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Un’analisi del voto europeo

Difficile valutare che cosa stia accadendo agli Italiani. Parlo di politica, naturalmente, già che si sono appena concluse le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. I commentatori si sono affannati sulla “cronaca”, cioè sugli elementi più evidenti ricavabili dai risultati del voto, soprattutto dal confronto fra Giorgia ed Elly, rispettivamente le paladine della destra e della sinistra. Ma a guardare in profondità è possibile spingersi un po’ oltre, per esempio effettuando un raffronto fra le Europee del 2019 e queste ultime del 2024, passando doverosamente per le politiche del 2022; cinque anni nel corso dei quali di avvenimenti, nazionali e internazionali, se ne sono registrati parecchi, dalla scissione del Pd con la nascita di Italia Viva (e successivamente di Azione) alla pandemia, alla guerra in Ucraina.
Le elezioni Europee 2019 si sono svolte durante il Governo Conte I (dal 01/06/2018 al 04/09/2019), entrato poi in una crisi che si è risolta con il Governo Conte II (dal 05/09/2019 al 13/02/2021), cui è subentrato il Governo Draghi (dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022), per giungere infine al Governo Meloni (dal 22 ottobre 2022), tuttora in carica. Quattro governi in cinque anni non è una novità nel panorama politico italiano dove tutti i Governi sperano di durare per l’intera legislatura anche se la storia insegna che non è proprio così: dal 10 dicembre 1945 a oggi (78,5 anni) in Italia si sono succeduti quarantacinque governi, alla media di 1,74 anni per governo, e 69 mandati (includendo cioè i governi più le crisi di governo conclusesi con un reincarico e un rimpasto), alla media di 1,13 anni per mandato. Questa storica ingovernabilità dell’Italia non ha mancato di manifestarsi nell’arco del quinquennio che stiamo esaminando, con scissioni, aggregazioni, nascite di nuovi partiti, modificazione, in corsa, dei Gruppi parlamentari.
Il primo elemento che balza agli occhi osservando la tabella (checché ne dicano gli esperti, che continuano a parlarne come di qualcosa di grande attualità) è la crisi, probabilmente irreversibile, del populismo. Le elezioni Europee 2019 ci avevano affidato un Paese in mano ai populisti (Lega+M5S = 51,32%, cioè la maggioranza assoluta), più che dimezzatosi al 24,22% nelle Politiche 2019, oggi al 18,99%. La fiammata populista, esplosa rabbiosamente alle politiche del 2018, si è ormai spenta; i partiti che la rappresentavano sono in profonda crisi – si parla per entrambi di una vera e propria rifondazione alle porte – e difficilmente si riaccenderà. Nella storia d’Italia i qualunquisti, i giustizialisti, i massimalisti, hanno sempre vissuto fiammate di cui, con gli anni, non è rimasto niente. È quanto sta accadendo al M5s, ormai privo di identità politica (è stato tenuto a galla in queste settimane elettorali, a mio parere, solo dall’esplicito impegno antimilitarista). La Lega, dal canto suo, ha abbandonato/perso tutte le sue battaglie identitarie (per prima la secessione della Grande Padania; poi la guerra contro “i clandestini”, il cui testimone è stato ormai raccolto da Fratelli d’Italia).
Veniamo, appunto, al fenomeno di questo quinquennio, Giorgia Meloni. È bene identificarla in questo modo – cioè con il suo nome e cognome – dal momento che a nessun altro esponente di Fratelli d’Italia potrebe competere il merito dei risultati così eclatanti di questi anni. Quali? Dal 6,44% (con 5 seggi) delle Europee 2019 al 25,98% delle politiche 2022, al 28,81% (con 24 seggi) delle ultime Europee. Importa poco considerare che, fra le Politiche 2022 e le ultime Europee, Fratelli d’Italia abbia perso 596mila voti visto il forte calo dei votanti (i voti complessivi delle ultime politiche erano stati 28.098.196 contro i 23.274.504 delle Europee appena concluse).
Semmai, considerando le “espressioni politiche” del voto, si può provare a verificare in che modo sia cambiato, alla luce di ciò che desiderano gli Italiani, l’attuale schieramento di governo (FdI, FI+Noi Moderati, Lega) in queste tre tornate elettorali: era al 49,48% nel 2019, diventato 43,78% nel 2022, oggi (Europee) al 47,82%. Verrebbe da considerare che l’avanzata impetuosa di FdI sembra inglobare i resti delle altre forze alleate, che sono in flessione. Considerando che, negli altri Paesi europei, le forze al potere hanno subito ovunque flessioni, anche pesanti, si può affermare che l’area della conservazione, in Italia, magari non cresce ma neppure diminuisce.
Sull’altro fronte, eccoci al Pd. Nel 2019 era al 22,74% (con 19 seggi), però non c’era ancora stata la scissione dei renziani. Scissione solo apparentemente pagata alle politiche 2022, quando il Pd ha ottenuto “soltanto” il 19,04% dei consensi (l’accoppiata Renzi-Calenda, con il 7,78%, assegnava all’area Dem un totale complessivo del 26,82%). Alle ultime Europee il Partito Democratico è cresciuto ancora, raggiungendo il 24% (che diventerebbe 31,11% con Renzi/Calenda, anche se i due, che hanno corso da soli, non hanno superato la soglia di sbarramento).
Infine, la “sinistra”, rappresentata in Italia, negli ultimi anni, dall’alleanza fra Verdi e Sinistra Italiana. Nel 2019 i due partiti, da soli, avevano ottenuto il 4,07% dei voti senza raggiungere la soglia di sbarramento; nel 2022, associatisi, avevano ottenuto il 3,64% dei voti mentre alle ultime Europee, con il 6,73% dei consensi (e 6 seggi) sono stati la vera sorpresa della tornata elettorale (anche – qualcuno dice soprattutto – grazie alla candidatura di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria, diventata in campagna elettorale un fatto mediatico importante e di grande visibilità). Se associassimo AVS, come è possibile, al Pd di Elly Schlein, si otterrebbe un totale vicino al 38%.
In sintesi: Nessuno dei due schieramenti politici italiani – per semplicità li definiamo destra/sinistra – sembra destinato a raggiungere una maggioranza sensibile nell’immediato futuro; alle prossime elezioni politiche, di conseguenza, si dovrà valutare il peso e la collocazione da un lato del M5S (che vale ancora almeno il 10-12%) dall’altro lato delle forze minori – che ad ogni modo sono voti espressi, non astensionisti – che in queste Europee hanno rappresentato il 4,68% dei voti ma che alle ultime Politiche valevano addirittura il 10,33%. In grado, quindi, di orientare in modo importante una maggioranza politica.
Rimane un ultimo scenario possibile (ma forse non molto probabile), la nascita di un “polo di centro” con Forza Italia + Noi Moderati, + l’accoppiata Renzi/Calenda, + Europa e forse con brandelli di liste civiche forti sul territorio. Uno schieramento che potrebbe aspirare fino al 20%, occupando quindi quella posizione che per parecchio tempo, negli anni Ottanta, tenne il Psi di Bettino Craxi, con la famosa politica dell’“ago della bilancia”.
Ma le incognite sono davvero tante, a partire da come sarà formato il prossimo governo europeo, dall’evoluzione delle crisi politiche conclamate in Francia e in Germania. Dalle elezioni Usa di novembre, dall’evolversi della guerra in Ucraina e dai rapporti – che in prospettiva potrebbero evolversi in modo problematico – fra l’Unione europea e la Nato. Insomma, la scommessa su come si svilupperà il quadro politico – nazionale e internazionale – si annuncia rischiosa.

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