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Statale 75

 

In Albania non esistono strade a pedaggio. Ma è un peccato, perché almeno in un caso sarebbe opportuno istituire un ticket. Parlo della Strada Statale 75, che da Korcha (o anche Corizza, o Korça , o Korçë, come vi pare) conduce a Girokaster (o Girokastra, o anche Argirokaster, avete libertà di scelta), 194 chilometri che – se tutto andrà bene – percorrerete in 4h 22′, alla media di 44 kmh, come avverte il pur prudente Google.maps. È un peccato che non vi chiedano un sia pur modesto contributo perché un’esperienza così non l’avete mai fatta, né mai più vi capiterà, così che una piccola somma – magari da devolvere in parte alle vittime della strada – sarebbe più che legittima.

La cattedrale ortodossa di Korka

Incominciamo dalle città di partenza e di arrivo: Korcha ha 76mila abitanti e ha vissuto nei secoli, come molte città della penisola balcanica, numerosi rivolgimenti politici, sociali e religiosi. Oggi merita una visita per la bella Cattedrale della Resurrezione, chiesa ortodossa di rito albanese, e per la fabbrica della omonima birra, ben diffusa in tutta l’Albania. Per quanto concerne la chiesa, distrutta dai comunisti alla fine degli anni Sessanta e ricostruita nel 1992, si tratta di un luogo di culto piuttosto suggestivo (come tutte le chiese ortodosse, dove aleggia una spiritualità sconosciuta in occidente), ricco di icone e di decori, risultato dell’incontro-incrocio della cultura cristiana con quella ottomana. Per quanto concerne la omonima fabbrica della birra, ecco qua un dettaglio. Le guide, per la verità, segnalano anche il vecchio mercato, per lungo tempo decaduto e solo assai recentemente ristrutturato, luogo incantato di serenate e di incontri affettuosi, ma in verità niente di tutto questo si palesa nell’ultima ricostruzione, che ne ha fatto un piccolo mall come ne troverete migliaia nel mondo.

Veduta dall’alto del castello di Girocastro

Dal canto suo a Girokaster, 28mila abitanti, il cui minuscolo centro storico è stato da poco inserito, non senza generosità, fra i Patrimoni mondiali dell’Umanità, ammirerete l’ampio castello (of course); e badate di non perdervi, per tirchieria, la visita al museo storico, che costa ulteriori 3euro ma che racconta in maniera singolare, se mai ve ne fosse ancora bisogno, gli anni bui di Henver Hoxa. Ciò che, invece, davvero merita in questa città anch’essa passata, nei secoli, attraverso le religioni e i potentati che hanno reso instatili ed effervescenti i Balcani, è una visita approfondita alle vecchie case nobiliari, oggi trasformate quasi tutte in B&B o in alberghi (il nostro – hotel Praga, lo raccomando – ha persino una piccola deliziosa piscina).

 

 

La casa-museo di Ismail Kadare

In modo particolare dovrete per forza soffermarvi presso la casa di Ismail Kadarè. Scrittore, poeta e saggista, ma anche regista e sceneggiatore, Kadarè è una icona vivente. È stato membro dell’assemblea del popolo durante il regime comunista, sempre critico contro il potere di Hoxa, ed è riuscito nonostante tutto a sopravvivere, fisicamente e culturalmente. Oggi vive tra Parigi e l’Albania, universalmente onorato; gli vengono intitolate strade, attribuiti premi (è stato anche più volte candidato al Nobel) e la sua casa natale, appunto a Girokastro, è stata finemente ristrutturata, con alcuni riferimenti dei suoi romanzi (il pozzo, per esempio) in bella evidenza.

Ma torniamo sulla statale 75. Potremmo dire che si tratta di una strada “ecologica”, con termine politicamente corretto. Non una galleria, non un viadotto; qualche ponticello, là dove non proprio se ne può fare a meno. Il nastro d’asfalto segue i fianchi delle montagne, li risale, li costeggia, li ridiscende… ma attenzione: non sempre “il nastro” è d’asfalto. Spesso transiterete per alcuni chilometri di sterrato – cosa che non vi aspettereste su una strada statale – ma poi questo sterrato, con la ghiaietta trascinata dalle ruote, vi accompagnerà per altri chilometri ancora, sempre con la sgradevole sensazione che, in discesa, la macchina potrebbe slittare e finire chissà dove.
Se avete un autista che abbia visto il film “Il federale” con Ugo Tognazzi, ogni tanto vi potrà diligentemente avvisare: “Buca” oppure “buca con acqua” se vi dovesse capitare – come a noi è capitato – di percorrere la strada sotto un tremendo acquazzone, così l’unica preoccupazione che non vi abbandonerà mai fino al traguardo di Girokaster è che, da un momento all’altro, potreste forare, e a quel punto vi converrebbe spegnere il motore e aspettare con ansia e fiducia i soccorsi.
Soccorsi, lo dico subito, che potrebbero non essere immediati. Sia perché, in mezzo a quelle montagne, la connessione internet non è sempre garantita; sia perché gli automezzi che incrocerete durante il viaggio potrebbero essere davvero radi e così – a dispetto della simpatia e della disponibilità degli Albanesi – trovare un aiuto potrebbe rivelarsi veramente problematico.

Un tratto di strada sterrata con buche

Ogni tanto, sbucate dal nulla, incontrate comunque piccole squadre di operai tutti intenti – a quel che sembra – a coprire buche e a rappezzare tratti ammalorati; ma è una fatica di Sisifo perché, in quelle condizioni, la mia idea è che per ogni cento metri che vengono sistemati, un chilometro si disfa. Le guide che presentano il Paese conoscono perfettamente la situazione ma si guardano bene dal mettervi in guardia come dovrebbero e di dire pane al pane e vino al vino; vi si legge infatti che la strada non è delle più agevoli da percorrere ma che, in cambio, potrete godere degli stupendi panorami. Sotto questo aspetto, nella discesa verso la valle della Vjiosa, la situazione cambia completamente. Non per quanto concerne il fondo stradale – che rimane sconnesso e infido – ma per tutt’altro argomento.
La Vjiosa (italianizzato in Voiussa, in albanese Vjosë nella forma indefinita e Vjosa nella forma definita; in greco Aóos oppure Αώος, in latino Aous) è un fiume che nasce nella catena del Pindo in Epiro (Grecia), prosegue nell’Albania sud-occidentale fino a gettarsi, nei pressi di Valona, nel Canale di Otranto. Si tratta di un nome con riferimenti storici importanti; il 28 ottobre 1940, dalla cittadina albanese di Permet partì quella invasione militare della Grecia (l’Italia occupava l’Albania dal 1939) che si sarebbe poi tramutata in una disfatta. E il ponte di Perati (che prende il nome proprio dalla cittadina albanese), dove la divisione alpina della Julia subì una sanguinosa sconfitta, diventò uno dei simboli negativi della guerra fascista. La terribile battaglia rimane impressa nella memoria collettiva attraverso la canzone Sul ponte di Perati, uno dei più struggenti canti contro la guerra. Nella canzone viene citata la Voiussa, che “del sangue degli alpini / s’è fatta rossa” ma la citazione è impropria, dal momento che il ponte di Perati, poi distrutto dalle truppe italiane, collegava le sponde del fiume Sarandaporos, un affluente della Vjiosa, e non la Vjiosa stessa.

Uno spettacolare tratto del fiume Vijosa

Tornando al nostro viaggio, la Vjiosa è il “fiume selvaggio” più grande d’Europa. Si tratta di un fiume capriccioso, che cambia il suo corso a seconda delle piogge e delle stagioni, dando luogo a un habitat assolutamente unico, con zone umide, aree dove nidificano uccelli, dove è possibile reperire specie arboree rare, con bacini idrografici che si alternano con pianure alluvionali, con aree lasciate libere dalla corrente dove i letti di ghiaia hanno un diametro fino a due chilometri. La Vjiosa è strada privilegiata per il transito delle migragioni avicole, un luogo descritto da chiunque – abitanti e/o viaggiatori – come assoluto paradiso naturalistico. Basti pensare che l’area ospita oltre 1.100 specie animali, 13 delle quali sono state valutate a rischio a livello globale.
Negli ultimi dieci anni quest’area, sulla quale vivono oltre 60mila persone, è stata interessata a un importante progetto di industrializzazione, con l’intento di costruire, lungo il corso del fiume, decine di dighe; per la produzione di energia elettrica e per la realizzazione di bacini lungo i quali impiantare attività industriali e produttive. Contrariamente a quanto, assai probabilmente, sarebbe accaduto in parecchi Paesi europei, tutti presi dalle opportunità dello sviluppo, contro questo progetto si è subito costituita una forte opposizione; da parte dei locali ma non solo.
Bisogna comprendere il valore che la gente che qui abita da migliaia di anni assegna al fiume; esistono canzoni dedicate al fiume, persone che danno il nome Vjiosa alla figlia appena nata… un’attenzione – quasi un’affetto – che non ha uguali altrove. Tutti volevano salvare “il fiume incontaminato più grande e importante d’Europa”. Si sono susseguite manifestazioni, organizzati comitati, sviluppate proteste arrivate fino alla Capitale. Alle ultime elezioni politiche albanesi un formidabile e agguerritissimo Comitato, con collegamenti anche nelle Ong europee, nell’ambito della campagna Save the Blue Heart of Europe (e con la sponsorizzazione dell’azienda di abbigliamento outdoor Patagonia) ha chiesto e ottenuto dal candidato premier Edi Rama la promessa che, se fosse stato rieletto, avrebbe destinato l’area della Vjiosa a parco nazionale.

La Vijosa è ormai un parco fluviale

E così è avvenuto. Nel marzo del 2023 il fiume è stato dichiarato Parco Nazionale dal governo albanese, diventando così il primo Parco Nazionale fluviale selvaggio in Europa . Che cosa significa? Che il Vjosa sarà protetto come un fiume vivo e libero di scorrere, a beneficio delle persone e della natura. Nel parco si lavorerà a minimizzare i problemi tipici di queste aree, come l’inquinamento dell’acqua e del terreno, la gestione dei rifiuti e la deforestazione. E non si tratterà di una “spesa parassitaria”, perchè l’iniziativa creerà, per le comunità locali, importanti opportunità economiche di segno positivo, attraverso quello che oggi si chiama “turismo responsabile”. E la strada statale 75, c’è da giurarci, rimarrà quella di adesso, qualcosa da conquistare a fatica e che però, alla fine, vi ripagherà.

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La bandiera tedesca

 

In questa casa al numero 1 della Wenigenjenaer Ufen (piccola riva di Jena) fu fondata quella che vanta di essere una delle prime associazioni goliardiche al mondo. Erano gli anni immediatamente successivi al 1806, cioè all’anno in cui, grazie alla disfatta di Jena per mano di Napoleone Bonaparte, l’impero prussiano si era dissolto. In quegli anni le associazioni degli studenti universitari chiedevano a gran voce l’unità politica della Germania. Ma la Germania come Stato non esisteva: per secoli quei territori erano stati retti da centinaia di piccole e meno piccole conteee, adesso ridotte a 34 Staterelli i cui regnanti temevano la richiesta degli studenti come un pericolo mortale. Così la goliardia – nella prima metà dell’800 – era al tempo stesso una spensierata associazione giovanile e un’organizzazione patriottica.
Gli studenti di Jena, per la somma di questi due motivi, vollero dotarsi di un segno distintivo, una “bandiera” (non essendoci uno Stato nazionale non esisteva una “bandiera tedesca”) che li rendesse immediatamente riconoscibili. La prima coppia di colori fu “semplice”, dal loro punto di vista, dal momento che il passato glorioso cui si ispiravano nel loro sogno unitario era quello del Sacro Romano Impero, il cui simbolo era un’aquila nera su drappo giallo. Altri volevano far propri i colori dei “Lützowsche Freikorps”, cioè dei gruppi di volontari che combattevano la guerra di liberazione contro Napoleone, che avevano un vessillo a righe orizzontali nere e rosse. E la bandiera degli studenti di Jena divenne quindi la sintesi fra Carlo Magno e la guerra all’invasore: tre strisce orizzontali di colore (dal basso) giallo, rosso e nero (in realtà il colore in basso dapprima fu l’oro, che virò immediatamente al giallo quando si scoperse che il tessuto color oro aveva un costo esagerato). È questa la bandiera – rappresentata da uno stemma tricolore – che si ammira ancora oggi sulla facciata della vecchia sede della goliardia di Jena (diventata nel frattempo un ristorante vegetariano) e che nei giorni di festa sventola sul pennone collocato sul tetto.
Ma la bandiera (che le fonti più accreditate fanno risalire più o meno al 1810), faticò ad affermarsi.
Come si vede dal disegno di Erhard Joseph Brenzinger, che rappresenta il raduno degli studenti rivoluzionari e patriotici nel 1832, al castello di Hambach, i colori della bandiera sono, sì, il giallo, il rosso e il nero, però invertiti. Ma solo pochi anni dopo, come si vede dal quadro (di autore anonimo) rappresentante i moti di Berlino del 1848, i tre colori si invertono di nuovo: in basso il giallo, poi il rosso e il nero; e non c’è accordo, come mostra il dipinto, nemmeno se i tre colori dovessero andare in orizzontale o in verticale (e in ogni modo la rivoluzione di Berlino venne repressa e l’esposizione della bandiera da quel momento in poi fu vietata). E anche quando, nel 1871, nacque la Germania unita, i partiti che arrivarono al potere furono quelli che avevano soffocato la rivolta di Berlino, e non potevano certo assumerne il simbolo. La prima bandiera della Germania “restaurata” fu dunque nera-bianca-rossa, visto che bianco e nero erano i colori della Prussia e bianco e rosso i colori degli alleati della lega Anseatica. In pratica, l’unico colore eliminato fu il giallo (sostituito dal bianco).
Come mai allora, l’attuale bandiera della Germania è identica a quella di Jena? Perché il vecchio vessillo della goliardia venne ripristinato nel 1918, dopo la disfatta tedesca della prima guerra mondiale e l’avvento della Repubblica di Weimar. I democratici, infatti, pretesero che il vessillo nazionale della “nuova Germania” fosse proprio quello democratico e rivoluzionario del 1848.
Ma neppure questa volta le cose filarono lisce: non appena arrivato al potere Hitler, nel 1933, decise di abolire la vecchia “bandiera democratica”, sostituendola con quella con la croce uncinata in campo bianco su fondo rosso. Tuttavia, riuscì nell’impresa solo parzialmente: i reazionari con i quali era alleato nei primi anni pretesero di conservare il proprio vessillo, orgoglio della Nazione e quindi per un certo periodo le due bandiere vennero usate insieme, anche nelle cerimonie pubbliche. Almeno fino a quando (1935) Hitler assunse il potere assoluto e abolì l’uso della vecchia bandiera tricolore in favore del vessillo del Reich.
Dopo la seconda guerra mondiale la democrazia ripristinò il proprio simbolo ma a questo punto (1949) la Germania era divisa, ed entrambi gli Stati (La DDR, Deutsche Demokratische Republik/Repubblica Democratica Tedesca all’est e la BRD, Bundesrepublik Deutschland/Repubblica Federale della Germania all’Ovest) rivendicavano il medesimo vessillo nazionale. In mancanza di accordo la DDR, per differenziarsi e identificarsi nel proprio credo politico, inserì proprio al centro del tricolore giallo-rosso-nero una composizione grafica comprendente un martello (simbolo della classe operaia), un compasso (simbolo degli intellettuali) e due spighe a simboleggiare i contadini. E quindi fu solo dopo la riunificazione (1990), esattamente dopo 180 anni dalla sua nascita, che la bandiera dei goliardi di Jena riprese a rappresentare la Repubblica di Germania.

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Fu vera gloria?

Il controverso film di Ridley Scott su Napoleone ha lacerato in me decenni di sonno della memoria. Può capitare. Di qualcuno – per esempio Garibaldi – si parla a ogni piè sospinto (tutte le città d’Italia hanno un corso  Garibaldi o una piazza Garibaldi…) mentre Napoleone, almeno nella mia esperienza personale, non è quasi mai saltato fuori dai libri di Storia.
La domanda che mi sono fatto, uscendo dalla sala cinematografica, era proprio quella di Alessandro Manzoni: “Fu vera gloria? Ai posteri / L’ardua sentenza: nui / Chiniam la fronte al Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar.”
Tutti l’abbiamo studiata, a scuola, l’ode intitolata Il cinque maggio. Versi scritti di getto, alla notizia della morte di Napoleone.
E così, con questa ardua sentenza che non mi abbandonava per giorni, ho finito per sezionare questi versi alla ricerca di un senso che, al di là dell’incedere epico delle parole e del metro, non riuscivo a trovare. Al contrario, mi turbava persino questo Massimo Fattor che si è preso la briga di imprimere la sua propria impronta non a un uomo di chiesa, a un medico, a un artista bensì a un condottiero.
Sintatticamente, mi colpisce l’espressione “…. Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar”. In Italia diciamo “io mangio la mela”. Come tipologia linguistica l’italiano è una “lingua SVO” (

Soggetto-Verbo-Oggetto); sintatticamente non è la tipologia più diffusa nelle lingue moderne, che spesso (per esempio nel turco, nel giapponese, nel persiano e in gran parte delle lingue indiane, per non dire nel latino e nel greco antico) sono lingue SOV, cioè “Soggetto-Oggetto-Verbo”. La lingua SOV, che sostanzialmente mette il verbo alla fine della frase, costringe l’ascoltatore (o il lettore) a una costante attenzione: sarà l’ultima parola della frase – il verbo – a rivelargli il senso. Nelle lingue SVO, al contrario, già a metà della frase l’interlocutore incomincia a immaginare “come andrà a finire” e, nel bene come nel male, prima ancora di aver terminato la lettura (o l’ascolto) si è già fatto una idea del senso (è per questo motivo che noi italiani interrompiamo continuamente l’interlocutore, perché a metà del discorso ci pare di averne già compreso il senso e siamo già pronti a replicare). Ecco perché questo stampar lasciato cadere alla fine della frase è una sentenza che si ascolta in religioso silenzio. Come un colpo di maglio cala indiscusso e indiscutibile.
Ho scritto “alla notizia della morte di Napoleone”. All’epoca (maggio 1821) in Francia era già stato inventato, dal francese Claude Chappe, un rudimentale sistema telegrafico, un sistema ottico che sarà utilizzato fino intorno al 1830. Ma nell’isola di Sant’Elena, dove il Generale era stato esiliato, non esisteva niente del genere. E così, a dare lo scoop della morte fu il giornale inglese The Statesman, il 4 luglio 1821, cioè due mesi dopo il fatto (poi la notizia raggiungerà l’11 luglio Parigi e a distanza di pochi giorni Vienna, Milano e così via).
Considerando che Napoleone era già fuggito dal primo esilio all’isola d’Elba, questa volta – dopo la sconfitta di Waterloo – venne confinato su uno scoglio sperduto al centro dell’oceano Atlantico, fra Sudamerica e Africa, 120 chilometri quadrati a millenovecento chilometri a ovest dell’Angola. Per raggiungerlo occorrevano settimane di navigazione (per quasi un secolo Sant’Elena è stata raggiunta soltanto, una volta al mese, da un postale in partenza da Cape Town, con un viaggio di cinque giorni), fino all’ottobre del 2017, quando l’isola è stata collegata con un volo diretto da Johannesburg verso quello che è stato definito “l’aeroporto più inutile del mondo”.
Diffido dei memoriali. In queste pubblicazioni, quasi sempre postume, non si fa la storia ma si sfida il ricordo. Che è sempre falsato dalla interpretazione di chi racconta, sia esso il protagonista o qualcuno che gli fu vicino. Per loro natura i memoriali sono consolatori, autoassolutori; sorvolano (quando non li tacciono smaccatamente) sugli errori e si dilungano approfonditamente sugli intenti, per definizione sempre encomiabili. I memoriali di Napoleone non fanno eccezione. Il più famoso è Il Memoriale di Sant’Elena, scritto da Emmanuel de Las Cases, di origini nobili, già ciambellano e conte imperiale, che seguì l’imperatore nell’esilio di Sant’Elena. In questo testo, Las Cases mette in letteratura le conversazioni tenute dall’Imperatore con gli amici che lo avevano seguito sull’Isola (l’opera, pubblicata nel 1823, ebbe un grande successo, che consentì al suo autore di vivere una vita estremamente agiata fino alla morte, nel 1842). L’altro memoriale è stato redatto da Louis-Joseph-Narcisse Marchand (1791-1866), cameriere di fiducia dell’Imperatore e suo attendente a Sant’Elena. Gli storici convengono che anche le memorie  di Marchand siano “di parte” (per esempio, pare che le condizioni dell’esilio siano riferite in modo assai esagerato rispetto alla realtà, allo scopo di mettere in cattiva luce il governo inglese). In entrambi i casi Napoleone viene presentato come abilissimo condottiero, sovrano illuminato, vittima e martire per mano di persone assai peggiori di lui. Gli storici esitano, dubitano (ingenerosamente, però; perché se Marchand era “solo un cameriere”, Las Cases era anche uno storico). E’ il loro mestiere; a volte mosso da gelosia per qualche paventata “invasione di campo” (l’esempio più illuminante che si può portare è quello di Heinrich Schliemann, lo scopritore dell’antica città di Troia, che non era un archeologo e che, proprio per questo, subì continui attacchi da parte dell’establishment archeologico per il suo “dilettantismo”).
Alessandro Manzoni aveva conosciuto personalmente Napoleone Bonaparte; lo aveva incontrato nel 1800 (lo scrittore aveva quindici anni) alla Scala di Milano. Ne era rimasto affascinato e aveva compreso – dalla forza che emanava la persona – che l’uomo avrebbe segnato un’epoca e, in un certo qual modo, cambiato il corso della storia. Lo shock ricevuto alla notizia della morte lo aveva indotto a prendere carta e penna e stendere il proprio omaggio all’Imperatore (la figura retorica con la quale lascia “ai posteri l’ardua sentenza” deve intendersi come artificio letterario).
La vicenda (ecco il ruolo e il valore dei “ricordi”) evoca in me un’analoga situazione: il 2 luglio 1963 (avevo diciassette anni) il presidente John F. Kennedy era venuto a visitare Napoli. Fra il milione di persone che – raccontano le cronache – si erano disposte lungo il tragitto che avrebbe percorso l’automobile presidenziale prima di arrivare dalla base Usa di Bagnoli (dove aveva incontrato il presidente Segni e aveva tenuto un discorso) all’aeroporto di Capodichino, c’ero anche io, con alcuni amici e compagni di atletica. Ricordo che Perrottelli (che correva i 5mila e i 10mila con discreti risultati) si mise in testa di saltare sulla macchina scoperta di Kennedy per stringergli la mano. Non sembrava difficile, l’automobile procedeva lentamente, l’enorme folla consigliava prudenza al conducente. Al momento giusto, in via Foria, Perrottelli saltò giù dalla transenna e raggiunse la macchina. Ma il suo salto verso Kennedy fu vanificato da una delle guardie del corpo sedute sul cofano posteriore: con un colpo secco, senza scomporsi, l’uomo bloccò il volo di Perrottelli, che cadde, si rialzò  e se ne tornò sconsolato al suo posto fra noi.
Quando vedi personalmente qualcuno davvero importante, quando lo tocchi, gli parli, lo guardi negli occhi, ne diventi partecipe; è questo il motivo per cui i candidati alle cariche importanti nelle loro campagne continuano a incontrare fiumi di persone, in città ogni giorno diverse. Una stretta di mano è un voto assicurato.
E fu così che anche io, come Manzoni, alla notizia della morte di Kennedy quattro mesi dopo quell’incontro fugace, rimasi addolorato come fosse morto un parente stretto. Di getto corsi alla scrivania per scrivere una poesia (che devo aver perduto in qualche trasloco) che incominciava: “E così, presidente, sei morto”. Ne avevo fatto (come tanti) un simbolo di pace; poco importava che sotto la sua presidenza fosse esplosa la crisi dei missili a Cuba con l’Unione Sovietica; poco importava che fosse stato proprio Kennedy a dispiegare un massiccio contingente militare in Vietnam (portandolo da poche centinaia a oltre 16 mila persone).
Ma ciò che più mi colpisce, in quest’ode, è la parola “gloria”. Manzoni dà per scontato che un condottiero debba combattere e vincere. Finge di ignorare che in circa venti anni e una ottantina di battaglie (alla media di circa quattro battaglie l’anno), il condottiero abbia causato un milione e mezzo di vittime civili e oltre tre milioni di soldati caduti (aritmeticamente, 225mila morti l’anno, per venti lunghi anni, fra combattenti e civili). E’ gloria, la guerra? Nel suo terzo intermezzo Fabrizio De Andrè scrive (e canta): “La polvere, il sangue, le mosche, l’odore / Per strada e fra i campi la gente che muore / E tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è / E tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi perché”.
Può darsi che Manzoni sia clemente, con l’imperatore scomparso, perché ha appreso, leggendo la Gazzetta di Milano, che in punto di morte Napoleone avesse chiesto (o almeno non rifiutato) i sacramenti. Si era convertito, dunque! E la conversione getta tutta un’altra luce sull’intera vicenda napoleonica: ecco la Divina Providenza, che provvidenzialmente soccorre il Manzoni. Se la mission è autorizzata da dio in persona, è possibile opporlesi? Non è possibile, dio giustifica tutto, anche quattro milioni di morti.
D’altro canto, e qui torniamo al punto di partenza, noi “chiniam la fronte al Massimo /Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar”. Qui siamo all’eterno dilemma se nella formazione e nello sviluppo della personalità conti più l’ereditarietà (il dna) ovvero il contesto, cioè l’esperienza acquisita, i cosiddetti “fattori ambientali”.
Una ricerca riportata nel maggio 2022 sul sito dell’Istituto superiore di Sanità “ha coinvolto 428 coppie di gemelli, monozigoti e dizigoti, di età 23-24 anni, del Registro Nazionale Gemelli. Uno dei risultati dello studio riguarda le stime di “ereditabilità” dei tratti considerati, che sono state del 73% per l’autostima, del 59% per la soddisfazione di vita e del 28% per l’ottimismo”. E “il risultato davvero innovativo dello studio è sicuramente rappresentato da un’elevata correlazione genetica e da una bassa correlazione ambientale stimata tra autostima, soddisfazione di vita e ottimismo. I fattori genetici, quindi, sembrano essere largamente condivisi dai tratti in esame, mentre le esposizioni ambientali potrebbero essere sostanzialmente specifiche per ciascuno dei tratti”.
E quindi, sì, dovremmo amaramente accettare che non siamo tutti uguali. Che certe predisposizioni – anche predisposizioni al successo – non le costruiamo con l’impegno, lo studio, le relazioni. Attraverso le quali, semmai, potremmo cercare di ridurre il gap naturale di cui alcuni individui dispongono alla nascita. Accettare che alcuni, alla fin fine, siano destinati alla gloria per loro natura. Se poi questo determinismo così incontrovertibile sia una precisa scelta del “creator suo spirito”, oppure sia una prerogativa/bizzarria della natura, beh, temo che questo non lo sapremo mai.

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Mongolfiere in Cappadocia

Certamente avrete visto le fotografie. Fotografie di centinaia di mongolfiere che si librano nell’aria, sullo sfondo di un paesaggio aspro e brullo. Fotografie, se non emozionanti, almeno sorprendenti.
Un viaggio in mongolfiera non è esperienza comune. Parecchi di quanti leggeranno questo articolo, probabilmente, non hanno mai vissuto questa situazione. E sì che di escursioni mozzafiato in mongolfiera, nel mondo, se ne contano dozzine (*). Qua parliamo della meta forse più spettacolare fra tutte, la Cappadocia.
La Cappadocia non esiste come regione amministrativa né geografica; è un riferimento più storico e culturale che geopolitico. Si trova nel cuore della Turchia, a quasi 800 chilometri da Istanbul, 350 da Ankara e altrettanti dal mare più vicino che è a Mersin, sul Mediterraneo, di fronte all’isola di Cipro e a due passi dalla cittadina di Tarso, patria dell’apostolo Paolo.
Siamo in un fazzoletto di terra di forma più o meno quadrata per 70 chilometri di lato, abitato da circa un milione di persone attraverso un gran numero di piccoli insediamenti ad alta densità abitativa (oltre 200 abitanti per chilometro quadrato), le cui città più rilevanti sono Göreme, Ürgüp, Kayseri (l’antica Cesarea) e Nevşehir (queste ultime due hanno un piccolo aeroporto).
Circa dieci milioni di anni fa, a seguito dei grandi movimenti oro-geologici che avevano portato alla formazione della catena montuosa del Tauro, tre grandi vulcani, l’Hasan, il Melendiz Daglari e l’Erciyes Dagi (il più grande, poco meno di 4mila metri di altezza) iniziarono un periodo di eruzioni, durato millenni. Le eruzioni, in successione, colmarono la pianura di cenere e magma e quando il periodo eruttivo si arrestò incominciò l’azione erosiva di acqua e vento, unita a devastanti terremoti capaci di scavare in poche ore canyon larghi centinaia di metri.
I “camini delle fate” rappresentano il risultato di questa erosione: le rocce scure che sormontano coni tufacei di colore più chiaro rendono oggi evidenti quelli che dovettero essere – milioni di anni fa – gli strati, con differenti materiali e consistenze, delle eruzioni. Non solo: la malleabilità del terreno ha suggerito e facilitato lo scavo di abitazioni e chiese rupestri e persino di vere e proprie città sotterranee, insediamenti nei quali gli abitanti della zona (che è un importante snodo commerciale: si trova infatti proprio lungo l’antica “via della seta”) hanno vissuto per periodi più o meno lunghi, ora per difendersi dalla rigidità del clima, che in inverno può anche toccare i -15 gradi, ora dalle incursioni di popolazioni ostili (a cominciare dagli Hittiti). Si tratta di “città” che scendono nel sottosuolo fino a dodici livelli, con ingegnosi sistemi di protezione dei locali, cunicoli stretti dalla volta bassa dove i nemici non possono transitare se non uno alla volta, ed essere facilmente uccisi dai difensori.
Accanto alle città sotterranee si trovano importanti santuari, anch’essi scavati nella roccia; risalgono al periodo artistico bizantino post-iconoclastico così che l’intera Cappadocia (le città, i villaggi, le abitazioni rupestri), testimonianza straordinaria di una civiltà scomparsa quale fu l’impero bizantino tra il sesto secolo e l’arrivo, nel 1071, dei turchi selgiuchidi, è considerata dall’Unesco, dal 1985, Patrimonio dell’Umanità.
Il turismo è l’attività economica prevalente. Quando prenoterete il vostro viaggio scoprirete che quasi tutti gli hotel della zona vi proporranno camere o piccoli appartamenti nel tufo. Le città ideali per un soggiorno sono la piccola Göreme (poco più di 2mila abitanti) e le più grandi Ürgüp (15mila) e Nevşehir (capoluogo della zona, 67mila abitanti). Noi siamo stati a Ürgüp, e la consigliamo; è più grande ma al tgempo stesso più tranquilla ma anche più moderna, con negozi, ristoranti e bar, mentre Göreme è più caotica anche se la sua collocazione proprio al centro di una piana fittissima di camini la rende più spettacolare (ma a voi la spettacolarità del posto dovrebbe importare poco, giacchè sarete coinvolti ogni giorno, da mattina a sera, nelle escursioni). L’albergo che abbiamo scelto è l’Aja Kapadokyia, splendido per la camera, i servizi, il cibo e la cordialità dei proprietari.

Le mongolfiere, si diceva. La prenotazione va fatta con largo anticipo, la domanda supera l’offerta. Sappiate che volerete in sicurezza: se c’è vento i voli saranno annullati, e i biglietti rimborsati. Purtroppo – proprio perché le prenotazioni sono tantissime – se vi cancelleranno il volo a causa del maltempo non potrete spostarlo all’indomani, dovrete fare una nuova prenotazione che potrebbe capitarvi anche fra una settimana o più (e c’è chi, per questo motivo, pur avendo prenotato mesi addietro non è riuscito a volare). Il costo è variabile e non economico, dipende dal periodo dell’anno e dall’agenzia, comunque intorno ai 250 euro per persona (a noi è capitato di partire dall’Italia con una prenotazione a 250 euro, però il giorno prima la nostra guida ci ha comunicato di aver ottenuto per noi uno sconto, e abbiamo pagato 200 euro a persona).
L’organizzazione è perfetta, lo spettacolo incomincia ben prima dell’alba: vi vengono a prendere in albergo con i Ford transit intorno alle 4 del mattino (fino a 8-10 persone per mezzo) e vi portano nella piana di Göreme. Mano a mano che, dai paesi vicini, i furgoni bianchi si avvicinano al luogo del raduno, le scie dei fari fendono il buio e la polvere che si leva al passaggio degli automezzi a tratti oscura la vista. Vi sembrerà di stare in un presepe, con decine, centinaia di luci che convergono da ogni dove verso un unico punto. Qualche fermata lungo la strada per raccogliere altri passeggeri negli alberghi più periferici e intorno alle cinque eccoci alla piana, ciascuno depositato giusto accanto alla propria mongolfiera.
È ancora notte quando i balloon vengono gonfiati; prima con i compressori poi, quando l’enorme struttura incomincia a prendere forma, ecco le fiamme che scaldano il gas e illuminano la notte. È il momento più emozionante, con i turisti che si affannano intorno a questa brace improvvisata, scattando foto fra la polvere e i lapilli.
Ogni cestello può contenere 24 persone, in scomparti ben separati da quattro o due posti, più il personale di volo, un pilota e due assistenti. Il cestello, una volta che il pallone ormai fremente di gas è pronto a partire, è ancorato al terreno; vi si sale attraverso una scaletta, come quella di un piccolo aeroplano; ciascuno balza dentro il proprio posto (non temete, non si rischia di precipitare in basso, il cestello vi arriverà al petto, avrete giusto la possibilità di portare all’esterno la testa e le braccia) e in pochi minuti il pilota si presenta, vi dice di non sporgervi e di non spostarvi, per non squilibrare il mezzo.
Il decollo è lieve, non vi accorgerete di essere partiti se non a qualche decina di metri di quota; a quest’ora è ancora buio, però comincia ad albeggiare. Vi guardate intorno e notate i palloni colorati di fuoco che, uno dietro l’altro, si staccano da terra. È un decollo verticale simultaneo, entusiasmante, non c’è alcun rumore se non il fruscio del vento, stiamo volando.
Il pilota è allegro, racconta facezie a beneficio dei più timorosi. Quando riferisce che abbiamo raggiunto la quota di ottocento metri c’è il prevedibile “oh!” di meraviglia. Effettivamente adesso siamo in alto, sotto di noi le città della piana sono ancora avvolte nella luce della notte però il giorno ci viene incontro dall’orizzonte, in un bagliore giallastro che si fa sempre più evidente.
E finalmente il sole. L’aurora irradia sorrisi mentre i turisti scattano e filmano e le coppie si stringono le mani; il pilota maramaldeggia e ci porta a sfiorare le cime delle montagnette (altri “oh!” fra la meraviglia e il timore…) dicendo “chissà se questa volta ce la facciamo”. Poi tira fuori un’asta telescopica e ci dice di sorridere e mentre ci chiediamo che cosa si vedrà, nelle foto, visto che siamo ancora quasi al buio, ecco un flash, poi un altro, poi piccoli bengala che illuminano la notte. E adesso la gente ha preso coraggio, lo si avverte dal cicaleccio diffuso, a mille metri, con il sole che – addirittura – incomincia a scaldare.
Il volo dura più di un’ora. Anche l’atterraggio è spettacolare. Il pilota e i suoi aiutanti sono in grado di indirizzare un po’ il pallone manovrando le esili funicelle che fanno da timone però il luogo dell’atterraggio, alla fin fine, lo decide il vento. Il pilota, attraverso il walkie-talkie, parla con i suoi collaboratori a terra; un camion con pianale – lo vediamo quando siamo a poche decine di metri da terra – con una strabiliante manovra si infila in retromarcia proprio sotto il cestello, nel momento esatto in cui questo è ormai prossimo a toccare terra. Alcuni assistenti sbucati da chissà dove raccolgono al volo le cordicelle (sì, proprio come si fa con le gomene dei traghetti) e provvedono a spostare il pallone in maniera che non si afflosci proprio sopra le nostre teste.
Quando il pallone è ormai domato, ecco di nuovo la scaletta. Il tempo di mettere piede a terra e in quattro e quattr’otto viene montato un tavolo, spuntano piattini, bicchieri di plastica. Spuntano bottiglie che sembrano spumante (ma sono analcoliche, considerando l’ora e considerando che qui siamo in un’area di religione musulmana), si brinda, si mangiano dolcetti. Un giovanotto si aggira fra i turisti distribuendo i diplomi. Un altro raccoglie le prenotazioni per chi voglia acquistare le foto e i video girati dall’equipaggio durante il volo. Poi da dietro una curva spuntano i nostri Ford transit, e abbiamo appena il tempo di riguardare il nostro viaggio sugli smartphone e siamo di nuovo in albergo, giusto per colazione.

 

(*) NOTA – Le escursioni in mongolfiera  – Andate in giro per il mondo e non volete perdervi il paesaggio visto dall’alto? Potete effettuare brevi voli aerei (per esempio in Perù, per vedere le linee di Nazca) oppure optare per la mongolfiera. A parte il Top dei Top, e cioè la Cappadocia, ecco le più straordinarie occasioni che potrete sperimentare, nei cinque continenti (in ordine di spettacolarità, secondo il mio personale giudizio), per osservare il mondo dall’alto.

1) Il deserto di Atacama in Cile
2) La piana di Bagan, antica capitale dell’impero birmano, in Myanmar
3) Il Wadi Rum (Valle della Luna o deserto Rosso) in Giordania
4) La valle della Loira in Francia
5) Il Red Rock State Park in Arizona
6) ) Luxor, in Egitto
7) Dubai, negli Emirati Arabi Uniti
8) Il parco Masai Mara, in Kenya
9) Il parco di Queenstown, in Nuova Zelanda
10) Albuquerque, nel nuovo Messico (Usa)

11) La valle di Napa, a nord di San Francisco

12) Le Baleari a Palma di Maiorca (Spagna)
13) Tannheimer Tal, non lontano dal Lago di Haldensee, lungo il confine bavarese-tirolese