Immaginate un Paese senza graffiti sui muri, con le strade senza buche e senza rattoppi, come se l’asfalto fosse stato posato ieri; immaginate di camminare lungo i marciapiedi senza pestare cacche di cani, senza incrociare cassonetti trabordanti di immondizia, un paese dove la pulizia è maniacale, con squadre di spazzini che in continuazione raccolgono foglie e cicche, magari aiutate da spazzatrici automatiche che percorrono incessanti i viali delle città per una pulizia h24….

… Immaginate un Paese dove i treni vanno a 340 chilometri orari e spaccano il minuto, dove le automobili elettriche scorrono silenziosamente lungo strade larghe rispettando i limiti di velocità, dove si lascia la macchina nei parcheggi e la sosta lungo le strade urbane è vietata. Immaginate un Paese dove non inciampate in cocci di birra, dove non esistono assembramenti di sfaccendati che culminano in risse di ubriachi….
… Ma esiste davvero, un simile Paese?
Esiste.
La storia imperiale è lunga esattamente 2132 anni, dal primo autoproclamato imperatore nel 221 avanti Cristo, Qin Shi Huangdi (nato come Ying Zheng), che si propose come semidio e dette avvio alla dinastia Quin (si legge Cin, da cui l’odierno nome di Cina), fino al 1911 con Pu Yi, l’ultimo imperatore raccontato sullo schermo nel 1987 da Bernardo Bertolucci. Questo Quin Shi Huangdi non solo pose sotto il suo comando una Cina unificata dopo secoli di lotte fra le varie etnie che abitavano il Paese ma dette al Paese stesso un esercito unico, una unica legge, il medesimo apparato burocratico, la stessa moneta, le stesse unità di misura e perfino la stessa scrittura. Questo Quin, fra l’altro, avviò la costruzione della Grande Muraglia




e fece costruire per se stesso, a guardia della sua tomba, quel formidabile esercito di terracotta a Xi’An, ottomila figure fra soldati e animali, scoperti a metà degli anni Settanta, oggi patrimonio Unesco e considerati come l’ottava meraviglia del mondo.


Nei secoli, la capitale della Cina è cambiata più volte; generalmente seguendo criteri geografici di gestione del potere, che si è alternato lungo i punti cardinali: Pechino (Be Jing = capitale del nord), Nanchino (Nan Jing = capitale del sud), Xi’An e Can Ton (rispettivamente capitali dell’Ovest e dell’Est).
In mezzo, dopo i Quin, ci stanno numerose altre dinastie (17, per l’esattezza), alcune durate pochi anni, le più importanti delle quali sono stati gli Han, i Tang, gli Yuan, i Ming e i Quing. Ma i Cinesi – contrariamente a quanto accade in occidente per gli Inglesi, i Francesi, gli Italiani – non hanno alcun rimpianto per il loro passato imperiale, si limitano a ricordarlo come sistema feudale. Loro sono abituati a rinnegare il passato per il presente e, ancora di più, per il futuro. Caratteristica di tutte le dinastie imperiali che si sono succedute nei secoli è stata quella di distruggere sistematicamente i simboli dei vinti, e innalzarne ex novo di propri. Anche il torbido periodo della nazional repubblica, caratterizzato dall’ascesa dei Signori della guerra, non desta rimpianti né animose rivendicazioni (se non il residuo della querelle su Taiwan).
Un ricordo – però lontano, malinconico semmai – viene oggi dal mito di Mao Tze Dong, vero e proprio padre della patria, il cui ritratto campeggia tuttora sopra la porta della Pace celeste, nella sterminata piazza Tien’Anmen.

Se non altro i Cinesi gli riconoscono di aver posto fine alla instabilità e di avere fondato (1949) il Paese nel quale vivono oggi, la Repubblica popolare cinese; e di averle dato persino un vessillo nazionale, la bandiera rossa (colore dell’ardimento) con cinque stelle gialle, la più grande delle quali simboleggia la Guida del Paese (per alcuni il Governo, per altri il Partito comunista) mentre le quattro più piccole rappresentano le classi sociali e cioè i contadini, gli operai, i commercianti e i soldati.


Di problemi ce ne sono stati, con Mao; per primo lo scontro con l’Urss (che Mao accusava di revisionismo, e che si era schierato con il Kuomintang di Chiang Kai-sheck durante la guerra repubblicana), poi la politica della rimozione del vecchio, l’oblio del passato, con la distruzione dei simboli della “vecchia Cina” imperiale e borghese, che però ha trascinato nell’oblio l’intera memoria storica di un così immenso e antico Paese. L’altro errore fu l’ordine “fate figli”, che in pochi anni ha portato centinaia di milioni di contadini poveri a condividere la classica scodella di riso quotidiana prima per tre, poi per quattro e così via, fino a che la povertà è diventata insostenibile. Mao non ha avuto però il tempo per riconoscere i propri errori, forse anche travolto dal culto di se stesso. Nel periodo del maoismo, della Rivoluzione culturale e delle Guardie rosse vi poteva capitare, assicurano qua, che veniste sbattuti in galera perché vi eravate seduti, inavvertitamente, su un giornale dove era stampata una fotografia di Mao.
Poi, il miracolo, e con esso la svolta: è il 1972 e, attraverso la famosa “diplomazia del ping pong”, inaspettatamente la Cina apre agli Stati uniti. Il Presidente Nixon viene in visita a Pechino. I Cinesi si chiedono: come è mai possibile che noi, che abbiamo più di duemila anni di storia, siamo poveri, mentre questo Paese, che esiste da poco più di duecento anni, è il più ricco del mondo? La risposta che i Cinesi si danno è lapidaria nella sua semplice evidenza: basterà copiare il sistema americano, e diventeremo tutti ricchi. Il fatto che a gestire la transizione verso il capitalismo sia il partito comunista non turba più di tanto; ciò che conta è abbandonare la povertà e l’emarginazione e magari prendersi una rivincita sul “secolo nero” della storia cinese, quell’Ottocento che ha visto il Paese sottomesso e umiliato.
Detto fatto: è il 1976 e partono le quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping; modernizzazione dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia, dell’industria e della difesa nazionale. Contemporaneamente, il Dragone prende coscienza del fatto che il problema demografico esploso negli anni di Mao sia una bomba da disinnescare, e subito. Prende così avvio (1979) la politica del figlio unico (parzialmente abolita nel 2013), con l’obiettivo di raggiungere crescita zero entro il 2000.
L’applicazione della legge è rigorosissima, trasgredirvi comporta pene di ogni tipo (ci dice Sonia, nome di fantasia: “Mio padre voleva un figlio maschio; quando nacqui io andò contro la legge, e nacque mia sorella. Mio padre perse la casa e il lavoro, diventammo poveri”).
La legge del figlio unico ha comportato drammi umani e personali rilevanti, per esempio il ricorso all’aborto selettivo, e ha comportato conseguenze tuttora problematiche, come il fatto che oggi in Cina – contrariamente a quanto accade nel resto del mondo – il numero dei giovani maschi è di molto superiore a quello delle coetanee femmine. Con la conseguenza, inevitabile, che un buon numero di uomini rimarranno soli per tutta la vita.
Al contrario, le donne possono scegliere; è incominciata la caccia a un buon partito. Se uno non va bene andrà bene un altro, magari ricco e avanti con gli anni. Il detto che circola, fra il serio e il faceto, è: “Meglio piangere in Bmw che ridere in bicicletta”. Anche perché qua le tradizioni nuziali sono opposte a quelle che conosciamo: in caso di matrimonio è l’uomo che porta la dote cioè – come minimo – la casa e l’automobile. Oltre a un buon lavoro e a un cospicuo capitale. Alla donna, nel matrimonio, è richiesto tutt’al più di procurare le lenzuola (ci ha detto Luigi, nome di fantasia: “Ho due figli maschi e non so se riuscirò a farli sposare, dovrò lavorare molto, e guadagnare molto, per questo”). Comunque, adesso c’è il divorzio. È vero che in Cina la famiglia tradizionale ha ancora radici solidissime ed è il vero riferimento della vita individuale e sociale, però a una donna può sempre toccare un marito imperatore; e adesso anche la donna lavora, può scegliersi il marito ma può anche scegliere di lasciarlo.
Come avrete forse constato confrontando le date, la politica del figlio unico è un fil rouge che segue la visita di Nixon, l’avvio del capitalismo in Cina, le Quattro modernizzazioni. Un pensiero unico che dà valore al denaro, all’arricchimento, al successo. Le imprese private hanno raccolto i semi gettati dai leader politici, e li hanno fatti fruttare. Oggi in Cina il lavoro è ancora prevalentemente statale però il comparto privato (sorto praticamente come stampella del potere centrale, cioè per dare lavoro ai disoccupati, soprattutto a quelli generati dalla politica del figlio unico) cresce rapidamente. Per esempio in edilizia.
La Cina possiede oggi circa il 20% della popolazione mondiale e una estensione di territorio sconfinata. Tuttavia, sembra un paradosso ma non lo è, le terre inospitali (montagne, deserti, paludi) sono molte, così che in un paese così vasto c’è penuria di spazio (si stima che lo spazio “utile” non superi il 17% del territorio cinese). Durante le modernizzazioni (e fino a oggi) il terreno per edificare abitazioni veniva affidato in concessione attraverso aste pubbliche al miglior offerente, così che, alla fine, l’imprenditore che si era aggiudicato il lotto, per guadagnare, doveva farlo fruttare. La costruzione di grattacieli, condomini da venti o trenta o più piani (in alcuni gli ascensori arrivano fino al ventesimo piano, in altri iniziano a funzionare dal decimo piano in su), nasce da questa esigenza, non da una scelta architettonica, estetica o tecnologica.


Peraltro, in Cina praticamente non esiste il mercato dell’affitto. Le case si possono solo acquistare, e naturalmente lo si fa attraverso un mutuo, generalmente ventennale; che, nel caso, si può trasmettere ai figli. Tutti possono permetterselo, visto che i tassi di interesse sono irrisori; in alcuni casi si può arrivare anche allo zero per cento così che, alla fin fine, si chiama acquisto ma non è molto diverso da un affitto.

Ne hanno fatta, di strada, i Cinesi, sotto il profilo abitativo. Oggi vivono in comode abitazioni urbane con l’aria condizionata (ci chiedono: “ma è vero che da voi non tutte le case hanno il condizionatore? E come fate a vivere?”) ma solo trenta o quaranta anni fa le case del Paese assomigliavano a quelle che furono per Milano le case di ringhiera, con piccole stanze tutt’intorno a un cortile, un solo bagno in comune per piano così come anche, in comune, le “aree sociali”, dove poter cucinare e lavare.
C’è un punto interrogativo, però; lo Stato non vende il terreno ai costruttori, il terreno è demaniale e non è possibile cederlo a privati. Si tratta quindi di una concessione, la cui scadenza oscilla fra i settanta e i novant’anni. Che cosa accadrà quando le concessioni scadranno (il sistema è stato avviato a metà anni settanta, quindi sono trascorsi, nel migliore dei casi, cinquant’anni) non si sa ancora; alcuni ritengono che le concessioni “dovrebbero” essere rinnovate, sembra una previsione ragionevole, tuttavia è pur sempre un punto di domanda che, al momento, non ha risposta. E nel frattempo il paesaggio urbano è modellato da questi gruppi di abitazioni – decine, molte decine di piccoli o grandi grattacieli – nei paesi dove risiedono milioni di Cinesi (loro chiamano “paese” un insediamento di 4-5 milioni di abitanti).
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