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La Spagna di Sánchez dopo il “no” a Trump

La recente presa di posizione del Presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, a proposito del coinvolgimento della Spagna nella guerra di Israele e Usa contro l’Iran, ha sollevato un ampio dibattito. Non è la prima volta che si crea un conflitto sulla sovranità fra un Paese europeo e gli Usa. Il precedente più noto riguarda la cosiddetta “crisi di Sigonella”, fra il 10 e l’11 ottobre 1985, quando il premier italiano, Bettino Craxi, ordinò ai carabinieri di stanza in quella base Nato e alla Vigilanza Aeronautica Militare (Vam) di intervenire per evitare che i terroristi che avevano assaltato la nave Achille Lauro e ucciso un cittadino americano (Leon Klinghoffer) e che erano stati catturati, venissero prelevati dall’aereo che li trasportava in Italia dall’Egitto (e che era stato intercettato dall’aviazione statunitense) e fossero consegnati agli Stati uniti. In quell’occasione si rischiò addirittura uno scontro armato, visto che i carabinieri, per impedire che i terroristi fossero presi in carico dalle forze armate statunitensi, circondarono non solo l’aereo ma anche i soldati Usa che a loro volta lo avevano circondato. L’Italia non intendeva concedere l’impunità ai terroristi ma Craxi pretese che i terroristi fossero processati dalla giustizia italiana, poiché i reati erano stati commessi su una nave battente bandiera italiana, riaffermando con ciò l’indipendenza e la sovranità del Paese. Questo non significò allora – come il gesto di Sánchez non significa adesso – una “rottura” fra Italia e Usa, bensì una valida e coraggiosa rivendicazione che le regole del diritto internazionale vanno rispettate, anche e soprattutto fra alleati.

L’evento odierno ha portato nuovamente alla ribalta la Spagna (dopo il rifiuto di Madrid di aderire alla richiesta Usa di portare le spese militari al 5% del Pil) come Paese alleato però “autonomo” rispetto agli Stati Uniti. Può essere quindi l’occasione per proporre un’analisi della situazione della Spagna di oggi, e di Pedro Sánchez in particolare.
Abbiamo vissuto per anni la Spagna come un Paese europeo sottosviluppato. Effettivamente, la sua economia è rimasta “povera” a lungo. Tuttavia, dopo la pandemia di Covid, mentre il resto dell’Europa entrava in crisi, la Spagna ha avviato una fase di sviluppo che dura tuttora, confermandosi come una delle locomotive della zona euro. Nel 2024 il Pil è cresciuto del 3,2%, una performance circa quattro volte superiore alla media dell’Unione Europea; nel 2025 la crescita è stata del 2,7% (media Ue = 1,6%) e per il 2026 le previsioni dicono che l’economia spagnola crescerà almeno fino al 2% (media Ue attesa = 1,2%). Cifre e andamenti inimmaginabili per il resto dei Paesi europei che, se non sono proprio in recessione, poco ci manca. E non solo dei Paesi europei; secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il Pil pro capite spagnolo ha superato simbolicamente quello del Giappone.
Negli ultimi anni la politica economica di Madrid si è incernierata sulla crescita del potere d’acquisto della popolazione. Il governo, per esempio, ha recentemente approvato un aumento del salario minimo per il 2026, portandolo a 1.221 euro mensili (per 14 mensilità). L’altro pilastro sul quale sta volando l’economia spagnola è il turismo, un settore che rappresenta circa il 15-16% del PIL nazionale. Secondo le stime del World Travel & Tourism Council (Wttc), il contributo totale del comparto dovrebbe aver superato i 260 miliardi di euro nel corso del 2025. Alcuni numeri al riguardo: 1) la Spagna ha quasi raggiunto la soglia dei 100 milioni di visitatori annui, confermandosi come una delle principali potenze turistiche mondiali insieme a Francia e Stati Uniti. Nei periodi di picco (come agosto 2025), le entrate turistiche mensili hanno superato i 13 miliardi di euro. Anche perché, accanto al classico “turismo balneare”, la Spagna ha saputo ben diversificare con gli aspetti culturali; oggi le città spagnole (+58% nel 2025) sono visitate almeno come le famose località di mare, mentre il settore della gastronomia ha fatto segnare un ulteriore balzo, crescendo addirittura del 60%. Nel confronto internazionale la Spagna ha da poco superato l’Italia in termini di valore complessivo generato dal turismo, con Madrid che si è affermata come una nuova capitale del lusso e dello shopping.
Naturalmente ogni successo, soprattutto se di queste dimensioni, provoca reazioni negative. L’overtourism, fenomeno ben conosciuto in Italia, si è palesato soprattutto in Spagna, con significative azioni di protesta dei residenti di alcune delle località più esposte al massiccio arrivo di turisti internazionali. Non si tratta di xenofobia ma di interessi: la grande affluenza di turisti ha provocato e provoca, per legge economica, un aumento del costo della vita e un aumento – spesso significativo – dei prezzi degli affitti. Ne sa qualche cosa il vicino Portogallo il quale – dopo aver attirato in gran numero, attraverso la detassazione delle pensioni, anziani benestanti (oggi i residenti italiani iscritti all’Aire nel Paese lusitano sono 34mila) – è stato costretto a fare precipitosa marcia indietro, proprio a motivo delle forti proteste dei propri cittadini.
Di conseguenza, anche la Spagna di Sánchez si trova in una situazione di equilibrio precario: l’economia tira, il turismo si espande, il benessere cresce e con esso le caratteristiche che solitamente si accompagnano a questa dinamica. La prima è la disoccupazione, che rimane alta (10,4%, il tasso più elevato dell’Ue) anche se in leggero calo tendenziale. La seconda è il costo della vita, che cresce con l’accresciuto benessere generale, rappresentando una sfida per il potere d’acquisto delle famiglie.
A livello politico in Spagna si assiste a una forte polarizzazione (non bisogna dimenticare che, per la Spagna, la polarizzazione di posizioni politiche fortemente contrapposte è una costante storica; non a caso il Paese nel secolo scorso è stato teatro della più sanguinosa guerra civile europea). Il sostegno personale al Premier ha registrato una lieve ripresa all’inizio dell’anno mentre il suo partito (il Psoe) affronta una pressione crescente dalle opposizioni di destra.
L’ultimo sondaggio YouGov (gennaio-marzo 2026) relativo agli indici di popolarità e di gradimento dice che il 34% degli spagnoli ha un’opinione favorevole di Sánchez (in aumento di 4 punti rispetto a dicembre); nel confronto con altri Leader a Sánchez tocca l’indice di gradimento più alto (38,7%), più che Alberto Núñez Feijóo (Pp) e Santiago Abascal (Vox). E tuttavia, nonostante una evidente tenuta del premier, il suo partito è sceso intorno al 26,5% delle preferenze, il livello più basso dalle elezioni generali del 2023, tanto che attualmente il blocco di centro-destra (PP e Vox) viene dato dai sondaggi come potenzialmente in grado di raggiungere una maggioranza parlamentare se si votasse oggi. Pietra dello scandalo è stata la recente regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati – fortemente voluta da Sánchez – che è stata letta come una mossa per stimolare la crescita del Pil ma al tempo stesso ha alimentato le polemiche da parte di Vox e del Partito Popolare, storicamente contrari all’immigrazione. E anche l’ultima sortita sull’utilizzo delle basi Usa sul territorio spagnolo nell’occasione della guerra in Iran ha provocato encomi nell’opinione pubblica però anche proteste di chi vede in questo atteggiamento dei rischi per il commercio internazionale, per quanto il 70% dell’export spagnolo si diriga, in ordine, verso Francia, Germania, Italia, Portogallo e Regno unito e le esportazioni di Madrid verso gli Usa rappresentino oggi solo il 4,3% dell’export complessivo e siano in calo da alcuni anni (nel 2025 la Spagna ha registrato una riduzione del 17% dei volumi di merce spediti verso gli Stati uniti).
Un trattato a parte meriterebbe l’aspro confronto fra la Spagna e lo Stato di Israele, cui qui accenno per sommi capi. In termini diplomatici, la Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele solo il 17 gennaio 1986, ultimo fra i paesi dell’Europa occidentale; passo compiuto anche dietro la “forzatura” della Comunità economica europea, che aveva posto a Madrid l’instaurazione di relazioni diplomatiche con Israele come una delle condizioni necessarie affinché il Paese potesse entrare nella Cee (precorritrice dell’Unione Europea). Nel maggio 2024 la Spagna ha compiuto un altro passo diplomatico significativo riconoscendo ufficialmente lo Stato di Palestina.
Molti analisti affermano che la Spagna a lungo non riconobbe Israele per mantenere legami privilegiati con le nazioni arabe e garantire l’approvvigionamento di petrolio, ma si tratta di una semplificazione. Il “rancore” fra la Spagna e gli ebrei è ben più antico, risale al 31 marzo 1492: mentre Cristoforo Colombo si preparava a salpare per le Indie i “Re cattolici” (Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona) cugini sposatisi senza la necessaria dispensa papale, dopo aver completato la Reconquista con la caduta di Granada sottratta ai mori, emanarono l’editto di espulsione degli Ebrei.
La Gerush Sefarad, fu un evento epocale che segnò la fine di millecinquecento anni di presenza ebraica nella penisola iberica. L’editto stabiliva che potevano restare in Spagna solo coloro che accettavano di convertirsi al cristianesimo. Chi partiva non poteva portare con sé oro, argento, monete o armi, il che li costrinse a svendere i propri beni a prezzi irrisori, provocando una spoliazione che ha pochi uguali nella storia d’Europa. Si stima che tra i 150mila e i 200mila ebrei abbiano lasciato la Spagna in pochi mesi, dando origine alla diaspora dei Sefarditi (da Sefarad, Spagna in ebraico). Solo nel 2015 la Spagna ha approvato una legge per riconoscere il diritto alla cittadinanza spagnola agli eredi degli ebrei espulsi, come gesto di riparazione storica per gli eventi del 1492.
Come si vede, le cause profonde dei conflitti attuali non sempre dipendono dall’attualità; nei confronti fra Paesi agiscono forze storiche, sociali e persino psicologiche che indirizzano l’azione dei Governi. Molto più radicate e profonde di quanto il confronto politico attuale possa far apparire.

 

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