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Un’analisi del voto europeo

Difficile valutare che cosa stia accadendo agli Italiani. Parlo di politica, naturalmente, già che si sono appena concluse le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. I commentatori si sono affannati sulla “cronaca”, cioè sugli elementi più evidenti ricavabili dai risultati del voto, soprattutto dal confronto fra Giorgia ed Elly, rispettivamente le paladine della destra e della sinistra. Ma a guardare in profondità è possibile spingersi un po’ oltre, per esempio effettuando un raffronto fra le Europee del 2019 e queste ultime del 2024, passando doverosamente per le politiche del 2022; cinque anni nel corso dei quali di avvenimenti, nazionali e internazionali, se ne sono registrati parecchi, dalla scissione del Pd con la nascita di Italia Viva (e successivamente di Azione) alla pandemia, alla guerra in Ucraina.
Le elezioni Europee 2019 si sono svolte durante il Governo Conte I (dal 01/06/2018 al 04/09/2019), entrato poi in una crisi che si è risolta con il Governo Conte II (dal 05/09/2019 al 13/02/2021), cui è subentrato il Governo Draghi (dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022), per giungere infine al Governo Meloni (dal 22 ottobre 2022), tuttora in carica. Quattro governi in cinque anni non è una novità nel panorama politico italiano dove tutti i Governi sperano di durare per l’intera legislatura anche se la storia insegna che non è proprio così: dal 10 dicembre 1945 a oggi (78,5 anni) in Italia si sono succeduti quarantacinque governi, alla media di 1,74 anni per governo, e 69 mandati (includendo cioè i governi più le crisi di governo conclusesi con un reincarico e un rimpasto), alla media di 1,13 anni per mandato. Questa storica ingovernabilità dell’Italia non ha mancato di manifestarsi nell’arco del quinquennio che stiamo esaminando, con scissioni, aggregazioni, nascite di nuovi partiti, modificazione, in corsa, dei Gruppi parlamentari.
Il primo elemento che balza agli occhi osservando la tabella (checché ne dicano gli esperti, che continuano a parlarne come di qualcosa di grande attualità) è la crisi, probabilmente irreversibile, del populismo. Le elezioni Europee 2019 ci avevano affidato un Paese in mano ai populisti (Lega+M5S = 51,32%, cioè la maggioranza assoluta), più che dimezzatosi al 24,22% nelle Politiche 2019, oggi al 18,99%. La fiammata populista, esplosa rabbiosamente alle politiche del 2018, si è ormai spenta; i partiti che la rappresentavano sono in profonda crisi – si parla per entrambi di una vera e propria rifondazione alle porte – e difficilmente si riaccenderà. Nella storia d’Italia i qualunquisti, i giustizialisti, i massimalisti, hanno sempre vissuto fiammate di cui, con gli anni, non è rimasto niente. È quanto sta accadendo al M5s, ormai privo di identità politica (è stato tenuto a galla in queste settimane elettorali, a mio parere, solo dall’esplicito impegno antimilitarista). La Lega, dal canto suo, ha abbandonato/perso tutte le sue battaglie identitarie (per prima la secessione della Grande Padania; poi la guerra contro “i clandestini”, il cui testimone è stato ormai raccolto da Fratelli d’Italia).
Veniamo, appunto, al fenomeno di questo quinquennio, Giorgia Meloni. È bene identificarla in questo modo – cioè con il suo nome e cognome – dal momento che a nessun altro esponente di Fratelli d’Italia potrebe competere il merito dei risultati così eclatanti di questi anni. Quali? Dal 6,44% (con 5 seggi) delle Europee 2019 al 25,98% delle politiche 2022, al 28,81% (con 24 seggi) delle ultime Europee. Importa poco considerare che, fra le Politiche 2022 e le ultime Europee, Fratelli d’Italia abbia perso 596mila voti visto il forte calo dei votanti (i voti complessivi delle ultime politiche erano stati 28.098.196 contro i 23.274.504 delle Europee appena concluse).
Semmai, considerando le “espressioni politiche” del voto, si può provare a verificare in che modo sia cambiato, alla luce di ciò che desiderano gli Italiani, l’attuale schieramento di governo (FdI, FI+Noi Moderati, Lega) in queste tre tornate elettorali: era al 49,48% nel 2019, diventato 43,78% nel 2022, oggi (Europee) al 47,82%. Verrebbe da considerare che l’avanzata impetuosa di FdI sembra inglobare i resti delle altre forze alleate, che sono in flessione. Considerando che, negli altri Paesi europei, le forze al potere hanno subito ovunque flessioni, anche pesanti, si può affermare che l’area della conservazione, in Italia, magari non cresce ma neppure diminuisce.
Sull’altro fronte, eccoci al Pd. Nel 2019 era al 22,74% (con 19 seggi), però non c’era ancora stata la scissione dei renziani. Scissione solo apparentemente pagata alle politiche 2022, quando il Pd ha ottenuto “soltanto” il 19,04% dei consensi (l’accoppiata Renzi-Calenda, con il 7,78%, assegnava all’area Dem un totale complessivo del 26,82%). Alle ultime Europee il Partito Democratico è cresciuto ancora, raggiungendo il 24% (che diventerebbe 31,11% con Renzi/Calenda, anche se i due, che hanno corso da soli, non hanno superato la soglia di sbarramento).
Infine, la “sinistra”, rappresentata in Italia, negli ultimi anni, dall’alleanza fra Verdi e Sinistra Italiana. Nel 2019 i due partiti, da soli, avevano ottenuto il 4,07% dei voti senza raggiungere la soglia di sbarramento; nel 2022, associatisi, avevano ottenuto il 3,64% dei voti mentre alle ultime Europee, con il 6,73% dei consensi (e 6 seggi) sono stati la vera sorpresa della tornata elettorale (anche – qualcuno dice soprattutto – grazie alla candidatura di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria, diventata in campagna elettorale un fatto mediatico importante e di grande visibilità). Se associassimo AVS, come è possibile, al Pd di Elly Schlein, si otterrebbe un totale vicino al 38%.
In sintesi: Nessuno dei due schieramenti politici italiani – per semplicità li definiamo destra/sinistra – sembra destinato a raggiungere una maggioranza sensibile nell’immediato futuro; alle prossime elezioni politiche, di conseguenza, si dovrà valutare il peso e la collocazione da un lato del M5S (che vale ancora almeno il 10-12%) dall’altro lato delle forze minori – che ad ogni modo sono voti espressi, non astensionisti – che in queste Europee hanno rappresentato il 4,68% dei voti ma che alle ultime Politiche valevano addirittura il 10,33%. In grado, quindi, di orientare in modo importante una maggioranza politica.
Rimane un ultimo scenario possibile (ma forse non molto probabile), la nascita di un “polo di centro” con Forza Italia + Noi Moderati, + l’accoppiata Renzi/Calenda, + Europa e forse con brandelli di liste civiche forti sul territorio. Uno schieramento che potrebbe aspirare fino al 20%, occupando quindi quella posizione che per parecchio tempo, negli anni Ottanta, tenne il Psi di Bettino Craxi, con la famosa politica dell’“ago della bilancia”.
Ma le incognite sono davvero tante, a partire da come sarà formato il prossimo governo europeo, dall’evoluzione delle crisi politiche conclamate in Francia e in Germania. Dalle elezioni Usa di novembre, dall’evolversi della guerra in Ucraina e dai rapporti – che in prospettiva potrebbero evolversi in modo problematico – fra l’Unione europea e la Nato. Insomma, la scommessa su come si svilupperà il quadro politico – nazionale e internazionale – si annuncia rischiosa.

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Riabilitare Minosse

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto V, vv. 4/12)

 

Palazzo di Cnosso (Creta); la sala del trono

Sapete per qual motivo Dante Alighieri colloca Minosse nell’inferno, per giunta assegnandogli fattezze e movenze truci e bestiali? Per ignoranza. Si tratta di un caso di scuola del fatto che la storia la scrivono (l’hanno sempre scritta) i vincitori.
Nel Milleduecento Dante non poteva sapere che la civiltà minoica, l’ultima fra quelle dell’età del bronzo, nacque a Creta e dominò il bacino del Mediterraneo per ben tredici secoli, dal duemilasettecento al millequattrocento avanti Cristo, un arco temporale lunghissimo. Creta seppe espandere i commerci fino alle coste dell’odierna Francia; le sue produzioni tipiche – olive, semi, manufatti in bronzo e terracotta ma anche gioielli di raffinata fattura – raggiunsero i porti iberici, italiani, egiziani, libici. Al contrario di quanto si è ritenuto per secoli, si trattò di una civiltà quanto mai pacifica; in nessuna delle città minoiche sono state trovate cinte murarie, segno evidente che non avevano e non temevano nemici. Pochissime le armi rinvenute attraverso gli scavi archeologici. I “Minosse” che dettero nome a questa civiltà non furono né un solo Re né un piccolo gruppo bensì una dinastia simildivina, come i faraoni nel vicino Egitto, praticanti giustizia e buon governo. I Greci, che conquistarono e sconfissero – forti di armi in ferro – questa civiltà, ne hanno trasmesso tratti completamente falsi.

Palazzo di Cnosso (Creta); le caratteristiche colonne rosse

Nel Palazzo di Cnosso – straordinario manufatto ingegneristico, un complesso abitativo composto da molte centinaia di locali (forse alcune migliaia ma non è accertato) – vivevano i regnanti con la loro corte allargata come forse anche parte del popolo, una città-stato ante litteram. Da qui l’idea del “Labirinto”, termine che, in realtà, significava “reggia”, cioè “luogo del potere” (la parola greca labrys rappresenta l’ascia bipenne, simbolo cretese del potere reale). I cretesi che adoravano e rispettavano i tori (qualcosa di simile alle vacche sacre dell’India) dettero spunto ai vincitori per la leggenda del Minotauro, figlio bestiale della regina Parsifae, moglie di re Minosse, accoppiatasi per lussuria con un toro. E da qui Arianna, la figlia di Minosse, che aiuterà l’eroe (greco) Teseo a uccidere il fratellastro.

Abbiamo creduto alla storia così come ci è stata tramandata, ammantata del “mito”, pur in assenza di riscontri. I quali, quando sono stati trovati a inizio Novecento grazie agli scavi dell’archeologo inglese Arthur Evans (8 luglio 1851 – 11 luglio 1941) hanno incominciato a svelare la verità sulla civiltà minoica. Verità ancora incompleta, per il momento, considerando che questa scrittura, di cui abbiamo ampia disponibilità di reperti e che oggi viene catalogata come Lineare A  nel gruppo delle lingue pre-elleniche, non è ancora stata decifrata (sarebbe un’eccellente opportunità per l’intelligenza artificiale). E tuttavia questa verità ci parla di una civiltà molto progredita dal punto di vista “tecnologico”: basti dire che il palazzo di Cnosso era servito da un sistema di condotte che trasportava l’acqua corrente che sgorgava da una vicina montagna sin nelle singole stanze, con canalizzazioni in rame e terracotta e scarichi di depurazione del tutto simili a quelli che avrebbe ideato Leonardo da Vinci trenta secoli dopo.

Creta, Museo archeologico Nazionale; donne a seno scoperto

I Greci vanno giustamente fieri di avere introdotto la Democrazia in quello che è il mondo occidentale oggi. E noi in molti casi riconosciamo volentieri questa nostra “matrice culturale”. Ma c’è da dire che, in fatto di democrazia sociale, i minoici erano assai più “moderni” dei vincitori Achei. A Creta, infatti, vigeva un’assoluta parità di genere, con maschi e femmine che si spartivano i compiti indipendentemente dal sesso. Le donne usavano, come i maschi, mostrarsi a torace scoperto, e prendevano parte ai giochi, ai rituali e alle attività produttive alla pari dei maschi. Usavano, inoltre, pettinarsi e agghindarsi in maniera raffinata, così che – lo sappiamo dai reperti – erano ben consce della loro femminilità tanto che l’uguaglianza dei compiti non significava rinunciare alle distinzioni di genere. Al contrario, spesso gli uomini si mostravano in abbigliamento muliebre (sostanzialmente tuniche lunghe) così che l’uguaglianza nei comportamenti non stava a significare che non esistesse distinzione fra i sessi (le pitture ci riportano uomini e donne vestiti in maniera assai simile, le donne dipinte con colori chiari, gli uomini più scuri).

Creta, Museo archeologico nazionale: donne con pettinature elaborate

Quanta differenza con la “guerriera” Sparta (dove i bambini nati deboli venivano ammazzati alla nascita) o con la “democratica” Atene, dove le donne vivevano recluse in casa, e non potevano neppure assistere ai giochi olimpici! Una donna (Santippe) che rimproverava il marito tutto preso nei suoi profondi pensieri (… “so di non sapere”…) e che non le dava una mano in casa, è ancora oggi ricordata come l’emblema della bisbetica.
Queste riflessioni ne impongono altre, di stretta attualità, sempre sulla narrazione della storia da parte dei vincitori – o presunti tali. Nei primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina la riprovazione per questa campagna militare veniva espressa attraverso il termine “aggressione”. L’essere “aggressore” bastava e avanzava per non approfondire neppure i motivi di questa aggressione; anzi, scacciarli con fastidio: di fronte all’”aggressione” nulla vi si poteva opporre. Ma la storia ci insegna anche che, nelle dispute fra persone di indole non pacifica, il livello del confronto finisce sempre per salire di tono. E così, in capo ad alcuni mesi, siamo arrivati alla fine del percorso: da un lato “il bene”, da un lato “il male”. Proprio così; ormai i media occidentali, parlando non solo della Russia ma di tutti i Paesi che, nella vicenda ucraina, provano a ragionare invece che a schierarsi, usano sempre più frequentemente l’espressione “impero del male”, oppure “asse del male”.
Avete capito? Non solo la Russia, “Paese aggressore”; anche la Corea del nord, anche la Cina, anche l’Iran, anche il Brasile fanno ormai parte dell’”asse del male”. Tutti coloro che dicevano peste e corna di Bolsonaro, ultraconservatore che ha lavorato alla distruzione dell’Amazzonia, e che hanno (giustamente) esultato di fronte all’elezione di Lula, oggi lo associano all’Impero del male, perché ha una visione, sul conflitto in Ucraina, diversa da quella della Nato. Un miliardo di Cinesi, colpevoli soltanto di ritenere – peraltro secondo le risoluzioni dell’Onu – che il governo secessionista di Taiwan sia un Governo illegittimo, sono anch’essi catalogati nell’Impero del male.
La Nato questa guerra non l’ha ancora combattuta, anche se si prepara a farlo, e già assume il comportamento dei Greci verso la civiltà minoica (e in genere di tutti i vincitori): costruire una narrazione che li veda Buoni contro i nemici Cattivi. L’impero del Bene contro il Regno del Male.

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Nasce il Paese degli artisti

Non solo case a un euro. Allo spopolamento dei piccoli paesi italiani ci si può opporre con l’arma della cultura, vera leva per la rinascita del territorio. Rebeccu, piccola frazione del Comune di Bonorva in provincia di Sassari, situato su una collina che domina la regione del Meilogu ricca di storia, natura e archeologia, è un antico borgo medievale, totalmente disabitato, che si avvia a rifiorire intorno al progetto di una residenza permanente per artisti. Il progetto si chiama MusaMadre, nasce tre anni fa per volontà del Comune di Bonorva con il coordinamento organizzativo dell’Associazione Enti Locali e il sostegno della Fondazione di Sardegna, ed è portato avanti dalla direttrice artistica Valeria Orani, coadiuvata da un anno da Paolo Aniello.

Orani vanta una trentennale esperienza nell’ambito dell’organizzazione di spettacoli ed eventi. Fonda nel 2003 369gradi, la prima organizzazione italiana che si occupa di dare sostegno, promozione, gestione ai giovani che intendano avvicinarsi al teatro di innovazione. Orani, inoltre, da dieci anni fa la spola fra la Sardegna e New York, dove si occupa attivamente di mettere in relazione il mercato americano con la Cultura Italiana Contemporanea. Paolo Aniello si occupa di teatro e di eventi da una vita; è tra i fondatori, otto anni fa (insieme con Andrea Capaldi e Benedetto Sicca) di Mare Culturale Urbano e ha una lunga esperienza come project manager e curatore artistico di iniziative nel settore del teatro e delle performing arts, in ambito nazionale ed internazionale (in particolare ha ideato e gestito diversi progetti europei, tra cui il Projet Thierry Salmon e SPACE, progetto pilota europeo sulla mobilità artistica).
Quali gli obiettivi del progetto e su quali aspetti organizzativi fa leva? “Lavoreremo – spiega Paolo Aniello – su sperimentazione artistica, inclusione sociale e rigenerazione urbana. Il progetto che abbiamo concordato con il Comune di Bonorva ha la durata di dodici anni, un periodo sufficientemente lungo per riuscire a realizzare un’idea che ibrida residenzialità artistica e recettività turistica, per quanto in piccola scala”.
A Rebeccu è già stato allestito un ostello, e si sta rapidamente completando la riqualificazione delle prime nove residenze (già ristrutturate dal Comune di Bonorva), cinque delle quali saranno riservate per un turismo culturale di qualità. Il tutto, per il momento, ruota intorno al Festival MusaMadre, la cui quarta edizione si terrà dal 20 luglio al 10 agosto, proponendo un programma legato al concetto di “imperfezione”. “L’anno scorso – dice ancora Aniello – per il programma di residenza artistica Ischeliu (“Richiamo” in sardo) e per il Festival sono venuti artisti dall’Italia ma anche dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Germania e dall’Inghilterra”.
Se è vero che il lavoro sta mutando molte delle sue caratteristiche, fra le quali si è ormai affermato lo smart working, cosa può esserci di meglio che lavorare, e contemporaneamente vivere, in uno splendido luogo baciato dalla natura? Pur essendo immerso nel paesaggio circostante, Rebeccu è facile da raggiungere. Da Milano ad Alghero in aereo, poi 50’ di macchina, si fa in due ore, così che è possibile andare e tornare in giornata. Nella piazza principale c’è già un ristorante; si chiama Su Lumarzu, è piccolo però ha già ricevuto molte lusinghiere recensioni su TripAdvisor. La chiesetta (dedicata a santa Giulia) è consacrata ma nel cortile ospita deliziose iniziative, musicali e artistiche. A breve, d’accordo con le associazioni del territorio, saranno agibili sentieri per il trekking e per passeggiate a cavallo. Un piccolo paradiso, insomma, che fornirà ulteriore motivo d’ispirazione per gli artisti che verranno a stanziarsi qui per lo sviluppo dei loro progetti professionali.
Paolo Aniello si è lasciato coinvolgere con tutta l’anima da questa esperienza inaspettata. “Il progetto si sviluppa misteriosamente in questo luogo molto concreto però avvolto da un alone di aura mistica – dice. Qua da 6mila anni si coltiva la vite, ci sono sorgenti d’acqua purissima. E c’è un’antica cultura di pace: nel periodo storico dei Giudicati la gente conveniva dai paesi e dalle città della pianura per fare la pace, per organizzare matrimoni e funerali. Era considerato un luogo neutrale, una specie di Svizzera. E come tutte le iniziative nella natura e per la natura questa esperienza sociale e umana era in mano alle donne, che sin da 8mila anni fa erano le protagoniste della vita familiare ma anche civile e industriale, riferimento per l’intera comunità”.
Questo woman power si avverte qua come una benedizione. Ma, attenzione, c’è anche una leggenda di segno opposto; la figlia di un re fu scacciata dal paese perché si rifiutò di sottostare al Giudizio sul proprio matrimonio e, andando via, gettò una maledizione per cui niente mai avrebbe attecchito in questo posto. La scommessa di MusaMadre (dopo che molti tentativi non andati a buon fine negli anni trascorsi) è proprio quella di rompere l’incantesimo, di avviare questa residenza permanente nel Paese dei giovani artisti che amino cimentarsi con la musica, la drammaturgia, la fotografia e il cinema.
I lavori fervono: nelle case abbandonate non sempre c’è la luce, manca il condizionamento e c’è la necessità di arredi con standard moderni, di collegamenti wireless al web. A collaborare fattivamente con l’organizzazione è arrivato anche lo stilista Antonio Marras, anch’egli incantato dalle prospettive del luogo. Numerosi, d’altro canto, sono gli enti e gli sponsor che credono nel progetto della residenza artistica permanente. Oltre al Comune di Bonorva, dalla Fondazione di Sardegna e dalla Regione Autonoma della Sardegna, troviamo la Fondazione Treccani, il progetto Fabulamundi Playwrighting Europe e l’Italian and American Playwrights Project.
Il progetto MusaMadre, oltre quaranta appuntamenti tra letteratura, arti performative, cinema, incontri e “passeggiate serendipitose” andrà oltre il festival, si svolgerà fino a novembre nel paese e nei siti archeologici e naturali del territorio con un progetto culturale complesso il cui obiettivo è quello di riportare vitalità nel territorio eleggendo Rebeccu quale luogo ideale per la pratica dell’arte dell’ospitalità. Storia, natura, archeologia, bellezza; gli ingredienti ci sono tutti per far nascere e consolidare un progetto che sia al tempo stesso professionale ed esperenziale.
Il progetto MusaMadre, in omaggio alla sua internazionalità – e anche grazie ai collegamenti in terra d’America di Valeria Orani – verrà presentato a NewYork in due successive serate, il 31 maggio e il 2 giugno.

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Libertas, que sera

 

Libertas, que sera tamen respexit inertem candidior postquam tondenti barba cadebat”. (Virgilio, prima bucolica)

La prenderò molto alla larga e quindi anticipo la domanda conclusiva: che cosa ci guadagniamo dalla nostra “libertà di”?
Fra Titiro e Melibeo, i due personaggi del componimento poetico di Virgilio citato nel distico introduttivo, si svolge un dialogo drammatico, attualissimo sebbene avvenga fra il 42 e il 39 avanti Cristo. Melibeo sta abbandonando le sue terre, espropriate dallo Stato che intende assegnarle ai veterani della guerra civile (dice amaramente: “Un empio avrà questi campi così ben curati a maggese, e un barbaro il raccolto? Ah, fin dove la discordia ha reso miseri i cittadini! Per questa gente abbiamo seminato i campi!”). Titiro, al contrario, ha saputo muoversi nei meandri della burocrazia. Dice “Io credevo scioccamente che la città di Roma fosse simile alla nostra, ma sbagliavo: non sapevo distinguere fra le cose piccole e quelle grandi”. E quindi il buon Titiro va a Roma, trova “un protettore” e se ne torna con la promessa che potrà mantenere la propria terra e le sue cose. Non sappiamo cosa Titiro abbia pagato in cambio di questa “raccomandazione”. Fatto sta che adesso la sua vita è cambiata. “Ma perché sei andato a Roma”? gli chiede l’amico sorpreso e incuriosito. E la risposta è lapidaria: “Mi ha mosso la ricerca della libertà; anche se l’ho scoperta tardivamente, mano a mano che, radendomi, vedevo i peli della mia barba cadere sempre più bianchi”.
Molte parole mutano significato con il trascorrere del tempo; sospinte – nella percezione collettiva – dalla situazione storica, sociale, anche personale. Libertà è una di queste. Quando ero ragazzo, e andavo alle manifestazioni, il concetto di Libertà era chiaro: libertà dalla fame e dal bisogno. Gli slogan della classe operaia erano “pane e lavoro”. Rivoluzionari, per l’epoca.
Oggi siamo passati dalla libertà da alla libertà di. Libertà di esprimersi, di criticare, di mostrare il proprio io senza veli, censure, reticenze. Anche la parola è mutata; adesso la libertà di accoglie tutti questi concetti e li unifica in un unico termine: diritti.
Gerarchicamente, la libertà di viene dopo la libertà da. Ne è una evoluzione. E non a caso, risolto lo Statuto dei lavoratori (20 maggio 1970) ecco le grandi battaglie sociali per il divorzio (1 dicembre 1970) e l’aborto (1978).
La forbice, però, da almeno un paio di decenni si va allargando: la libertà di è diventata talmente preponderante da giustificare qualsiasi cosa, perfino l’abbandono della lotta per la libertà da, che è ben lungi dall’essere terminata. Abbiamo il 7,5% dei lavoratori disoccupati (i giovani sono al 21%), 5,8% al nord e 15,9% al sud. Il lavoro per i giovani? Un disastro, per via della mancata corrispondenza fra domanda e offerta e di una normativa che incentiva lo svilimento del lavoro. Nel 2020 i giovani Neet del Mezzogiorno (Neet sta per Not [engaged] in Education, Employment or Training, cioè persone che non studiano, non lavorano né ricevono una formazione) corrispondevano al 36% di tutti i giovani del Sud, come dire che, al Sud, oltre un giovane su 3 non studia, non si forma e non lavora.
Pochi giorni fa a Nuoro una dipendente di una impresa di pulizie – incinta – è stata licenziata “per giusta causa” dopo aver inviato alla datrice di lavoro il certificato di malattia per maternità a rischio. E il licenziamento le è stato comunicato – come ormai si usa – via WhatsApp. Episodi del genere, di disprezzo per le persone in nome dell’arricchimento, sono quotidiani.
Si tratta di un sacrificio che il sistema chiede per poter garantire, in nome dell’efficienza, un più diffuso e generalizzato benessere? Molto difficile sostenerlo.
L’ultimo rapporto della Caritas, Povertà ed esclusione sociale in Italia, rilancia la fotografia di un Paese con 5 milioni 674 mila poveri assoluti, pari al 9,7% della popolazione e, complessivamente, di 14 milioni 304mila persone, il 24,4% della popolazione totale, a rischio povertà ed esclusione sociale. Gente che fatica a portare il cibo in tavola in un contesto nel quale i figli non hanno prospettive migliori dei padri. “L’Italia – sottolinea il rapporto – è il Paese in Europa in cui la trasmissione inter-generazionale delle condizioni di vita sfavorevoli risulta più intensa. Chi nasce povero molto probabilmente lo rimarrà anche da adulto. Questo costituisce un’alterazione dei principi di uguaglianza su cui si fondano le nostre democrazie occidentali. Rispetto a questo punto perde anche la nostra Costituzione repubblicana, e in particolare l’articolo 3, che continua a restare inapplicato”.
La stessa sprezzante e predatoria organizzazione si trova sul lavoro, quando c’è. Nel 2023 appena trascorso si sono registrati 1041 morti sul lavoro, 2,85 al giorno; accompagnati – da anni – dalla solita ipocrita lagna del “mai più morti sul lavoro”.
Titiro è grato al suo mentore “in onore del quale per dodici giorni i nostri altari fumano. Lui per primo mi diede risposta: ‘’pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros” [O schiavi, pascolate le mandrie come prima, aggiogate i tori]. Puer si traduce principalmente come “ragazzo” ma presenta anche l’accezione di schiavo. E la prima definizione certamente non si addice al caso di Titiro, che è un vecchio.
Quindi, il buon Titiro ha ottenuto la sua libertà attraverso la sottomissione. Ha chiesto e ottenuto favori, e sarà eternamente riconoscente al suo “dominus”.
Arriviamo quindi al punto. Che, naturalmente, è punto politico. E attuale. Noi diamo per scontato che il sistema liberista sia il migliore. Chi non è liberista è sospetto (di comunismo, of course). E inoltre, perché non essere liberisti? Non ci elargisce forse a piene mani, questo sistema, tutte le opportunità di questo mondo, compresa quella – impagabile – di criticarlo (moderatamente; la censura avanza a grandi passi nell’Europa liberal. Il giocattolo è fragile e bisogna stare attenti a non romperlo) mentre ce ne serviamo?
Nella querelle fra l’Europa e l’”altro mondo” (Russia, Cina….), retto da poteri dispotici che i cittadini non possono mettere in discussione, quali sono – per la gente comune – i vantaggi della libertà di? Forse che in Russia e in Cina i bambini non giocano, le università non sfornano laureati capaci, non si fa ricerca ad altissimo livello, non si fa musica, cinema, letteratura, non si viaggia e non ci si relaziona? Dove nasce questa immagine di un mondo oscurantista solo perché non vi è consentito di criticare il potere? Il tasso di disoccupazione in questi paesi è la metà dell’Occidente, i morti sul lavoro sono inesistenti, il diritto all’istruzione e alla salute è garantito e incoraggiato. Quindi?
Ha sbagliato Titiro, nell’accettare di sottomettersi al suo dominus e di fare atti sacrificali in suo onore, in cambio di una vita felice, con la donna che ama, con la sua casa, i suoi campi e il suo gregge, con la libertà di suonare lo zufolo all’ombra di un ampio faggio? Pensateci; la risposta non può essere così scontata come chi detiene i fili della nostra economia vuole farci credere. Per secoli, quando il sistema di governo era la monarchia, a criticare e contestare il Re non ci si pensava nemmeno. Che esistesse un Re era un dato di fatto. Sta a vedere che anche noi, come dice Titiro, “non sappiamo distinguere fra le cose piccole e le cose grandi”.

 

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Gli inganni della beatificazione

 

I morti vanno sempre osannati, non è una novità. La pubblicistica del “muor giovane colui che al cielo è caro”, o quella de “sono sempre i migliori che se ne vanno” proviene dal senso di liberazione che, alla morte altrui, avvertiamo per lo scampato pericolo. Anche a Napoli durante le veglie funebri si diceva (non so se si usi ancora) “pace a lui, salute a noi”.
È il caso di Alexey Navalny. Come tutti sanno (e se non lo sanno possono benissimo informarsi) questo Navalny non era una bella figura. È stato apertamente nazionalista, razzista, xenofobo. Putiniano della prima ora, aveva detto peste e corna della Nato e osannato lo “zar” nell’agosto del 2008, quando la Russia aveva invaso la Georgia (che si era improvvidamente fidata delle promesse del summit Nato di Bucarest, quattro mesi prima, e aveva provato ad avviare uno scontro armato le cui conseguenze avrebbe poi pagato attraverso la perdita di alcuni territori). Contestato in Europa e negli Usa per questi atteggiamenti – che aveva successivamente abbandonato, per concentrarsi nelle critiche contro il regime di Mosca – non può essere certo additato come un campione di democrazia o liberismo. Una storia per molti versi parallela a quella di Yevgeny Prigozhin, dapprima fervido ammiratore, amico e braccio armato di Putin poi suo nemico giurato che addirittura organizza una marcia su e contro Mosca.
Assistere alla beatificazione di Navalny – personaggio assolutamente incompatibile con i “valori” (ammesso che esistano) dell’Occidente, della democrazia e del liberismo solo perché è morto in circostanze dubbie e discutibili –, “rilanciare” politicamente la moglie e collaboratrice Yulia Navalnaya, giungendo a suggerire di candidarla a cariche politiche importanti in Europa, è davvero troppo.
L’Europa come l’ha conosciuta la mia generazione – 75 anni di pace dopo la seconda guerra mondiale – non è l’Europa che la sua intera storia ci rivela. Da duemila anni Romani, Greci, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Spagnoli conquistavano armi in pugno il mondo conosciuto, mentre si massacravano fra di loro. Siamo andati a piedi in Tracia, in Illiria, in Africa, a sottomettere quelle popolazioni. Per due secoli, attraverso le Crociate, abbiamo depredato e sottomesso i popoli dei Balcani e della Terrasanta poi, con la scoperta dell’America, nei successivi due secoli Spagnoli e Portoghesi, Inglesi e Francesi, sono andati a sterminare le popolazioni native del continente americano e costruire là nuove giovani nazioni. Abbiamo provato a mettere in pratica principi democratici e repubblicani attraverso la Rivoluzione francese, e ci siamo trovati in pochi anni un Bonaparte che ha fatto guerra a tutti (ottanta battaglie in venti anni, con circa 5 milioni di vittime militari e civili). Poi, tutti insieme appassionatamente, abbiamo provato a sottomettere il mondo intero attraverso il Colonialismo. Quando questo modello ha accennato a indebolirsi, sempre l’Europa ha travolto e devastato il mondo con due guerre mondiali, in rapida successione, che hanno provocato molte decine di milioni di morti, dolore e distruzioni inenarrabili.
È vero, anche in Asia ci sono stati conflitti (fra Cina e Giappone, per esempio), anche in Africa, anche nel Medio Oriente, ma tranne che per il confronto sino-giapponese negli altri casi c’è sempre stato lo “zampino” dell’Occidente ricco, colto e ormai “pacificato”. Terminati i confronti di potere fra case regnanti, sono incominciati quelli per la ricerca delle materie prime, per le vie di transito dei commerci. E qui, complice la globalizzazione, il mondo occidentale si è ritrovato a combattere in prima fila.

L’Ucraina? La guerra l’ha perduta già da molti mesi, come era inevitabile (la recente falla di Avdiivka, con lo sfondamento delle linee difensive ucraine da parte delle truppe di Mosca, è comunque irrimediabile dal punto di vista strategico) ma i media e gli “opinionisti” occidentali provano a venderci l’idea che “si potrebbe ancora vincere”, se a Kiev arrivassero ancora munizioni, aerei, missili, carri armati. I mezzi di comunicazione europei danno conto ogni giorno delle tremende perdite umane dell’esercito russo ma non scrivono, se non a denti stretti, che Zelensky si trova a dover lanciare la leva obbligatoria perché l’esercito, oltre che di munizioni e di mezzi, è a corto anche di uomini. E anche questo, ovviamente, era inevitabile e prevedibile (Federazione russa 146 milioni di abitanti, Ucraina 43 milioni).
Serve a qualche cosa, questo immane sforzo bellico occidentale? Non serve a niente: la Russia, oberata dalle sanzioni (alcune delle quali vergognose, come sequestrare i conti correnti e i beni immobili di cittadini russi in occidente solo perché “amici di Putin”), in questi due anni ha sviluppato la propria economia mentre l’Europa arranca (la Germania è ufficialmente in recessione). Fino al 2022 non avevamo alcun conto aperto con la Russia; fiorivano i commerci, gli scambi umani e culturali. Putin era regolarmente ospite del G7, del G20 e degli altri consessi economici mondiali. Nel 2015 si era presentato al Palazzo di Vetro dell’Onu per parlare del comune futuro dell’umanità.
Eppure, abbiamo l’ardire di dire alle popolazioni europee “preparatevi, perché entro dieci anni la Russia potrebbe aggredire un Paese Nato, e allora bisognerà intervenire” (entro dieci anni, capite?); la Francia e l’Inghilterra stanno introducendo la leva obbligatoria, altri Paesi lo faranno a breve, soprattutto i baltici e i nordeuropei.
Sarebbe troppo facile, in questo contesto (come pure fanno alcuni) sospettare che l’elevatissima indignazione che ha improvvisamente unificato tutta la politica italiana ed europea in favore di Navalny serva a nascondere – più o meno consapevolmente – l’impotenza del mondo cosiddetto “libero e democratico” contro il massacro in corso in Palestina in questi mesi, con circa 15mila bambini ammazzati, donne e vecchi, intere cittadine distrutte. Assai più facile indignarsi per la morte equivoca di Alexey Navalny. In Palestina è in corso un deliberato genocidio – lo ha ratificato ufficialmente l’Assemblea dell’Onu – e la ferita del 7 ottobre – gravissima – non è motivazione sufficiente per la eliminazione di un intero popolo. Perché il mondo civile non si indigna per Julian Assange, che rischia di terminare la propria vita in un carcere duro americano per la sola colpa di avere rivelato al mondo (dati alla mano, non critiche, pareri o opinioni) le atrocità commesse dai soldati Usa nel mondo, in guerre provocate e giustificate attraverso consapevoli menzogne?
Se non riusciremo a comprendere che questa è la reale situazione del mondo, oggi, che queste sono le reali dinamiche e che queste levate di scudi sono solo pretesti per ottenere il nostro consenso “senza se e senza ma” (come si dice con espressione sciatta), una nuova grande guerra, con lutti e distruzioni immani, non ce la toglie nessuno. Forse noi la scamperemo, per via dell’età. Ma i nostri figli no, ne saranno coinvolti fin nelle viscere. E allora, altro che fiaccolate per Navalny; lottare per la giustizia, la democrazia, la libertà e la pace è tutt’altra cosa, e chi non lo capisce oggi sarà corresponsabile domani.
Allora, ecco la terribile domanda che periodicamente ritorna: “Ma voi dove eravate”? Dove eravate mentre il mondo intero si armava per combattere una guerra che non era la vostra, mentre vi chiedeva consensi in nome di quegli stessi principi che negli stessi giorni calpestava nelle fabbriche, sul lavoro, nella società? Dove eravate mentre vi chiedevano di urlare nelle piazze “democrazia in Russia!” e in quegli stessi parlamenti si bocciavano le leggi per il salario minimo garantito, per le categorie precarie, per le donne lavoratrici? Mentre i prezzi salivano e le famiglie non arrivavano a fine mese? Dove eravate?

 

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Troppi condizionali, troppi equivoci

Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg

Sfogliando i dizionari incorriamo in due differenti versioni/interpretazioni della parola delinquente. La prima (Treccani) dice che “delinquente” è “una persona che ha commesso un fatto previsto dalla legge come delitto; in senso più generico, chiunque abbia commesso reato”. D’altro canto il suffisso in ente si riferisce normalmente “a persone che svolgono l’attività o si trovano nella condizione espressa dal verbo (adolescente, agente, confidente, dipendente, consulente, corrente, esercente, parente, sorgente, supplente…)”. Quindi, sintetizzando, per essere un delinquente bisogna fare qualche cosa.
L’altra versione, più estesa, vuole che possa essere considerata “delinquente” una “persona malvagia e perversa, capace di compiere le azioni più basse e nefande; anche come appellativo ingiurioso”. In questo secondo caso si passa dal fare al poter fare, da un dato di fatto a una illazione. Chiunque “potrebbe uccidere” qualcuno, ma pochissimi lo fanno. Di conseguenza, posso considerare “delinquente” chiunque, secondo me, potrebbe compiere un’azione contro la legge, anche se al momento non l’ha ancora commessa. Così che potrei considerare “delinquente” qualunque persona che non mi andasse a genio, magari addirittura utilizzando questo appellativo come una vera e propria provocazione.
Questa dicotomia si ricava dalla lettura dei quotidiani italiani dell’11 febbraio. Il Corriere della sera riporta uno sfogo di Donald Trump nei confronti del leader di “un grande Paese europeo” [presumibilmente Olaf Scholtz], episodio reso noto da lui stesso durante un comizio in South Carolina. Come noto, una delle regole della Nato è quella che ciascun Paese aderente all’Alleanza destini almeno il 2% del Pil alla difesa. Alla domanda “In caso di aggressione voi ci aiutereste lo stesso, anche se non abbiamo pagato il dovuto?” l’ex presidente Usa avrebbe risposto: “Niente affatto; l’Unione europea deve agli Usa 400 milioni di dollari in mancati pagamenti, quindi se non pagate siete dei delinquenti, e la Russia di voi potrebbe fare quel che vuole”.
La seconda versione è quella che si ricava leggendo Il Messaggero, sempre dell’11 febbraio, dove vengono riportate alcune dichiarazioni di fonte Ue, tutte nella stessa direzione. Il ministro della difesa danese, Troels Lund Poulsen, ha dichiarato infatti in una intervista che la Russia “potrebbe attaccare un Paese della Nato entro tre o cinque anni”. Gli ha fatto eco immediatamente il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, il quale “ha affermato a gennaio che l’alleanza dovrebbe prepararsi ad un attacco russo contro un paese della Nato entro cinque-otto anni”. Naturalmente, non si è lasciato sfuggire l’occasione il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, il quale ha messo le mani avanti spiegando che l’Occidente “deve prepararsi per un confronto che potrebbe durare decenni con la Russia”. Stoltemberg ha aggiunto che “se il presidente russo Vladimir Putin vincesse in Ucraina, non vi è alcuna garanzia che l’aggressione russa non si estenderà ad altri Paesi”.
Troppi condizionali, la puzza di bruciato è evidente a chiunque.
Non si capisce se questa operazione di comunicazione fra gli Stati Nato, evidentemente concertata, nasca da informazioni di intelligence che non sono state rese pubbliche – e quindi esista un allarme vero e attendibile di operazioni militari ostili – oppure faccia parte di quella illazione di cui si discorreva in apertura, a proposito del delinquente “capace di compiere le azioni più basse e nefande” (e che però non le ha ancora commesse, né è detto che mai le commetterà). Naturalmente il fatto che la Russia stia sviluppando il proprio armamentario è la conseguenza inevitabile del fatto che si trova in guerra, così come lo sta sviluppando l’Ucraina; anzi, proprio l’andamento della guerra in Ucraina – dove la Russia da due anni sta riversando un assai consistente sforzo bellico senza ancora aver raggiunto i propri obiettivi – sembrerebbe escludere la capacità russa di attaccare altri Paesi (oltre che la sua volontà o il suo interesse a farlo, come ha appena dichiarato Vladimir Putin in una intervista al giornalista americano Tucker Carlson). Si tratta quindi di capire se questo confronto fra delinquenti veri o presunti rientri nel gioco delle parti (compresa la campagna elettorale per le presidenziali Usa), oppure se i brontolii del mondo, arrivati ormai alle porte dell’Europa, una Europa sempre più incerta sul suo destino sociale e politico, finiranno per coinvolgerci direttamente.

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La dolente e gloriosa vita di Doña Trinidad Grund

 

L’unica immagine esistente di Trinidad Grund

Esule a undici anni, sposa a ventisette, madre a ventotto, orfana a trenta, vedova a trentuno; l’anno successivo le muore il figlio maggiore, di appena tre anni, per un’operazione mal riuscita; tre anni dopo, in un naufragio, annegano le altre due figlie. Ce ne sarebbe d’avanzo per seguire nella tomba il marito suicida, o per prendere i voti e ritirarsi dal mondo. Ma lei è di un’altra pasta.
La descriverà così Francisco Silvela, uomo politico e letterato: “Era una donna molto bella, con un corpo aggraziato e un po’ virile, di alta statura, con lineamenti estremamente espressivi e occhi limpidi il cui sguardo si illuminava mentre si rivolgeva, sempre dritto e determinato, verso colui che le parlava, come se non avesse mai temuto alcuno né fossero mai entrati nel suo animo pensieri o debolezze, di quelli che fanno inclinare involontariamente lo sguardo.”
La famiglia Grund è originaria di Amburgo; arrivano in Spagna, a Siviglia, i nonni di Trinidad, Jorge Federico Grund e sua moglie, Cristina Leonora Steinert. Un loro figlio, Federico Grund Steinert, imprenditore e uomo politico, console di Prussia a Siviglia, sposa la sivigliana Trinidad Cerero de Campo Arroyal e, per farlo, abiura il protestantesimo e abbraccia la fede cattolica. Da questo matrimonio nasceranno tredici figli, dei quali Trinidad (Siviglia, 28 febbraio 1821, Malaga, 31 agosto 1896) è la seconda (ma la sorella maggiore, Rafaela, morirà giovane). Un altro fratello, Constantino Grund y Cerero de Campo, sarà tra i fondatori del collegio dei Gesuiti di Malaga.
Il trasferimento della famiglia Grund da Siviglia a Malaga non è una scelta bensì una necessità. L’Europa è stata sconvolta dalle guerre napoleoniche, al traino delle quali in quasi tutti i Paesi sono scoppiate rivoluzioni liberali. Anche il regno di Prussia non ne è esente; il re, Federico Guglielmo III di Hohenzollern (Potsdam, 3 agosto 1770 – Berlino, 7 giugno 1840) è fra i sovrani più illiberali, uno degli alfieri della Restaurazione. All’inizio degli anni Trenta il regno è attraversato da un’aspra disputa concernente i finanziamenti alla Corona, e Federico Grund è fra gli oppositori del sovrano. L’esilio è inevitabile, i Grund non possono più rappresentare la Prussia né stare a Siviglia e così, nel 1832, si trasferiscono a Malaga.
Nella prima metà dell’Ottocento la città di Malaga, in pieno sviluppo, pullula di iniziative economiche. È il motivo per cui negli annali della città compaiono parecchi cognomi illustri di famiglie europee benestanti, che si insediano qui in cerca di opportunità. Federico Grund si dà da fare. Stringe amicizie con la colonia di mercanti stranieri stabilitasi in città dalla fine del XVIII secolo né intende rinunciare alla carriera politica dalla quale è stato estromesso; ottiene infatti la carica di viceconsole d’Inghilterra ad Adra (un comune spagnolo nella comunità dell’Andalusia, un centinaio di chilometri a est di Malaga) e sembra che gli affari gli vadano piuttosto bene: gli annali riportano che intorno al 1826 per due anni dirige uno stabilimento industriale a San Andrés, che intorno al 1836, in Malaga esiste la fonderia Abderitan, a nome dei “signori fratelli Scholtz e Federico Grund”, e che “il signor Grund avviò con l’inglese Juan Clemens una vivace compagnia commerciale.”

Manuel Agustín Heredia

Ma la vera relazione importante Federico Grund la stringe con Manuel Agustín Heredia. Questo Manuel Agustín (Rabanera de Cameros, La Rioja, 4 maggio 1786 – Málaga, 14 agosto de 1846) è riconosciuto come l’imprenditore e uomo d’affari più importante della penisola iberica nella prima metà dell’Ottocento. Arriva a Malaga giovanissimo e mostra doti rarissime di intelligenza e intraprendenza; si inserisce nella produzione e nel commercio del ferro e in breve tempo diventa ricchissimo. Acquisisce nel 1837, ad Almería, la fonderia di piombo di San Andrés de Adra (dove è ancora in piedi la torre di tiro), che diverrà una delle più importanti in Europa. Di ferriera in ferriera, nel 1840 Manuel Agustín Heredia diventa il più grande datore di lavoro in Spagna (lavorano nei suoi altoforni almeno duemila persone) e naturalmente, con tanto ferro a disposizione, gli affari generano affari e l’uomo avvia la rete ferroviaria spagnola e, in campo finanziario, il Banco di Malaga. La famiglia Heredia-Livermore (Manuel Agustín ha sposato una signorina di ottima famiglia, Isabel Livermore Salas) è al centro degli affari, degli interessi, delle attenzioni.
Le ragazze Grund capitano a Malaga in questo contesto. Sono giovani, belle, istruite (Trinidad conosce due lingue, suona il pianoforte e compone arie musicali) e fanno subito colpo. D’altro canto, con un padre esiliato e un futuro incerto a Trinidad e alla sorella Julia non resta altra aspirazione se non quella di un buon matrimonio. Prendono così a frequentare gli ambienti dell’alta borghesia di Malaga e finiscono per fidanzarsi con i fratelli Manuel Agustín e Tomás Heredia Livermore. Quando si dice il caso: le due sorelle si innamorano, ricambiate, dei due rampolli, più o meno coetanei, eredi di una delle maggiori fortune di Spagna. Il 2 gennaio 1848 Trinidad e Julia si sposano con Manuel e Thomás Heredia nella chiesa di San Giovanni in Malaga. Si sposano alle sei del mattino, con una cerimonia molto sobria, per volontà di Federico Grund, come atto di rispetto verso la memoria di Manuel Augustin Heredia, padre dei due sposi, morto due anni prima.
Il viaggio di nozze è lungo ed elettrizzante: le due coppie felici visitano la Francia e l’Italia (a Roma verranno ricevuti in udienza da Pio IX) e al ritorno Trinidad è incinta. I quattro – che dopo il viaggio di nozze si sono installati nel palazzo degli Heredia al numero 28/30 dell’Alameda – sono famosi, invidiati, additati. Vivono come è possibile, forse inevitabile, per giovani della loro condizione e del loro rango, maneggiando una immensa fortuna fra il lusso e le feste.
Ma la felicità durerà poco. Nel ‘52 muore Federico Grund, il papà di Trinidad, a 63 anni. E due anni dopo, dopo soli sei anni di matrimonio, improvvisamente a trentacinque anni viene a mancare Manuel Heredia. Come sia morto il giovane marito di Trinidad Grund non si saprà mai. Sulle prime circola la voce che sia morto nel corso di una battuta di caccia, precipitato in un burrone da un cavallo imbizzarrito. Poi subentra una nuova versione: sarebbe morto, sempre durante una battuta di caccia, per un non meglio precisato incidente, forse colpito per errore da un partecipante alla battuta, forse addirittura per un colpo sfuggito al proprio fucile. Ci si avvicina alla verità ma questa rimarrà per sempre custodita nei segreti della famiglia; l’unica cosa sicura è che Manuel Heredia si è suicidato. Qualcuno ventila l’ipotesi che lo abbia fatto nel bagno di casa, tagliandosi la giugulare mentre si radeva.
Quel che è certo è che il giovane soffriva di depressione; non prendeva parte alle riunioni aziendali preferendo delegare le incombenze degli affari ai propri collaboratori, si chiudeva in lunghi silenzi, cosa impensabile per un giovane bello e ricco, da poco sposato, cui la vita ha appena dato un figlio, Manuel come lui, “Manuelito”, una bambina, Isabel (che al momento della tragedia ha due anni), mentre la moglie è incinta della terza figlia (che si chiamerà Manuela).
Ma la tragedia di Trinidad Grund è solo agli inizi. Quattro mesi dopo la morte del marito, Manuelito si ammala di difterite. In forma grave. In ospedale provano di tutto ma i farmaci non bastano. Si tenta allora un intervento chirurgico, disperato, alla gola; che non ha successo e il bambino muore sotto i ferri.
Trinidad sprofonda nella depressione. Indossa l’abito della vedova e si rifiuta di uscire di casa. Non vuole vedere nessuno, se non le sue adorate bambine. In tanti insistono, inutilmente, affinché si scuota, riprenda a vivere. Finalmente, dopo un paio di anni di vita ritirata, si lascia convincere: andrà a visitare la fiera di Siviglia, porterà con sé Isabel e Manuela e da questo viaggio – tutti ne sono convinti – tornerà ritemprata nel corpo e nel morale.
Il 28 marzo 1856, alle 4,30, il piroscafo a vapore El Miño, diretto a Cadice, salpa dal porto di Malaga. Trinidad Grund si imbarca con alcuni parenti e amici. Con lei sono una cameriera, Cecilia Batenburg, sua cognata Maria Heredia con Matilde Camara, un’altra parente, e un altro cugino, Federico Heredia. Nessuno sa ancora, al momento, che Trinidad Grund – forse per un presentimento – il giorno prima della partenza ha cambiato il proprio testamento.
All’epoca il viaggio da Malaga a Siviglia era lungo e faticoso. Quel che preoccupava non era la distanza (circa 220 chilometri) ma lo stato delle strade; percorrerle in carrozza voleva dire giorni di viaggio fra la polvere e i sobbalzi, e lo scomodo disagio dei posti dove fermarsi per dormire. Il viaggio per mare, invece, conduceva a Cadice e da quel porto a Siviglia (con un tragitto un po’ più breve – 120 chilometri) sarebbero poi bastati un paio di giorni di viaggio. Inoltre, il viaggio in nave a metà Ottocento è ancora un’avventura elettrizzante per famiglie benestanti. Si gioca a carte, si prende il sole, si chiacchiera amabilmente; a ora di pranzo si va nella sala ristorante dove si possono gustare manicaretti preparati con perizia da cuochi raffinati. E la notte si riposa in cuccette confortevoli.
La nave Ribera del Miño è un piroscafo in ferro costruito in Inghilterra nel 1853 (ma l’ancora in lingotti di piombo proviene dalla Fonderia San Andrés, di proprietà della famiglia Heredia) che percorre regolarmente la rotta marittima tra Malaga e Siviglia. Tutto lascia presagire che il viaggio sarà piacevole.
Scriverà il già citato Francisco Silvela: “Alle undici di sera del 29 marzo del 1856 il piroscafo Miño entrò nello Stretto di Gibilterra; Doña Trinidad ci aveva preso posto con le sue due figlie, sua cognata María Heredia e alcuni altri parenti e amici. Il mare era calmo e la luna era limpida in un cielo senza nuvole e su un orizzonte senza nebbia; i numerosi passeggeri, provenienti dalle principali famiglie di Malaga e di Almería, erano in viaggio per andare ad assistere alla famosa fiera di Siviglia, godevano sul ponte il fascino incomparabile di una notte primaverile nel Mediterraneo e osservavano l’avvicinarsi delle luci di un’altra nave, che avanzava nella direzione opposta. Si stavano già preparando a salutarla allegramente quando, nell’incrocio fra le due imbarcazioni, ci fu uno schianto, e si aprì uno squarcio spaventoso nella fiancata del Miño”.
La nave con la quale il Miño si scontra è una fregata mercantile inglese da guerra, la HMS Minden, molto più solida dell’esile vascello spagnolo. L’affondamento del Miño è praticamente istantaneo; secondo i testimoni, sentiti dal commissariato di Gibilterra nelle ore immediatamente successive al naufragio, un fumaiolo del Nino rovina sulla prua dell’imbarcazione, allargando a dismisura lo squarcio dello scafo. Rimbalzando, il fumaiolo frana sulle barche di salvataggio, distruggendole. La nave, diranno i pochi superstiti, affonda in cinque minuti. I più abili nuotatori fra i passeggeri riusciranno a raggiungere l’isola di Farifa; tutti gli altri coleranno a fondo rapidamente, inghiottiti dai risucchi, salvo quei pochissimi che riusciranno ad aggrapparsi a qualche relitto galleggiante. I resti sommersi del piroscafo Ribera del Miño costituiscono tuttora una zona di immersione, conosciuta come “Il relitto di San Andrés” per il nome inciso sull’ancora di piombo.
Mentre il sacerdote di bordo si affanna a dispensare assoluzioni ai miseri che stanno per morire, Trinidad abbraccia le due figlie e le tiene strette a sé. Ma il suo gesto protettivo non basta. Finiscono in acqua, vengono sbattute dappertutto, urtano corpi e oggetti, vengono trascinate verso il fondo dai mulinelli. Trinidad viene colpita, perde i sensi per un attimo; si riprende mentre un altro mulinello la riporta verso la superficie ma le due bambine non sono più con lei. Poi di nuovo viene trascinata verso il fondo, e questa volta la donna affida l’anima a Dio. Le è chiaro che sta per morire. Ma il suo vestito si impiglia in un groviglio di corde e legname e così avviluppata come su una zattera, torna a vedere la luce. Avrà la fortuna di essere soccorsa dall’unica barca presente sul luogo della tragedia, e di essere trasportata a Gibilterra insieme ai pochissimi superstiti, fra i quali due passeggeri della sua famiglia (sua cognata Maria Heredia e il figlio di lei, Eduardo, oltre a una delle domestiche).
Il giorno dopo il naufragio Trinidad scriverà a sua sorella Felisa raccontandole l’accaduto: “Dio mi ha dato un colpo mortale ma mi ha anche dato la forza di sopportarlo. Non si è ancora saputo nulla di nessun altro sfortunato e in questo momento sto andando con alcune persone incontro alle barche partite da Algeciras e Tangeri, per vedere se siano riusciti a salvare ancora qualcuno, o almeno i resti che il mare vuole donarci. Ora non ho altro che terribili paure per Giulia, Amalia e le infelici madri delle sfortunate ragazze. È un prodigio che Dio abbia salvato noi tre e Dio sa che solo pensare al tuo dolore mi ha fatto chiamare la barca per venirmi a prendere perché mi ha causato orrore aver provocato involontariamente così tanto male. Volevo morire con le mie due figlie che non hanno lanciato un solo grido e le ho fatte abbracciare entrambe quando la nave è affondata e il vortice che ha creato l’acqua le ha trascinate con sé per un po’. Sono rimasta sott’acqua sbattuta dalla corrente con le mani incrociate chiedendo a Dio di perdonare tutti e avere pietà delle nostre anime e in uno dei mulinelli i miei piedi e le mie mani sono rimasti impigliati in un groviglio di pali di legno, che mi ha portato sul pelo dell’acqua, dove mi hanno raccolto. Non so quando torneremo, perché finché non ci sarà la speranza di trovare qualcuno, non posso pensare di tornare”.
La tragedia del Miño ha un’eco mediatica straordinaria. Tutti i giornali di Spagna vi dedicano le prime pagine. Delle 85 persone a bordo 64 moriranno. Trinidad Grund e due delle persone che viaggiavano con lei si salvano ma, come abbiamo visto, lei giunge al punto di rammaricarsi per le persone che sono morte per viaggiare con lei, sentendosene in qualche modo responsabile.
Ancora oggi in alcune abitazioni signorili di Spagna sulle pareti campeggia qualcuna delle numerose litografie raffiguranti la catastrofe, tirate in quei giorni in migliaia di copie; la stampa qui sopra era in vendita, a Malaga, già dieci giorni dopo il naufragio. La nave è rappresentata dal lato di dritta che affonda dalla poppa e con alcuni degli alberi rotti. Nell’acqua si nota una barca di salvataggio, persone che nuotano e altri che chiedono aiuto.
L’affondamento del Miño ha un seguito giudiziale. Nell’archivio Alvaro de Bazan della marina spagnola si può trovare ancora la relazione conclusiva della rapidissima inchiesta istruita sull’accaduto. La quale viene redatta addirittura da Casto Menzez Nunez (Vigo, 1 luglio 1824 – Pontevedra, 21 agosto 1869), un contrammiraglio che dieci anni dopo dirigerà la flotta spagnola nell’ultima fase della guerra ispano-sudamericana. L’inchiesta è tanto rapida quanto impietosa, e attribuisce la responsabilità della collisione al capitano del Miño il quale, guidando una nave a vapore, non avrebbe manovrato con la dovuta prudenza nell’incrocio con la fregata inglese.
E tuttavia l’indagine rivela anche un atteggiamento quantomeno superficiale da parte del comandante della Minden il quale, pur avendo assistito a un drammatico naufragio, non ha dedicato il tempo necessario nella ricerca dei superstiti e ha rapidamente proseguito il suo viaggio verso Gibilterra, abbandonando alla loro sorte decine di naufraghi la cui unica possibilità di salvezza sarebbe venuta proprio dell’aiuto dell’equipaggio della fregata inglese. Addirittura, le autorità di Gibilterra tratterranno l’imbarcazione nel porto per alcuni giorni, in attesa che venga fatta luce sull’accaduto. Dal canto suo Trinidad Grund, prima di tornare a Malaga, trascorrerà parecchi giorni in mare, con imbarcazioni prese a noleggio, nella vana ricerca delle sue bambine.
A ogni modo Trinidad non se la sente di tornare nella propria casa; troppi ricordi, troppi lutti, troppo dolore. Con sua cognata, anch’essa miracolosamente risparmiata dal naufragio, si installa in un’altra abitazione degli Heredia in plaza de Arriola. Sarà da questa nuova dimora che dirigerà quelle che oggi sono conosciute come le Opere di beneficenza che, negli anni a venire, dispenserà a piene mani, attingendo al patrimonio di famiglia e alle sue più altolocate conoscenze.
Gli storici concordano nel ritenere che Trinidad, donna di profonda fede, abbia visto nella sua sopravvivenza a questa immane tragedia un preciso messaggio della provvidenza: Dio l’aveva lasciata in vita per aiutare il prossimo. Sta di fatto che la donna, da questo momento in avanti, riverserà sui poveri, sugli umili e sui derelitti il suo ardore, la sua ricchezza e le sue capacità organizzative. Percorrerà personalmente le strade più umili di Malaga, si interesserà alla salute delle persone e vedrà con i propri occhi le condizioni in cui il popolo vive. Utilizzando le sue conoscenze, convincerà le famiglie più facoltose della città a contribuire alle iniziative benefiche che ha in animo e fa pressioni sulle autorità affinché provvedano alle tremende condizioni delle classi più povere, specialmente in fatto di salute e di istruzione.
Negli anni, si occuperà della edificazione di un ospedale dedicato ai feriti della guerra in Africa, che tornano dal fronte malati di colera e di dissenteria; presiederà la confraternita di san Vincenzo di Paola e darà impulso alla creazione del collegio di San Giovanni di Dio, una sorta di asilo nido ante litteram, dove i lavoratori delle fabbriche vicine potevano lasciare i loro figli che, mentre i genitori erano al lavoro, venivano nutriti e istruiti. Ma la sua opera più importante rimane la fondazione dell’asilo di San Manuel, intitolato al suo defunto marito, dove venivano accolti i figli delle persone più povere di Malaga. È interessante notare che questa intitolazione a “san Manuel” è una bizzarria. Nel martirologio della chiesa cattolica, infatti, si trova un san Manuel Gonzalez Garcia, che fu vescovo di Siviglia, il quale però nacque nel 1877 e fu santificato soltanto il 16 ottobre 1916, così che – nel momento in cui Trinidad Grund intesta il collegio a “San Manuel” – non esiste alcun “san Manuel” riconosciuto dalla chiesa cattolica.
Anche l’asilo di san Manuel verrà realizzato adiacente a un luogo di lavoro, accanto alla fonderia della Costanza, in uno degli edifici che gli Heredia destinano alle maestranze. Vi vengono accolti bambini e bambine figli degli operai ma anche orfani; e alle opere di carità si aggiungono un panificio e una stireria dove vengono istruite le ragazze. Trinidad Grund – con una visione molto avanzata per i tempi – non intende essere “caritatevole”: oltre al sostentamento materiale ha chiaro il concetto che ai ragazzi vadano dati gli strumenti perché essi, una volta adulti, possano sopravvivere autonomamente con dignità.
Chi segue la realizzazione e la gestione di queste opere? Sulle prime Trinidad in persona, attraverso il suo carisma, attira a sé alcune signore della borghesia malaguena, soprattutto in fatto di istruzione. Ma dopo pochi mesi le incombenze passeranno alle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, una società di persone laiche dedite alla vita apostolica.
Chi pensasse che Trinidad Grund, colpita duramente negli affetti più cari, privata dell’intera famiglia dalla violenza della vita, abbia deciso di darsi anima e corpo a una missione apostolica in favore dei poveri e dei bisognosi e di abbandonare ogni altra aspirazione sociale, sbaglierebbe di grosso.
Non a caso, nelle pagine web e nei portali dedicati alla città di Malaga, accanto all’appellativo di benefattrice, si trova l’espressione: “ha inventato il turismo a Malaga” (e forse, a ben vedere, lo ha inventato nella intera Spagna).

L’ingresso de la Cueva de Ardales

La donna, infatti, nell’ambito delle sue attività economiche, aveva acquistato già nel 1852 un terreno nel comune di Ardales, nella provincia di Carratraca, a una cinquantina di chilometri da Malaga, nell’entroterra. Qui anni prima, nel 1821, era stata scoperta una grotta piuttosto suggestiva, che aveva l’aria di essere molto antica. La scoperta era stata casuale, un terremoto aveva spostato delle rocce e rivelato l’ingresso della spelonca, un antro per visitare il quale già negli anni Trenta venivano chiesti due reales. Successivamente fu Pascual Madoz, politico e geografo (Pamplona, 17 maggio 1806 – Genova, 11 dicembre 1870) a rivelare il valore della grotta nel 1845 nel suo Dizionario geografico e statistico della Spagna.
Trinidad Grund percepisce che la grotta può essere un’attrazione “turistica”; fa costruire quindi una grande scalinata per facilitarne l’accesso e valorizza il luogo tenendovi anche spettacoli di flamenco per l’aristocrazia di Malaga e di Siviglia. Non solo: organizza in Ardales le prime “escursioni guidate”, fa costruire un casinò, delle piscine termali, dedica delle stanze all’ospitalità. Vuole che intere famiglie si rechino in questo posto per vivervi giorni piacevoli. La grotta di Ardales sarà la prima dell’intera Spagna a essere considerata ufficialmente “attrazione turistica” e l’area di Carratraca diventa il punto di partenza di quello che si può chiamare “il moderno turismo”. Due volte l’anno, il giorno di san Giovanni e l’ultimo dell’anno, in Carratraca si tengono grandi feste notturne e la cueva de Ardales diventa una preziosa testimonianza della storia di Malaga; tutti i visitatori importanti della grotta, infatti, lasciavano scritto o inciso il loro nome su una delle colonne accanto all’ingresso (oggi per una cosa del genere si può finire sotto processo), così che tuttora la cueva presenta una sorta di archivio di tutte le persone importanti del XIX secolo a Malaga e dintorni.
La grotta subì poi una importante evoluzione; dopo la morte di Trinidad Grund versò in uno stato di semi-abbandono – fu anche utilizzata come deposito e come rifugio antiaereo durante la guerra civile – fino a quando, nel 1918, il famoso studioso della preistoria, Henri Breuil, insieme al collega Miguel Such, vi scoprirà i primi dipinti e incisioni rupestri del Paleolitico, che farà conoscere al mondo attraverso la pubblicazione sulla rivista L’Antropologie a Parigi nel 1921. L’importanza del sito, che sembra occupare l’intero paleolitico superiore da 65mila a 8.500 anni fa, è ancora oggi straordinaria; nella grotta sono stati scoperti fino a oggi più di mille soggetti che rappresentano fauna (cervi, cavalli, capre, tori, pesci, uccelli e serpenti), figure umane femminili e incisioni meno comprensibili.
Ma torniamo a Trinidad Grund. Ormai decisa a godersi gli anni della vecchiaia nel suo piccolo paradiso, progetta e finanzia la costruzione di un eremo, nella zona, dove ritirarsi. La posizione è splendida, sul culmine di un’ampia rupe che affaccia su un panorama maestoso. I lavori procedono celermente fino a che gli dei invidiosi si ricordano di Trinidad Grund, e il suo meraviglioso eremo viene completamente incenerito da un fulmine il giorno prima della inaugurazione (oggi, comunque, la dimora di Trinidad Grund a Caratraca, fatta costruire in stile neo-mudéjar intorno al 1885, è la sede del municipio).
È noto che i regnanti amino circondarsi della benevolenza delle persone importanti. E questo accadde anche a Trinidad Grund. Per le peripezie occorsele nella vita, e per il complesso delle iniziative economiche e sociali poste in essere, la donna per lunghi anni a Malaga era sulla bocca di tutti. Una simile figura non poteva certo passare inosservata a corte e, sebbene Trinidad non professasse alcuna fede politica, la Regina Isabella II (Madrid, 10 ottobre 1830 – Parigi, 9 aprile 1904) nel 1865 volle conferirle la Banda delle Nobili Dame dell’Ordine di María Luisa, una delle onorificenze più importanti del Paese, come riconoscimento delle opere di bene che aveva compiuto per la città di Malaga.

Isabella II di Spagna in un ritratto di Franz Xaver Winterhalter

Tale il padre, tale il figlio, si dice; è spesso è vero. E Trinidad si comportò esattamente come suo padre Federico una quarantina di anni prima, quando aveva perduto i privilegi di diplomatico per sostenere una posizione opposta a quella del Re di Prussia. Quando Trinidad Grund, fervente cattolica, seppe che la regina aveva riconosciuto il nuovo regno d’Italia, creato a spese del Regno delle due Sicilie (dove erano al governo i Borbone) e dello Stato Pontificio, restituì la Banda alla sovrana.
Lo fece cercando, come si dice, di addolcire la pillola, forse sperando di compiacere la religiosità della regina. Le scrisse infatti: “Mi preme ritornare alla Sua eccellenza il titolo di dama nobile che la generosa bontà della Regina si ha degnato di darmi, perché considero primo titolo di nobiltà protestare verso un così disastroso riconoscimento e per confermare i miei sentimenti di amore e fedeltà per il nostro glorioso pontefice Pio IX, vicario del nostro Dio e redentore”. Figurarsi se un re possa accettare a cuor leggero un simile oltraggio! E le poche righe di questa letterina, nonostante i meriti della donna, costarono a Trinidad Grund l’esilio a Roma. E per sua fortuna il governo di Isabella durò ancora soltanto tre anni, a sua volta esiliata dalla rivoluzione che in Spagna è nota come “La Gloriosa”, così che Trinidad potè tornare rapidamente in patria.
D’altro canto, la donna non arretrò mai di fronte a nessuno. Durante i turbolenti giorni della Prima repubblica, il breve ma furioso periodo del regime democratico (dal febbraio 1873 al dicembre 1874), durante il quale si instaurò un regime particolarmente ostile alla chiesa, Trinidad ricevette notizia che la Giunta Rivoluzionaria progettava di demolire i conventi di Malaga. Di furia si presentò al Palazzo Vescovile, dove la Giunta aveva stabilito la sua sede, e non se ne andò prima di aver ottenuto il rispetto delle monache e delle loro proprietà, in questo modo salvando dalla distruzione un importante patrimonio storico, artistico e culturale che esiste ancora oggi.
Ma ormai il vento sta cambiando. Negli ultimi anni del secolo la ruota della fortuna di Malaga gira. Alcune grandi famiglie, come i Larios, sono costrette a diversificare per sopravvivere, e anche gli Heredia (che negli anni fastosi erano arrivati a prestare soldi alla Corona) perderanno praticamente tutte le loro fortune pochi decenni dopo la scomparsa del fondatore della dinastia. Una tremenda crisi finanziaria attraversa tutta la Spagna, il futuro è fosco.

Via Trinidad Grund a Malaga

Trinidad Grund muore il 31 agosto 1896, all’età di 75 anni, nella sua casa in Calle del Peligro (che oggi si chiama Calle Trinidad Grund) afflitta da un cancro ormai incurabile. Ha compiuto opere più rilevanti di quelle di molti uomini, in un’epoca storica in cui le donne non avevano alcun diritto né facoltà. Può essere considerata la prima imprenditrice di Spagna, se non proprio d’Europa. Ha avuto forza, compassione, visione del mondo, speranza nel futuro.
Non c’è accordo sull’abito che avesse indosso il giorno del suo funerale. Lo storico, e amico, Francisco Silvela, sostiene che – per sua espressa richiesta – indossasse l’abito che l’aveva salvata dal naufragio del Miño, e che aveva conservato come una reliquia. I suoi eredi (che nelle interviste in televisione continuano a chiamarla “tia Trinidad”, zia Trinidad, sebbene siano trascorsi quasi centotrenta anni) smentiscono questa che considerano null’altro che una leggenda.
Se un appellativo le si può assegnare è quello di essere stata una donna moderna. Almeno, questo si deduce dalle parole che, su di lei, riporta sempre Francisco Silvela il quale ricorda quello che Trinidad gli diceva sulla educazione dei bambini: “È necessario abituarli affinchè si interessino a tutto, alla natura, all’arte, alla campagna, ai giochi, ai divertimenti della loro età. Devono impegnarsi in ogni cosa, niente dovrebbe essere indifferente nella vita, tutto dovrebbe interessare e ogni cosa dovrebbe essere fatta come fosse una questione molto importante, nella ricerca costante della perfezione. Solo così si può sfuggire dalla noia dell’esistenza; non conta tanto la ricchezza quanto una vita ricca di interessi; chi non ha interesse per nulla è infelice come colui che non possiede niente”.

 

Nota – Chi intenda approfondire la figura di Trinidad Grund può leggere in rete il necrologio scritto da Francisco Silvera in data 10 settembre 1896 (che si trova nella biblioteca regionale di Madrid intitolata a Joaquin Leguina, numero di catalogo 1345742), oppure visionare l’egregio filmato di Luis Calvo Ramos e Isabel Sanchez realizzato per la televisione Canal Sur, o perfino leggere il suo testamento. Ma, a voler cercare bene, il materiale disponibile in rete su questa figura che incomincia a essere conosciuta sempre più e sempre meglio, è ormai rilevante.

 

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Igor Moiseyev, il divino

 

Igor Moiseyev

Come lui, nessuno. Igor Aleksandrovič Moiseyev (Kiev, 21 gennaio 1906 – Mosca, 2 novembre 2007), è stato un coreografo e ballerino russo, certamente il più grande coreografo di danza popolare di sempre. Nella sua lunghissima vita ha collezionato un numero incredibile di premi e menzioni, in Russia ma anche all’estero. L’enciclopedia britannica scrive di lui: “… Formatosi a Mosca presso la scuola di balletto Bolshoi, dove si diplomò nel 1924, Moiseyev fu ammirato sia come eccellente ballerino sia come coreografo al Teatro Bolshoi. Nel 1936 fu nominato capo del dipartimento di coreografia del neonato Teatro di arte popolare di Mosca. Dopo aver organizzato un festival nazionale di danza popolare, fondò (1937) l’Ensemble accademico statale di danza popolare, che comprendeva 35 ballerini, principalmente dilettanti, e balli delle 11 repubbliche che allora formavano l’Urss. Successivamente costruì una compagnia di circa 100 ballerini professionisti formati in parte dalla Scuola del Teatro Bolshoi in parte dal suo Dipartimento Nazionale di Danza. La coreografia di Moiseyev era spesso caratterizzata da motivi geometrici sequenziali eseguiti con grande precisione. Il suo lavoro, tuttavia, fu particolarmente ammirato per l’equilibrio che mantenne tra l’autentica danza popolare e l’efficacia teatrale. Pertanto, sebbene l’ensemble sia diventato famoso per i suoi salti spettacolari e acrobatici, la coreografia di Moiseyev derivava costantemente da quelli che lui chiamava “movimenti delle radici”, i passi fondamentali caratteristici di un particolare tipo di danza popolare. Ha creato più di 170 danze tra cui la Suite ucraina, che rappresenta il fidanzamento di una giovane coppia; la Soccer Dance, una versione parodistica del gioco del calcio; e i famosi Partigiani, con le rappresentazioni della guerriglia e degli uomini a cavallo. La sua Bulba ha ricreato così efficacemente il folklore della Bielorussia che è stata adottata come danza nazionale di quel Paese. Dopo il 1955 l’ensemble fece tournée in Francia, Inghilterra, Egitto, Giappone e Stati Uniti”. E si può aggiungere che tuttora l’ensemble Igor Moiseyev delizia con i suoi straordinari spettacoli i teatri di mezzo mondo.
Il sito Arterussamilano così ricorda Igor Moiseyev e il suo corpo di ballo: “… La Compagnia Nazionale di Danze Popolari dell’Urss di Igor Moiseyev si esibì alla Scala per la prima volta il primo novembre 1962. Nata nel lontano 1937, aveva già collezionato un numero impressionante d’imitatori in patria – come il gruppo femminile Beriozka, che alla Scala si era esibito un anno prima. Tuttavia, fu solo dopo aver ricevuto il titolo di “Ambasciatore dell’Unione Sovietica”, nel 1945, che il folto gruppo di Moiseyev conobbe grandissima fortuna anche all’estero. Al 1955 risalgono le tournée in Francia e Inghilterra, mentre il debutto alla Metropolitan Opera House di New York, nel 1958, coincise con la prima visita di una troupe di danza sovietica negli States. L’evento aiutò a creare un’epoca nuova negli scambi culturali, formalizzata proprio quell’anno da un accordo firmato dai due Stati. Il critico del New York Times, John Martin, giudicò “stupenda” la performance, e Ed Sullivan le diede ampia visibilità televisiva in oltre un’ora di trasmissione. “Moiseyev è un astuto folklorista e un bravo artista”, diceva Martin nel suo articolo. “La sua compagnia, di cento elementi, è calda, vitale, vivace, irreprensibile tecnicamente ed energica oltre ogni attesa, e tutti gli interpreti sono di primissimo rango”.
Forte dell’eco positiva suscitata proprio negli Stati Uniti, anche alla Scala la Compagnia Nazionale di Danze Popolari dell’Urss ottenne un caldo successo. Moiseyev vi portò una raccolta di danze tra quelle all’epoca più famose del suo repertorio, come l’Antica danza dei guerrieri georgiani, Polianka (Il campo), la Danza usbeca, la suite moldava Zhok, antica quadriglia di città oltre ai già citati Partigiani, Soccer danceDuello tra ragazzi e La primavera.

Molta ricchezza, estro e fantasia nei costumi di questa miscellanea, frutto delle ricerche di Moiseyev sul campo, quando – ballerino al Teatro Bolshoi di Mosca – dedicava il tempo libero ad esplorare a piedi o a cavallo le province russe, approfondendo le diverse forme di danza tradizionale. In Grande Suite Russa la marsina maschile beige, in tinta col cappello russo, denotava una speciale ricercatezza; il costume femminile lungo faceva sfoggio di tutta la ricchezza dei ricami tradizionali, e una lunghissima treccia addolciva la bellezza femminile. Non meno eleganti nei calzari bianchi intrecciati, nelle gonne corte e ampie e nelle giubbe nere i danzatori della danza della Bielorussia. Qui, quindici ballerine creavano linee che davano vita a una grande varietà di disegni spaziali. Prima giravano strette strette, in piccoli cerchi da tre, poi si disponevano in file compatte che ruotavano, poi s’inginocchiavano; univano le mani a formare archi sotto ai quali passavano altre danzatrici; si flettevano e ruotavano ancora, come a formare un’immaginaria matassa che era presa per un lembo dell’abito e portata fuori scena da un’unica danzatrice.
Notata dal pubblico anche l’espressività di ogni parte del corpo, comprese le spalle che andavano su e giù anche quando le danzatrici erano ferme. Speciale attenzione pure per la Danza di Kazan, l’austera e sensuale danza in nero dei Tartari con i pantaloni a sbuffo e delle loro donne sottili dalle tuniche, nere anch’esse, indossate sopra agli stivali. Dopo aver conquistato lo spazio spoglio in tondo, la solista della Danza tartara si muoveva rapida in senso antiorario, e mostrava grazia e vigore nelle sue prodezze solitarie, chiamando infine a sè due ballerini; con essi formava un terzetto, del quale lei diventava il perno; mentre i compagni si piegavano flessuosamente sulle ginocchia e saltavano, lei ruotava come una trottola.
Nell’insieme il debutto fu apprezzato come un bell’esempio di virtuosismo e precisione e come un ingegnoso distillato di danza classica e stili popolari di molti dei popoli dell’Unione Sovietica. L’esibizione scaligera aprì le porte della città alla Compagnia Nazionale di Danze Popolari dell’Urss di Igor Moiseyev, che tornò a Milano con regolarità sino alla fine degli anni Ottanta, ma in spazi diversi, dal Teatro Lirico al Palazzetto dello Sport.”

Elena Shcherbakova con Igor Moiseyev

Elena Shcherbakova, attuale direttrice artistica dell’Ensemble accademico statale di danza popolare Igor Moiseyev, ricorda: “Oggi i capolavori di Moiseyev, riconosciuti in tutto il mondo, sono già ballati dalla settima generazione di artisti, preservando e continuando tutte le tradizioni tracciate dal Maestro! Tutto intorno sembra essere obsoleto, necessita di essere aggiornato e Igor Moiseyev ha una percezione del mondo unica e senza tempo, che si è sviluppata in una tavolozza che non si trova in nessun altro coreografo”.
In rete si trovano numerosi spezzoni degli spettacoli dell’ensemble, e persino la registrazione di uno spettacolo completo, un concerto al Cremlino nel 2011.
Nello splendido sito internet della compagnia si possono trovare le foto e i profili di tutti gli oltre novanta elementi – tutti ballerini professionisti con anni di proficuo lavoro alle spalle. Ma gli spezzoni che io preferisco sono le registrazioni delle prove dell’ensemble, nello splendido salone dove i ballerini, sempre accompagnati dalla musica dell’orchestra [un’orchestra sinfonica di trentadue elementi che suona quasi esclusivamente la musica di compositori sinfonici russi come Borodin, Mussorgsky, Glinka, Rimsky-Korsakov – Ndr], deliziano e si deliziano esercitandosi nei passaggi più complicati degli spettacoli. In questi video si può notare l’assoluta perfezione dei movimenti in sincrono, delle mani, delle spalle; tutto è studiato nei minimi dettagli, dal sorriso delle ballerine ai salti acrobatici dei ballerini. Sembra di stare in una palestra, con tanto di spalliera svedese su una parete di fondo, dove si arrampicano per fare esercizio i ballerini-atleti non direttamente impegnati. In una sola espressione si può dire che Igor Moiseyev ha applicato la danza classica al ballo popolare (o, se preferiamo, ha applicato il ballo popolare alla danza classica).
I sorprendenti ed entusiasmanti risultati, come si può facilmente immaginare, sono il frutto di una organizzazione maniacale e di un durissimo lavoro, quasi una missione. Da quando è stata istituita la scuola (dove sono ammessi ragazzi dai 12 ai 14 anni), cioè dal 1943, per diventare un Moisee devi studiare per cinque anni, sei giorni su sette. La giornata lavorativa inizia alle dieci, con una lezione di danza classica per preparare l’artista alle prove coreografate, le quali si svolgono dalle tre alle sette e, sebbene sia molto faticoso, nessuno ha mai fretta di andarsene; se è in corso una prova, bisogna finirla. Se si cade ci si rialza e si riprende, perché quest’attività non riguarda i singoli ma l’insieme. “Chi si definisce solista, lo licenzio subito”, disse una volta Moiseyev. “Non ci sono solisti nell’ensemble e non ci sono ruoli; tutti imparano tutto, tutti gli artisti ballano sia nelle parti soliste che nelle comparse”.
Di conseguenza, parte importante dell’allenamento riguarda gli aspetti caratteriali: non si può essere un Moisee se insieme alla passione e alla dedizione non si esercita anche l’onestà. Se un sorriso non è naturale, il pubblico lo nota. Se uno sguardo non proviene dall’anima, la rappresentazione non funziona. E anche per ottenere questo sguardo sincero rispetto alle danze popolari, la troupe studia canti, danze e rituali scomparsi, che saranno poi interpretati in modo creativo una volta inclusi nel programma.
Dice Elena Shcherbakova: “Per decenni Moiseyev è stato in contatto con musicisti, folkloristi, storici, musicologi; solo in questo modo potè riuscire a stupire e commuovere il pubblico di tanti Paesi diversi; a realizzare un repertorio che è una sorta di enciclopedia coreografica della cultura della danza dei popoli del mondo. È con la partecipazione diretta accanto a Moiseyev di noti esperti di folklore, fra i quali i coreografi Miklos Rabai (Ungheria), Lyubushe Ginkova (Cecoslovacchia), Ahn Son Hee (Corea), che è nato il programma Pace e amicizia (1953), con l’appassionata collaborazione dei campioni del folklore europeo e asiatico di danza provenienti da undici paesi.”
E il futuro? Come si concilia questa tradizione che ha sfidato i decenni con le nuove interpretazioni dell’arte, della musica, della tecnologia applicata allo spettacolo? Dice Elena Shcherbakova: “Purtroppo oggi c’è la tendenza a includere elementi pop e musica moderna nelle danze popolari. Non accetto questo. Io sono per la purezza del genere. Sono perché ogni nazione conservi e trasmetta le danze popolari di generazione in generazione. Per me la danza popolare e la parola spettacolo sono incompatibili. Inoltre, le tecnologie in evoluzione a volte non sono le migliori compagne per l’arte, poiché ostacolano la spiritualità. Le persone smettono di leggere libri: Internet pensa per loro. La decorazione è molto di moda oggi: molte luci, decorazioni luminose, costumi con paillettes. Ma noi preferiamo rifarci ancora a come era il mondo quando noi siamo nati. Il motto dei Moiseeviti è: un minimo di abbellimento, un massimo di prestazioni.”

 

 

Ecco, qui di seguito, alcuni video fra le centinaia di video disponibili su You tube relativi all’attività dell’ensemble Igor Moiseyev:

81a Stagione – frammenti di prove per il programma del concerto per l’Italia

Dalle prove di Estate, Sanchong, Tarantella

Danza russa ‘Polyanka’

Frammenti di prove

Frammenti di prove per l’82a stagione

Frammenti di prove per un concerto al Teatro Bolshoi

Frammenti di prove, aprile 2017

Momenti di prova ‘Estate’, ‘Sanchong’, ‘Tarantella’

Prove di “Una notte sul Monte Calvo”, scena prima “Feste popolari”

Prova Danze polovtsiane

Prove del ballo argentino Malambo

Prove del concerto di classe “The Road to Dance”, danza serba

Prove della danza russa ‘Venzel’

Prove di ‘Estate’ e ‘tarantella’

Prove di ‘Monogrammi’

Prove generali prima di un concerto

Prove ‘Khorumi’, ‘Polyanka’, ‘Sirtaki’

Prove per un programma di concerti per le città degli Urali

Serata alla Taverna

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La Birra Korça parla italiano

 

 

L’aria è dolciastra, fumosa. La fabbrica moderna, con macchinari brillanti e i computer che controllano l’intero processo produttivo, stride con i mattoni rossi dell’edificio, un bel liberty di inizio Novecento, però ben tenuto. Anche questo stabilimento, come spesso capita in Albania, parla italiano; la fabbrica di birra Korça è stata fondata nell’omonima città (conosciuta dagli italiani anche come Corizza) nel 1928 dall’imprenditore italiano Umberto Uberti, personaggio creativo e inquieto.
Lui era farmacista, trevigiano di Pieve di Soligo. Le cronache non riportano l’anno di nascita, e nemmeno il suo corso di studi; qualcuno azzarda che fosse anche ingegnere, se non altro perchè  se ne andò a costruire strade in Romania e tornò in Italia, fiutando l’aria, nell’imminenza dello scoppio del primo conflitto mondiale, in tempo utile per arricchirsi coordinando forniture di bevande per l’esercito italiano. Alla fine della guerra lo vediamo tutto intento a costruire una fabbrica di ghiaccio, a Venezia; ma soprattutto, attraverso la Umberto Uberti Sas, sempre a Venezia e insieme con i suoi due figli, a produrre macchinari e materie prime per rifornire la rete (una trentina di esercizi in tutto) dei birrifici delle tre Venezie.
In pochi anni in nostro si fa un nome, come si dice. La sas non basta più, ecco la Umberto Uberti Srl, ecco che si apre la filiale di Vienna (un nome una garanzia, nell’ambiente birraio). Ed ecco, di nuovo, l’attrazione per i Balcani. Umberto Uberti si rimette in viaggio, va in Albania, a Tirana; però gli sembra che la città sia troppo caotica e complicata, non fa per lui. Allora si spinge nuovamente verso est, verso il confine con la Macedonia, verso la Grecia. Arriva a Korça, 75mila abitanti a sud del lago di Ocrida, e la prima cosa che lo intriga è l’acqua, che scende purissima dal monte Morava, a otto chilometri dal centro cittadino.
Questa Korça non è una cittadina qualunque. È il cuore storico del movimento nazionalista albanese. La disgregazione dell’impero ottomano, le rivendicazioni di autonomia dei Balcani e la vicinanza della cittadina con la Grecia, provocarono scontri e rivendicazioni infinite a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Fra il 1916 e il 1920 la città passò sotto il dominio francese come Repubblica autonoma di Corizza. L’esperimento sembrò funzionare; efficace fu la cooperazione tra cristiani e musulmani albanesi nel governo, così che i francesi permisero alla Repubblica autonoma di comportarsi proprio come fosse uno stato indipendente, addirittura battendo una propria moneta, con una bandiera nazionale e persino emettendo francobolli ufficiali. Nel turbolento periodo fra le due guerre mondiali la Società delle Nazioni stilò un rapporto, probabilmente un po’ superficiale, nel quale si sosteneva che la popolazione di Corizza fosse interamente albanese e che la componente greca fosse insignificante. Questo rapporto era stato redatto in massima parte da un diplomatico che di tutto si interessava tranne che di politica internazionale, Jakob Johannes Sederholm (1863-1934). Lui era un geologo molto famoso e stimato, per 40 anni capo del Servizio geologico finlandese, e forse tanto bastò per considerarlo anche raffinato politico. Sta di fatto che la conferenza di Pace di Parigi (1919) stabilì che Korça dovesse rimanere all’Albania e non essere annessa alla Grecia, che pure la rivendicava. Ma subito dopo, durante il 1920, acquisita la sovranità albanese sul territorio vi fu una sorta di epurazione etnica: la lingua greca fu proibita nelle scuole, nella vita religiosa e persino nelle conversazioni private. Nel novembre del 1921 venne addirittura espulso il vescovo metropolita greco-ortodosso, Jakob, cosa che suscitò dimostrazioni anche aspre da parte della minoranza greco-ortodossa e che provocò, alla fine, un’ondata migratoria della componente greca, soprattutto verso l’Australia.
È in questa città a cavallo fra islam e cristianità, fra Impero ottomano e rivendicazioni autonome, che capita quindi, nel 1928, il nostro Umberto Uberti. Decide che impianterà in questo posto la sua fabbrica di birra. Le leggi albanesi non permettono a uno straniero di avviare una impresa; per quello occorre un socio. Lui un socio già lo ha, in Italia, è la famiglia Luciani, proprietaria all’epoca del gruppo Dreher. Bisogna trovare il socio locale, dunque. E lui, Umberto Uberti, il socio albanese lo trova. Si chiama Selim Mborja, gran personaggio, ricchissimo e potente, imprenditore e patriota. Fra i due scocca la scintilla: Uberti metterà l’idea e la tecnologia, Mborja il terreno. L’atto costitutivo della società è del 1928, nel 1929 incomincia la costruzione della fabbrica, su un’area di 20.000 metri quadrati, di proprietà di Selim Mborja. Il capitale della società è di 950mila franchi oro, di cui 600mila di Uberti e 350mila di Mborja (non in contanti bensì conferendo all’azienda i terreni della fabbrica).

Mborje fu imprenditore capace, uomo d’affari creativo ma oggi in Albania viene ricordato soprattutto come straordinario e generosissimo filantropo. Nel 2022 il presidente della repubblica di Albania, Ilir Rexhep Meta, lo ha insignito alla memoria del titolo “per meriti civili speciali”, riassumendo la sua figura con queste parole: “Filantropo e patriota di spicco, il suo nome è strettamente associato agli emblemi e all’orgoglio della Piccola Parigi [è così che gli Albanesi amano parlare di Korça – Ndr]
dove si distingueva con l’attività umanitaria nel periodo 1920-1943. Donatore del terreno dove fu costruito l’ospedale di Korça, costruttore della centrale elettrica nel 1925, contribuente all’approvvigionamento di acqua potabile della città, donatore di terreni per la costruzione di impianti sportivi e fondatore del Club Tennis Korça, principale sostenitore di gruppi musicali, artistici e giornalistici, costruttore del palazzo della prefettura e investitore del sito dove è stata costruita la “Birra Korça”, il suo nome è presente anche nella Federazione Vatra e Albania, presso la Croce Rossa, presso la commissione per la raccolta degli aiuti per la creazione del Liceo di Korça, alla pubblicazione del giornale Jet e Re e in molti altri aspetti.” (Nota: all’avvento del regime comunista Selim Mborje – avvisato tempestivamente da una lettera anonima – sfuggì per miracolo ai sicari di Hoxha che intendevano assassinarlo e si imbarcò per Istanbul, dove morì il 3 aprile del 1952, senza aver più potuto rivedere la sua splendida casa a Korça, dove nel frattempo si era insediatro Enver Hoxha. La descrizione più suggestiva della sua vita e delle sue attività è disponibile qua).

Ma torniamo al 1929. È un eccellente momento per i rapporti italo-albanesi. Il progetto del birrificio viene approvato senza obiezioni dal parlamento albanese ed è addirittura uno dei primi atti sottoscritti dal primo re del Paese, Ahmet Lekë Bej Zog, autonominatosi Zog I il primo settembre 1928. Scrisse la Gazzetta di Korça del 6 giugno 1934: “Lunedì 4 di questo mese, alle 17.30, ha avuto luogo l’inaugurazione dello stabilimento Birra Korça dell’azienda Uberti-Mborja. È stata invitata una larga rappresentanza delle autorità competenti. I numerosi ospiti hanno visitato per la prima volta la fabbrica in costruzione e hanno ammirato i macchinari della fabbrica dove venivano generosamente servite birre con stuzzichini selezionati. La birra Korça è davvero di qualità migliore di molte birre straniere, ed uguale a quella dei più famosi birrifici tedeschi. Il signor Umberto Uberti e Selim Mborja hanno ricevuto le sincere congratulazioni da tutti per il successo della loro azienda. Ieri è iniziata la vendita della birra Korca. Il prezzo è stato fissato dall’azienda a 4 lek per le bottiglie grandi e 2 lek per quelle piccole.” La produzione iniziale si limita alle birre Blonde Ale e Brown Ale (oltre ad acqua imbottigliata e ghiaccio, della cui produzione, ormai, Uberti è specializzato). In questo momento l’azienda occupa 250 operai albanesi e 25 tecnici specializzati provenienti dall’Italia.
L’avventura è bella, il successo è inevitabile. Ma dura poco. Alla fine del 1944 Henver Hoxha assume il potere in Albania e avvia un radicale processo di nazionalizzazioni. L’11 gennaio del 1946 la Korça Beer viene nazionalizzata. Iniziano anni bui; la produzione continua ma il processo di sviluppo si è arrestato. Manca, come si suol dire, uno spirito imprenditoriale adeguato. Nell’aprile del 1985 Hoxha muore e lentamente l’Albania ricomincia a vivere e ad aprirsi di nuovo al mondo. Occorreranno ancora nove anni, tuttavia, perché la riscossa abbia inizio. Nell’aprile del 1994 il birrificio Korça torna a essere un’azienda privata, rilevato all’asta da un gruppo di imprenditori locali; ma occorreranno altri dieci anni – e siamo al 2004 – per il vero salto di qualità; in quell’anno, infatti, l’azienda viene rilevata dall’imprenditore Irfan Hysenbelliu (attuale presidente di Korca Beer sh.p.k.) che ristruttura l’edificio mantenendone comunque il tratto liberty originale che era stato pensato dagli architetti italiani incaricati da Umberto Uberti e dà il via a una importante riorganizzazione operativa e tecnologica (valore: 15 milioni di euro), inserendo nuove linee produttive importate dalla Repubblica Ceca e avviando un avveniristico controllo computerizzato dell’intero ciclo produttivo.
Oggi il birrificio Korça produce tre birre differenti, la bionda, la nera e la O1, a basso tasso alcolico. Produce inoltre dal 2014 Fab Water, un’acqua oligominerale naturale, e distribuisce in tutta l’Albania la Green Cola. Inoltre, il Gruppo Hysenbelliu e’ diventato il maggior azionista di Tirana Beer, primo birrificio del Paese, fondato nel 1960, con un fatturato di circa 6,8 milioni di dollari e 150 dipendenti. Il birrificio Korça produce attualmente 12 milioni di litri di birra utilizzando luppoli locali, naturalmente l’acqua della sorgente naturale del monte Morava e lieviti di qualità provenienti dalla Germania. Le esportazioni sono ancora limitate, considerando che la capacità produttiva dello stabilimento consente appena di coprire un mercato locale in espansione. Incominciano però a crearsi canali commerciali interessanti in direzione del Kosovo, della Macedonia del Nord, degli Stati Uniti e dell’Italia. Molto favorevole, in prospettiva, appare il mercato italiano, se non altro perché gli Albanesi in Italia sono circa cinquecentomila, e potrebbero riconoscersi nella loro birra.
In tutto questo anche la città di Korça è stata valorizzata dalla rinascita del birrificio. Durante il mese di agosto, infatti, dal 2007 si tiene ogni anno un Festival della birra, che tende a emulare il più famoso Oktoberfest di Monaco. Questo festival è ormai il maggior evento di attrazione turistica dell’Albania, con migliaia di turisti che arrivano da tutta Europa. Sempre più numerose sono le attrazioni artistiche e musicali che dalla prima sede del festival, la stazione degli autobus, dilagano ormai in tutta la città, che in questi giorni diventa una vera e propria discoteca a cielo aperto dove si consumano, dice la pubblicità (ma non si stenta a crederlo), oltre 14mila pinte di birra, mentre si assapora la deliziosa cucina tradizionale albanese, simile a quella mediterranea ma con, in più, le spezie e i condimenti della penisola balcanica e, naturalmente, tutto il tributo alle zuppe che caratterizza la cucina dell’est europeo. E considerando la recente “riscoperta” dell’Albania da parte del turismo italiano, state pur certi che questi numeri saranno destinati a crescere rapidamente.

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Le statue del demonio

 

 

L’angelo urla la sua rabbia verso il cielo, e ne ha ben motivo: è appena stato punito da Dio per la sua presunzione e scaraventato nell’inferno. Nella sua caduta è precipitato su una roccia e adesso grossi serpenti gli si attorcigliano intorno alle gambe. Sotto di lui bocche demoniache riempiono d’acqua la vasca della fontana. Non stiamo parlando di un angelo qualunque ma proprio di Lucifero, che fra gli angeli era il più vicino a Dio e che, forse proprio per questo, un bel giorno pensò bene di attentare al Suo ruolo, con le conseguenze che conosciamo.
La singolare scultura – si chiama El Ángel caído (l’angelo caduto) – è opera dello scultore spagnolo Ricardo Bellver y Ramón (1845-1924), che si perfezionò in lunghi anni di studio e di lavoro a Roma; gliela commissionò nel 1876, appositamente per il Parque del Buen Retiro, il duca Fernán Núñez.
Per la sua originalità la statua fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi del 1878, e visse alcuni decenni di lugubre notorietà. Per un po’, infatti, il monumento venne adottato come proprio simbolo dalle sette sataniche della capitale spagnola; negli anni Venti più volte la polizia dovette intervenire per interrompere improvvisati festini notturni in onore di Satana e qualcuno dice (ma chissà se poi è vero) che in più di una circostanza le forze dell’ordine trovarono il basamento del Ángel caído imbrattato di sangue fresco.
Ricardo Bellver y Ramón, dal canto suo, era scultore cortigiano; lavorava cioè su commissione. E oltre che per l’Ángel caído lo ricordiamo per statue più “tradizionali”, come la tomba del cardinale Lastre y Cresta nella cattedrale di Siviglia, o la Madonna del Rosario nella chiesa di san Giuseppe a Madrid, o il bassorilievo della morte di sant’Agnese, sempre a Madrid. O ancora per la statua di Juan Sebastián Elcano (noto come El Cano), che ancora oggi fa bella mostra di sé al ministero degli Esteri della capitale spagnola (questo El Cano fu l’esploratore spagnolo che comandava la spedizione di Ferdinando Magellano e che lo sostituì alla sua morte, divenendo il primo europeo a circumnavigare la terra).
Le ipotesi sull’ispirazione di una statua così singolare si sprecano; la più “colta” vuole che l’opera si rifaccia al libro di John Milton “Il paradiso perduto”, pubblicato nel 1667. La più esoterica vede, invece, un collegamento con il luogo e con la “numerologia”. La statua di Lucifero sorge infatti a un’altitudine di 666 metri sul livello del mare (l’altitudine media di Madrid è di 655 metri slm, cui si possono aggiungere gli undici metri del basamento). A proposito del basamento, l’incarico venne affidato dal Comune di Madrid all’architetto Francisco Jareño che lo realizzò in granito, bronzo e pietra, contornandolo da un’ampia vasca con tanto di fontana. Forse a causa della sua controversa natura, l’opera venne inaugurata ufficialmente solo nel 1885, ben otto anni dopo che Ricardo Bellver y Ramón l’aveva consegnata al committente.
Esiste anche un altro monumento chiamato El Ángel Caído; si trova a Santa Cruz de Tenerife, sempre in Spagna, ma non ha niente a che fare con il demonio; rappresenta infatti il generale Francisco Franco che impugna una spada a forma di croce e la rivolge contro un angelo della pace che vola verso di lui.
La tradizione vuole che quella di Madrid sarebbe l’unica statua al mondo dedicata al demonio ma questo è quanto sostengono i madrileni. In realtà non è così. Di statue dedicate al demonio, al mondo, ce ne sono altre cinque (e magari anche più). Andiamo con ordine.
La più… vicina a noi si trova a Torino, e forse non a caso, considerando che molte voci di popolo vedono il capoluogo piemontese come città particolarmente esoterica, tetra, massonica, iniziatica. Siamo nella centralissima piazza Statuto, elegante e sabauda, un bell’impianto rettangolare contornato da portici. Qui dal 1879 sorge un monumento piuttosto lugubre, un’alta piramide di pietre sulle quali riposano, sfiniti, i mitici titani. L’allegoria si riferisce al traforo ferroviario del Frejus, inaugurato il 17 settembre 1871; opera – appunto – titanica: fu la prima galleria scavata nell’arco alpino (in tredici anni, dal 1857 al 1870) e per parecchio tempo con i suoi 12,2 chilometri rimase anche la più lunga al mondo, cedendo il primato dodici anni dopo al traforo del Gottardo (16,9 chilometri).
L’opera, realizzata da Luigi Bellini nel 1879 proprio con i massi del traforo, intendeva rappresentare il trionfo della ragione sulla forza bruta, e per questo motivo lo scultore collocò sulla sommità una figura alata con in testa una stella a cinque punte, che avrebbe dovuto simboleggiare il genio alato della scienza. Ma forse l’allegoria non risultò troppo chiara ai torinesi, che da subito presero a considerare che il monumento fosse una dedica alle sofferenze patite dai minatori che avevano lavorato nella galleria (alla fine, su 4mila operai, si dovettero registrare quarantotto morti).
E poi, si sa, concussam baccatur Fama per urbem; quando le leggende prendono corpo diventano incontrollate e incontrollabili. Ed ecco che piazza Statuto, per quelli che se ne intendono davvero, sarebbe uno dei vertici del triangolo della magia nera nel mondo (per i curiosi: gli altri due si trovano a Londra e a San Francisco). Anzi, l’epicentro dell’energia negativa si troverebbe proprio a Torino, nel punto in cui sorge il monumento; con l’ovvia conseguenza che il personaggio in questione – altro che genio alato della scienza! – sarebbe Lucifero in persona. E ce n’è d’avanzo: pare che proprio qui a Torino, magari per rispetto al loro padrone occulto, siano venuti in pellegrinaggio personaggi “esoterici” del calibro di Nostradamus, Fulcanelli e Paracelso. E mi fermo qua, per non tirare in ballo le grotte alchemiche di Torino o la leggenda (?) del vecchio saggio con formidabili poteri divinatori che dimorerebbe proprio nelle alture del capoluogo piemontese.
Singolare è il caso dell’opera intitolata El poder brutal (conosciuta popolarmente come La cara del diablo, Il volto del diavolo, o El diablo de Tandapi, Il diavolo di Tandapi) che si trova in Ecuador, nel cantone di Mejia, a una ottantina di chilometri dalla capitale Quito. Si tratta della rappresentazione in pietra di un volto diabolico, una scultura alta venti metri, collocata a 30 metri dal suolo. I tratti sono proprio quelli che ti aspetteresti dal diavolo, le corna sulla fronte, il naso appuntito e – dietro le labbra socchiuse – dei denti aguzzi come zanne. In basso, sul basamento, sono incise le parole El poder brutal. L’artista che ha eseguito l’opera (tra il 1985 e il 1987) si chiamava César Octaviano Cristóbal Buenaño Núñez (morto nel 2001); non era uno scultore ma un impiegato del ministero dei Lavori pubblici. Era abile nel manovrare la benna e per questo motivo fu incaricato dai suoi superiori di demolire un tratto di una collina rocciosa che, in una curva lungo la strada, chiudeva la visuale agli automobilisti che sopraggiungevano, provocando parecchi incidenti. Quando Buenaño Núñez scoperse che, nel corso del suo lavoro, dalla roccia era emerso un masso dalla forma particolare, ebbe l’ispirazione, raccolse offerte per la realizzazione della scultura, comprò gli attrezzi necessari e divise il lavoro in due: al mattino lavorava alla montagna, al pomeriggio alla scultura, lavorando dall’interno della montagna dopo aver creato una galleria nella fragile roccia tufacea, in modo che il suo lavoro non risultasse visibile dalla strada. Come abbia fatto a tener nascosto questo scavo che nessuno gli aveva chiesto non è chiaro ma quando il ministero, visto che il lavoro si prolungava eccessivamente, gli impose di terminarlo in fretta, l’uomo fece brillare un tratto di collina, scoprendo in questo modo “el poder brutal”. Ancora oggi, a oltre venti anni dalla morte di Buenaño Núñez, questo volto è “il diavolo” ma la verità è che la gente si affeziona alle leggende anche e soprattutto se sono intriganti e turbolente. Mentre Wikipedia continua tuttora ad avvalorare la versione che la statua rappresenti effettivamente il diavolo, autorevoli operatori smentiscono questa ricostruzione. In un servizio sulla emittente La Televisión Ecuador del 15 aprile 2012, il figlio stesso di Buenaño Núñez, Luis Buenaño, sostiene “Il potere brutale è il potere che tutti noi sosteniamo nel decidere se fare il bene o il male; mio padre non ha mai dato a questa scultura il soprannome del Il diavolo di Tandapi.” Qualche anno dopo il giornale El Diario, edizione di Santo Domingo del 1 settembre 2016, conferma questa versione riportando una dichiarazione postuma dello stesso scultore: “La scultura rappresenta l’uomo sensato, corretto, coerente, ma a volte può commettere molte brutalità, peccati. Ci deve essere sempre un equilibrio, ci sono cose buone che possono avere un effetto negativo e ci sono cose cattive che hanno un effetto positivo, questo è il messaggio, il potere che abbiamo di decidere di fare il bene e il male”.
Non c’è invece alcun equivoco nelle altre due rappresentazioni artistiche dedicate al diavolo, di cui voglio parlare. Andiamo per esempio nell’isola di Cuba, precisamente in un piccolo cortile del Campidoglio Nazionale de L’Avana. Vi troviamo una statua bronzea che non lascia adito a dubbi. Si chiama L’angelo Ribelle e sì, mostra proprio lui, il diavolo in persona. Lo scultore è italiano, si chiama Salvatore Buemi (1867-1916) un siciliano che lavorò a Roma tra fine 800 e i primi del 900.
Buemi si specializzò nell’arte monumentale cercando di mettere in risalto temi e personaggi sociali. Gli piacevano le figure forti, decise, controcorrente. E non è quindi un caso che nel 1906 stipulò un contratto con un incaricato degli Affari Esteri di Cuba a Roma per la realizzazione dei monumenti agli eroi e combattenti per la liberazione dell’isola (quello dedicato a José Martí sarà inaugurato nel 1909). L’anno successivo Buemi donerà alla città de L’Avana la statua dell’Angelo ribelle (o anche Il Ribelle Eterno), e sarà nominato cittadino onorario della Repubblica Cubana (altre opere famose del “periodo cubano” di Buemi sono il mausoleo di José Miguel Gomez nel Cimitero Colombo all’Avana e la statua, anch’essa in bronzo, intitolata trasgressivamente Cuba libre (1909), raffigurante una donna a seno nudo che spezza le catene dei polsi e leva le braccia verso il cielo in segno di esultanza.
In rete si trovano quindi due differenti dizioni della statua del diavolo di Cuba, L’Angelo ribelle e Il ribelle eterno. Entrambe sarebbero attribuite a Buemi ed entrambe si troverebbero a Cuba, così che è assai probabile che la statua sia una sola, quella qui accanto riportata in foto.
Proseguiamo con la cattedrale gotica di Liegi, costruita fra il 1232 e il 1430 e dedicata a san Paolo. E qui la sorpresa è davvero forte, visto che questa statua del demonio (la scultura si chiama Le génie du mal, il genio del male e fu realizzata nel 1848 dallo scultore belga Guillaume Geefs) si trova – addirittura! – dentro una chiesa. Ma attenzione: la statua che è possibile ammirare ancora oggi a Liegi non è quella che vi era stata collocata in origine.
Curiosamente, il primo incarico per una statua raffigurante il demonio (si chiamava L’angelo della morte) era stato assegnato al fratello di Guillaume, Joseph, anch’egli scultore. Questi terminò il lavoro nel 1842 ma venne vivacemente contestato: il soggetto della scultura era troppo angelico e bello per poter raffigurare un angelo caduto, che tutti immaginiamo con la faccia truce, mentre per la rabbia digrigna i denti. In altre parole, il demonio di Joseph Geefs era troppo accattivante perché la gente, guardandolo, ne rimanesse inorridita. Purtroppo, bisogna dirlo, il povero Joseph aveva fatto un buon lavoro, visto che si era riferito alla creatura alla quale Dante, nella Divina commedia, si riferisce come “la creatura ch’ebbe il bel sembiante” (e infatti la pretesa di Lucifero di prendere il posto di dio nasceva proprio dal fatto che egli era, fra gli angeli di dio, il più bello e forse anche il più intelligente e capace).
Ma anche questo nuovo pezzo, completato nel 1848, non fu risparmiato dalle polemiche. Intanto perché Lucifero rimane comunque “di belle fattezze” e poi perché è più o meno nudo (indossa soltanto un panno intorno alla vita), ha un’espressione pensosa ma non cupa, come tanti re e potenti che trovano generosa ospitalità equestre nelle chiese di mezzo mondo.
E la scultura di Joseph? È stata rimossa dalla chiesa però ancora oggi viene conservata con tutti gli onori nel Royal Museum of Fine Arts di Bruxelles.
Ecco infine l’ultimo diavolo, la statua in pietra di Costantino Corti (1823/24-1873) intitolata Lucifero (a volte nelle didascalie si legge anche Satana) oggi si trova nel parco del castello di Montresor, nella valle della Loira. La statua fu commissionata dal conte d’Aquila (fratello dell’ex re di Napoli). Alla fine del XIX secolo, un viaggiatore e critico dilettante diede questa valutazione dell’opera: “Corti non fa un volgare Satana con corna, zoccoli e coda ma un vero e proprio Figlio caduto del Mattino; maestoso nella forma, forte nelle membra, determinato nella volontà, superno nella figura, ma sinistro nell’aspetto: un essere avvolto nel dubbio, nella disperazione e nella colpa; sufficientemente attraente nell’aspetto da lanciare un incantesimo sugli uomini o attirare i loro desideri peccaminosi verso i suoi con la forza di una simpatia congeniale.”
Questo Lucifero, infine, è stato recensito dal critico Francesco dall’Ongaro “come una degna rappresentazione dell’ideale satanico condiviso nelle opere letterarie di John Milton o Lord Byron”. A queste considerazioni – che abbiamo visto accompagnare la figura di Lucifero sin dal suo primo apparire – Dall’Ongaro ne aggiunge un’altra (anche approfittando del fatto che la statua di Corti non sembra avere attributi sessuali), che il genere – sconosciuto agli angeli, creati androgini – sarebbe nato solo con la creazione dell’uomo.