Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
et tu marchais souriante
epanouie ravie ruisselante
sous la pluie.

Eppure si sarebbe potuto prevedere; anzi, qualcuno lo aveva decisamente previsto. Ma tutti i Big, con il testa l’ex presidente Hollande, avevano giurato di avere in tasca la previsione giusta: non ci sarebbe stata pioggia.
L’organizzazione, al contrario, lo aveva previsto. Ma troppo tardi. Il direttore artistico Thomas Jolly e il direttore del comitato organizzatore Tony Estanguet avevano annullato la conferenza stampa del mattino proprio per convocare una riunione di emergenza. Ma era tardi per attivare un “piano B” che non esisteva; che potesse piovere era stato neppure preso in considerazione.
Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti”
per la gente bagnata, per gli Dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi
(Fabrizio De André, Marcia nuziale)

E cosi sotto una impietosa pioggia incessante sono sfilati sui bateaux-mouches, lungo la Senna, festanti grondanti sorridenti sereni rapiti, gli atleti. Duecentoquattro delegazioni su 205, visto che la squadra degli atleti neutrali individuali (Ain), composta da atleti russi e bielorussi, non è stata invitata alla sfilata. Anzi, questi ultimi (trentadue atleti, diciassette uomini e quindici donne) non si sono potuti iscrivere liberamente alla competizione bensì sono stati “selezionati” in base al gradimento del Cio – che non avrebbe certo potuto prendere una decisione del genere; che sarebbe spettata, semmai, alle autorità politiche; atleti che, nel caso vincessero qualche gara, saliranno sul podio senza la loro bandiera e al suono dell’inno olimpico. Alla faccia di De Coubertin.
Scrive Aldo Cazzullo sul Corriere: “Olimpia torna a Parigi dopo cento anni, nella città del barone de Coubertin che l’ha reinventata dopo quasi due millenni, oggi accusato di misoginia. Un presidente indebolito, Emmanuel Macron, accoglie una first lady al passo d’addio, Jill Biden. Gli ucraini evitano i russi — “per noi sono trasparenti” —; gli israeliani – fischiati – scortati dal Mossad e le iraniane velate si guardano di sottecchi da un bateau-mouche all’altro; il Telegraph di Londra scrive che i Giochi sono lo specchio rotto di un mondo a pezzi”.

A terra, lungo le sponde, andava in onda lo “spettacolo”. Fantastico per alcuni, kitsch per altri. Dal mio punto di vista si è trattato di una evidente iperbole travestita da politicamente corretto elevato a potenza. Provocatorio, certamente, ma con l’occhio alla convenienza: le Drag queen hanno potuto sedere al tavolo de L’ultima cena perchè (cosa che è accaduta) tutt’al più i vescovi cattolici avrebbero protestato. Dopo il Bataclan e Charlie hebdo, meglio lasciar perdere gli integralisti islamici. E quindi, ecco la donna barbuta, i saltimbanchi, i rapper con i pantaloni a zampa di elefante, gli armocromisti scatenati. Accanto al can-can, alle paillettes, accanto a egregie cantanti (Celine Dion sopra di tutte), balletti circensi travestiti da proposta sociale. Insopportabile secondo alcuni, moderna secondo altri.
Ha spiccato su questo mare un po’ banale, un po’ provinciale nel suo ammiccare a un politicamente corretto decisamente forzato, l’intermezzo con la delegazione di rifugiati, condotta dall’egregio Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati; ma poi siamo ricaduti nella banalità.
Banalità negli interventi di Tony Estanguet, tre volte campione Olimpico e presidente del Comitato Organizzatore di Parigi 2024; banalità nel discorsetto del presidente del Cio, Thomas Bach, inevitabilmente conclusa con Vive Paris, vive la France!
Banalità nella presenza di un Emmanuel Macron illividito, fischiato, che si guardava intorno spaventato, forse nel timore che potesse toccargli, a pochi giorni di distanza, il trattamento toccato a Donald Trump a Butler, Pennsylvania. Sul presidente francese ha scritto ancora Ado Cazzullo: “La sua ostinazione di voler tenere la cerimonia in città ha creato gravi disagi ai parigini, senza dare in cambio vere emozioni a turisti e telespettatori. Lui è rimasto all’asciutto mentre i colleghi stranieri fuggivano o si beccavano la pioggia. Ha pronunciato la formula di apertura dei Giochi in fretta e in sussurri, per evitare i fischi che già si sentivano“.
Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
cagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella.
Patetico, infine, l’autoreferenziale arrivo non di corsa bensì al passo, degli ultimi tedofori che dalla Pyramide du Louvre hanno ingrossato una schiera che diventava fiume sotto la pioggia. Patetico il povero Carles Coste, centenario, ex pistard francese, il più vecchio medagliato olimpico vivente, che in carrozzina, paziente e forse immemore inzuppato di pioggia, ha aspettato che qualcuno gli mettesse fra le mani la fiaccola ardente di Olimpia, prima che questa passasse poi – omaggio ad Alexandre Dumas padre – ai quattro moschettieri Carl Lewis, Nadia Comaneci, Serena Williams (94,6 milioni di dollari vinti in carriera) e Rafa Nadal (131 milioni di dollari).
L’Olimpiade dei ricchi in una Francia squassata dalle disuguaglianze e dalla povertà è stata l’evidenza più brutta di questa cerimonia, alla faccia di De Coubertin. Voleva forse essere un atto liberatorio, anche una sfida, risultata però grottesca, con 110 mila agenti e soldati armati di tutto punto, con i tiratori scelti pronti a intervenire. Vabbè, portare lo spettacolo da uno stadio all’intera città è stato, come si dice, “sfidante”. Ma, anche questo si dice, The show must go on.
Qualcuno, piccato, ha voluto “difendere Parigi”; ha voluto vedere nelle critiche alla cerimonia, nell’analisi spietata di una organizzazione troppo “politicamente corretta” per essere vera e spontanea, dove i protagonisti – gli atleti – sono letteralmente scomparsi, una ingiustizia verso una delle più splendide città del mondo. Ma non è questa la chiave per leggere la povertà della cerimonia inaugurale della XXXIII Olimpiade, Non nel giudizio sula maestosa illuminazione o sulla varietà dei costumi o sulle voci celestiali di Celine Dion o di Lady Gaga.

La bandiera olimpica issata sul pennone capovolta, o l’aver indicato la Corea del sud come “Repubblica Popolare Democratica di Corea”, che è il nome ufficiale della Corea del Nord (cosa che ha provocato l’indignata protesta dell’ambasciata di Seul a Parigi) sono errori spiacevoli, ma veniali. E dunque qua non si discute certo di Parigi (che, naturalmente, è una lontana parente di quella della Belle époque) ma dei messaggi che sono giunti al mondo da questa cittadella assediata, con i treni veloci oggetto di attentati, con gli attivisti per il clima incollati sulla pista dell’aeroporto di Francoforte, con due guerre guerreggiate in Europa e nel Mediterraneo, con il tutti contro tutti che è ormai la cifra politica dell’Europa, e principalmente della Francia. Non si discute dell’enigmatico Cavaliere mascherato sotto la pioggia (un po’ Samarcanda, oh oh cavallo, un po’ don Quijote un po’ Star wars) ma del fatto che, questa di Parigi 2024, potrebbe essere l’ultima olimpiade della storia. I segnali, in questa rappresentazione, si sono visti tutti.
C’est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n’est même plus l’orage
de fer d’acier de sang
Tout simplement des nuages
qui crèvent comme des chiens
des chiens qui disparaissent
au fil de l’eau sur Brest
et vont pourrir au loin
au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.