Pubblicato il Lascia un commento

Nella terra del Dragone – 2

 

Nel frattempo, grazie a Michail Gorbachev e alla stima reciproca con Deng Xiaoping, la Cina (1989) fa la pace con la Russia. “Se amore non è per sempre, anche odio non è per sempre”, dicono a Pechino con l’aria di quelli che la sanno lunga. Anzi, diciamolo pure, quello che fu odio in tempi neppur remotissimi oggi è amore ricambiato.

Le relazioni diplomatiche fra Cina e Federazione russa sono intense; a Shanghai la bandiera della Federazione russa sventola gloriosa propria accanto al Bund, nella piazza Tian’Anmen è in grande spolvero il monumento che rende onore ai caduti russi nella Seconda guerra mondiale e i negozi che vendono “russerie” – come da noi le cineserie – si trovano dappertutto.

Le ragazze cinesi amano i Russi, e il russo più amato oggi è Vladimir Putin. Lui sì, sa quel che vuole, è forte e deciso, e ama la famiglia, non si lascia infinocchiare dagli Americani. Tutte vorrebbero sposarlo, fa nulla se è già sposato. Qua, del passato, è rimasto il mito delle concubine, quando l’imperatore oltre alla prima, unica e legittima consorte, poteva avere legalmente fino a venti concubine. In realtà, il numero di venti era per i comuni mortali (quelli che potevano permetterselo), giacché le cronache ci raccontano di imperatori che di concubine giunsero ad averne anche duemila. Così, diventare concubina di re e potenti, o semplicemente ricchi, fu l’aspettativa di molte donne desiderose di una buona sistemazione. Di questa tradizione, oggi trasformata in caratteristica che noi definiremmo di tipo carnevalesco, la Cina è piena. Molte ragazze se ne vanno a passeggio lungo i viali vestite e truccate da concubine imperiali. Gli abiti si possono noleggiare, costano poco. L’uscita potrà essere immortalata; lungo gli stessi viali del passeggio ecco i ragazzi che allestiscono set fotografici a uso e consumo delle belle concubine. Scattano foto ricche di fascino mentre i ventilatori portatili fanno oscillare graziosamente sciarpe e orpelli come fossimo a Hollywood. Per questo motivo queste immagini meritano una galleria dedicata:

 

Non c’è morale, direte voi, se le ragazze amano vestirsi da concubine imperiali. E avete ragione, non c’è morale. È proprio questo che il visitatore occidentale non si spiega, in genere, della Cina. Loro sono per il 90% atei (il restante 10% sono buddisti, islamici o perfino cristiani). Non hanno conosciuto né Gesù di Nazareth né Maometto, non hanno mai sentito parlare né di Geova né di Allah. Non sanno che cosa sia il peccato, semmai seguono il Tao, la filosofia che – in mancanza di premi come inferno o paradiso – si limita a proporre una vita lunga e felice (ecco, quindi, come mai la longeva tartaruga furoreggi nei simboli animali prediletti da questo popolo)


In realtà, le cose sono più sottili. Anche i Cinesi hanno un loro concetto di peccato. Il peccato, nelle aree di influenza cattolica, ti capita fra capo e collo come punizione per qualche cosa di sbagliato che sai di aver commesso. Tant’è che i cattolici – se sono buoni cattolici -, per non subire l’ira di dio, dopo aver commesso un peccato corrono a confessarsi. In Cina non esistono libri di precetti, quindi se ti assale una sventura non sai necessariamente perché ne sei stato colpito. Se ti muore una persona cara, se crolla la casa, se perdi il lavoro, certamente ignori di quale colpa ti sei reso responsabile, ma quello che è sicuro è che qualche cosa di male devi aver fatto, altrimenti tutto sarebbe filato liscio. Una filosofia esistenziale che assomiglia ad alcune versioni del pensiero quantico, almeno quelle che considerano il mondo come armonia assoluta che chiunque – lavorando bene su se stesso – potrebbe volgere a suo favore. Una filosofia talmente radicata che anche gli imperatori, pur ritenendosi semidei, non mancavano di onorare: l’imperatore saliva al Tempio del cielo (nove gradini per rampa, cioè tre per tre, numero perfetto) Il 15 gennaio per invocare la pioggia, in aprile per invocare il raccolto, in settembre per la cerimonia del ringraziamento e poi, se il raccolto non era stato favorevole, anche più volte per chiedere perdono. L’imperatore, capite?

Ci ha provato, la Cina, a credere in qualche cosa di trascendentale. Quasi contemporanei fra loro, Lao Tse, Confucio e Budda hanno suggerito modi di vedere la vita e il mondo “non materiali”. Quest’ultimo, in modo particolare, aveva proposto un modello umano non solo individuale e personale ma anche e soprattutto sociale. Budda si era calato nel trascendente proponendo un cammino di vita – anzi di più e più vite – alla ricerca della illuminazione, della pace interiore, del Nirvana (nella foto: il Budda di giada a Shanghai).

Tutte e tre queste filosofie sono nate prima che esistesse una Cina unificata. E il Taoismo ha alla fine prevalso sul buddismo. Troppo faticoso, quest’ultimo, alla continua ricerca di una perfezione che chissà se mai raggiungeremo, in un’orgia di reincarnazioni che vi possono portare avanti, verso l’illuminazione, ma che vi possono anche far retrocedere a uno stadio di animale inferiore, un topo per esempio. Il buddismo vive nella ricerca dell’atarassia, l’eliminazione dei desideri come mezzo per raggiungere il nirvana, la pace assoluta. Ma i desideri sono infiniti e questa permanente ricerca può farsi sfibrante.
Il taoismo, al contrario, si ferma al qui e ora e sposa magnificamente questo popolo che non vive per niente di passato e poco di presente, tutto proiettato come è verso il futuro. Forse il sol dell’avvenire è nelle menti dei cinesi come il paradiso in quelle dei cristiani; sta di fatto che, liberati dalla presenza opprimente di un dio creatore, signore e giudice, un miliardo e trecento milioni di cinesi oggi non aspirano ad altro se non a vivere bene e a lungo, magari attraversando l’economia – con le sue chance di arricchimento – come un gioco. Il Paese, in sostanza, è ateo, però chi vuol credere in una qualsiasi religione può farlo. In Cina si trovano anche moschee musulmane, per esempio, come questa di Xi’An, moschea unica al mondo in stile cinese . Si convive, insomma, e si convive bene, an che se i funzionari di partito, a ogni modo, non possono fare carriera se professano una qualche religione. Dice il proverbio: la mano ha cinque dita, e nessuna è uguale alle altre.


Affine al taoismo in Cina si trova ovunque il feng shui, una “pseudoscienza” per molti, che qui è un dato di fatto. Jin e jang, il giorno e la notte, il bene e il male sono dappertutto. Soprattutto dal male bisogna guardarsi. Qua il mondo è pieno di spiriti, spiriti cattivi. Non si vedono ma ci sono. Come ci si difende? Con alcuni accorgimenti. Il più semplice è la pratica di innalzare le soglie delle case, visto che gli spiriti non possono saltare e sono costretti a fermarsi all’ingresso .

Se mai dovessero riuscire nell’intento, bisogna collocare uno specchio proprio di fronte alla porta; in questo modo gli spiriti, vedendosi riflessi, scapperebbero terrorizzati.

 

 

E infine, guai a costruire lunghi corridoi diritti; gli spiriti procedono infatti in linea retta, ogni curva li disorienta, ed ecco quindi i tipici percorsi cinesi, a zigzag. Nasce dal timore degli spiriti la pratica dei giardini cinesi, appunto a zigzag, che al tempo stesso sorprendono il visitatore, mostrandogli tesori inattesi non appena svoltato un angolo (è appena il caso di segnalare che il giardino cinese classico non può fare a meno di quattro elementi: alcune pietre, almeno un ponticello, delle piante e dell’acqua. Cosa, quest’ultima, che differenzia il giardino cinese da quello giapponese, dove l’elemento acqua, pur apprezzato, non è indispensabile).

 

 

Un’altra accortezza da osservare può essere quella di evitare il numero quattro, porta sfortuna. A Pechino negli alberghi passate dal terzo al quinto piano, negli aerei non c’è la fila quattro (come da noi il 17). Ma quello che vale per Pechino non vale per Shanghai, più moderna e meno incline alle superstizioni, dove il numero quattro non è bandito dagli ascensori. E comunque, come di prammatica, accanto ai numeri negativi si possono trovare anche quelli fortunati, per esempio il 9 a Pechino, il 5 a Shanghai. Ma il vero portafortuna dei Cinesi è…. un pesce, la carpa rossa, simbolo di forza, ricchezza e longevità. In tutti gli specchi d’acqua che si rispettino troverete carpe rosse come non ne avete mai viste, di dimensioni inimmaginabili, dal peso di svariati chili, generosamente alimentate dai turisti locali.

In questo contesto di timori atavici e di mancate prospettive premiali, dove vanno a finire i morti? Non è ben chiaro, non c’è un pensiero dominante. Quello che è certo è il potere della famiglia, ancora molto sentito. Le foglie cadono accanto all’albero, si dice qua, ed ecco i vecchi che tornano a morire in Cina (cosa che meraviglia gli occidentali, che si stupiscono nel non vedere funerali cinesi nelle città europee). Né vanno a finire sottoterra, i morti. Qua la sepoltura è vietata, il terreno è poco e costa troppo. Niente cimiteri. La legge consente solo la cremazione, e ciascuno si tiene in casa l’urna con le ceneri degli antenati (anche se iniziative recenti spingono per la realizzazione di luoghi pubblici dove depositare almeno le urne con le ceneri dei morti).
Il mistero è come mai un popolo che sembrerebbe gaudente, appassionato e chiassoso, un po’ come i napoletani, sia invece organizzato, preciso, unito (sì, anche in questo caso come i napoletani). In realtà i Cinesi prendono tutto tremendamente sul serio, sempre alla ricerca della felicità in terra attraverso l’unico elemento di cui dispongono, il lavoro e l’impegno personale.
Il sistema scolastico è estremamente selettivo: sei anni di elementari e tre di medie formano il primo step della scuola dell’obbligo. Al termine di questi nove anni c’è l’esame più decisivo che vi possa capitare nella vita: prendere o lasciare.
Se si passa questo esame si può accedere al liceo e quindi agli studi superiori; al contrario, non esistono esami di riparazione né la ripetizione dell’anno: se non passi questo esame significa che non sei fatto per studiare, vai alle scuole professionali e impari un mestiere. E sì che l’impegno richiesto negli anni della scuola primaria non è cosa da poco: i ragazzi ricevono pesanti compiti quotidiani e studiano per ore a casa, fin dopo cena, e al tempo stesso i genitori ricevono dagli insegnanti le loro mansioni, con le indicazioni su come fare per assicurarsi che i figli studino, come fare per accertarsi che arrivino a scuola preparati (provare a fare un confronto con quanto avviene in Italia, con i genitori fin dentro le scuole, che discutono sui programmi, sui compiti, persino sulla competenza degli insegnanti…).
Niente di strano, in verità: sin dai tempi imperiali in questo Paese si premia il merito. Nei concorsi statali, quelli che selezionavano i funzionari migliori che potessero affiancare e consigliare l’imperatore, le prove d’esame erano tremende ma alla fine – per la convenienza dell’Impero – il posto era spietatamente assegnato alla persona più competente.
L’altro step, l’esame di accesso all’università, dopo tre anni di scuola superiore; si può tentare più volte però l’ammissione all’università, più una condanna che un premo, segna quasi l’inizio di una vita monacale. In Cina ci sono oggi sessantanove università, frequentate da un milione di studenti. Vivono nei campus, in maniera assai spartana (una camerata per sei studenti, con tre letti a castello e un bagno in comune). Tutti possono accedere alle università che tuttavia, pur essendo pubbliche, richiedono da alcuni anni (cioè da quando in Cina è stato introdotto il sistema capitalistico) il pagamento di una retta. Chi non può permettersela (generalmente i figli dei contadini) può ottenere qualcosa che assomiglia al “prestito d’onore”: lo Stato ti presta i soldi per studiare, li restituirai dopo, quando incomincerai a guadagnare. Nel frattempo, gli studenti effettuano visite di studio “sul campo”: lo studio non può essere solo teorico.


Facendo un paragone puramente aritmetico con l’Occidente, per esempio con l’Italia (59 milioni di abitanti, due milioni di studenti universitari), la Cina sembrerebbe arretrata. Tuttavia bisogna considerare che, in occidente, l’università nella realtà è un enorme bacino di disoccupazione. Le persone che escono dalle università raramente andranno a lavorare davvero come professionisti, tecnici specializzati, ricercatori; la gran parte dei nostri laureati – chiunque ne conosce – impiegano anni alla ricerca di un posto e, quando lo trovano, finiscono per lo più a popolare uffici e a occupare posti e lavori che potrebbero benissimo essere espletati da persone con il solo diploma.
In Cina lo Stato, in realtà, si sta ritirando da tutti i servizi sociali, non solo dall’istruzione universale e gratuita. Ormai i cittadini del Dragone sono sufficientemente ricchi, possono camminare con le loro gambe. Anche nella sanità funziona quello che qua chiamano “il sistema americano”: l’assistenza sanitaria è buona ma te la paghi. Magari con l’assicurazione sanitaria privata, che la più gran parte dei cittadini ha finito per stipulare. Chi non lo ha fatto, per esempio un vecchio povero, non esce volentieri di casa, per evitare i rischi di una caduta, di un incidente che potrebbe costringerlo a un ricovero – proibitivo – in ospedale. Anche per questo i Cinesi tengono molto alla salute: balli di gruppo all’aperto, ginnastica nelle aree attrezzate, che non mancano mai nelle grandi come nelle piccole città.

L’altro sistema per il quale occorre spendere parole è il sistema dei trasporti. Ricordate le immagini della “vecchia Cina”, con milioni di biciclette, un groviglio di ruote affannate che percorrevano incessanti le strade polverose dei quartieri poveri? Scordatevele.
Aeroporti e stazioni moderne (le stazioni ferroviarie sono organizzate esattamente come gli aeroporti, con il check-in all’ingresso e i gate per i binari, decine di treni ad alta velocità che percorrono il Paese alla velocità di crociera di 340 chilometri orari e arrivano e partono con precisione cronometrica.

Metropolitane appena si può nelle città maggiori (a Pechino ci sono 17 linee con 229 stazioni); linee metropolitane il cui tempo medio di costruzione è di due anni.
Con l’avvento della motorizzazione di massa il traffico urbano è stato organizzato più o meno al contrario di come accade da noi: il numero delle automobili “ammesse a circolare” sono quelle che il sistema viario può sopportare. Non basta, quindi, possedere una macchina per poter circolare; bisogna avere anche la targa, e le targhe vengono assegnate appunto in base alla sostenibilità viaria. A Pechino, al momento, vengono concesse 9mila targhe al mese (sembra un numero elevato ma non lo è affatto, considerando che Pechino si estende per 120 chilometri in larghezza e 130 in altezza). In città, 21 milioni di abitanti e l’estensione appena ricordata, circolano 5,5 milioni di automobili (un’automobile ogni 4 abitanti; a Milano le auto sono 700mila per 1,3 milioni di abitanti, più di mezza autombile a testa, bambini compresi) e il traffico è decisamente sostenibile; nelle ore di punta si circola con lentezza sulle principali arterie di scorrimento ma non si registrano code. E comunque, l’intensità del traffico viene regolata dall’alto: su alcune strade, per esempio su alcune tangenziali, possono transitare solo le auto dei residenti; e spesso accade che venga concessa la circolazione solo a targhe alterne, o con altre limitazioni. Lo scopo di queste iniziative – che da noi sarebbero impensabili – è lasciare libera la gente di possedere un’automobile e tuttavia di garantire una circolazione veicolare sostenibile. Così che, prima di acquistare un’automobile, dovresti provvederti di un parcheggio. Le aree di sosta, in realtà, esistono ma non sono molte; i parcheggi sono carissimi (anche 5 euro l’ora) e, quel che più conta, il divieto di sosta è assoluto praticamente ovunque (però nelle città d’arte i poliziotti chiudono un occhio se un pullman di turisti, per caricare o scaricare la propria comitiva, accosta al marciapiede per non più di due minuti).


Un potente sistema di rilevazioni automatiche attraverso telecamere scheda impietosamente i trasgressori, sia per quanto riguarda le regole della circolazione sia per quanto riguarda i limiti di velocità.

Fino a qualche anno fa i Cinesi si mostravano riottosi a fermarsi per far attraversare i pedoni sulle strisce, adesso se la telecamera registra la mancata fermata in presenza di pedoni, ecco una multa non molto elevata (dai 20 ai 30 euro) però accompagnata da una decurtazione di tre punti sulla patente. Anche in Cina i punti-base sulla patente sono venti, però con una differenza: non esistono bonus per i virtuosi che non commettano infrazioni nel corso dell’anno così che, prima o poi, se continui a prendere multe ti troverai a zero punti e dovrai sostenere di nuovo l’esame per ottenere la patente; esame rischioso perché molto severo, e soprattutto molto costoso.

Anche le famose “biciclette cinesi”, dal canto loro, si sono evolute con la tecnologia. Nelle principali città i parcheggi pubblici di biciclette sono numerosi: per accedere al sistema si paga un abbonamento mensile (intorno ai 25 euro) che dà la possibilità di prendere la bicicletta senza limiti di tempo e di percorrenza.

Al tempo stesso, il governo cerca di contenere l’inquinamento che il traffico automobilistico comporta. La Cina, come noto, ha scommesso sull’elettrico. Qui le automobili elettriche (targa verde) costano meno di quelle a benzina (targa azzurra) e la targa, che per i veicoli a benzina costa anche 15 mila euro, viene concessa gratis alle auto elettriche. In questo modo tutti sono spinti ad acquistare automobili elettriche e si stima che entro il ciclo di vita medio di un’automobile (sette-otto anni) praticamente l’intero parco automobilistico di Pechino sarà alimentato da energia elettrica. Nel frattempo, nella capitale già oggi è vietata la circolazione ai mezzi su due ruote a motore che non siano elettrici. Il risultato è che il traffico è estremamente silenzioso, l’aria pulita e i guidatori disciplinati.

Si può poi aggiungere a questo capitolo in tocco artistico: le targhe delle province rappresentano vere e proprie descrizioni poetiche del territorio. Il pittogramma della targa di Shanghai, per esempio, presenta tre puntini che simboleggiano il mare, e una specie di “p” che sta per famiglia, così che, alla fin fine, Shanghai significa: “la famiglia che abita vicino al mare”. La “sigla” della provincia di Hangzhou contiene in alto un simbolo che rappresenta l’erba, quindi in basso i simboli del riso, dell’acqua e del pesce, come dire che “questa è una terra ricca di cibo” .

2 . Continua – Per il precedente articolo, clicca qua; per il successivo, clicca qua.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *