalzare le soglie delle case, visto che gli spiriti non possono saltare e sono costretti a fermarsi all’ingresso .

Se mai dovessero riuscire nell’intento, bisogna collocare uno specchio proprio di fronte alla porta; in questo modo gli spiriti, vedendosi riflessi, scapperebbero terrorizzati.

 

 

E infine, guai a costruire lunghi corridoi diritti; gli spiriti procedono infatti in linea retta, ogni curva li disorienta, ed ecco quindi i tipici percorsi cinesi, a zigzag. Nasce dal timore degli spiriti la pratica dei giardini cinesi, appunto a zigzag, che al tempo stesso sorprendono il visitatore, mostrandogli tesori inattesi non appena svoltato un angolo (è appena il caso di segnalare che il giardino cinese classico non può fare a meno di quattro elementi: alcune pietre, almeno un ponticello, delle piante e dell’acqua. Cosa, quest’ultima, che differenzia il giardino cinese da quello giapponese, dove l’elemento acqua, pur apprezzato, non è indispensabile).

 

 

Un’altra accortezza da osservare può essere quella di evitare il numero quattro, porta sfortuna. A Pechino negli alberghi passate dal terzo al quinto piano, negli aerei non c’è la fila quattro (come da noi il 17). Ma quello che vale per Pechino non vale per Shanghai, più moderna e meno incline alle superstizioni, dove il numero quattro non è bandito dagli ascensori. E comunque, come di prammatica, accanto ai numeri negativi si possono trovare anche quelli fortunati, per esempio il 9 a Pechino, il 5 a Shanghai. Ma il vero portafortuna dei Cinesi è…. un pesce, la carpa rossa, simbolo di forza, ricchezza e longevità. In tutti gli specchi d’acqua che si rispettino troverete carpe rosse come non ne avete mai viste, di dimensioni inimmaginabili, dal peso di svariati chili, generosamente alimentate dai turisti locali.

In questo contesto di timori atavici e di mancate prospettive premiali, dove vanno a finire i morti? Non è ben chiaro, non c’è un pensiero dominante. Quello che è certo è il potere della famiglia, ancora molto sentito. Le foglie cadono accanto all’albero, si dice qua, ed ecco i vecchi che tornano a morire in Cina (cosa che meraviglia gli occidentali, che si stupiscono nel non vedere funerali cinesi nelle città europee). Né vanno a finire sottoterra, i morti. Qua la sepoltura è vietata, il terreno è poco e costa troppo. Niente cimiteri. La legge consente solo la cremazione, e ciascuno si tiene in casa l’urna con le ceneri degli antenati (anche se iniziative recenti spingono per la realizzazione di luoghi pubblici dove depositare almeno le urne con le ceneri dei morti).
Il mistero è come mai un popolo che sembrerebbe gaudente, appassionato e chiassoso, un po’ come i napoletani, sia invece organizzato, preciso, unito (sì, anche in questo caso come i napoletani). In realtà i Cinesi prendono tutto tremendamente sul serio, sempre alla ricerca della felicità in terra attraverso l’unico elemento di cui dispongono, il lavoro e l’impegno personale.
Il sistema scolastico è estremamente selettivo: sei anni di elementari e tre di medie formano il primo step della scuola dell’obbligo. Al termine di questi nove anni c’è l’esame più decisivo che vi possa capitare nella vita: prendere o lasciare.
Se si passa questo esame si può accedere al liceo e quindi agli studi superiori; al contrario, non esistono esami di riparazione né la ripetizione dell’anno: se non passi questo esame significa che non sei fatto per studiare, vai alle scuole professionali e impari un mestiere. E sì che l’impegno richiesto negli anni della scuola primaria non è cosa da poco: i ragazzi ricevono pesanti compiti quotidiani e studiano per ore a casa, fin dopo cena, e al tempo stesso i genitori ricevono dagli insegnanti le loro mansioni, con le indicazioni su come fare per assicurarsi che i figli studino, come fare per accertarsi che arrivino a scuola preparati (provare a fare un confronto con quanto avviene in Italia, con i genitori fin dentro le scuole, che discutono sui programmi, sui compiti, persino sulla competenza degli insegnanti…).
Niente di strano, in verità: sin dai tempi imperiali in questo Paese si premia il merito. Nei concorsi statali, quelli che selezionavano i funzionari migliori che potessero affiancare e consigliare l’imperatore, le prove d’esame erano tremende ma alla fine – per la convenienza dell’Impero – il posto era spietatamente assegnato alla persona più competente.
L’altro step, l’esame di accesso all’università, dopo tre anni di scuola superiore; si può tentare più volte però l’ammissione all’università, più una condanna che un premo, segna quasi l’inizio di una vita monacale. In Cina ci sono oggi sessantanove università, frequentate da un milione di studenti. Vivono nei campus, in maniera assai spartana (una camerata per sei studenti, con tre letti a castello e un bagno in comune). Tutti possono accedere alle università che tuttavia, pur essendo pubbliche, richiedono da alcuni anni (cioè da quando in Cina è stato introdotto il sistema capitalistico) il pagamento di una retta. Chi non può permettersela (generalmente i figli dei contadini) può ottenere qualcosa che assomiglia al “prestito d’onore”: lo Stato ti presta i soldi per studiare, li restituirai dopo, quando incomincerai a guadagnare. Nel frattempo, gli studenti effettuano visite di studio “sul campo”: lo studio non può essere solo teorico.


Facendo un paragone puramente aritmetico con l’Occidente, per esempio con l’Italia (59 milioni di abitanti, due milioni di studenti universitari), la Cina sembrerebbe arretrata. Tuttavia bisogna considerare che, in occidente, l’università nella realtà è un enorme bacino di disoccupazione. Le persone che escono dalle università raramente andranno a lavorare davvero come professionisti, tecnici specializzati, ricercatori; la gran parte dei nostri laureati – chiunque ne conosce – impiegano anni alla ricerca di un posto e, quando lo trovano, finiscono per lo più a popolare uffici e a occupare posti e lavori che potrebbero benissimo essere espletati da persone con il solo diploma.
In Cina lo Stato, in realtà, si sta ritirando da tutti i servizi sociali, non solo dall’istruzione universale e gratuita. Ormai i cittadini del Dragone sono sufficientemente ricchi, possono camminare con le loro gambe. Anche nella sanità funziona quello che qua chiamano “il sistema americano”: l’assistenza sanitaria è buona ma te la paghi. Magari con l’assicurazione sanitaria privata, che la più gran parte dei cittadini ha finito per stipulare. Chi non lo ha fatto, per esempio un vecchio povero, non esce volentieri di casa, per evitare i rischi di una caduta, di un incidente che potrebbe costringerlo a un ricovero – proibitivo – in ospedale. Anche per questo i Cinesi tengono molto alla salute: balli di gruppo all’aperto, ginnastica nelle aree attrezzate, che non mancano mai nelle grandi come nelle piccole città.

L’altro sistema per il quale occorre spendere parole è il sistema dei trasporti. Ricordate le immagini della “vecchia Cina”, con milioni di biciclette, un groviglio di ruote affannate che percorrevano incessanti le strade polverose dei quartieri poveri? Scordatevele.
Aeroporti e stazioni moderne (le stazioni ferroviarie sono organizzate esattamente come gli aeroporti, con il check-in all’ingresso e i gate per i binari, decine di treni ad alta velocità che percorrono il Paese alla velocità di crociera di 340 chilometri orari e arrivano e partono con precisione cronometrica.

Metropolitane appena si può nelle città maggiori (a Pechino ci sono 17 linee con 229 stazioni); linee metropolitane il cui tempo medio di costruzione è di due anni.
Con l’avvento della motorizzazione di massa il traffico urbano è stato organizzato più o meno al contrario di come accade da noi: il numero delle automobili “ammesse a circolare” sono quelle che il sistema viario può sopportare. Non basta, quindi, possedere una macchina per poter circolare; bisogna avere anche la targa, e le targhe vengono assegnate appunto in base alla sostenibilità viaria. A Pechino, al momento, vengono concesse 9mila targhe al mese (sembra un numero elevato ma non lo è affatto, considerando che Pechino si estende per 120 chilometri in larghezza e 130 in altezza). In città, 21 milioni di abitanti e l’estensione appena ricordata, circolano 5,5 milioni di automobili (un’automobile ogni 4 abitanti; a Milano le auto sono 700mila per 1,3 milioni di abitanti, più di mezza autombile a testa, bambini compresi) e il traffico è decisamente sostenibile; nelle ore di punta si circola con lentezza sulle principali arterie di scorrimento ma non si registrano code. E comunque, l’intensità del traffico viene regolata dall’alto: su alcune strade, per esempio su alcune tangenziali, possono transitare solo le auto dei residenti; e spesso accade che venga concessa la circolazione solo a targhe alterne, o con altre limitazioni. Lo scopo di queste iniziative – che da noi sarebbero impensabili – è lasciare libera la gente di possedere un’automobile e tuttavia di garantire una circolazione veicolare sostenibile. Così che, prima di acquistare un’automobile, dovresti provvederti di un parcheggio. Le aree di sosta, in realtà, esistono ma non sono molte; i parcheggi sono carissimi (anche 5 euro l’ora) e, quel che più conta, il divieto di sosta è assoluto praticamente ovunque (però nelle città d’arte i poliziotti chiudono un occhio se un pullman di turisti, per caricare o scaricare la propria comitiva, accosta al marciapiede per non più di due minuti).


Un potente sistema di rilevazioni automatiche attraverso telecamere scheda impietosamente i trasgressori, sia per quanto riguarda le regole della circolazione sia per quanto riguarda i limiti di velocità.

Fino a qualche anno fa i Cinesi si mostravano riottosi a fermarsi per far attraversare i pedoni sulle strisce, adesso se la telecamera registra la mancata fermata in presenza di pedoni, ecco una multa non molto elevata (dai 20 ai 30 euro) però accompagnata da una decurtazione di tre punti sulla patente. Anche in Cina i punti-base sulla patente sono venti, però con una differenza: non esistono bonus per i virtuosi che non commettano infrazioni nel corso dell’anno così che, prima o poi, se continui a prendere multe ti troverai a zero punti e dovrai sostenere di nuovo l’esame per ottenere la patente; esame rischioso perché molto severo, e soprattutto molto costoso.

Anche le famose “biciclette cinesi”, dal canto loro, si sono evolute con la tecnologia. Nelle principali città i parcheggi pubblici di biciclette sono numerosi: per accedere al sistema si paga un abbonamento mensile (intorno ai 25 euro) che dà la possibilità di prendere la bicicletta senza limiti di tempo e di percorrenza.

Al tempo stesso, il governo cerca di contenere l’inquinamento che il traffico automobilistico comporta. La Cina, come noto, ha scommesso sull’elettrico. Qui le automobili elettriche (targa verde) costano meno di quelle a benzina (targa azzurra) e la targa, che per i veicoli a benzina costa anche 15 mila euro, viene concessa gratis alle auto elettriche. In questo modo tutti sono spinti ad acquistare automobili elettriche e si stima che entro il ciclo di vita medio di un’automobile (sette-otto anni) praticamente l’intero parco automobilistico di Pechino sarà alimentato da energia elettrica. Nel frattempo, nella capitale già oggi è vietata la circolazione ai mezzi su due ruote a motore che non siano elettrici. Il risultato è che il traffico è estremamente silenzioso, l’aria pulita e i guidatori disciplinati.

Si può poi aggiungere a questo capitolo in tocco artistico: le targhe delle province rappresentano vere e proprie descrizioni poetiche del territorio. Il pittogramma della targa di Shanghai, per esempio, presenta tre puntini che simboleggiano il mare, e una specie di “p” che sta per famiglia, così che, alla fin fine, Shanghai significa: “la famiglia che abita vicino al mare”. La “sigla” della provincia di Hangzhou contiene in alto un simbolo che rappresenta l’erba, quindi in basso i simboli del riso, dell’acqua e del pesce, come dire che “questa è una terra ricca di cibo” .

2 . Continua – Per il precedente articolo, clicca qua; per il successivo, clicca qua.

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Nella terra del Dragone – 1

Immaginate un Paese senza graffiti sui muri, con le strade senza buche e senza rattoppi, come se l’asfalto fosse stato posato ieri; immaginate di camminare lungo i marciapiedi senza pestare cacche di cani, senza incrociare cassonetti trabordanti di immondizia, un paese dove la pulizia è maniacale, con squadre di spazzini che in continuazione raccolgono foglie e cicche, magari aiutate da spazzatrici automatiche che percorrono incessanti i viali delle città per una pulizia h24….

Spazzatrice automatica in azione a Suzhou

… Immaginate un Paese dove i treni vanno a 340 chilometri orari e spaccano il minuto, dove le automobili elettriche scorrono silenziosamente lungo strade larghe rispettando i limiti di velocità, dove si lascia la macchina nei parcheggi e la sosta lungo le strade urbane è vietata. Immaginate un Paese dove non inciampate in cocci di birra, dove non esistono assembramenti di sfaccendati che culminano in risse di ubriachi….
… Ma esiste davvero, un simile Paese?
Esiste.

La storia imperiale è lunga esattamente 2132 anni, dal primo autoproclamato imperatore nel 221 avanti Cristo, Qin Shi Huangdi (nato come Ying Zheng), che si propose come semidio e dette avvio alla dinastia Quin (si legge Cin, da cui l’odierno nome di Cina), fino al 1911 con Pu Yi, l’ultimo imperatore raccontato sullo schermo nel 1987 da Bernardo Bertolucci. Questo Quin Shi Huangdi non solo pose sotto il suo comando una Cina unificata dopo secoli di lotte fra le varie etnie che abitavano il Paese ma dette al Paese stesso un esercito unico, una unica legge, il medesimo apparato burocratico, la stessa moneta, le stesse unità di misura e perfino la stessa scrittura. Questo Quin, fra l’altro, avviò la costruzione della Grande Muraglia

Stazione della funivia nel tratto Mutianyu della Grande muraglia

e fece costruire per se stesso, a guardia della sua tomba, quel formidabile esercito di terracotta a Xi’An, ottomila figure fra soldati e animali, scoperti a metà degli anni Settanta, oggi patrimonio Unesco e considerati come l’ottava meraviglia del mondo.

Nei secoli, la capitale della Cina è cambiata più volte; generalmente seguendo criteri geografici di gestione del potere, che si è alternato lungo i punti cardinali: Pechino (Be Jing = capitale del nord), Nanchino (Nan Jing = capitale del sud), Xi’An e Can Ton (rispettivamente capitali dell’Ovest e dell’Est).
In mezzo, dopo i Quin, ci stanno numerose altre dinastie (17, per l’esattezza), alcune durate pochi anni, le più importanti delle quali sono stati gli Han, i Tang, gli Yuan, i Ming e i Quing. Ma i Cinesi – contrariamente a quanto accade in occidente per gli Inglesi, i Francesi, gli Italiani – non hanno alcun rimpianto per il loro passato imperiale, si limitano a ricordarlo come sistema feudale. Loro sono abituati a rinnegare il passato per il presente e, ancora di più, per il futuro. Caratteristica di tutte le dinastie imperiali che si sono succedute nei secoli è stata quella di distruggere sistematicamente i simboli dei vinti, e innalzarne ex novo di propri. Anche il torbido periodo della nazional repubblica, caratterizzato dall’ascesa dei Signori della guerra, non desta rimpianti né animose rivendicazioni (se non il residuo della querelle su Taiwan).
Un ricordo – però lontano, malinconico semmai – viene oggi dal mito di Mao Tze Dong, vero e proprio padre della patria, il cui ritratto campeggia tuttora sopra la porta della Pace celeste, nella sterminata piazza Tien’Anmen.

Se non altro i Cinesi gli riconoscono di aver posto fine alla instabilità e di avere fondato (1949) il Paese nel quale vivono oggi, la Repubblica popolare cinese; e di averle dato persino un vessillo nazionale, la bandiera rossa (colore dell’ardimento) con cinque stelle gialle, la più grande delle quali simboleggia la Guida del Paese (per alcuni il Governo, per altri il Partito comunista) mentre le quattro più piccole rappresentano le classi sociali e cioè i contadini, gli operai, i commercianti e i soldati.

Di problemi ce ne sono stati, con Mao; per primo lo scontro con l’Urss (che Mao accusava di revisionismo, e che si era schierato con il Kuomintang di Chiang Kai-sheck durante la guerra repubblicana), poi la politica della rimozione del vecchio, l’oblio del passato, con la distruzione dei simboli della “vecchia Cina” imperiale e borghese, che però ha trascinato nell’oblio l’intera memoria storica di un così immenso e antico Paese. L’altro errore fu l’ordine “fate figli”, che in pochi anni ha portato centinaia di milioni di contadini poveri a condividere la classica scodella di riso quotidiana prima per tre, poi per quattro e così via, fino a che la povertà è diventata insostenibile. Mao non ha avuto però il tempo per riconoscere i propri errori, forse anche travolto dal culto di se stesso. Nel periodo del maoismo, della Rivoluzione culturale e delle Guardie rosse vi poteva capitare, assicurano qua, che veniste sbattuti in galera perché vi eravate seduti, inavvertitamente, su un giornale dove era stampata una fotografia di Mao.
Poi, il miracolo, e con esso la svolta: è il 1972 e, attraverso la famosa “diplomazia del ping pong”, inaspettatamente la Cina apre agli Stati uniti. Il Presidente Nixon viene in visita a Pechino. I Cinesi si chiedono: come è mai possibile che noi, che abbiamo più di duemila anni di storia, siamo poveri, mentre questo Paese, che esiste da poco più di duecento anni, è il più ricco del mondo? La risposta che i Cinesi si danno è lapidaria nella sua semplice evidenza: basterà copiare il sistema americano, e diventeremo tutti ricchi. Il fatto che a gestire la transizione verso il capitalismo sia il partito comunista non turba più di tanto; ciò che conta è abbandonare la povertà e l’emarginazione e magari prendersi una rivincita sul “secolo nero” della storia cinese, quell’Ottocento che ha visto il Paese sottomesso e umiliato.
Detto fatto: è il 1976 e partono le quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping; modernizzazione dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell’industria e della difesa nazionale. Contemporaneamente, il Dragone prende coscienza del fatto che il problema demografico esploso negli anni di Mao sia una bomba da disinnescare, e subito. Prende così avvio (1979) la politica del figlio unico (parzialmente abolita nel 2013), con l’obiettivo di raggiungere crescita zero entro il 2000.
L’applicazione della legge è rigorosissima, trasgredirvi comporta pene di ogni tipo (ci dice Sonia, nome di fantasia: “Mio padre voleva un figlio maschio; quando nacqui io andò contro la legge, e nacque mia sorella. Mio padre perse la casa e il lavoro, diventammo poveri”).
La legge del figlio unico ha comportato drammi umani e personali rilevanti, per esempio il ricorso all’aborto selettivo, e ha comportato conseguenze tuttora problematiche, come il fatto che oggi in Cina – contrariamente a quanto accade nel resto del mondo – il numero dei giovani maschi è di molto superiore a quello delle coetanee femmine. Con la conseguenza, inevitabile, che un buon numero di uomini rimarranno soli per tutta la vita.
Al contrario, le donne possono scegliere; è incominciata la caccia a un buon partito. Se uno non va bene andrà bene un altro, magari ricco e avanti con gli anni. Il detto che circola, fra il serio e il faceto, è: “Meglio piangere in Bmw che ridere in bicicletta”. Anche perché qua le tradizioni nuziali sono opposte a quelle che conosciamo: in caso di matrimonio è l’uomo che porta la dote cioè – come minimo – la casa e l’automobile. Oltre a un buon lavoro e a un cospicuo capitale. Alla donna, nel matrimonio, è richiesto tutt’al più di procurare le lenzuola (ci ha detto Luigi, nome di fantasia: “Ho due figli maschi e non so se riuscirò a farli sposare, dovrò lavorare molto, e guadagnare molto, per questo”). Comunque, adesso c’è il divorzio. È vero che in Cina la famiglia tradizionale ha ancora radici solidissime ed è il vero riferimento della vita individuale e sociale, però a una donna può sempre toccare un marito imperatore; e adesso anche la donna lavora, può scegliersi il marito ma può anche scegliere di lasciarlo.
Come avrete forse constato confrontando le date, la politica del figlio unico è un fil rouge che segue la visita di Nixon, l’avvio del capitalismo in Cina, le Quattro modernizzazioni. Un pensiero unico che dà valore al denaro, all’arricchimento, al successo. Le imprese private hanno raccolto i semi gettati dai leader politici, e li hanno fatti fruttare. Oggi in Cina il lavoro è ancora prevalentemente statale però il comparto privato (sorto praticamente come stampella del potere centrale, cioè per dare lavoro ai disoccupati, soprattutto a quelli generati dalla politica del figlio unico) cresce rapidamente. Per esempio in edilizia.
La Cina possiede oggi circa il 20% della popolazione mondiale e una estensione di territorio sconfinata. Tuttavia, sembra un paradosso ma non lo è, le terre inospitali (montagne, deserti, paludi) sono molte, così che in un paese così vasto c’è penuria di spazio (si stima che lo spazio “utile” non superi il 17% del territorio cinese). Durante le modernizzazioni (e fino a oggi) il terreno per edificare abitazioni veniva affidato in concessione attraverso aste pubbliche al miglior offerente, così che, alla fine, l’imprenditore che si era aggiudicato il lotto, per guadagnare, doveva farlo fruttare. La costruzione di grattacieli, condomini da venti o trenta o più piani (in alcuni gli ascensori arrivano fino al ventesimo piano, in altri iniziano a funzionare dal decimo piano in su), nasce da questa esigenza, non da una scelta architettonica, estetica o tecnologica.


Peraltro, in Cina praticamente non esiste il mercato dell’affitto. Le case si possono solo acquistare, e naturalmente lo si fa attraverso un mutuo, generalmente ventennale; che, nel caso, si può trasmettere ai figli. Tutti possono permetterselo, visto che i tassi di interesse sono irrisori; in alcuni casi si può arrivare anche allo zero per cento così che, alla fin fine, si chiama acquisto ma non è molto diverso da un affitto.

 

 

Ne hanno fatta, di strada, i Cinesi, sotto il profilo abitativo. Oggi vivono in comode abitazioni urbane con l’aria condizionata (ci chiedono: “ma è vero che da voi non tutte le case hanno il condizionatore? E come fate a vivere?”) ma solo trenta o quaranta anni fa le case del Paese assomigliavano a quelle che furono per Milano le case di ringhiera, con piccole stanze tutt’intorno a un cortile, un solo bagno in comune per piano così come anche, in comune, le “aree sociali”, dove poter cucinare e lavare.

 

 

C’è un punto interrogativo, però; lo Stato non vende il terreno ai costruttori, il terreno è demaniale e non è possibile cederlo a privati. Si tratta quindi di una concessione, la cui scadenza oscilla fra i settanta e i novant’anni. Che cosa accadrà quando le concessioni scadranno (il sistema è stato avviato a metà anni settanta, quindi sono trascorsi, nel migliore dei casi, cinquant’anni) non si sa ancora; alcuni ritengono che le concessioni “dovrebbero” essere rinnovate, sembra una previsione ragionevole, tuttavia è pur sempre un punto di domanda che, al momento, non ha risposta. E nel frattempo il paesaggio urbano è modellato da questi gruppi di abitazioni – decine, molte decine di piccoli o grandi grattacieli – nei paesi dove risiedono milioni di Cinesi (loro chiamano “paese” un insediamento di 4-5 milioni di abitanti).

1 – Continua (per leggere la seconda puntata clicca qua; per la terza puntata, clicca qua)

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Ricordati, Barbara

 

Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
et tu marchais souriante
epanouie ravie ruisselante
sous la pluie.

Il presidente Mattarella sotto la pioggia

Eppure si sarebbe potuto prevedere; anzi, qualcuno lo aveva decisamente previsto. Ma tutti i Big, con il testa l’ex presidente Hollande, avevano giurato di avere in tasca la previsione giusta: non ci sarebbe stata pioggia.
L’organizzazione, al contrario, lo aveva previsto. Ma troppo tardi. Il direttore artistico Thomas Jolly e il direttore del comitato organizzatore Tony Estanguet avevano annullato la conferenza stampa del mattino proprio per convocare una riunione di emergenza. Ma era tardi per attivare un “piano B” che non esisteva; che potesse piovere era stato neppure preso in considerazione.


Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti”
per la gente bagnata, per gli Dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi
(Fabrizio De André, Marcia nuziale)

La sfilata della squadra italiana


 

E cosi sotto una impietosa pioggia incessante sono sfilati sui bateaux-mouches, lungo la Senna, festanti grondanti sorridenti sereni rapiti, gli atleti. Duecentoquattro delegazioni su 205, visto che la squadra degli atleti neutrali individuali (Ain), composta da atleti russi e bielorussi, non è stata invitata alla sfilata. Anzi, questi ultimi (trentadue atleti, diciassette uomini e quindici donne) non si sono potuti iscrivere liberamente alla competizione bensì sono stati “selezionati” in base al gradimento del Cio – che non avrebbe certo potuto prendere una decisione del genere; che sarebbe spettata, semmai, alle autorità politiche; atleti che, nel caso vincessero qualche gara, saliranno sul podio senza la loro bandiera e al suono dell’inno olimpico. Alla faccia di De Coubertin.

Scrive Aldo Cazzullo sul Corriere: “Olimpia torna a Parigi dopo cento anni, nella città del barone de Coubertin che l’ha reinventata dopo quasi due millenni, oggi accusato di misoginia. Un presidente indebolito, Emmanuel Macron, accoglie una first lady al passo d’addio, Jill Biden. Gli ucraini evitano i russi — “per noi sono trasparenti” —; gli israeliani – fischiati – scortati dal Mossad e le iraniane velate si guardano di sottecchi da un bateau-mouche all’altro; il Telegraph di Londra scrive che i Giochi sono lo specchio rotto di un mondo a pezzi”.

Celine Dion

A terra, lungo le sponde, andava in onda lo “spettacolo”. Fantastico per alcuni, kitsch per altri. Dal mio punto di vista si è trattato di una evidente iperbole travestita da politicamente corretto elevato a potenza. Provocatorio, certamente, ma con l’occhio alla convenienza: le Drag queen hanno potuto sedere al tavolo de L’ultima cena perchè (cosa che è accaduta) tutt’al più i vescovi cattolici avrebbero protestato. Dopo il Bataclan e Charlie hebdo, meglio lasciar perdere gli integralisti islamici. E quindi, ecco la donna barbuta, i saltimbanchi, i rapper con i pantaloni a zampa di elefante, gli armocromisti scatenati. Accanto al can-can, alle paillettes, accanto a egregie cantanti (Celine Dion sopra di tutte), balletti circensi travestiti da proposta sociale. Insopportabile secondo alcuni, moderna secondo altri.
Ha spiccato su questo mare un po’ banale, un po’ provinciale nel suo ammiccare a un politicamente corretto decisamente forzato, l’intermezzo con la delegazione di rifugiati, condotta dall’egregio Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati; ma poi siamo ricaduti nella banalità.

Banalità negli interventi di Tony Estanguet, tre volte campione Olimpico e presidente del Comitato Organizzatore di Parigi 2024; banalità nel discorsetto del presidente del Cio, Thomas Bach, inevitabilmente conclusa con Vive Paris, vive la France!

Banalità nella presenza di un Emmanuel Macron illividito, fischiato, che si guardava intorno spaventato, forse nel timore che potesse toccargli, a pochi giorni di distanza, il trattamento toccato a Donald Trump a Butler, Pennsylvania. Sul presidente francese ha scritto ancora Ado Cazzullo: “La sua ostinazione di voler tenere la cerimonia in città ha creato gravi disagi ai parigini, senza dare in cambio vere emozioni a turisti e telespettatori. Lui è rimasto all’asciutto mentre i colleghi stranieri fuggivano o si beccavano la pioggia. Ha pronunciato la formula di apertura dei Giochi in fretta e in sussurri, per evitare i fischi che già si sentivano“.

Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
cagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella.

Patetico, infine, l’autoreferenziale arrivo non di corsa bensì al passo, degli ultimi tedofori che dalla Pyramide du Louvre hanno ingrossato una schiera che diventava fiume sotto la pioggia. Patetico il povero Carles Coste, centenario, ex pistard francese, il più vecchio medagliato olimpico vivente, che in carrozzina, paziente e forse immemore inzuppato di pioggia, ha aspettato che qualcuno gli mettesse fra le mani la fiaccola ardente di Olimpia, prima che questa passasse poi – omaggio ad Alexandre Dumas padre – ai quattro moschettieri Carl Lewis, Nadia Comaneci, Serena Williams (94,6 milioni di dollari vinti in carriera) e Rafa Nadal (131 milioni di dollari).

L’Olimpiade dei ricchi in una Francia squassata dalle disuguaglianze e dalla povertà è stata l’evidenza più brutta di questa cerimonia, alla faccia di De Coubertin. Voleva forse essere un atto liberatorio, anche una sfida, risultata però grottesca, con 110 mila agenti e soldati armati di tutto punto, con i tiratori scelti pronti a intervenire. Vabbè, portare lo spettacolo da uno stadio all’intera città è stato, come si dice, “sfidante”. Ma, anche questo si dice, The show must go on.

Qualcuno, piccato, ha voluto “difendere Parigi”; ha voluto vedere nelle critiche alla cerimonia, nell’analisi spietata di una organizzazione troppo “politicamente corretta” per essere vera e spontanea, dove i protagonisti – gli atleti – sono letteralmente scomparsi, una ingiustizia verso una delle più splendide città del mondo. Ma non è questa la chiave per leggere la povertà della cerimonia inaugurale della XXXIII Olimpiade, Non nel giudizio sula maestosa illuminazione o sulla varietà dei costumi o sulle voci celestiali di Celine Dion o di Lady Gaga.

Soldati a guardia dell’Olimpiade

La bandiera olimpica issata sul pennone capovolta, o l’aver indicato la Corea del sud come “Repubblica Popolare Democratica di Corea”, che è il nome ufficiale della Corea del Nord (cosa che ha provocato l’indignata protesta dell’ambasciata di Seul a Parigi) sono errori spiacevoli, ma veniali. E dunque qua non si discute certo di Parigi (che, naturalmente, è una lontana parente di quella della Belle époque) ma dei messaggi che sono giunti al mondo da questa cittadella assediata, con i treni veloci oggetto di attentati, con gli attivisti per il clima incollati sulla pista dell’aeroporto di Francoforte, con due guerre guerreggiate in Europa e nel Mediterraneo, con il tutti contro tutti che è ormai la cifra politica dell’Europa, e principalmente della Francia. Non si discute dell’enigmatico Cavaliere mascherato sotto la pioggia (un po’ Samarcanda, oh oh cavallo, un po’ don Quijote un po’ Star wars) ma del fatto che, questa di Parigi 2024, potrebbe essere l’ultima olimpiade della storia. I segnali, in questa rappresentazione, si sono visti tutti.

C’est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n’est même plus l’orage
de fer d’acier de sang
Tout simplement des nuages
qui crèvent comme des chiens
des chiens qui disparaissent
au fil de l’eau sur Brest
et vont pourrir au loin
au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.

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Che cosa insegna il caso del Sarto Veloce

 

I due concerti a San Siro della trentaquattrenne star americana Taylor Swift (nome che in italiano significa “sarto veloce”) hanno creato un piccolo pandemonio in città e non solo. Gli eventi di Milano si collocano all’interno di un incredibile show mondiale composto da 155 eventi in un anno nei cinque continenti che già oggi, a pochi mesi dall’inizio, si segnala come il più ricco show di tutti i tempi.
Un evento, quello di Milano, che non è il più grande show italiano (130 mila spettatori nei due tour del 13 e 14 luglio; contro i 220 mila spettatori in una sola sera di Vasco Rossi al Modena Park nel 2017) ma che, per l’eco mediatica che ha ricevuto, è diventato una sorta di cartina di tornasole del nuovo turismo, dei nuovi eventi, nel modo di muoversi e di divertirsi dei giovani nel Terzo Millennio.
Discorso molto complicato. Ma si può provare a scomporlo. Abbiamo chiari i pro e i contro. Fra i primi: il prestigio di Milano e il business che l’evento genera per la città. Il primo è indiscutibile; dal 2015 (Expo) il capoluogo lombardo è balzato all’onore delle cronache come città turistica, un aspetto che ha ormai sostituito il ruolo primigenio di città industriale (anni Settanta), e quello successivo (anni Novanta), di città del business. Oggi Milano rimane (moderatamente) industriale e rimane città del business finanziario, però quest’ultimo è diventato immateriale, così che la finanza di Milano non è un luogo fisico bensì virtuale, i cui proventi vengono da piazze, iniziative e soggetti collocati altrove nel mondo.
Per quel che concerne il business, i due concerti di Taylor Swift hanno messo in moto calcoli anche complessi. Certamente genererà ricchezza per il territorio. Ma ne siamo poi certi? E di quanta ricchezza stiamo parlando?
In un servizio trasmesso al telegiornale nei giorni precedenti l’evento, due ragazze americane affermavano di essere venute a Milano perché, a conti fatti, avrebbero speso meno che all’evento di New York. Ma queste turiste porteranno davvero risorse e ricchezza alla città? Per quello che concerne i voli NON utilizzeranno vettori italiani; per il costo del biglietto, questo andrà in massima parte agli organizzatori, che NON sono italiani; anche il ricchissimo merchandising – realizzato dalla stessa società che gestisce l’evento della cantante – porterà risorse fuori da Milano, e non dentro Milano. Le persone che lavoreranno alla sicurezza, al montaggio del palco e in genere a tutti i servizi, sono tutti dipendenti di società di servizi, avrebbero ricevuto comunque uno stipendio. Come ho letto da qualche parte, anche i proventi di una CocaCola acquistata al bar finiranno in minima parte al barista e più che altro in una società la cui sede non è in Italia.
Certamente alcuni benefici economici ci saranno, inutile negarlo. Per esempio per gli alberghi e/o la miriade di airbnb presenti a Milano. E tuttavia, fanno notare gli esperti dell’economia dei grandi eventi, molti di questi introiti – per esempio quelli dei residenti a Milano e quelli dei turisti già presenti a Milano in questi due giorni – rappresentano quello che si chiama “effetto di sostituzione”: le persone che destineranno una certa somma per il concerto di Taylor Swift non spenderanno quella stessa somma per altre spese che, assai probabilmente, avrebbero comunque fatto (per esempio andare al ristorante, o in un locale, oppure acquistare capi di abbigliamento).
Questi già in parte sono aspetti negativi. Ma ce ne sono altri, che attengono alla macroeconomia. Situazioni estemporanee capaci di far lievitare i prezzi – come appunto i due concerti della Swift – non fanno lievitare i prezzi solo limitatamente alle persone che andranno al concerto; l’incremento dei prezzi, in casi come questo, è generalizzato. Con il risultato che le persone che già disponevano di una certa ricchezza (per esempio i proprietari di alloggi turistici) ricaveranno un sicuro vantaggio economico mentre – in città – le persone che già facevano fatica ad arrivare a fine mese, con i prezzi più alti scopriranno di essere ulteriormente impoveriti. Quando si dice che la moderna economia “liberista” aumenta le disuguaglianze si dice proprio questo.
Un esempio, ormai di scuola: una dozzina di anni fa il Portogallo provò a giocarsi la carta dei “pensionati ricchi”. Grazie all’accordo sulla doppia imposizione con il Governo italiano provò ad attirare pensionati benestanti nel Paese: avrebbero preso la residenza fiscale in Portogallo, e avrebbero ricevuto la pensione al lordo delle ritenute fiscali, come tutti coloro che producono reddito in altri Paesi e sono assoggettati al regime fiscale del paese. A queste persone il Governo di Lisbona chiedeva zero tasse. Voi capite che un alto dirigente d’azienda che vada in pensione con un lordo minimo di centomila euro, di fronte a un “regalo” stimabile in almeno il 35%, avrebbe avuto una enorme convenienza economica a trasferirsi in un Paese molto bello, amico, per giunta assai piùà economico rispetto all’Italia.
Per ottenere la residenza fiscale in Portogallo i pensionati italiani avrebbero dovuto dimostrare di avere la disponibilità di un’abitazione stabile. Anche volendo immaginare un affitto alto per il Portogallo, intorno agli 800 euro/mese, al pensionato sarebbe rimasto un tesoretto di almeno ventimila euro netti (ma in parecchi casi anche molto di più). Da spendere in bella vita.
Eppure non ha funzionato. Di fronte a una domanda drogata di questo tipo, le migliaia di abitazioni affittate dai pensionati italiani hanno determinato un aumento consistente e generalizzato dei canoni di affitto, con il conseguente impoverimento della popolazione locale. Cui si è aggiunto un forte malcontento sociale; i pensionati portoghesi (ma non solo i pensionati) hanno detto: “perché ai pensionati italiani si fanno ponti d’oro mentre noi paghiamo le tasse”? Come molti sapranno, l’esperimento è fallito, il Governo portoghese si è visto costretto a tornare sui suoi passi ed azzerare questa operazione che, anziché avvantaggiare il Paese, ha aumentato la povertà e il range sociale fra ricchi e poveri.
Un po’ come, in Italia, è accaduto con il Bonus 110%: a fronte del fatto che migliaia di proprietari hanno ristrutturato la casa senza spendere un soldo – e proprio per questo – i prezzi dell’edilizia sono schizzati alle stelle. Se un metro quadrato di facciata costava x euro nel 2020, oggi costa non il doppio ma sei-sette volte tanto (e naturalmente taccio sul fatto che i costi di questo vero e proprio voto di scambio fra il Governo e la popolazione si proietteranno per qualche decennio sulla società italiana).
Infine, bisognerà segnalare un ulteriore aspetto problematico: l’esplosione del turismo genera fenomeni socioeconomici devastanti. É di questi giorni (estate 2024) la notizia che l’inatteso numero di passeggeri sui treni e sugli aerei ha creato ondate di disservizi, con voli cancellati e ritardi spaventosi. Né si tratta solo di questo: a inizio primavera il Comune di Venezia ha introdotto il biglietto d’ingresso in centro per cercare di arginare la marea turistica (che porta reddito, ovviamente, ma che comporta enormi disagi per i residenti). Analoghe problematiche si registrano nelle altre grandi città e località turistiche. A Napoli – che fino a un paio di anni fa era l’unica città d’Italia il cui centro storico fosse ancora abitato da residenti – il boom del turismo è diventato enorme e devastante per l’intero tessuto socioeconomico. L’intero centro storico di Napoli è diventato una movida permanente, con i proprietari dei “bassi” che hanno sistemato alla bell’e meglio la propria abitazione per affittarla ai turisti (e loro dormono in macchina). Mentre tutt’intorno nelle strette viuzze improvvisati bar e ristoranti occupano l’intera carreggiata con i tavolini, mentre l’odore del fritto e dell’unto sale fino ai piani alti dei palazzi, anche in piena notte, insieme al vociare degli ospiti di tutto il mondo, entusiasti di tale originalità.
Che cosa c’entra tutto questo con il concerto di Taylor Swift? C’entra con il fatto che il tessuto sociale ed economico, soprattutto in occidente, sta cambiando rapidissimamente; e non c’è nessuno che mostri di accorgersene ed, eventualmente, di voler intervenire.