In questi giorni in Italia si assiste alla elaborazione del lutto. Siamo soli alla mercè del nemico malvagio, gli alleati storici ci hanno voltato le spalle. Siamo costretti a difenderci, e lo faremo, perdiana, con le unghie e con i denti. Cortei con bandiere azzurre a stelle gialle percorrono le strade delle città, piccole e grandi, scandendo slogan: ridateci il sogno europeo! Mi viene in mente la disfatta di Caporetto; anche allora, nonostante la sconfitta militare non fosse fra le più sanguinose né fra le più umilianti della storia militare italiana, un intero popolo provò vergogna, rancore, disillusione. Il toponimo Caporetto è diventato sostantivo con il significato di rotta, disfatta. Riporta l’enciclopedia Treccani: “La rotta subita dalle truppe italiane provocò un vero e proprio trauma nell’immaginario collettivo e nella memoria storica del Paese”. Scrive lo storico Marco Cimmino: …Francesi, Tedeschi e numerosi altri popoli hanno subito gravi sconfitte militari ma “nessuno, però, percepì questi gravissimi rovesci come la metafora del crollo di un popolo: nessuna umiliazione venne assunta a simbolo di una debolezza intrinseca….. Solo Caporetto, da normale, per quanto grave, sconfitta, divenne una disfatta, nella mente degli Italiani”.
Potremmo utilizzare questi giorni, questo stato mentale, in un certo senso quest’angoscia e questo smarrimento, per capire che cosa sta accadendo nel mondo, per comprendere quale possa essere, nella nuova geopolitica che si va costruendo, il ruolo dei Paesi europei che, con espressione benevola, escono ridimensionati dalle vicende alle quali stiamo assistendo. Caduta e rinascita vanno sempre insieme, e questa sarebbe una splendida occasione – finalmente – per rinascere.
Come ho già avuto occasione di notare, il lavoro comune che stanno facendo Usa e Federazione russa ricorda un passaggio toccante del film di Garry Marshall del 1990, Pretty woman: un uomo d’affari senza scrupoli, Edward Lewis (Richard Geere), si batte senza esclusione di colpi con un concorrente, James Morse (Ralph Bellamy). Alla fine della vicenda – che probabilmente parecchi ricordano perché il film è ormai classificato fra quelli cult – il signor Lewis cambia strategia: al posto di uno spietato conflitto economico e finanziario per la supremazia, si offrirà di cooperare con il suo concorrente. Dopo un emozionante faccia a faccia i due convocano i rispettivi staff. Al suo collaboratore più stretto che gli chiede “che cosa succede”? James Morse risponde: “Succede che il signor Lewis e io costruiremo navi insieme; grandi e magnifiche navi”.
Non c’è dubbio che Trump e Putin, in queste ore, stiano progettando di costruire “grandi e magnifiche navi”, lavorando sulle comuni opportunità e sforzandosi di appianare, per quanto possibile, le divergenze (in questo senso può essere letta la recente intervista a Sergej Lavrov, il potente ministro degli Esteri della Federazione russa). In altri momenti storici ci sarebbero da fare salti di gioia: un avvenimento più importante e più promettente della caduta del muro di Berlino! Qualunque organizzazione, qualunque Paese, in un simile contesto proverebbe a balzare su questo carro che si avvia e che, se ben gestito, promette pace e prosperità.
Ma niente. Dietro il mantra “Putin aggressore” l’Europa non solo non arretra ma rilancia: faremo da soli. Bisogna “fermare Putin”, non importa se Putin non ci abbia fatto niente di male, se in verità siamo stati noi, a più riprese, a provare ad aggredire e depredare la Russia. Non importa se il conflitto russo-ucraino ha radici antiche, che non coinvolgono l’Europa, che in casi come questi qualunque tribunale opterebbe per un concorso di colpa (… “avete fatto qualche cosa per impedire l’aggressione, voi? Non è che, con un po’ di buona volontà, si sarebbe potuto evitare tutto questo scempio”?). Non importa se la situazione sul campo di battaglia sia lapalissiana, che sia ovvio anche ai più sprovveduti in politica internazionale che mai più il Donbass tornerà sotto la sovranità di Kiev (e d’altro canto, quanti Paesi al mondo hanno oggi gli stessi confini di duecento anni fa?), e non importa se ogni giorno che passa muoiono inutilmente tante persone.
L’Ucraina ci aveva provato; aprile 2022, Istanbul. Con la mediazione di Erdogan l’accordo era stato raggiunto. Come ormai storicamente acclarato, fu la telefonata di Boris Johnson a Zelensky, e poi il suo precipitoso viaggio a Kiev, a far saltare tutto. Un “leader” arrogante e incompetente, che più insignificante non si può nella storia dell’Inghilterra, è tuttavia stato sufficiente a far deflagrare questo massacro. Quando si dice: state attenti a chi votate.
Votiamo per un surplus di armamenti. Scioccamente. Per quale scopo? Per “difenderci” da un nemico che non ci sta aggredendo, solo perché qualcuno continua a dire “non mi fido di Putin” (in realtà ci ha provato a dirlo anche Vlodomyr Zelensky, e per questo è stato cacciato dalla Casa bianca). Dico, scioccamente. Ma lo sapete che, se davvero la cosiddetta Europa decidesse di fare la guerra alla Russia, per riconquistare il Donbass all’Ucraina o solo perché “non si fida” di un vicino ostile, basterebbero l’uno per cento delle seimila testate nucleari della Russia a distruggere in un paio di ore cinque dozzine delle più belle, grandi e prospere città d’Europa, cancellando la nostra magnifica e cocciuta civiltà dalla faccia di un pianeta che, per il resto, continuerà a crescere e svilupparsi?
Siamo, tutti, schiavi della nostra stessa arroganza. Ci siamo ficcati in questo cul de sac con ingenua, imperdonabile leggerezza. Ci è parso che bastasse dire “con l’Ucraina fino alla vittoria” per veder capitolare uno degli eserciti più forti e potenti del mondo. E oggi che (da tempo) la vicenda militare è ormai conclusa e che – semplicemente – l’Ucraina è stata sconfitta nonostante tutti i suoi alleati convinti di possedere il Verbo, la Verità, la Giustizia, il Diritto, non sappiamo più come uscirne. Ci muoviamo freneticamente, istericamente. E il nuovo corso di Washington ci ha dato il colpo di grazia. In una sola giornata (4 marzo) Donald Trump ha sospeso gli aiuti statunitensi all’Ucraina e imposto pesanti dazi commerciali, fra gli altri, anche all’Europa.
Uppercut che fanno male, però ce li siamo meritati.
Macron e Starmer si sono appena contraddetti a vicenda sulla presunta “tregua di un mese”, prima smentendo di avere mai concordato simile baggianata, poi cercando di accreditarsela. Macron?! Lo stesso che non riesce a mandare la polizia nelle banlieues di Parigi potrebbe mandare un esercito a “liberare” il Donbass? L’Europa; oggi la rivendichiamo a gran voce ma è tardi. La bellissima utopia di Altiero Spinelli è ormai morta, non rinascerà più. I treni della storia non passano mai due volte.
Scriveva Umberto Eco su Repubblica il 31 maggio 2003 (ventidue anni fa!): “L’Europa avrà l’energia per proporsi come Terzo Polo tra gli Stati Uniti e l’Oriente (vedremo se l’Oriente sarà Pechino o, chi sa mai, Tokyo o Singapore)? Per proporsi come terzo polo l’Europa ha una sola possibilità. Dopo aver realizzato l’unità doganale e monetaria dovrà avere una propria politica estera unificata e un proprio sistema di difesa – anche minimo, visto che non è tra le possibilità ragionevoli che l’Europa debba invadere la Cina o combattere con gli Stati Uniti – sufficiente a permetterle una politica di difesa e di pronto intervento che la Nato non può ormai assicurare. Potranno i governi europei arrivare a siglare tali accordi? Le più ragionevoli previsioni che si possono fare suggeriscono che sarebbe impossibile realizzare subito questo fine con una Europa allargata, che comprenda Estonia e Turchia, Polonia e, magari un giorno, Russia. Ma il progetto potrebbe interessare il nucleo dei paesi che hanno dato origine all’Unione Europea. Se da quel nucleo partisse una proposta, a poco a poco altri Stati (forse) si allineerebbero. Utopia? Ma, come ragionevolezza insegna, utopia resa indispensabile dal nuovo assetto degli equilibri mondiali”.
In questi giorni la storia corre più veloce della cronaca, il che sarebbe un paradosso. Ciò nonostante è vero: nel tempo che impieghiamo per scrivere un commento a quel che accade la situazione è già mutata. Oggi, 5 marzo 2025, Vlodomyr Zelensky fa ammenda, si rammarica per l’”incidente” della Camera ovale e dice testualmente: “È deplorevole che sia andata in questo modo. È tempo di sistemare le cose. Vorremmo che la cooperazione e la comunicazione future fossero costruttive. Il mio team ed io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del presidente Trump per ottenere una pace duratura”.
Naturalmente tutti, me compreso, plaudono alla svolta. Però, ragazzi, ma davvero “non vi fidate” di Putin che da quindici anni dice sempre le stesse cose, e vi fidate di questo giocoliere che cambia atteggiamento ogni settimana, secondo convenienza, secondo quanto lo spingano i suoi cosiddetti alleati?
Ma andiamo avanti. Poiché tutte le guerre del passato sono sempre finite, è probabile che anche questa fra Russia e Ucraina avrà termine. Peccato per il milione di persone morte inutilmente, per le immani distruzioni, per i lutti e i rancori. E tuttavia andare avanti è un imperativo. Oggi la palla è nel campo dell’Europa, che è chiamata a decidere che cosa farà da grande. I primi segnali, diciamolo subito, non sono buoni. Indebitare un intero continente per 800 miliardi (ma forse più) per acquistare armi non può essere chiamato “difesa”. Fra le prime cose che Donald Trump ha dichiarato all’inizio di questa fase di disgelo con Mosca c’è un lavoro comune per la riduzione degli armamenti. Come sembrerebbe ovvio, visto che per far crescere qualsiasi economia è necessario investire in sanità, ricerca, istruzione, territorio, ambiente. Ciò nonostante la Ue bellicista di Von der Leyen, cocciutamente, a dispetto del fatto che un “piano di pace” sia ormai avviato, non rinuncia a mostrare i muscoli sul “riarmo”. Per fortuna dell’Italia, dopo le opposizioni storiche alla guerra (M5S e Avs) alla linea della pacificazione sembra associarsi finalmente anche il Pd di Elly Shlein che, dopo lungo (e colpevole) atteggiamento opposto in materia (anche lei ha sostenuto per mesi la necessità di “sostenere l’Ucraina fino alla vittoria”, anche quando questa frase non aveva più alcun significato), dichiara finalmente: “Quella presentata da Von der Leyen non è la strada che serve all’Europa; all’Unione europea serve la difesa comune, non il riarmo nazionale”.
E il governo? Latita, secondo convenienza, secondo l’italico costume; aspettiamo a vedere chi prevarrà, per poterci associare e alla fine intestarci il solito “io l’avevo detto”. Ma guardate che è proprio questo atteggiamento furbesco che bisognerebbe cambiare; se proprio ci interessa la scelta fra l’avere un futuro ed essere relegati ai margini della storia.